IV. L’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” (1990)

Il 7 dicembre 1990, 25 anni dopo la fine del Concilio Vaticano II, San Giovanni Paolo II pubblica l’enciclica Redemptoris Missio (1990), per confermare e aggiornare il Decreto conciliare Ad Gentes. Molti nella Curia romana erano contrari ad una eniclica, bastava una “lettera apostolica”. Chi l’ha voluta fortemente, d’accordo col Papa, è stato il card. Joseph Tomko, prefetto di Propaganda Fide, che ha coordinato il lavoro di preparazione.
Sono stato chiamato dal Papa a scrivere l’enciclica, secondo le sue indicazioni. Il 3 ottobre 1989 mi dice a pranzo: ”Scrivimi tu l’enciclica. Tu sei missionario e giornalista e io voglio un documento scritto in modo giornalistico, per i giovani e le giovani Chiese”. Dall’ottobre 1989 al luglio 1990 l’ho scritta e riscritta tre volte, come voleva il Papa, che aveva i suoi consulenti, il primo dei quali era il card. Joseph Tomko e poi p. Marcello Zago, allora superiore generale degli O.M.I. (e ne ho scritto la biografia edita dagli O.M.I. nel 2006), che mi aveva ospitato in tre periodi nella sua casa generalizia. Ha contribuito alla stesura del testo p. Domenico Colombo del Pime, missiologo ed esperto di ecumenismo e di religioni non cristiane.

L’unica enciclica su un documento del Vaticano II

Cosa dice la Redemptoris Missio? Mi limito ad enucleare i punti più attuali e decisivi del testo papale, per rilanciare nella Chiesa la Missione alle Genti: “In questa nuova primavera del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa che questo documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto questo che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo” (n. 2). Ecco in estrema sintesi:

“La Chiesa è missionaria per natura sua, poichè il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente ed esteriore, ma raggiunge il cuore stesso della Chiesa. Ne deriva che tutta la Chiesa e ciascuna Chiesa (particolare) è inviata alle genti” (n. 62). La missione viene dalle due dottrine che caratterizzano il cristianesimo: la Trinità e l’Incarnazione di Gesù Cristo. Dio dona se stesso a tutti gli uomini, attraverso Cristo e la Chiesa da lui fondata. La lettura dei primi tre capitoli della Redemptoris Missio serve anche al semplice fedele per tornare alle fonti della fede e capire a fondo perché la Chiesa è missionaria. Ecco in estrema sintesi:

I punti fondamentali della Redemptoris Missio

1) Gesù Cristo unico Salvatore. Risponde a quei teologi che in vari modi esprimono l’idea che Gesù è una delle vie che conduce a Dio. La missione comunica alle genti la salvezza in Cristo, la fede e l’amore a Cristo, unico Salvatore dell’uomo: “Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini… Gli uomini quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito” (RM 5). L’enciclica riafferma la centralità di Cristo nella missione alle genti, per condannare chi sostiene che esistono molte vie parallele e complementari per andare a Dio, secondo la concezione indù, che paragona le religioni a fiumi che confluiscono tutti nel mare dell’Assoluto, teoria assunta in qualche modo anche da una tendenza teologica del nostro tempo.

2) Il Regno di Dio. Gesù è venuto ad annunziare il Regno di Dio, che dà il senso messianico del cristianesimo, perché si realizzerà pienamente al di là della storia, nella vita eterna del Paradiso. E’ un Regno escatologico, che “esiste già e non ancora”. La missione della Chiesa annunzia il Regno di Dio e lavora per la sua progressiva realizzazione nei singoli uomini, nella vita dei popoli e nella società umana. L’enciclica nota un modo errato di concepire il Regno: separare il Regno da Cristo e dalla Chiesa, come se fosse una realtà diversa. Quindi si parla dei “valori del Regno” (amore, giustizia, pace, fraternità) che sono accettati da tutti, ma Cristo fa problema, è la “pietra d’inciampo” che fa difficoltà. L’enciclica dice con chiarezza: “Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha più il Regno di Dio da lui rivelato, ma si finisce per distorcere il senso del Regno che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente umano e ideologico” (RM 17). I contenuti del Regno sono soprattutto spirituali: fede, vita nuova in Cristo, conversione, amore, perdono, ecc. Questi valori spirituali, con la grazia di Dio, a poco a poco trasformano le società umane: sono la vera rivoluzione portata da Cristo.

