Maria a Fatima; “Per avere la pace, recitate il Rosario”

“Carissimi Pellegrini! – ha gridato Papa Francesco il 13 maggio scorso al milione di fedeli accorsi a Fatima – noi abbiamo in Cielo una Madre! Abbiamo una Madre! Aggrappati a Lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù, …. di essere un giorno con Lui e con Maia alla destra del Padre nel Regno di Dio.. Questa speranza sia la leva della vita di tutti noi! Una speranza che ci sostiene sempre, fino all’ultimo respiro…. Sotto la protezione di Maria, noi siamo nel mondo le sentinelle del mattino, che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”

Ai tre pastorelli di Fatima, Lucia, e i santi Giacinta e Francesco, la Madre di Gesù e nostra, presentandosi come ‘la Madonna del Rosario’, raccomandò con insistenza di “recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la fine della guerra e la pace”. Cento anni fa, quando Maria appariva ai tre bambini portoghesi, era il 1917. Infuriava “l’inutile strage” della prima Guerra Mondiale (come aveva predetto il Papa Benedetto XV); e in Russia il rivoluzionario comunista Vladimir Ilych Lenin aveva preso il potere con un colpo di stato e fondato la Repubblica Socialista Sovietica Russa, la radice da cui sono germogliate, nel “secolo breve”del 1900, una trentina di altre Repubbliche Socialiste, tutte fallimentari. Nessuna delle quali ha portato ai popoli la “liberazione” promessa.

Anche a Lourdes, a Pompei e in altre apparizioni, Maria la Vergine Madre nostra, ha raccomandato di recitare il Rosario. Ma a Fatima la sua insistenza su questa preghiera ha un qualcosa di straordinario. Dopo il 13 maggio 1917, di cui ho già detto, il 13 luglio incalza: «Voglio che recitiate il Rosario tutti i giorni». E il 13 agosto dello stesso anno: «Continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni». Un mese dopo, il 13 settembre 1017, disse: «Per ottenere la fine della guerra, continuate a recitare il Rosario tutti i giorni». Il 13 ottobre, il giorno del grande miracolo del sole che roteava e si avvicinava alla terra, visto da più di 70.000 persone, anche a 20 Km di distanza, Maria tornò a dire: «Continuate sempre a recitare il Rosario ogni giorno, la guerra sta terminando…». Maria, Regina della Pace, ci chiede la recita quotidiana del Rosario, per avere il dono della Pace che viene da Dio. Per due motivi:

La Pace di Dio nelle famiglie, nelle nazioni, nel mondo

1) Il Rosario è la preghiera più semplice, più facile e più, diciamo, contemplativa, perché propone, uno ad uno, i misteri della vita di Cristo. E’ la preghiera che unisce grandi e piccoli, colti e incolti, ricchi e poveri, sani e ammalati. E’ la preghiera che unisce e tiene unite le famiglie. Una volta si diceva: “La famiglia che prega unita, rimane unita”.

Il più bel ricordo che ho dei miei genitori, i servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, e della mia famiglia, sono i Rosari che recitavamo alla sera, dopo cena, seduti attorno al tavolo di cucina; quando ci insegnavano a tenere le mani giunte e ad imparare le semplici preghiere mariane, ad andare sempre d’accordo, noi tre bambini e poi ragazzini. Come poi è avvenuto. Noi tre, Piero, Francesco (morto nel 1997) e Mario, ci siamo sempre voluti bene, non c’è mai stata alcuna lite o divisione o rancore! Oppure, nelle sere d’inverno (quando le case non erano riscaldate), si andava nella stalla più vicina a dire il Rosario con altre famiglie, cantare il Salve Regina e le litanie, seduti sulla paglia e riscaldati dalla presenza di mucche e buoi, cavalli e capre, vitelli, conigli, anitre, galline. Allora, negli anni trenta del 1900, in paesi come Tronzano Vercellese dove sono nato, non c’era né radio, né telefonini, né televisione, né tanto meno discoteche e vita notturna. Si pregava assieme e si creava, nelle famiglie, nei vicini, nel paese, una comunità di vita, di amicizia e di fede.

Oggi prevale l’individualismo, tutti ci lamentiamo che ci sono troppe famiglie divise, troppe liti e violenze familiari. Quando si sfascia la famiglia, la società va in crisi e si sfascia anche lei. Contro questa deriva che porta all’auto-distruzione della nostra Italia, si invocano aiuti economici dallo stato, leggi, provvedimenti di assistenza sociale, si consultano psicologi e avvocati matrimonialisti. Tutto giusto e saggio. Ma bisogna anzitutto fare qualcosa per unire gli spiriti, i cuori, le volontà, altrimenti tutto diventa inutile.

L’egoismo individuale non si vince con le leggi e gli aiuti economici, ma con l’amore, con la preghiera, perché solo l’aiuto di Dio in molti casi è efficace: Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo e della donna. Dio solo lo sa e può cambiare il cuore dell’uomo e della donna, portandoli verso l’imitazione di Cristo. Ecco perché recitare il Rosario, che educa all’amore e all’unità, da recitare assieme, specialmente in questo mese di maggio.

Il tramonto del sole è l’ora del Rosario. La famiglia si riunisce per invocare la Santissima Vergine e Madre di Gesù e nostra, Maria. Tutte le attività si interrompono per elevare la mente e il cuore al Padre che sta nei Cieli, per presentare a Dio i propri bisogni, pregare per i defunti, chiedere il perdono dei peccati e il dono della Pace in famiglia e tra le famiglie. L‘atto di amore e le richieste di chi recita il Rosario arrivano in Cielo e sono presentate dalla Madre di Dio al suo Figlio Gesù Cristo. Recitiamo anche noi il Rosario, come chiede la Vergine e Madre Maria, per chiedere la Pace di Dio nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero.

Maria porta le anime e i cuori a Cristo

2) Secondo motivo per recitare il Rosario. Perché la nostra Mamma del Cielo porta le anime a Cristo, anche le persone che sono lontane da Gesù e dalla Chiesa. Ricordo che all’inizio anni novanta (del 1900), nel Consiglio pastorale diocesano di Milano (di cui ero membro) il card. Carlo Maria Martini lamentava la diminuzione della devozione a Maria e della recita del Rosario. Diceva: “Si è disprezzata la devozione popolare verso Maria, che in tanti secoli ha conservato la fede in Cristo delle nostre popolazioni cristiane. Si critica il Rosario come forma ,superstiziosa di “mariolatria” (cioè, adorazione di Maria). Ma si dimentica che la Madre di Dio porta le anime al Figlio suo, Cristo Gesù. Ritorniamo a recitare assieme il Rosario nelle famiglie, perché siano più unite e i giovani vengano educati, attraverso Maria, alla fede e all’amore di Cristo ”.

Visitando le giovani Chiese e le missioni in tutto il mondo non cristiano, ho visto tante volte che a Vergine Madre Maria è venerata e onorata da tutti e attraverso lei lo Spirito porta l’amore e la pace di Cristo. Nella Corea del Sud ho visto parecchie chiese cattoliche, che all’ingresso della chiesa mettono una grande statua della Madonna, che sorride e col braccio teso invita ad entrare nella casa di Dio; la Chiesa cattolica è chiamata dal popolo “la Chiesa della Madre”. Nel Borneo (dove nel 1856-1862 il Pime fondò la Chiesa), nel 2004 sono stato nel sultanato di Brunei, stato indipendente tutto islamico, esteso come la Liguria con mezzo milione di abitanti e 20.000 cattolici, filippini, bengalesi, indonesiani, immigrati per fare i lavori più pesanti. Il Vicario apostolico e Vescovo, mons. Cornelio Sim, mi diceva: “Il Sultanato è seduto sul petrolio e le famiglie del Sultano sono ricchissime… Nella capitale Bandar Seri Begawan la Chiesa cattolica è in un vastissimo terreno cintato, dove ci sono le scuole, l’ospedale e altre opere educative ed caritative. La nostra chiesa è vicina all’entrata principale e alla strada. Avevamo messo davanti alla porta della chiesa una grande statua di Maria, venerata anche dai musulmani, che invita a venire in chiesa. Venivano anche non pochi musulmani. Ci è stato imposto di girare la grande statua verso il muro della chiesa. Così oggi dalla strada si vede solo la grande statua girata al contrario!”.

Nel febbraio 1964 ero a Vijayawada, una delle 12 diocesi fondate dal Pime in India, che oggi ha circa 3,5 milioni di abitanti e 270.000 cattolici. Il missionario padre Paolo Arlati, nel 1924 portò dall’Italia una grande statua della Madonna di Lourdes e i Fratelli del Pime (missionari laici consacrati a vita) la posero sul punto più alto della collina di Gunadala, che domina la città di Vijayawada, costruendo le strade e la scalinata che portano fin sotto ai piedi di Maria, posta in una grotta aperta per cui si vede anche da lontano. A poco a poco, prima i cristiani e poi indù e musulmani, sono andati sulla collina di Gunadala a pregare Maria, che è venerata come la protettrice della città perché, nell’anno 1947, poco prima dell’indipendenza dell’India (15 agosto), le lotte sanguinose fra indù e musulmani insanguinavano l’India (circa 4-5 milioni di morti ammazzati) e portarono alla divisione fra India e Pakistan. Vijayawada, città con molti musulmani, venne salvata da quelle stragi fratricide dalla Madonna di Gunadala, alla quale tutti accorrevano in preghiera. I pellegrinaggi avevano creato un clima di fraternità.

L’11 febbraio 1964 si celebrava, come ogni anno, la festa della Madonna di Lourdes. Per tutta la giornata precedente e nel giorno della festa, nelle strade che portavano sulla collina un continuo sali e scendi di devoti che vogliono toccare i piedi della Madonna, pregano, offrono incenso, qualcuno si fa tagliare i capelli in quel giorno, adempiendo il voto che aveva fatto. Un mare di gente invade Gunadala, con lebbrosi, handicappati, ammalati portati su barelle o su carretti fino ai piedi di Maria. In due giorni, circa 150.000 devoti di Maria, non pochi dei quali col Rosario al collo, anche i non cristiani, perché il Rosario è il segno sacro della “Bella Signora di Gunadala” che protegge la città e le famiglie. Ancor oggi, più di mezzo secolo dopo, la statua di Maria è sulla collina e si ripetono anche durante l’anno i pellegrinaggi anche da lontano verso la Madonna di Lourdes. Le voci popolari parlano di guarigioni miracolose. Il primario dell’ospedale di Viajayawada mi diceva, nel 1964, di poter testimoniare la guarigione di almeno due lebbrosi e di altri malati. Ma il miracolo più grande è di aver portato indù e musulmani a vivere insieme in pace.