3) Lo Spirito Santo protagonista della missione. Questa verità, che è anche una novità teologica, dà alla missione una dimensione contemplativa. Se è lo Spirito che fa la missione, il missionario deve pregare molto per poter essere obbediente alla voce dello Spirito Santo. La missione non è del missionario, ma dello Spirito che guida e illumina la Chiesa; quindi è fondamentale obbedire alla Chiesa, non costruire Chiese e gruppi paralleli. E poi, lo Spirito Santo dà una dimensione di ottimismo e di speranza. Il missionario non deve mai scoraggiarsi perché spesso non vede i frutti del suo lavoro, ma se ha seminato bene lo Spirito porterà a compimento la sua opera e farà fruttificare e suoi sacrifici, il suo martirio.

4) La RM dedica il Capitolo IV per spiegare che “La Missione alle Genti conserva tutto il suo valore” (n. 33) ed è “ancora agli inizi” (n. 40, vedi il mio Blog n. 2) Tre criteri per giudicare cos’è e dov’è la Missione alle Genri:
a) Criterio territoriale-geografico, cioè i paesi e i popoli non cristiani, che “anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale sempre” (n. 37). Soprattutto il Papa mette tre volte l’accento sulla missione ad Gentes in Asia, dove i cristiani, tutti assieme, raggiungono a male pena il 3% degli asiatici (il 62% dell’umanità!).
b) Fenomeni sociali nuovi da evangelizzare: le m etropoli, gli emigrati, i rifugiati politici, gli extra-comunitari, i giovani che sono la maggioranza della popolazione nei paesi non cristiani.
c) Gli “aeropaghi” moderni, mass media, cultura e scienza, enti ed organismi internazionali (Onu), pace e sviluppo, diritti dell’uomo e della donna, giustizia sociale, i giovani, la cultura moderna creata dalla comunicazione, nuove tecniche e nuovi modi di comunicare un messaggio, ecc. Campi immensi!

5) Per la prima volta la RM parla in modo articolato del dialogo con le altre religioni, mentre l’Ad Gentes vi accenna in modo generico e la Evangelii Nuntiandi non nomina nemmeno. L’enciclica dedica tre paragrafi a questo tema (nn. 55-57) e altri tre alle culture dei popoli e a come incarnare il Vangelo in esse (52-54).
Giovanni Paolo II ha inventato gli incontri con le altre religi0ni a partire da quello di Assisi nel 1986. E prima ancora, nel febbraio 1986, visitando l’India, si inginocchiò dinanzi alla tomba e mausoleo di Gandhi e vi rimase per 4-5 minuti e poi affermò: “Gandhi mi ha insegnato molto”.

6) Le vie della missione, in che modo si esercita oggi la missione: formazione della Chiesa locale, inculturazione, dialogo interreligioso, promozione umana e dello sviluppo dei popoli. L’enciclica lega strettamente la missione di annunziare Cristo all’umanizzazione. Nei numeri 58 e 59 Giovanni Paolo II arricchisce questo concetto, citando la “Populorum Progressio” di Paolo VI (1967): con la missione alle genti la Chiesa aiuta i popoli a svilupparsi. Certo anche con gli aiuti economici e materiali, con le opere sanitarie e di educazione, ma soprattutto annunziando Cristo, perché “lo sviluppo dell’uomo viene da Dio e dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (n. 59). E aggiunge che “il contributo della Chiesa e della sua opera evangelizzatrice per lo sviluppo dei popoli riguarda non soltanto il sud del mondo, per combatterli la miseria materiale e il sottosviluppo, ma anche il nord, che è esposto alla miseria morale e spirituale causata dal super-sviluppo”.
Questo messaggio è fondamentale per capire i meccanismi dello sviluppo di un popolo (n. 58): ”Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. Queste parole sono rivoluzionarie per capire lo sviluppo e il sottosviluppo dei popoli, che non è solo o quasi solo problema di soldi, di macchine, di tecniche, di commerci, ma di formazione col Vangelo, che rende l’uomo più uomo e lo sviluppa in tutti i sensi.

“La missione alle genti è solo agli inizi” (RM 30)

Il card. Daneels, arcivescovo di Bruxelles, ha detto che la RM. “è la magna charta della Chiesa alla fine del secondo millennio”. Infatti Giovanni Paolo II riafferma con forza la perenne validità della missione alle genti (oggi molti dubitano di questo), invitando “la Chiesa ad un rinnovato impegno missionario… La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale” (RM 2).
Giovanni Paolo II ha gestito il passaggio “dalle missioni estere alla Chiesa locale”, valorizzando le forze locali anche per la missione alle genti. La Chiesa universale, specie con Papa Francesco, sta cambiando proprio per l’influsso delle giovani Chiese. Non ho lo spazio per illustrare questi temi: la varietà e genialità dei ministeri laicali (penso alle parrocchie in Corea e nel Vietnam); la “teologia della liberazione” che, con tutti i suoi limiti ed errori, è estremamente positiva per la Chiesa universale; le teologie locali e l’inculturazione del messaggio cristiano nelle varie culture, anche questi fatti molto positivi nonostante i contrasti e i problemi che creano; il dialogo interreligioso che il Papa ha promosso orientato a scendere da un livello di vertice e di dibattito teologico, al “dialogo della vita”, cioè la collaborazione fra i membri delle varie religioni per la pace e i diritti dell’uomo. Quanti esempi interessanti potrei raccontare che dimostrano la spinta data dal Papa: ma lo spazio è tiranno.
Fra i giovani battezzati, l’entusiasmo della fede è il motore della vita cristiana che sta nascendo. Il Papa è stato geniale quando ha scritto (RM 2) che vuole impegnare “le Chiese particolari, specie quelle giovani, a mandare e ricevere missionari” (n. 2); e ha dato piena fiducia alle giovani Chiese stimolandole con queste parole: “Siete voi oggi la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni; essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… e sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese più antiche” (RM 91).
Giovanni Paolo II ha lottato con forza per far riconoscere all’Europa le radici cristiane nella sua Costituzione. Ma capiva che la civiltà di radici cristiane che si è sviluppata nel nostro continente nell’ultimo mezzo millennio, non ha più la forza e la gioia della fede per portare Cristo ai miliardi di uomini e donne che ancora non lo conoscono. Ma aveva una visione profetica della missione (che si è realizzata in Papa Francesco!) e viaggiava il più possibile nelle giovani Chiese, proprio per promuovere il primo annunzio e il dialogo interreligioso. chiamando i giovani e le giovani Chiese ad esserne protagonisti.
Ecco perchè gli istituti esclusivamente missionari sono ancora “assolutamente necessari” (R.M., 66) e i vescovi delle giovani Chiese li chiedono proprio per rendere missionarie le loro Chiese, il loro clero. La R.M. dice (n. 66): “La vocazione dei missionari ad vitam conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell’impegno missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali, di impulsi nuovi e arditi”.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionarie laicali invitano a: “Il Festival1della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

III. I viaggi missionari di san Giovani Paolo II

San Giovanni Paolo II ha vissuto il pontificato più lungo della storia (27 anni), superato solo dal beato Pio IX, che governò la Chiesa per 32 anni (1846-1878). Fin dall’inizio del suo pontificato (1978) si è presentato al mondo con due imperativi impetuosi e tonanti: “Non abbiate paura! Aprite le porte a  Cristo!”, proclamati, anzi gridati, rivolti al mondo dove l’uomo ha paura dell’uomo, ha paura della vita e della morte, paura delle sue stesse invenzioni che possono distruggerlo. La crisi si supera solo tornando a Cristo, amando e pregando il Salvatore dell’uomo.