«Il Vangelo del dialogo» di Franco Cagnasso in Bangladesh

Al termine dell’ultimo Blog su “Il dialogo col mondo moderno da Paolo VI a Papa Francesco”, promettevo di pubblicare l’esperienza di un missionario sul campo. La novità assoluta del dialogo interreligioso, lanciata da Paolo VI con l’enciclica “Ecclesiam suam” (6 agosto 1964) e dal Concilio Vaticano II con il Decreto “Nostra Aetate” (28 ottobre 1965), ha capovolto l’atteggiamento che i missionari avevano delle religioni non cristiane: da nemiche di Cristo, oggi sono viste come una preparazione a Cristo, una ricchezza dei popoli che la Chiesa deve conoscere e accogliere con discernimento, per essere veramente “cattolica” e rappresentare tutti i popoli del mondo.

Padre Franco Cagnasso, esperto di islam che ha studiato l’arabo, è missionario in Bangladesh dal 1978 al 1983; e poi, dopo 18 anni alla guida del Pime (1983-1989 da vicario, 1989-2001 da superiore generale), è tornato alla sua missione nel 2002. Ha pubblicato “Il Vangelo del dialogo – A cura di Sergio Bocchini” (Centro editoriale Dehoniano, Bologna 2013, pagg. 194) un contributo interessante di esperienza personale in un paese islamico, ma avendo visitato decine di altri paesi con altre religioni.
Tra l’altro, in Bangladesh padre Franco è stato padre spirituale e insegnante di teologia nel seminario maggiore di tutte le diocesi bengalesi a Dacca e ha contatti di amicizia con musulmani, indù e buddisti locali, trovando anche il tempo, e gli aiuti economici, per “sporcarsi i sandali” aiutando i poveri senza idealizzarli o umiliarli.

Attualmente risiede a Mirpur, un vastissimo quartiere della periferia di Dhaka, dove aiuta il parroco P. Quirico Martinelli, PIME, a servire una comunità di cristiani
immigrati da ogni parte del paese in un contesto completamente islamico. Ha dato il via ad un Centro pastorale (futura parrocchia) a Uttara, nell’estrema periferia della metropoli, che conta 14-16 milioni di cittadini fra i quali anche molti giovani tribali convertiti a Cristo nei loro villaggi e che poi, nella grande capitale, rischiano di perdere la fede se non trovano una chiesa, un prete, una suora pronti ad accoglierli.

Il “Dialogo inter-religioso” orienta la missione primaria della Chiesa, annunziare Cristo ai non cristiani, in modo diverso dal passato: non solo annunzio, proclamazione della salvezza in Cristo, ma anche dialogo con tutti gli uomini ai quali la missione trasmette la Buona Notizia. In Asia, il Dialogo si è imposto nelle giovani Chiese, di fronte agli sterminati popoli che vivono la loro religione (buddismo, induismo e islam soprattutto) come identità nazionale e culturale. Ma diocesi e parrocchie praticano lo schema tradizionale della missione: annunziare Cristo, testimoniare Cristo, convertire a Cristo, fondare le comunità cristiane, in particolare fra le popolazioni aborigene di religione animista, che entrando nell’ovile cristiano acquistano una nuova identità e rappresentanza sociale. Il parroco-pastore conosce le sue “pecorelle”, si impegna ad aiutare i poveri, esercita la sua missione con tutti gli strumenti di cui dispone, catechesi, Sacramenti, lettura e meditazione della Parola di Dio, carità, formazione, ecc.

Padre Franco, rendendosi conto dell’abisso di incomprensione che esiste fra lui e i bengalesi, non solo per la lingua ma in ogni aspetto della vita, svolge anche un altro tipo di approccio, quello del dialogo: Parte dall’uomo bengalese, che è così diverso dall’italiano! Vuole conoscerlo anche nella sua fede islamica, amarlo, capirlo, condividere i suoi problemi e le sue difficoltà ed entrare in dialogo amichevole con lui, apprezzando i suoi valori umani e religiosi; non solo rimanendo ben f0ndato nella fede e nell’amore a Cristo Salvatore, ma trovando nella fede e nell’amore a Cristo le ragioni e lo spirito che porta ad aprirsi alle diverse esperienze umane e spirituali di fratelli e sorelle non cristiani.
L’approccio è diverso da quello tradizionale, però i due tipi di missione non sono alternativi ma complementari e ambedue necessari. Non è sempre facile viverli assieme, ma si arricchiscono a vicenda. La “Missione del Dialogo”, che Papa Francesco pratica soprattutto con i lontani del mondo moderno, a 50 anni dal Concilio è ancora in fase sperimentale. Dio solo lo sa, ma in Asia il futuro della missione si sta orientando verso il “Dialogo”. Lo Spirito Santo, “che è il protagonista di tutta la missione ecclesiale” (Redemptoris Missio, 21), non cessa mai di stupire e di inventare, formule nuove di missione e di pastorale, “dummodo Christus annuntietur” scrive San Paolo, “purché Cristo sia annunziato” (Fil. 1, 8).

Ringrazio l’amico padre Franco che ha accettato di raccontare, con sincerità e umiltà, la sua esperienza di “esperto del Dialogo”, i fallimenti e la pochezza dei risultati raggiunti. Il suo racconto è di grande saggezza umana ed evangelica, scritto “in punta di piedi”(con prudenza, discrezione), perché dimostra che il Dialogo con il diverso è indispensabile non solo nella “missione alle genti”, ma anche nel nostro occidente cristiano, dove non sappiamo più ascoltare chi la pensa diversamente da noi. P. Franco, fra l’altro, attira l’attenzione su un tema molto concreto che interessa tutti, affermando che l’alternativa al Dialogo con l’islam è il terrorismo, la guerra . Il Dialogo, dopo il Vaticano II era avversato o non compreso dalla maggioranza dei vescovi e dei missionari, oggi tutti benedicono questa forma profetica di missione alle genti. In Asia vivono il 62 per cento degli uomini e i cristiani, tutti assieme, sono circa il 6-7 per cento degli asiatici! Questo dato di fatto spiega perché Giovanni Paolo II, nella sua esortazione “Alzatevi andiamo!” ha detto: “L’Asia, ecco il nostro compito per il terzo millennio”.

Piero Gheddo

TEMPO PERSO A NAZARETH?

di Franco Cagnasso

Accolgo volentieri l’invito di padre Piero a scrivere qualcosa sulla mia “esperienza di dialogo con i membri di altre religioni”, in continuità con il mio libro “Il Vangelo del Dialogo” (EDB, Bologna, 2013), che ha come sottotitolo sottotitolo: “Riflessioni di un missionario a 50 anni dal Concilio”. Ecco come ho cercato di “dialogare” con membri di altre religioni, soprattutto musulmani.

Inizio con il mio primo tentativo. Ero giovane prete, arrivato da poco in Bangladesh (1978), e volevo scoprire se era possibile quel “dialogo” di cui tanto si parlava. Con altri due giovani missionari proponemmo al Vescovo di stabilirci a Bogra, importante città di circa cento mila abitanti, dove la presenza cristiana si riduceva a pochissime unità. Non avevamo un progetto preciso: volevamo “stare” e, giorno dopo giorno, vedere, stabilire relazioni di amicizia e rispetto, conoscenza e – appunto – dialogo. P. Gianni e p. Achille si orientarono sul servizio. Gianni frequentava aree povere facendo amicizia e offrendo nozioni di medicina preventiva, nutrizione, pronto soccorso; Achille aveva letteralmente “scovato” famiglie provate dalla presenza di membri con disabilità, creando una piccola rete di aiuto reciproco, e orientando su metodi semplici per far compiere qualche progresso ai disabili. Tutto ciò con persone di religione islamica, e qualche indù, ed era un’occasione per conoscersi, stimarsi, superare pregiudizi.

Io ero lo “specialista” del dialogo, e dovevo mettermi in contatto con centri religiosi: moschee e santuari. Ma non riuscii a combinare nulla, se non qualche incontro impacciato e formale, attraversato dal sospetto: che cosa vuole questo straniero che si dice interessato a conoscerci, e perché è venuto? Capii che il dialogo come “professione” non faceva per me, e che partire da ciò per cui sappiamo di essere diversi – la religione – non porta lontano.

Anni dopo, un missionario americano, P. Bob, parlando della sua esperienza mi disse drasticamente: “Incominciare discutendo su Dio, è da matti”. P. Bob, ormai ultra settantenne, ha lo scopo di realizzare un primo contatto fra un popolo musulmano e un cristiano – lui stesso. Ogni tre anni cambia sede, va in una località dove non ci sono cristiani, abita un locale povero e semplice, fa tutto da sé, va in bicicletta a trovare ammalati e spendere tempo con loro, in qualche caso li aiuta accompagnandoli in ospedale. Anche lui è accolto con sospetto (come potrebbe essere diversamente?), ma presto la curiosità prevale, e poi entra la simpatia, e anche la riconoscenza. Non da parte di tutti, ovviamente; ma quando si trasferisce può dire che qualcuno ora conosce un poco Gesù, perché per tre anni, ogni volta che gli chiedono: “Tu chi sei? Che cosa fai?” risponde: “Sono un missionario cristiano, e cerco di fare come il mio Profeta Gesù, che passò facendo del bene (cfr. Atti degli Apostoli)”. Lo accettano così, lo ammirano, qualcuno lo aiuta.

E’ poco? Pochissimo. Ma è qualcosa, una semina da fare con fede, lasciando perdere il pallottoliere per contare i risultati. Dopo il mio fallimento a Bogra, ho sempre operato all’interno della comunità cristiana, ma cercando di tenere aperti gli occhi e cogliere occasioni d’incontro con persone di altre religioni. Ricordo con simpatia un piccolo gruppo che frequentavo a Dhaka, formato da qualche prete e qualche imam, e da professionisti laici praticanti, musulmani e cristiani. Ogni due mesi condividevamo riflessioni su temi vari: il perdono, i poveri, la fede, la preghiera… Si percepiva un poco la religiosità nel quotidiano, il significato della fede per la vita di ciascuno. C’era desiderio di conoscersi, qualcuno esprimeva il bisogno di uscire dagli schemi mentali chiusi in cui era cresciuto. C’era anche chi sperava, alla fine, di riuscire a convertire gli altri alla propria religione; era considerato un desiderio legittimo, purché accompagnato dall’ascolto sincero e rispettoso dell’altro.
Guidato dall’esperienza e dall’entusiasmo di Fratel Guillaume, da tanti anni in Bangladesh con la comunità di Taizè, ho partecipato ad incontri più numerosi e vari fra cristiani e membri di altre religioni, nelle rispettive sedi: semplicemente primi contatti di reciproca conoscenza. Abbiamo incontrato buddisti, musulmani sufi, ahmadyia, indù di diverse correnti, ba’hai, sciiti, sunniti. La nostra proposta di incontro in qualche caso è stata rifiutata come inutile, in molti casi abbiamo gustato cordialità e persino affetto, in altri si è rotto il ghiaccio: ghiaccio appunto, ma con qualche crepa… Ci siamo anche trovati all’Università statale, facoltà di scienze religiose, da dove poi sono stati organizzati incontri fra gruppi di giovani e di donne, a trattare temi comuni.