Nell’insegnamento di Giovanni Paolo II il punto centrale è Cristo, Dio fatto uomo per salvare tutti gli uomini. Nella prima enciclica “Salvator Hominis”, presenta Cristo come “il centro del cosmo e della storia”, fondamento di ogni riflessione sulla Chiesa e sull’uomo. Nell’enciclica si legge (n. 10): “L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, deve avvicinarsi a Cristo…. Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”.

      I viaggi del Papa annunzio di Cristo ai popoli

Nei suoi 27 anni di pontificato, ha fatto più di 200 viaggi a Roma e in Italia e 105 viaggi internazionali, visitando 136 paesi, in molti dei quali è tornato più volte: 9 volte in Polonia, 8 in Francia, 7 negli Stati Uniti, 5 in Spagna e Messico, 4 in Portogallo, Brasile e Svizzera. E’ andato in tutti i paesi che poteva visitare. Impossibile andare in Cina, Russia, Vietnam e in altri paesi comunisti; in Arabia, Afghanistan, Iran e altri islamici.

Perchè viaggiava tanto? Risponde nella “Redemptoris Missio” (n. 1): “Già dall’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza di tale attività”.

Quando andò in Pakistan (16 febbraio 1981), padre Schiavone, anziano missionario domenicano toscano,  mi dice:  “Giovanni Paolo II è il centravanti delle missioni” . L’ho incontrato nel 1982 a Faisalabad e mi raccontava la visita del Papa a Karachi e l’entusiasmo che aveva suscitato nello stadio cittadino pieno di giovani musulmani. Diceva: “Noi missionari che siamo in questo paese da decine d’anni, tollerati e a volte perseguitati, mai avremmo immaginato di poter essere testimoni di una scena simile: una folla di musulmani che applaudiva il nostro Papa! Abbiamo pianto di gioia”. E concludeva: “Noi missionari abbiamo trovato il nostro centravanti! Lui i goal li fa davvero!”.

 In Messico la forza del cattolicesimo popolare     

Si è calcolato che Giovanni Paolo II ha trascorso nei viaggi circa due anni dei suoi 27 di Pontificato. Si diceva: viaggia troppo, spende troppo, fa troppi discorsi. Ma lo dice chi non ha visto da vicino cosa suscita una visita del Papa in termini di fede, di entusiasmo popolare, di speranza, di solidarietà fra gli uomini. Ho accompagnato il Papa (come giornalista) in alcuni viaggi internazionali. Ricordo che in Messico (gennaio 1979), il governo laicista messicano aveva fatto il possibile per tenere la gente in casa: blocco dei trasporti, scuole e uffici aperti, trasmissioni televisive frequenti, raccomandazioni di non muoversi da casa, si prevedevano disordini.  Quando Giovanni Paolo II arriva a Città del Messico, a riceverlo non c’é né il capo dello stato né il primo ministro, solo autorità minori.

Il viaggio del Papa in auto scoperta sulla superstrada da Città del Messico a Puebla (110 km.) avviene fra una muraglia umana calcolata dai 9 ai 10 milioni di persone e nei pochi giorni di permanenza nel paese un terzo dei messicani (l8-20 su 56 milioni) sono riusciti a vederlo di persona! In quei giorni si è manifestata la forza della religiosità popolare, che mandò in crisi l’ideologia laicista dello stato messicano. Ovunque andava c’era folla di gente che attendeva da ore per vederlo passare.