L’esperienza più bella è spesso quella del rapporto personale, nato nelle circostanze più varie. Pochi giorni fa, nella condivisione al termine del ritiro annuale dei missionari del PIME in Bangladesh, uno di noi che ha sempre operato fra gli aborigeni, con la gioia di accompagnarne molti al battesimo, diceva che nella sua vita ha “sentito” la paternità come affetto, sostegno, accoglienza e dono non solo dal suo padre naturale, ma anche da due amici musulmani conosciuti in Bangladesh.

Il dialogo non è tanto, o non è solo qualcosa che si fa, ma un atteggiamento interiore, una “forma” della mente e del cuore, che ti fa stare accanto all’altro a partire dalla sua umanità. Ho sentito più volte musulmani affermare: siamo diversi, ma il nostro sangue è rosso, come il vostro. Ricordo con commozione un colloquio fra genitori, musulmani e indù, di bambini con gravi disabilità, i quali spiegavano che la scoperta della comune sofferenza dei e per i loro figli aveva creato fra loro una fraternità che altrimenti non avrebbero mai sperimentato. I musulmani poveri che ospitiamo nel nostro piccolissimo Centro di accoglienza per ammalati, si aprono ad un rapporto di fiducia, che scoprono possibile anche con noi cristiani, e spesso sono loro a mostrare più riconoscenza.

Il beato Charles de Foucauld, vissuto ben prima che si parlasse del dialogo, aveva un profondo desiderio di accompagnare i musulmani a incontrare Cristo, ma aveva intuito che a questo stadio l’incontro deve avvenire “a Nazareth”, quando ancora Gesù non aveva iniziato predicazione e opere, eppure viveva la sua ricchezza di Figlio dell’Uomo e Figlio di Dio – che emergerà poi nella breve stagione della “vita pubblica” – dentro la semplicità di rapporti quotidiani. Possibile che i trent’anni di Nazareth siano stati “tempi morti” perché Gesù ancora non predicava e annunciava?

Ho un amico buddista che, nell’ostello che dirige, ha messo un’immagine di Gesù e una statuetta della Madonna, dove i giovani portano doni e pregano, come fanno davanti al piccolo altare di Buddha. Lo ascolto quando mi parla dei suoi ritiri di meditazione in una pagoda, e lui s’illumina quando gli racconto storie del Vangelo. E’ dialogo questo? O annuncio? O tempo perso…?

Ecco, dico “tempo perso” perché qualcuno giustamente si chiede dove sono i risultati prodotti da questa posizione “dialogante”, e io non so rispondere. Ha scritto padre Gheddo nel suo Blog sul dialogo che, se vogliamo essere concreti, l’alternativa al dialogo è il conflitto. Nella storia si è tentato molte migliaia di volte di risolvere i problemi con la guerra, di far cambiare gli altri con la forza. Certo che io, “povero untorello”, non cambio il corso della storia né risolvo il problema del terrorismo. Che è un problema grave proprio perché il terrorista rifiuta ogni dialogo e vede nell’altro solo il nemico. Erano così i “brigatisti rossi” italiani, sono così i terroristi odierni di matrice islamica.

Qualcuno chiede con rabbia: “Dove sono i musulmani “moderati”? perché non si fanno sentire?” Domanda legittima, ma la vigorosa e numerosa opposizione al terrorismo esiste, e consiste nella reazione e resistenza presente nella vita civile di quel grande magma che è il mondo islamico. L’informazione che l’occidente ci dà, narra di fatti orribili, ma raramente s’accorge di ciò che con fatica avviene nel quotidiano di questo mondo. Qui in Bangladesh, fondamentalismo e terrorismo sembrano purtroppo in fase di crescita. Chi cerca di contrastarli? I cristiani? Gli occidentali? Sono musulmani quelli che subiscono e fronteggiano, finora con efficacia, questa minaccia che nasce da una mentalità e da una visione religiosa che ritengono aberrante, e che temono. Certo, argomentando contro il terrorismo, non mancano di sottolineare fatti e atteggiamenti che forniscono ad esso dei pretesti, molti dei quali sono responsabilità dell’occidente. A noi questo dà fastidio, ma hanno sempre torto? O non sarebbe meglio ascoltarli con attenzione?

Ecco, ascoltarsi! L’anno scorso, in Italia, ho assistito a qualche dibattito televisivo. In pochi minuti ero preso dall’angoscia. Quale che fosse il tema, tutti urlavano le loro certezze, nessuno voleva ascoltare; non si capiva assolutamente nulla, mentre crescevano rabbia e ostilità. A noi piace ascoltare chi dice cose che riteniamo giuste. Mi sembra normale. Ma se ci mettiamo in ascolto anche di chi la pensa diversamente, spesso scopriamo che pure l’altro ha le sue ragioni; possiamo accettarle oppure no, ma, conoscendole, potremo almeno tenerne conto.

La nostra fede non va nascosta, anzi deve essere evidente dalla nostra vita, azioni, parole; non deve essere semplicemente urlata senza tener conto dell’altro. S. Pietro ha scritto: “Non sgomentatevi per paura di loro, e non turbatevi, ma adorate il Signore Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza…” (I Pt 4,15-16a) Ecco, potrei ridurre a questo la mia modestissima esperienza: cercare di vivere il Vangelo con speranza e amore, e di entrare in rapporto – se possibile – con tutti, senza lasciarmi dominare dalla paura; con umiltà, rispetto e onestà.

P. Franco Cagnasso, Dhaka

È bello vivere con Gesù Risorto!

Sono passati pochi giorni dalla Pasqua, quando Gesù Cristo è risorto ancora una volta nel cuore di coloro (una schiera infinita, dice l’Apocalisse) che hanno ricevuto e mantenuto il dono della Fede. In quel giorno eravamo gioiosi, per la certezza che il Salvatore dell’umanità, con la sua morte in Croce e la Risurrezione ha sconfitto il male con il bene, ha pagato il prezzo dei nostri peccati, aprendoci la porta del Paradiso. In quel giorno festoso, nell’inno delle Lodi che iniziano la giornata, la Chiesa canta:

Sfolgora il sole di Pasqua,
risuona il cielo di canti,
esulta di gioia la terra.

Dagli abissi della morte
Cristo ascende vittorioso,
insieme agli antichi padri.

Accanto al sepolcro vuoto,
invano veglia il custode.
Il Signore è risorto.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, alleluia!
rallegriamoci ed esultiamo, alleluia!

Poi la Pasqua si è allontanata, l’abbiamo quasi dimenticata. Ma il tempo pasquale dura cinquanta giorni, fino alla Pentecoste. Anzi, il mistero della Pasqua abbraccia tutta la nostra esistenza. La gioia di vivere con Gesù risorto possiamo, dobbiamo viverla tutto l’anno, e rinnovare di anno in anno, per sperimentare, che la Fede nella Risurrezione di Cristo ci dà una marcia in più.

Infatti, il nostro tempo è caratterizzato dalla crisi di senso, specialmente i giovani non sanno più quale ideale può infiammare il cuore e stimolare anche a donare la propria vita; e la cultura della nostra società secolarizzata ha tolto Dio dall’orizzonte dell’uomo; e si limita agli aspetti materiali dell’esistenza che sfioriscono presto, non soddisfano più nessuno. Le ideologie atee (nazismo, comunismo, maoismo, castrismo), che hanno devastato il secolo scorso, sono state sconfitte dalla storia. In questo deserto, la Risurrezione è uno straordinario messaggio che dà speranza, perché Gesù Cristo è l’unico e vero Rivoluzionario della storia umana. Ha portato sulla Croce l’ideale di noi cristiani: non l’odio contro i nemici (come nazismo e comunismo), ma l’amore. Gesù ha dato la sua vita per noi, uomini peccatori. E poi è risorto, dandoci la certezza che risorgeremo anche noi, quando arriverà la nostra ultima ora. Il più tardi possibile, certo, ma questa è un’altra certezza della creatura umana: l’ultima ora arriverà per tutti.

Se, con l’aiuto di Dio, manteniamo la Fede e saremo giudicati veramente cristiani, cioè imitatori di Cristo: ecco che Gesù e Maria e tutti i Santi ci aspettano per accoglierci con loro in Paradiso, fra canti e squilli di trombe e angeli che ci rallegrano volandoci attorno, come nella Notte Santa della nascita di Gesù Bambino. Anche noi nasceremo per il giorno della felicità eterna, dove non ci sarà più luce di lampada o di sole, perché la Luce di Dio illuminerà e riscalderà tutti.

Questo scenario, a dir la verità, è solo una mia fantasia, ma credo, a 88 anni compiuti, di non essere molto lontano dal vero. Carissimi sorelle e fratelli che mi leggete. E bello vivere con Gesù risorto nella mente e nel cuore e tutti i giorni, quando ci svegliamo, iniziare la giornata dicendo a noi stessi: Gesù è risorto, alleluja! Piero, devi risorgere anche tu lodando e benedicendo Dio che ti dà una nuova giornata, esercitando l’amore e la carità verso tutti quelli ai quali puoi fare del bene.

Ecco, cari sorelle e fratelli, il nostro ideale cristiano: testimoniare, con la nostra vita, l’amore di Cristo nel mondo, nella famiglia, nella scuola, nel posto di lavoro, insomma, nella società in cui viviamo, che ha perso la bussola orientata verso l’orizzonte di Dio Creatore e Signore del Cielo e della Terra, e di Gesù Cristo, morto in Croce e Risorto. La Bussola siamo noi, discepoli di Cristo risorto, se diamo la nostra testimonianza di amore a Dio e al prossimo.

Potrei citarvi tanti testimoni autentici di vita cristiana, che ho conosciuto. Scusatemi se vi cito, non Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, miei genitori avviati alla beatificazione, ma il secondo dei loro figli, Franco (1930-1997), membro attivo dell’Azione cattolica negli anni giovanili e poi sindacalista e Segretario generale della Cisl a Torino (1979-1985), continuando a vivere e lavorare nella Cisl, creando opere che rimangono ancora. Mons. Franco Peradotto, pro-vicario generale dell’arcidiocesi di Torino, che l’aveva conosciuto bene, alla sua morte ha scritto: «Franco Gheddo ha dimostrato come si traduce in pratica la dottrina sociale della Chiesa, senza predicarla ma vivendola. Ho già incontrato persone lontane dalla fede che mi dicono: “Se il cristianesimo è questo, vale la pena di conoscerlo e di viverlo”.

Auguro a tutti una vita serena e gioiosa, nonostante le nostre croci, in compagnia di Gesù morto e risorto.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, alleluia!
rallegriamoci ed esultiamo, alleluia!

A Pasqua siamo pieni di gioia in Cristo Risorto

Manca una settimana alla Pasqua e con questo Blog auguro a tutti i miei amici e lettori di prepararsi bene alle feste pasquali. Con la domenica 9 aprile, entriamo nella Settimana Santa, cioè nel periodo più importante della nostra fede in Cristo. Nella Domenica delle Palme, ricordiamo Gesù che, dopo aver risuscitato a Betania Lazzaro, fratello di Marta e Maria, entra in Gerusalemme ed è acclamato dal popolo ebraico, che lo amava e venerava come un profeta benedetto da Dio.

In questa settimana che iniziamo nella Domenica delle Palme la Chiesa ci chiede di dedicare più tempo alla preghiera quotidiana, alla penitenza (rinunzie, fioretti), alla carità verso i poveri e chi ha ricevuto molto meno di noi dalla vita. Soprattutto, dobbiamo fare una sincera confessione dei nostri peccati, per prepararci alla Domenica prossima, giorno della Risurrezione del nostro Signore e Salvatore. Siamo tutti peccatori. Nel Venerdì Santo Gesù è morto in Croce per noi, cioè per me, per i miei peccati. Debbo meditare seriamente questa verità centrale della nostra fede (lo dico a me per primo e poi a tutti coloro che mi leggono) e liberarmi dal mio egoismo, con l’aiuto della confessione e del  proposito di non peccare più. Cristo risorto, Domenica di Pasqua, deve trovarci liberi dai nostri egoismi (peccati), per infonderci la serenità e la gioia della vita cristiana autentica.

La Pasqua è la festa della gioia, perché Gesù è Risorto dai morti. La Risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra immortalità. Essere cristiano vuol dire credere fermamente che Cristo è risorto. San Paolo dice: “Se Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore… e se noi abbiamo sperato in Cristo, siamo i più infelici degli uomini” (1 Cor 15, 14-19). E poi aggiunge: “Ma Cristo è veramente risorto, primizia della Risurrezione per quelli che sono morti”.

Questo è l’augurio che ci facciamo a vicenda: la Pasqua del Signore ci porti la pace del cuore e in famiglia e la gioia di vivere. Noi che crediamo nella Risurrezione di Gesù non possiamo più essere uomini e donne tristi, scoraggiati, senza speranza, pessimisti. Il cristianesimo non è la religione della Croce, ma di Cristo morto e risorto. La Croce è un passaggio, la Risurrezione uno stato decisivo e definitivo, è la speranza  che anche noi risorgeremo. Anzi, siamo sicuri di questo fatto, che risorgeremo con Cristo alla vera vita, quella eterna in braccio a Dio.

Però, il mondo in cui viviamo sembra dire  il contrario: quante guerre e atroci sofferenze anche di bambini attorno a noi; quante ingiustizie, quante disgrazie, quante notizie negative ci bombardano ogni giorno. Come facciamo ad essere gioiosi, sereni, ottimisti, pieni di speranza e di coraggio? Che senso ha la nostra gioia, se non quello di una grande ingenuità, che chiude gli occhi di fronte alla realtà della vita?

Non è così, perché è vero che se guardiamo con i nostri occhi il mondo in cui viviamo, e attraverso quello che  trasmettono giornali e televisione, siamo tentati di pessimismo e di tristezza. Ma noi, credenti in Cristo Risorto, dobbiamo vedere la realtà drammatica e angosciante con gli occhi di Dio, che è Padre buono e miseri cordioso, Dio che vuole bene a tutti, vuole bene a me, più di quanto io voglio bene a me stesso! Questo mi insegna la fede e questo cambia la mia vita e la mia percezione della realtà.

D’altra parte, chi non crede nella Risurrezione di Cristo, quale soluzione propone a tutte le sofferenze e ingiustizie umane? Non ha nessuna luce che illumini la realtà del mondo e della nostra stessa persona. L’uomo è un mistero, che solo la fede in Cisto morto e risorto per noi fa comprendere. La ragione e le ideologie politiche, di fronte alla sofferenza, alle malattie, alla morte, non danno nessuna spiegazione, non danno speranza. Si riferiscono solo alla scienza e alla giustizia umana, che hanno i loro limiti invalicabili.

Il grande oncologo, benemerito a livello mondiale della lotta contro il cancro, prof. Umberto Veronesi (1925-2016) era nato in una famiglia cattolica ed è stato anch’egli praticante, ma si è allontanato dalla religione a partire dai 14 anni, divenendo agnostico. In seguito dichiarava che lo studio dell’oncologia l’aveva sempre più convinto della non esistenza di Dio. Diceva che solo la scienza risolve i problemi dell’uomo. Una grande illusione smentita continuamente  dalla realtà della vita umana.

Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.

La gioia della Pasqua viene dalla fede. Gesù, risorgendo ha sconfitto il peccato, la morte e tutto quello che è la causa delle nostre tristezze: le nostre passioni, il nostro egoismo e tutte le realtà negative che vengono dal peccato. Vivendo la nostra stessa vita, Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.

Per la cultura moderna la vita è un cammino verso il benessere, il potere, il piacere e il divertimento; per noi cristiani è un cammino verso Dio, anche con sofferenze e rinunzie, ma verso Dio. San Paolo dice:  «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Non c’è proporzione tra quanto ci tocca soffrire e quanto attendiamo con fiducia nel Regno di Dio. Questo non significa che la fede risolve i nostri problemi materiali, ma che noi possiamo vedere le nostre difficoltà in modo diverso, appunto con gli occhi di Dio, la misericordia e la bontà di Dio, che ci vuole bene più di quanto noi vogliamo a noi stessi. Ecco perché i Santi erano sempre sereni e  pieni di gioia.

Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

 

In Quaresima, la conversione a Cristo cambia la vita

Nella Santa Messa del Mercoledì delle Ceneri si legge questa espressiva Orazione, che sintetizza bene cosa è la Quaresima: “Oh Dio nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.

1)  Primo. Cos’è il cristianesimo?  Mancano meno di tre settimane alla Pasqua e la Chiesa ci invita a prepararci per risorgere con Cristo. Questo significa essere cristiani: credere, amare e imitare Cristo; quindi, rivoluzionare il nostro faticoso  ma abitudinario tran-tran quotidiano, per vivere nella vita nuova che il Vangelo ci propone. Ricordiamo i Dieci Comandamenti e le Beatitudini evangeliche.

E’ la sfida della nostra vita, che ci dà la giovinezza dello spirito e la gioia di portare la nostra croce con Gesù verso la gloria della Pasqua. La conversione non si riduce a forme esteriori o a vaghi propositi, ma trasforma e quasi capovolge l’intera esistenza. Nella Quaresima, noi battezzati, e specialmente noi preti e persone consacrate, siamo invitati ad innamorarci di Gesù in modo appassionato, e ad intraprendere un cammino che ci porti più vicini all’imitazione del nostro Salvatore e Signore.

In Asia e Africa, e chiaro ai non cristiani che il cristianesimo è il passaggio dalla religione tradizionale alla fede in Cristo, l’unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità. Il “primo annunzio” ai non cristiani è veramente l’annunzio di una fede  nuova, di una vita nuova.

Nel nostro mondo post-cristiano non è chiaro cosa vuol dire “cristianesimo” e conversione a Cristo.  Siamo sommersi da così tanti messaggi, tante voci e proposte che oscurano cosa vuol dire essere cristiano. Nel 2013 ho pubblicato il volume “Meno male che Cristo c’è” perché me l’ha chiesto il direttore della editrice Lindau di Torino: “Padre, mi scriva un libro in cui spiega chiaramente e in modo molto concreto, come mai dobbiamo convertirci a Cristo, cosa vuol dire  e quale scopo ha questa conversione”.

2)   Secondo – Cos’è la conversione? Ho intervistato un missionario del Pime, padre Giuseppe Fumagalli, che dal 1967 vive fra i “felupe” della Guinea Bissau, una tribù nuova, mai evangelizzata. Siamo in una situazione missionaria, con il primo annunzio del Vangelo ai pagani, la predicazione di padre Fumagalli è come quella di Gesù nel Vangelo di inizio Quaresima: “Convertitevi e credete al Vangelo”.

Padre Giuseppe Fumagalli, nato a Brugherio (Mi) nel 1939, è venuto a salutarmi nella casa di cura in cui sono, pochi giorni fa. Ha il morbo di Parkinson e la mano sinistra che gli trema fortemente. E’ andato alla Messa di Papa Francesco il sabato 25 marzo scorso a Monza e poi è ripartito per la Guinea Bissau. Mi diceva: “Molti mi dicono di fermarmi in Italia, ma io voglio ritornare a casa mia che è Suzana, un grosso villaggio  in foresta, dov’è la chiesa parrocchiale. C’è il nuovo parroco africano, ci sono le suore africane e tutte le opere caritative, educative, sanitarie e l’officina per riparare le macchine; e poi, soprattutto, c’è il mio popolo felupe, cristiani e non cristiani, che mi vogliono bene. Lo so che andrò a vivere in una tribù ancora poverissima e non avrò tutte le vostre comodità e le vostre cure. Ma la Guinea Bissau è la mia nuova patria e io ritorno a casa”.

Padre Zé (Giuseppe) dice: “La conversione dei Felupe è rottura col passato, inizio di una vita nuova con Cristo: quindi è sacrificio, rinunzia, sofferenza, tentazione di tornare ai costumi pagani del passato, una lotta quotidiana contro se stessi. Chi decide di convertirsi, ha chiare le rinunzie che deve fare: abbandonare ogni sentimento di vendetta e il culto degli dei pagani, gli idoli; amare Gesù e Maria e dedicarsi alla propria famiglia, rispettando la moglie e i figli; non rubare, non commettere ingiustizie, ama il prossimo tuo come te stesso, ecc.