In Messico il Papa ha preso solennemente le difese degli indios. A Oaxaca un indio gli dice: “Santità, noi viviamo peggio delle vacche e dei porci. Abbiamo perso le nostre terre, noi che eravamo liberi, ora siamo schiavi”. Giovanni Paolo II si stringe la testa fra le mani e rispondendo dice: “Il Papa sta con queste masse di indios e di contadini, abbandonate ad un indegno livello di vita, a volte sfruttate duramente. Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo! Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate perché questo diventi realtà, affinché il Signore trasformi i cuori ed umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo”. Il massimo quotidiano messicano, “Excelsior”, esponente del laicismo e della massoneria messicana, che si era opposto alla visita del Papa, commentava: “Dopo cinque secoli di oppressione dei nostri indios e contadini, doveva venire il Papa da Roma a dirci queste cose. Ci ha fatto vergognare di appartenere alle classi dirigenti messicane”.

Quando il Papa riparte da Città del Messico, all’aeroporto ci sono tutte le più importanti autorità politiche e militari. C’è stata una identificazione completa tra il Papa e il popolo, con momenti di intensità tale da commuovere. Il Messico massone, socialista, radicale e anticlericale è stato spiazzato dalle ondate corali di partecipazione alle funzioni religiose, dalla marea di piccola gente venuta da ogni parte del paese, che dormiva all’aperto pur di poter vedere il Papa al mattino. Nessuno si aspettava un successo così travolgente, senza precedenti in Messico.

Nella bufera di neve a Nagasaki in Giappone

Sul viaggio di soli quattro giorni in Giappone (23-26 febbraio 1981), un  missionario del Pime, padre Pino Cazzaniga (sul posto dal 1959), ha scritto[1]: “La visita del Papa è stata un successo grandioso, che nessuno aveva previsto e che nemmeno i più ottimisti pensavano possibile. Ho toccato con mano l’intervento della Provvidenza per un viaggio che avrebbe dovuto risultare negativo”. In Giappone i cattolici sono lo 0,3% dei giapponesi, ma nella città di Nagasaki sono una comunità di una certa consistenza. Quando Giovanni Paolo II doveva celebrare la Messa nello stadio di Nagasaki, da due giorni tutta la regione era travagliata da una bufera di neve, che bloccava i trasporti. Il card. Satowaki e gli organizzatori pensavano di far celebrare il Papa nella cattedrale cattolica, ma al mattino presto nello stadio incominciavano ad arrivare i fedeli e la gente comune equipaggiati da alta montagna, qualcuno era arrivato alle cinque del mattino! Per la Messa lo stadio era pieno. Il Papa celebra con un freddo polare e il vento tagliente, ma aveva 61 anni e ha potuto sostenere tre ore di Messa e di cerimonie varie. Le televisioni trasmettevano in tutto il paese.

“Così – scrive Cazzaniga – tutto il Giappone vede la scena della bufera, del vento gagliardo che fa mulinare il nevischio, del Papa che ogni tanto soffia sulle sue dita per riscaldarsele. Ma vede anche quelle decine di migliaia di persone, tremanti e ad occhi chiusi, stringendosi l’una all’altra per cercare calore e sostegno. Nessuno si muove fino alla fine della cerimonia. E’ una resistenza commovente, fa capire che sotto c’è molto di più che un semplice accorrere per un “Wojtyla Show“. Così quel cattivo tempo, che pareva uno scherzo della dea Amaterasu, risulta invece un intervento provvidenziale che mette in risalto agli occhi di tutti i giapponesi quel che conta la fede cristiana nella vita”.

Padre  Cazzaniga si chiede “cosa ha significato la visita del Papa per i non cristiani? Intanto questa visita “fa epoca” nella storia stessa del Giappone. Tutti i giornali seri ne hanno parlato in questo senso. Per la  Chiesa cattolica è un fatto unico. Secondo me, è il più grande dono che il Signore ha fatto alla Chiesa giapponese, almeno in questo secolo”.