Chi decide di convertirsi a Cristo almeno inizia a impegnarsi in questa conversione faticosa, che dura tutta la vita. Ma chi si converte a Cristo, incontra la pace del cuore, si libera dalla paura degli spiriti cattivi, del malocchio, del mistero che circonda tutta la vita dell’uomo. Dio non si lascia mai vincere in generosità”, dice padre Zè.

In Africa, tra popoli pagani, si può vedere con chiarezza l’effetto dell’annunzio evangelico. Padre Giuseppe dice che  “la conversione a Cristo è una profonda rivoluzione nella vita dell’uomo della famiglia, del villaggio. Non una rivoluzione violenta contro altri, ma una rivoluzione non violenta che avviene nell’interno del cuore dell’uomo, quando egli decide di credere a Cristo e vivere secondo il Vangelo. Io posso testimoniare che lo sviluppo del mio popolo africano viene da Gesù Cristo e dal Vangelo. Solo qualche esempio: sono i cristiani che portano la  pace fra i villaggi, che si preoccupano del bene pubblico, che mandano volentieri i figli a scuola (anche le bambine), facendo grandi sacrifici….”.

3)   Terzo. Cosa significa conversione nella mia vita? Il nostro problema, cari sorelle e fratelli, è che noi, anche noi preti parlando in generale, ci crediamo già convertiti, per cui la parola “conversione” quasi non ha più significato. Slamo stati battezzati, cresimati, riceviamo l’Eucarestia, andiamo a Messa, preghiamo, se guardiamo al mondo attuale ci consideriamo dei buoni cristiani. Io stesso sono prete e missionario da 63 anni e se guardo alla mia vita, ringrazio il Signore di tutte le grazie che mi ha fatto, gli chiedo perdono dei miei peccati e poi penso che tutto sommato, la mia vita l’ho spesa per Cristo e per la Chiesa e posso starmene tranquillo.

Questo lo sbaglio. Il prete, come il cristiano, non va mai in pensione, non dice mai di essere arrivato. Come cristiani, noi ricominciamo sempre una vita nuova ogni mattino, soprattutto in Quaresima e nel giorno di Pasqua. La giovinezza della vita cristiana è questa: ricominciare sempre con entusiasmo il cammino che porta all’amore e all’imitazione di Cristo, correggendo a poco a poco le mie tendenze cattive, i miei errori di giudizio. Il cristiano non è mai arrivato, l’amore e l’imitazione di Cristo sono lo scopo, la meta della vita.

Ecco allora l’ultimo pensiero. Bisogna pregare e chiedere al Signore la grazia di capire che abbiamo sempre bisogno di convertirci a Lui, al suo amore e all’imitazione della sua vita. Io capisco la mia debolezza e pochezza spirituale, quando prego e amo Cristo e gli chiedo la grazia di convertirmi al suo modello e di dirmi cosa deve cambiare nella mia vita perché possa dare una testimonianza della mia fede cristiana.

Papa Francesco ci dà l’esempio. Lui sta riformando la Chiesa senza fare un Concilio, ma con la sua vita. Si è proclamato un peccatore, chiede sempre che non ci dimentichiamo di pregare per lui. Nelle sue brevi omelie quotidiane a Santa Marta, specialmente nel tempo di Quaresima, il tema centrale è sempre che noi cristiani, noi preti, dobbiamo convertirci all’amore di Cristo e vivere una vita evangelica. E Francesco esemplifica spesso, dicendo che dobbiamo liberarci dell’idolo del nostro tempo, l’attaccamento al denaro. Ecco l’accoglienza, l’amore, la generosità verso i poveri, i migranti, le famiglie senza lavoro, i popoli che soffrono la fame e altre miserie degradanti e disumane.

Nel marzo scorso ho compiuto 88 anni. E’ da una vita che inseguo  Gesù Cristo e non l’ho ancora raggiunto. Il mio grande parroco di Tronzano Vercellese, don Pietro Beuz, quando sono entrato nel seminario minore di Moncrivello (arcidiocesi di Vercelli), mi diceva che fare il prete vuol dire essere “alter Cristus”, un altro Cristo;  ed era molto severo con me, durante le vacanze nel mio paese natale. Questa immagine mi aveva scombussolato e affascinato. In Famiglia e nell’Azione cattolica mi avevano insegnato ad amare Gesù. Ed essere un “altro Cristo”, nella mia ingenuità, mi pareva abbastanza facile. Poi la vita mi ha insegnato che è difficile, faticoso. Ma vi assicuro, anche tanto bello e consolante. L’amore a Gesù supera infinitamente tutti gli amori umani.

E poi, quando avanzi nell’età, tocchi con mano che tutto passa, Dio ti distacca da tutto. L’unica certezza e l’unica speranza è l’amore a Cristo, la vita con Cristo e secondo il Vangelo. E’ l’unica ricchezza che abbiamo, nel  cammino verso la meta finale della vita, in  braccio al Padre nostro che sta nei Cieli. Dove, scriveva il beato padre Clemente Vismara, “c’è tutta gente per bene”.

Gesù ci insegna come diventare missionari

 

Domenica prossima 19 marzo, nel rito romano è la III di Quaresima e nel Vangelo leggiamo l’incontro di Gesù con la donna samaritana che era andata al pozzo ad attingere acqua. L’episodio è molto bello e ricco di insegnamenti anche per noi oggi, che ci troviamo spesso nella stessa situazione. Tra Gesù e la donna c’era un abisso. Gesù è un giovane ebreo ed è Dio, la samaritana aveva peccato molto, era lontana da Dio, ma portava nel cuore la sete di Dio.

Molti di noi credenti in Cristo viviamo la stessa esperienza di Gesù. Forse nella nostra famiglia o fra conoscenti ci sono persone lontane dalla fede. Oggi non pochi giovani, dopo la Cresima, vengono travolti dall’onda laicista della nostra società e in chiesa non vanno più. Chi crede deve ringraziare il buon Dio che gli ha conservato la fede, ma ha la responsabilità di testimoniarla e comunicarla a chi l’ha persa. Papa Francesco vuole riformare la Chiesa e invita tutti i credenti ad essere missionari.

Il Vangelo ci presenza questa scena della vita del Messia. Tre momenti, tre passaggi del missionario Gesù nell’incontro con la samaritana al pozzo:

1) Gesù era Dio, noi siamo un popolo di peccatori in cammino verso l’amore e l’imitazione di Cristo, vivendo secondo il Vangelo. Nel 1964 nella Casa Madre delle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta, ho visto un grande Crocifisso con queste parole: “I thirst”. Ho sete. Sete di amore, sete di anime. La samaritana sentiva nel profondo questa sete di Dio, che non riusciva ad emergere per una vita superficiale e le molte emergenze quotidiane. Basta un incontro con Gesù per portare alla superficie questa sete di Dio. L’incontro con Gesù cambia la vita di questa donna.
Cari fratelli e sorelle, anche noi incontriamo spesso Gesù nella Messa, nella Comunione, nelle preghiere. Ma “quanta poca preghiera c’è nella nostra preghiera” diceva Madre Teresa. Accendiamo in noi il desiderio di conoscere e amare Gesù. Noi crediamo di conoscerlo, ma non lo conosciamo, non lo contempliamo nel suo immenso amore per noi. Non sentiamo ancora profondamente il desiderio di far conoscere a tutti com’è bello amare Gesù.

Cari amici che mi leggete, noi tutti siamo orfani di Cristo. La Quaresima è il tempo opportuno per convertirci, con la preghiera, la mortificazione, la generosità per le opere di carità. Quanto più ci distacchiamo da noi stessi, tanto più ci avviciniamo a Gesù e ci innamoriamo di Lui. Viviamo tutti una vita superficiale, il mondo ci travolge con le sue informazioni, distrazioni, preoccupazioni. Dobbiamo dare il suo tempo a Dio, al suo amore, rinunziare a qualcosa per esplorare il mistero di Dio, Padre misericordioso e di Gesù Cristo, Messia e Salvatore dell’umanità.

2) Gesù si mette al pari della donna. Non fa valere la sua superiorità di uomo, né di ebreo, né rivela sua divinità. Anzi dice alla samaritana: “Dammi da bere”. Le chiede un favore, suscitando l’interesse della donna: “Come mai, tu che sei un ebreo, chiedi da bere a me che sono una samaritana?”. Gesù vedeva in profondità nel cuore umano e conosceva la vita disordinata di quella donna, ma vedeva anche in lei la sete di Dio, il desiderio di purezza, di perdono, di incontrare Dio. Le chiede da bere l’acqua materiale, poi le parla dell’acqua spirituale che disseta per sempre e quella donna gli chiede di darla anche a lei. Prima si è fatto accettare, poi le ha rivelato di essere il Messia.

Nel 1990 ero a Kandy, la città sacra del buddismo in Sri Lanka e ho chiesto ad un prete locale se e come la Chiesa annunzia esplicitamente la salvezza in Cristo. Mi ha risposto: “In questa città l’annunzio di Cristo viene dopo. Prima dobbiamo farci accettare, di voler conoscere e apprezzare le loro ricchezze artistiche, morali, spirituali”. Questo è il principio che Papa Francesco mette in pratica nel “Dialogo con i lontani”, lanciato da Paolo VI e dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Francesco vuol convertire il mondo intero a Cristo, non si mette mai contro gli atei, i persecutori della Chiesa, ma “va con i peccatori”, come faceva Gesù. Il profeta Ezechiele riferisce la parola di Dio (Ez. 18, 23): “Io sono il Vivente, dice il Signore, non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
Papa Francesco ha telefonato e parlato bene di Pannella, di Dario Fo, di Veronesi e della signora Bonino, si è fatto intervistare da Eugenio Scalfari di “Repubblica” ed è stato criticato. Lui ha dato un esempio per dimostrarci come avvicinare chi non crede. Quante persone di cui siamo parenti o amici, hanno bisogno di Dio! Quando è possibile e opportuno, dobbiamo sentire la responsabilità di ragionare con loro sui temi della fede e della vita cristiana. Ma prima bisogna farsi accettare, partecipando ai suoi problemi, alle sue sofferenze, lodando le sue azioni e i suoi aspetti positivi.

Cito una mia esperienza. Alcuni anni fa, mi scrive Massimo Ages, avvocato romano ateo, marxista, contro la Chiesa cattolica. Ho risposto alla sua lettera, lui mi ha proposto di discutere, via computer, sulla Chiesa cattolica e il cristianesimo (credo una cinquantina di lettere ciascuno). Andiamo avanti per un anno circa a scambiarci lunghe lettere di botta e risposta, sempre con rispetto e a poco a poco con affetto. In quel tempo sua moglie era in ospedale per una difficile operazione. Gli ho assicurato la mia preghiera per lei, dicendogli che Dio può tutto. Questa lettera l’ha commosso, era la prima vola che un prete pregava per lui e la moglie. Alla fine mi scrive che ci siamo detti tutto, mi ringrazia e mi saluta con affetto, come anch’io l’ho ringraziato. Non ci siamo mai visti, ma siamo diventati amici. Il dialogo  sincero è sempre utile, ha insegnato molte cose anche a me.

Questa è “La Chiesa in uscita” di cui parla spesso Francesco. Tutti siamo chiamati ad essere evangelizzatori, tutti possiamo dire una buona parola. Come prete, medito spesso le parole di Gesù si suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo, voi siete il lievito che deve fermentare la pasta”. Chissà quante persone hanno bisogno di Dio! Incontrando me che sono un sacerdote, da questo incontro può scoccare la scintilla che li porta a Dio, oppure un cattivo esempio che li allontana da Dio. Io prete, io cristiano conosciuto come tale, ho una responsabilità. Signore Gesù, rendimi un’immagine credibile di Te. La “nuova evangelizzazione” del popolo italiano passa proprio attraverso questa coscienza nuova del cristiano, di dover rappresentare Gesù alle persone che incontra.

3) Il terzo passaggio è di superare la barriera del laicismo, per cui parlare di temi religiosi è considerato sconveniente, quasi un tabù, che impedisce a molti di esprimere il sentimento religioso che tutti portiamo nel cuore. A Gesù è bastato un cenno sull’acqua spirituale, per toccare il cuore della donna. Anche noi possiamo dire una buona parola, ragionare se possibile sui temi della fede e della vita cristiana, ascoltare cosa dice l’altro senza fargli rimproveri. Se la fede e l’amore di Dio ci danno gioia e serenità di vita, se ci aiutano a portare le nostre croci, diciamolo. Viviamo in un paese di battezzati. E più facile che in un paese non cristiano. Con l’aiuto dello Spirito Santo, senza imporre niente a nessuno, possiamo farcela.

Piero Gheddo

Papa Francesco e la crisi della vita consacrata

La Quaresima è per ogni cristiano un tempo liturgico prezioso e importante, che ci prepara alla Risurrezione con Cristo nel giorno di Pasqua. Per gustare la gioia e la pace della vita nuova con Gesù nel cuore, dobbiamo chiedere a Dio la Grazia della fedeltà alla vocazione che caratterizza la nostra personalità cristiana.

Fra i discorsi che Papa Francesco tiene ogni giorno, mi interessano quelli più vicini alla mia vita di sacerdote missionario del Pime (dal 1953). Il 28 gennaio 2017 il Papa ha ricevuto i partecipanti all’ “Assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica”. Il tema discusso nell’Assemblea era: “La Fedeltà alla Vocazione” e gli abbandoni che tutti lamentano.

“Siamo di fronte ad una emorragia che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano”, ha detto Francesco ed ha continuato esaminando i tre principali fattori che causano l’infedeltà:
– la cultura del provvisorio. Un ottimo giovane ha detto al suo arcivescovo: “Io voglio diventare prete, ma solo per dieci anni”;
– il mondo giovanile è molto complesso, “ricco e sfidante….Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi… però anche molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: “Ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile”.
– “All’interno della stessa vita consacrata, accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di contro-testimonianza, la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere, una maniera mondana di governare gli Istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”.

Il discorso è lungo e complesso, parla di vita comunitaria, di “accompagnamento” delle vocazioni, un piccolo trattato sul tema della fedeltà alla vocazione. Il nucleo centrale è questa proposta incisiva, lapidaria:

“Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta”.

La fedeltà alla vocazione della vita consacrata è fondata su un amore profondo a Gesù Cristo, che riscalda il cuore (e questo vale anche per la fedeltà ad esempio, al matrimonio “per sempre”). Se si spegne questo fuoco interiore, la fedeltà alla chiamata di Dio non è più possibile. I primi missionari del Pime recitavano, dal 1850 (e recitiamo ancor oggi), la “Preghiera per impetrare fedeltà alla santa vocazione”, che racchiude tutti i sentimenti per dare ai consacrati la fedeltà agli impegni presi col Signore Gesù e la Chiesa:

“Voi mi avete chiamato, amorosissimo mio Gesù, per vostra somma bontà e degnazione. alla grazia grande dell’apostolato, perché tutto mi consacri a procurare la salvezza delle anime abbandonate dei poveri infedeli, abbracciando a tal fine una vita di fatiche e di stenti, lontano dalle persone e cose più care, per imitare più perfettamente voi che scendeste dal Cielo, vi faceste uomo, faticaste e moriste per salvare tutti gli uomini. Io profondamente vi ringrazio di tanta predilezione che avete avuto per me, misero ed indegno vostro figlio. Fate, o Signore Gesù, che io corrisponda con fedeltà a questo insigne vostro dono e mi tenga sempre cari i sacrifici che vi sono congiunti. Fatemi forte contro ogni tentazione e debolezza mia, affinché io cresca e duri fino alla morte nello spirito apostolico e risponda in tutto e sempre ai misericordiosi disegni che avete su di me. Maria santisima…….”.

E’ una bella preghiera, perché richiama ogni giorno, a noi persone consacrate, il senso della nostra vita. La recito con calma a letto, quando mi sveglio al mattino. Fra meno di un mese compio gli anni, che sono tanti (la quarta età?), ma preghiere come questa mi rinnovano la vita e la gioia di avere sempre Gesù con me. Viviamo invece in una società relativista (una religione vale l’altra), secolarizzata (vivere “come se Dio non esistesse”) e materialista (l’idolo di oggi è il denaro). Per essere fedele alla sua vocazione il sacerdote, e il consacrato alla vita religiosa, deve convertirsi alla “passione missionaria” di annunziare e testimoniare agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, e di cui tutti hanno bisogno: il Signore Gesù! Il motore della “passione missionaria” è l’amore a Gesù Cristo.

Il mio grande confratello beato padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia Unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva ai missionari del Pime: “Preti mediocri non ci servono. Oggi ci vogliono preti santi”. Ecco la sfida che ci sta di fronte, cari amici sacerdoti. Che fare? Non c’è dubbio, non rinchiuderci nel tran-tran della nostra vita abitudinaria, ma nutrire sempre grandi ideali e prima di tutto l’ideale di innamorarci profondamente di Gesù Cristo che ci ha chiamati a seguirlo. Gesù il Cristo non è solo il Verbo di Dio da credere, da approfondire intellettualmente, da annunziare e spiegare a chi ci ascolta: è una persona da amare, il Figlio dell’eterno Padre che s’è fatto uomo per salvarci. La fede in senso intellettuale oggi non basta più. Ci vuole la passione per Cristo, l’entusiasmo di annunziare il Vangelo, di gridare il Vangelo con la nostra vita. Dobbiamo avere, noi sacerdoti (e persone consacrate), la coscienza della nostra grandezza perché siamo chiamati alle splendide avventure della fede: “L’anima mia magnifica il Signore!”. Da qui nasce la missione e l’entusiasmo missionario, che rallegrano il cuore e la vita.

Dubbi e contestazioni su Papa Francesco

1° gennaio 2017

Caro Padre Piero Gheddo,

Sono un prete “Fidei Donum” di una diocesi italiana e lavoro come missionario nel Brasile da 48 anni, dei quali 35 qui in Mato Grosso dove ho avuto la gioia di fondare due nuove parrocchie. Il padre Luiz Miranda, missionario del Pime, é venuto  a trovarmi, perchè preparo alcuni giovani che spero possano entrare nel cammino di formazione del Pime; e mi há portato dall’Italia il libro “Piero Gheddo: inviato speciale ai confini della FEDE” della EMI. Desideravo averlo, perché ho sempre letto i suoi articoli su Mondo e Missione. Diffondo ogni anno 40 abbonamenti a Mundo e Missão, che distribuisco gratis ai giovani catechisti, universitari, insegnanti. Ho visto che lei é stato uno dei fondatori. Sono  e continuo ad essere un suo discepolo. Ho letto il suo libro: fará molto bene e continuo anche a leggere i suoi articoli sul suo Blog. Mi aiutano nel mio cammino missionario.

Le ho gia scritto altre volte che soffro per causa di Papa Francesco. Ho l’impressione che stia dividendo la Chiesa, dando schiaffi a chi lavora e carezze a chi é contro il Vangelo (riceve la Bonino, telefonava a Pannella, interviste a Repubblica di Scalfari); sempre denuncia i preti pedofili, ma quelli che sono fuori della Chiesa e del Vangelo sono sulla strada giusta e non hanno bisogno di conversione? Un prete della mia diocesi che ha lasciato il sacerdozio é stato ricevuto a pranzo dal Papa con sua moglie Sono cose che fanno pensare. A me fa del bene leggere le biografie dei Missionari, il Beato Clemente Vismara, pe. Damiano l’Apostolo dei lebbrosi, Marcelo Candia, Madre Teresa di Calcuttá (prezioso il Capitolo su lei nel suo libro), pe. Charles de Foucauld e altri. Ho l’impressione che Papa Francesco stia mettendo fuori quei Vescovi che non condividono le sue idee. Se volesse avere consiglieri qualificati dovrebbe scegliere i Presidenti delle Conferenze Episcopali di ogni Continente e non solo os bajuladores. Mi piacerebbe andasse a visitare una casa di missionari anziani che hanno dato la vita per il Vangelo di Gesu Cristo, piuttosto che andare in un negozio a comprare un paio di scarpe. Suore missionarie si sono sentite offese quando ha detto che ci sono suore che sono zitelle, in portoghese solteironas che é piú offensivo. Anche l’appoggio indiscriminato ai Migranti, fa pensare: il Mediterraneo  che diventa un cimitero, le vittime del terrorismo sono anche causate da un certo buonismo.

Con poche persone parlo di queste cose: prego e soffro, alcuni sacerdoti piú anziani di me, sono tormentati nella fede per gli atteggiamenti di Papa Francisco ed anche preti giovani che me ne parlano, sono smarriti. Io sono riservato, parlo con pochi preti di fiducia di queste cose, ma la sofferenza è reciproca. Mi scusi questa lunga lamentela che affido anche alla sua preghiera. Prego per lei perché possa continuare ad illuminare la vita della Chiesa. La Redemptoris Missio, alla quale lei ha collaborato direttamente, l’ho letta e meditata varie volte e sempre mi fa del bene.

Mi raccomando alle sue preghiere,

pe. Anselmo.