  “E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”

Giovanni Paolo II era profondamente innamorato di Gesù Cristo, di cui parlava non in modo distaccato, quasi fosse solo una dottrina da trasmettere, ma come una persona viva che l’ha incontrato e di cui si è innamorato. Egli esprimeva spesso con forza questa convinzione (che viene dall’esperienza): tu sei veramente uomo nella misura in cui ti lasci penetrare, coinvolgere, illuminare, cambiare dall’amore di Cristo. Essere cristiani non è una somma di cose da fare o da non fare, ma amare ed imitare Cristo: “In Lui, soltanto in Lui – ha detto ai cattolici tedeschi – noi siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù alle potenze del peccato e della morte”. Nel suo ultimo viaggio in Polonia, improvvisando e sventolando come una clava il rotolo di fogli che aveva in mano e picchiandoli sul leggio, tuonava forza tre volte scandendo bene le parole: “Polacchi, peccatori, convertitevi!”.

Il Presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca nel 1979, gli diceva: “Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni”. E aggiungeva: “L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici – avere di più anzichè essere di più – ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi”. Il “New York Times” scriveva: “Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”. E’il più bell’elogio che si possa fare del successore di Pietro.

Quando Giovanni Paolo II parlava ai “favelados” di Rio de Janeiro, ai lebbrosi di Marituba in Amazzonia, agli indios di Oaxaca in Messico o ai pescatori di Baguio nelle Filippine; quando condannava con forza ogni violazione dei diritti dell’uomo  davanti a dittatori come Marcos (Filippine), Pinochet (Cile), Stroessner (Paraguay), Mobutu (Zaire); quando parlava del valore della cultura africana (in Benin) e dello “sviluppo dal volto umano” (in Gabon), egli incideva fortemente nelle coscienze dei popoli, non solo in quelli che lo ascoltavano e vedevano in quel momento. I contenuti dei suoi discorsi e dei suoi gesti vanno visti ben al di là di quel che può dare una fuggevole immagine televisiva o il titolo a sensazione di un giornale. Quante volte un popolo sofferente e umiliato – penso alla Guinea Equatoriale spagnola, appena uscita dalla spaventosa dittatura di Macias Nguema o al Burundi emerso dalle sanguinose lotte tribali – che hanno ricevuto dalla visita del Papa il provvidenziale stimolo a riprendere con coraggio la via della riconciliazione e della ricostruzione.

 In Asia la Chiesa porta Cristo, non l’Occidente    

Interessante il fatto che il Papa, visitando le giovani Chiesa in Asia e Africa, aveva il coraggio di porre dei gesti che rischiavano di venire mal interpretati, ma erano profetici rispetto a quella Chiesa. Ad esempio, la lunga visita in India (1 – 10 febbraio 1986) e l’insistenza sul dialogo interreligioso con indù e buddisti, mettendo però ben in risalto che il dialogo (non religioso, ma per promuovere l’uomo e i suoi diritti) non sostituisce l’annunzio. In questo era stato criticato nel gregge e anche nella stampa cattolici. Un vescovo indiano dell’Andhra Pradesh mi diceva: “Il Papa non capisce la nostra situazione in India, dove  i partiti indù e  nazionalisti sono anzitutto anti-cristiani e spesso noi cristiani siamo perseguitati”. Ma il Papa, come il Buon Pastore, apriva il cammino e andava per la sua strada. Così, in preparazione al Giubileo del 2000, quando insisteva sulla “purificazione della memoria”, chiedendo perdono dei peccati che i popoli cristiana hanno commesso verso gli altri popoli, non tutti approvavano. Oggi comprendiamo meglio e in futuro quelle saranno citate come parole profetiche.