 

Carissimo pe. Anselmo,

grazie della tua Mail e delle buone notizie che mi dai riguardo a Mundo e Missào e ai giovani che potrebbero entrare nel Pime. Grazie a te per tutto quel che fai per Gesù Cristo e la Chiesa nel Mato Grosso, uno stato molto difficile, l’ho visitato dove lavorano i missionari del Pime.  Ecco una mia risposta in tre punti:

       1)  “Lo Spirito Santo c’è davvero!”

L’11 febbraio 2013 Benedetto XVI annunzia la sua rinunzia al Pontificato per il 28 febbraio. Subito si scatenano previsioni catastrofiche sul futuro della Chiesa: il Papa non riesce a controllare la Curia vaticana per gli scandali e dà le dimissioni. Un importante giornale romano scriveva: “Può essere l’inizio di una decadenza della religione cattolica, che ormai nei nostri paesi evoluti sopravvive con difficoltà”. Giornali e televisioni vivono di scandali, di denunzie, di processi.  Non crediamo a tutto quel che scrivono, a volte vere calunnie; ignorano la vita soprannaturale, secondo l’ideologia laicista che infetta tutta la civiltà cristiana europea.

Il 12 gennaio 2017, il card. Angelo Bagnasco, Presidente delle Conferenze episcopali europee, ha parlato al Parlamento europeo, dicendo che “la Chiesa crede nell’Unione Europea, ma i nostri popoli hanno bisogno di più religione, hanno bisogno di Dio….. Se la politica ignora la dimensione religiosa dell’uomo, è una politica miope, che si distacca sempre più dalla vita vera dei popoli europei …. La religione cristiana ha un contributo tutto suo da offrire per la costruzione della città dell’uomo”. Ottimo intervento, che porta il discorso su Papa Francesco sul piano della missione, dell’evangelizzazione, che ai mass media interessa poco o nulla. Ripeto: non crediamo a tutto quel che scrivono i giornali, anche quelli della rete web.

Ritorno a Benedetto XVI, che dall’11 febbraio 2013 (quando diventò Papa dimissionario) all’11 marzo, lui e la sua blaterata Curia riescono, in un mese!, a convocare i 115 cardinali elettori da ogni parte del mondo, gran parte dei quali si sono incontrati per la prima volta. L’11 marzo si apre il Conclave, il 13 marzo è eletto al quinto scrutinio il Vescovo di Roma e Vicario di Cristo in terra, l’arcivescovo di Buenos Aires, card. Giorgio Mario Bergoglio, che  non era considerato tra i papabili. Il “Corriere della Sera”, ad esempio, pubblicava un paginone con i 16 cardinali fra i quali sarebbe stato scelto il nuovo Papa. Il card. Bergoglio non era tra i 16. Per spiegare la sua elezione i ragionamenti umani non bastano.

Ricordo  quando nell’ultimo giorno del Concilio Vaticano II (7 dicembre 1965) è stato votato il Decreto “Ad Gentes”, con 2.394 noti favorevoli e solo 5 contrari, dopo un contrastato e fortemente contestato percorso (si veda il mio libro “Missione senza se e senza ma – L’Ad Gentes dal Vaticano II a Papa Francesco – Prefazione di Sandro Magister, Emi 2013, pagg.254, Euro, 14). Il card. Pietro Gregorio Agagianian, Prefetto di Propaganda Fide e Presidente della Commissione per l’Ad Gentes (della quale ero “perito”, nominato da Giovanni XXIII), esclamava: “Lo Spirito Santo c’è davvero!”. Lo stesso si può dire per l’elezione del card. Bergoglio a 265° successore di San Pietro.

Dalla fine del 1700, quando tre Papi, Pio VI-VII-VIII, resistettero eroicamente a Napoleone, la Chiesa ha avuto tutti Pontefici adattissimi al loro tempo, che hanno portato il Vescovo di Roma e Vicario di Cristo in terra, dalla previsione di Voltaire che ne prevedeva l’estinzione in una decina d’anni, ad essere oggi la personalità e l’autorità etico-morale più importante del mondo intero. Possibile che con Papa Francesco lo Spirito Santo si sia dimenticato di intervenire?  La fede ci dice che, come spesso capita nel cammino millenario del gregge di Cristo, oggi lo Spirito vuole, col primo Papa latino-americano, rinnovare e ringiovanire la Chiesa. Io lo credo per fede, ma la storia dimostra la verità di quanto sto dicendo.

     2)  Francesco, il Papa che viene dalle missioni.

Lo Spirito Santo ha preso Jorge Mario Bergoglio “dalla fine del mondo” e l’ha portato ad essere il vescovo di  Roma, il centro nelle nostre antiche Chiese d’Europa, quasi come una sfida al nostro modo di concepire la parrocchia, la pastorale e la vita cristiana. La svolta radicale che il Papa argentino sta dando, specialmente col suo esempio, alla Chiesa è la missione universale, la passione missionaria di annunziare Cristo alle sterminate schiere di quelli che ancora lo attendono (ad gentes!) e di altri che non credono più. Lui stesso è il modello di pastorale e di vita cristiana delle missioni, dove nasce la Chiesa e dove lo Spirito soffia forte e compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli. Oggi la maggioranza dei cattolici e dei cristiani vivono nel Sud del mondo e anche l’America Latina, dopo 500 anni dall’inizio, sta ancora vivendo in gran parte il tempo del “primo annunzio di Cristo”. Il tempo delle missioni. Nel 1900, nell’America del Sud vi erano 160 diocesi, oggi sono più di 500. L’Amazzonia brasiliana (estesa 14 volte l’Italia!) nel 1900 aveva due sole diocesi, Belem e Manaus, oggi sono più di 50.

Dall’inizio del 1500, gli Ordini religiosi (Francescani, Domenicani, Gesuiti, ecc.)  hanno fondato la Chiesa in America Latina con i “missionari itineranti”, battezzando e dando nomi cristiani a tutti, lasciando la pratica del Battesimo, le devozioni a Gesù, Maria, il Santo protettore. Le parrocchie con sacerdoti residenti erano soprattutto nelle regioni abitate dai colonizzatori. All’inizio del 1900 arrivano le Congregazioni moderne, specialmente i Salesiani: nel 1992 a Santo Domingo, il superiore generale dei Salesiani, di cui ero ospite, mi diceva che avevano in America Latina 82 vescovi e 4 cardinali! Dopo il 1945 arrivano gli Istituti missionari inviati da un appello di  Pio XII, che nel 1955 fonda il Celam (con segretario il vescovo Helder Camara!); e poi i preti “Fidei Donum”, dopo l’enciclica omonima dello stesso Pontefice (1957). In America Latina (ho visitato quasi tutti i paesi più volte), i Fidei Donum italiani (del Seminario per l’America Latina di Verona) erano presenti ovunque (in Nicaragua, Salvador, Guatemala, Uruguay, Argentina, Paraguay, Cile, Perù, Ecuador, Messico, Brasile, Colombia, ecc.) e hanno fatto molto per aiutare le diocesi esistenti e fondarne altre.

Dopo il 1945 arrivano in America Latina i movimenti laicali e di vita consacrata: Cursillos, Legione di Maria, Opus Dei, Scout cattolici, Movimenti familiari e per la Vita (nord-americani), Focolarini, Neo-Catecumenali, CL, ecc. Soprattutto i Pentecostali cattolici e anche la “Teologia della Liberazione”, che oggi Papa Francesco sta realizzando, liberandola dalle contiguità con il marxismo e i gruppi rivoluzionari violenti. E’ l’eterna giovinezza della Chiesa, per opera dello Spirito, che è “il protagonista di tutta la missione ecclesiale: la sua opera rifulge eminentemente nella missione ad gentes, come appare nella Chiesa primitiva (Atti, 10, 15, 16ss.)” (Redemptoris Missio, n. 21).

La vita ecclesiale e cristiana, come la vive Papa Francesco, è tutta impostata per la missione. Questo implica una tensione molto forte tra centro e periferia, tra la parrocchia e il quartiere. Si deve uscire da se stessi, andare verso la periferia non solo territoriale ma esistenziale, verso gli ultimi, i non credenti e non praticanti, ecc. “Se la Chiesa si chiude in se stessa, diventa autoreferenziale e si ammala, invecchia. È vero che uscendo per strada, possono capitare degli incidenti. Però, tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima”. Così Francesco fin dai primi giorni del suo Pontificato.

Non entro nel merito di questi “incidenti”, che suscitano ”dubbi”, resistenze, contrarietà. Tutto va sempre inquadrato in una visione storica, per capire quanto la Chiesa di Cristo è cambiata, incarnandosi nei vari tempi e culture, per portare a tutti la salvezza in Cristo Gesù. I “Lefevriani” non accettano il Concilio Vaticano II (1962-1965) e si rifanno al Vaticano I (1869-1870)  e al Concilio di Trento (1545-1563). E perché non al Concilio di Firenze (1439) o al primo di Nicea (325) dei 21 Concili della Chiesa cattolica?

Gesù ha detto agli Apostoli queste parole fondamentali per capire Papa Francesco: “Molte altre cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Giov. 16, 12 segg.). Lo Spirito fa comprendere le parole di Cristo, che l’uomo non riesce mai a penetrare in modo esauriente, ma che a poco a poco si rivelano alla Chiesa. Non esiste alcuna comprensione autentica della Rivelazione cristiana al di fuori della Chiesa guidata dallo Spirito Santo, che rimarrà sempre con Pietro e i vescovi, per illuminarli di come la Parola di Cristo va  interpretata e applicata nei vari tempi storici.

Moltissime cose che oggi dobbiamo affrontare, ai tempi di Cristo non erano nemmeno pensabili. Tutti noi, credenti in Cristo, siamo impegnati, per la nostra fede,  ad amare e seguire Papa Francesco e ad accompagnarlo con la preghiera, la carità e la “tensione missionaria” verso gli ultimi, i lontani, le pecorelle smarrite.

      3)  Francesco: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”

San Paolo, nel capitolo I della Lettera ai Romani, descrive la situazione degli uomini senza Cristo in termini radicalmente negativi e di aperta condanna. Così altre Lettere degli Apostoli e negli Atti. 2000 anni dopo, nel Decreto “Nostra Aetate” del Vaticano II  (n. 2) si legge: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che,  in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini”.

Fra i 16 documenti del Vaticano II, il più breve e il più rivoluzionario è la “Nostra Aetate”: le religioni non cristiane diventano da nemiche di Cristo a preparazione per l’incontro con Cristo.  Nel 1977 ho fatto un lungo viaggio attraverso tutta l’India, parlando con numerosi vescovi (per chiedere se approvavano che il Pime accettasse vocazioni indiane; e ne erano contenti e parecchi entusiasti). Sul dialogo con l’Induismo, dicevano che il Papa crede ai missiologi e teologi, che non sono vissuti in India ed erano in genere contrari o fortemente dubbiosi. Adesso la Chiesa dell’India ha accettato pienamente questa novità e ne sperimenta in concreto il valore.

In due millenni di vita, la Chiesa ha compreso sempre più profondamente il Vangelo ed è cambiata radicalmente. Ad esempio, l’Inquisizione, durata alcuni secoli, portava a violenze contro l’uomo, condanne a morte, torture, carcere duro per gli eretici che sostenevano le loro idee. Come mai questo? Perché prevaleva il principio che la fede va difesa con tutti i mezzi. Poi la storia e la riflessione biblico-teologica hanno portato a capire il valore sommo, assoluto della singola persona umana e che il Vangelo condanna ogni violenza contro l’uomo.

Così pure il principio della libertà di religione o di non religione. Il Decreto del Vaticano II “Dignitatis humanae” riconosce ad ogni singola persona il diritto di non subire alcuna coercizione nel professare un credo religioso. Con il “Sillabo” del 1864, il Beato Pio IX condannava la tesi sulla libertà religiosa dell’uomo. Un secolo dopo,  il Vaticano II la ritiene giusta, cioè secondo l’insegnamento di Gesù. Per questo il cristianesimo è una religione dinamica, che si adatta ai tempi, pur rimanendo ben ferme e immutabili le verità di fede. Se la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo (che non dorme mai, non va mai in vacanza né in pensione), e noi tutti ci crediamo, è impossibile che sia in modo diverso..

Papa Francesco non convoca alcun Concilio, sta riformando la Chiesa col suo esempio e i suoi discorsi e scritti, specialmente con l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, la gioia del Vangelo (24 novembre 2013), definita “il manifesto programmatico del suo Pontificato” o anche “il manifesto missionario di Francesco”. Il primo Capitolo chiede “La trasformazione missionaria della Chiesa”, come dice il titolo. Ecco il n. 27: «Sogno una scelta missionaria, capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia».

Papa Francesco parla spesso dei poveri e degli ultimi, ma prima viene la fede. Nella Evangelii Gaudium scrive: “L’evangelizzazione è la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma « per attrazione» (n.  14). E afferma: “Bisogna non perdere la tensione per l’annunzio a coloro che stanno lontani da Cristo, perché questo è il compito primo della Chiesa. L’attività missionaria rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa… L’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa” (n. 15).

Parole molto forti e contro corrente rispetto alla cultura dominante nella Chiesa oggi. Il giovane parroco di Calenzano (Firenze), don Paolo Cioni, col quale ho vissuto un mese (estate 2014), mi diceva: “Le nostre parrocchie sono diventate delle Ong impegnate nel sociale, che lanciano appelli per aiuti ai poveri, ai perseguitati, ai disoccupati e impegnano i fedeli in queste opere e aiuti. Tutto bene, ma si dimentica spesso che il compito primo di noi preti e della Chiesa è di natura religiosa: portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio, attraverso la fede, la preghiera, i Sacramenti, la lotta contro il peccato personale, ecc. Se seguiamo tutte le emergenze, le povertà, le ingiustizie umane, non diciamo più con chiarezza e forza che l’uomo e la società umana hanno bisogno anzitutto di Dio, di Gesù Cristo”.

Se non si legge la “Evangelii Gaudium”, non si capisce Papa Francesco e si rischia di dare giudizi basandosi su quel che scrivono giornali o siti internet. L’ultimo documento missionario della Chiesa è la Redemptoris Missio. 15 anni dopo l’Ad Gentes del Vaticano II (1965-1990), San Giovanni Paolo II ha riscritto il Decreto conciliare aggiornandolo alle nuove situazioni che la Chiesa deve affrontare. La Evangelii Gaudium non è un testo di insegnamento sistematico dell’Ad Gentes, ma un inno, un’esplosione di gioia per i messaggeri del Vangelo.

Francesco è animato dalla passione missionaria, vuole convertire il mondo a Cristo: inizia l’Anno giubilare della Misericordia di Dio, apre migliaia di porte delle chiese in ogni continente, invita tutti ad entrarvi, per gustare la dolcezza e la tenerezza del Padre nostro che sta nei Cieli e del Figlio suo Gesù Cristo, morto in Croce e risorto per salvare tutti gli uomini. All’inizio del terzo millennio, il Vescovo di Roma si preoccupa giustamente di riformare la Chiesa richiamando lo scopo primario che Cristo le ha affidato: evangelizzare e ri-evangelizzare tutti gli uomini, cioè trasmettere anzitutto la fede.

Perchè non ha parole sui “valori irrinunziabili” della fede? Non li afferma e non li nega. Ma prima viene la fede, poi seguirà la morale! San Francesco di Sales, nel suo Teotimo (o Trattato dell’Amore di Dio), nel tempo dei Giansenisti (rigoristi, il 1600) scriveva: “Nella santa Chiesa tutto appartiene all’amore, vive per amore, si fa per amore, viene dall’amore”. E poi la famosa massima: “Si prendono più mosche con una goccia di miele, che con un barile di aceto”.

Papa Francesco non si mette mai contro chi si oppone al cristianesimo, alla Chiesa. Stimola i fedeli ad essere “tutti missionari” (a volte in termini un po’ rudi, lui che parla a braccio! “Dovete dare tutto per Gesù e il Vangelo, voi non date tutto!”); denunzia le persecuzioni , ma non giudica i persecutori, non vuole “guerre di religione”! Per combattere il terrorismo di matrice islamica non ci vuole la guerra, ma “il Dialogo”. Sul DIALOGO, che è una novità del Vaticano II e di Paolo VI, pubblicherò prossimamente un altro Blog: “Papa Francesco e la missione del dialogo”.

Piero Gheddo “Cittadino onorario di Tronzano Vercellese”

di Roberto Beretta

Il «cittadino del mondo» torna ad essere cittadino del suo paese natale. Potrebbe sembrare una marcia indietro, e invece si tratta del coronamento di una prestigiosissima carriera professionale nonché di un riconoscimento sincero a una dedizione che avrà ben altro premio. Domenica 15 gennaio padre Piero Gheddo, tronzanese Doc da quando vi è nato (sono ormai quasi 88 anni), ha ricevuto dal Consiglio comunale l’onorificenza maggiore che un Municipio può dare. Il sindaco Andrea Chemello l’ha proclamato coram populo e all’unanimità dei voti «cittadino onorario di Tronzano Vercellese, in segno di riconoscimento e gratitudine per avere onorato la Comunità Tronzanese nelle contrade di tutto il mondo, con instancabile apostolato giornalistico al servizio esclusivo della causa missionaria, a favore e a difesa di quella parte dell’Umanità più povera e dimenticata».

Ed è stata la prima volta nella storia che il Comune di Tronzano Vercellese – 3500 abitanti, a due passi da Santhià – ha sentito il bisogno di sfoderare la sua massima onorificenza, a sottolineare ancor più la portata eccezionale della festa celebrata dai concittadini intorno a padre Piero. Il sindaco, nel discorso in cui ha proposto al Consiglio il conferimento, ha ricordato i molti meriti di Gheddo, sia nella sua lunghissima e prolifica attività di giornalista e scrittore, sia come sacerdote e «uno dei missionari italiani più conosciuti e famosi nel mondo»: Tronzano – ha detto – ne è stata di riflesso gratificata.

Il sindaco ha anche distribuito alle autorità presenti la recentissima autobiografia Piero Gheddo, inviato speciale ai confini della fede (Emi, pagg. 220, euro 14), che il Comune stesso mette in vendita utilizzando il profitto per aiutare i poveri della cittadina piemontese. E’ un libro che ripercorre in modo ragionato le avventure missionario-giornalistiche vissute da padre Piero in ogni parte del mondo, scritto con Gerolamo Fazzini, editorialista di Avvenire e prefazione di Andrea Tornielli de La Stampa.

Alla cerimonia nella sala del parlamentino cittadino erano presenti un folto numero di fasce tricolori della zona, a testimonianza della partecipazione corale della Provincia – rappresentata dall’assessore Mauro Andorno. Ma anche il governo era rappresentato sia dal viceprefetto Raffaella Attianese che dall’onorevole Luigi Bobba, il quale è intervenuto ricordando la capacità del festeggiato di «parlare a tutti, facendo conoscere le frontiere difficili dove tanti missionari italiani lavorano» e riconoscendo al sacerdote del Pime «il vigore delle convinzioni che lo muovono e che sa trasmettere, avendo per orizzonte il mondo».

Presente in sala l’arcivescovo di Vercelli Marco Arnolfo, che già in mattinata nella parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo aveva presieduto la Messa concelebrata con padre Piero e con il confratello (nonché collega giornalista) padre Giorgio Licini, missionario in Papua Nuova Guinea (Oceania) e oggi direttore del Centro missionario Pime di Milano. Monsignor Arnolfo ha sottolineato la valenza civica e sociale del lavoro di Gheddo: «La sua è stata una cittadinanza attiva nel promuovere il bene tra i popoli, valorizzando i progetti di pace che sorgono nel pianeta. Ha collaborato nel far risplendere nel mondo la luce della verità e della giustizia».

Da parte sua padre Gheddo ha rimarcato nel discorso di ringraziamento il medesimo filone: «Ho sempre amato Tronzano – ha detto – e l’ho ricordata volentieri nei miei scritti, quando ne avevo l’occasione, non solo per amore della città natale, ma perché ho sempre riconosciuto che la mia vocazione è nata qui, grazie alla mia famiglia certamente ma anche alla tantissima brava gente che – da credente oppure no – si riconosceva comunque in un umanesimo evangelico e si comportava di conseguenza». E qui, da giornalista che ama i fatti, il neo-cittadino onorario ha citato alcuni buoni esempi religiosi e “laici” ricevuti dai tronzanesi: dal sindaco comunista del post-Liberazione al parroco storico della città nel dopoguerra.

Naturalmente c’è stato spazio anche per i genitori del sacerdote, alla cui tomba una delegazione di amici e parenti si era recata in preghiera all’inizio della giornata. E in proposito l’arcivescovo Arnolfo ha riservato un’importante sorpresa alla comunità tronzanese: al termine della Messa infatti il parroco don Guido Bobba ha letto la comunicazione ufficiale con cui la diocesi riapre il processo di beatificazione di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, in seguito al supplemento di indagine grazie al quale la postulatrice, avvocato Lia Lafronte, ha reperito nuova e significativa documentazione. Il “cittadino Gheddo” ha dunque un’occasione in più per tornare volentieri al suo paese tra le risaie.