Nel continente asiatico, sostanzialmente ancora impenetrabile al cristianesimo, il Papa polacco ha dato della fede in Cristo un’immagine molto positiva in senso umano, di difesa dell’uomo, della giustizia e della pace. In passato le missioni erano spesso accusate di essere collegate col colonialismo e di essere espressione della civiltà occidentale. Giovanni Paolo II, che ha appassionatamente difeso “le radici cristiane dell’Europa”, ha anche rifiutato l’identificazione del cristianesimo con l’Europa e l’Occidente. Nelle due guerre in Iraq, ad esempio, che in Asia hanno avuto un’eco negativa enorme, il Papa ha parlato forte e chiaro contro quegli interventi militari ed è apparso a tutti che non ha “sposato” la causa dell’Occidente.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionaie laicali invitano a:  “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

[1] Pino Cazzaniga, “Come i giapponesi hanno visto il Papa”. In “Mondo e Missione, giugno-luglio 1981, pagg. 367-394.

II. La crisi dell’ideale missionario dopo il Vaticano II

Il Concilio Vaticano II, terminato nel 1965, aveva suscitato grandi speranze per la Missione alle Genti. La storia è poi andata in altro modo. I testi conciliari sono ancor oggi ottimi per promuovere lo spirito missionario, ma non sono riusciti a dare quella spinta verso il primo annunzio di Cristo ai tre quarti dell’umanità, come Giovanni XXIII aveva previsto: “Il Concilio sarà per la Chiesa una nuova Pentecoste”.

Il terremoto che ha sconvolto l’Occidente

Dopo il 1965, i documenti conciliari si diffondono e discutono, spesso interpretati in modi diversi e non secondo le norme d Paolo VI per l’applicazione del Concilio (Motu proprio “Ecclesiae Sanctae”, 6 agosto 1966). Ad esempio la S. Mesa in lingua italiana, autorizzata nel 1965 su un testo sperimentale (“ad experimentum”), aveva generato tante S. Messe l’una diversa dalle altre, secondo la “liturgia creativa” di moda a quel tempo.. Fra noi, giovani sacerdoti, correva la voce di chiedere alcuni anni di “esclaustrazione”, per sperimentare nuove forme di vita sacerdotale vicine al modo di vivere del Popolo di Dio. Le diocesi italiane, gli istituti e congregazioni maschili e femminili, sperimentavano una continua uscita di preti, fratelli e suore. La grande maggioranza dei quali non tornavano più.

Il post-Concilio ha poi incrociato il terremoto che ha sconvolto le società dei paesi occidentali, il “Sessantotto”, la contestazione della società e delle autorità. Tutte le autorità, governo, imprenditori, insegnanti, Polizia e Carabinieri, preti, genitori, ecc. Un fenomeno nato negli Stati Uniti e in Italia nel novembre 1967 con  l’occupazione dell’Università cattolica di Milano da parte di un gruppo di studenti, che subito infiammava altre Università e dilagava in tutto il paese. Nei primi studenti della Cattolica, la contestazione aveva un certo profumo cristiano (pace, amore, giustizia per i poveri) che faceva prevedere qualcosa di buono in senso evangelico. Invece il movimento giovanile era subito dominato dai capipopolo più tonanti e violenti., e orientato non verso la rivoluzione del Vangelo, ma quella  di Karl Marx, socialista e comunista, e quella radicale, laicista, “marcusiana” (del filosofo Marcuse) e anti-cristiana.

Per la Chiesa italiana, quello era il momento di scendere in campo proclamando che solo Gesù Cristo porta la vera pace (perdonare le offese), il vero amore (dare la vita per i fratelli), la giustizia per i poveri (cfr. 2 Pt 3, 13-14)! Invece, associazioni e personalità cattoliche si sono intruppate nel “pensiero unico” del Sessantotto. Il dissenso nella Chiesa lo sperimentava Paolo VI già nel 1968, con le contestazioni anche da parte di teologi e personaggi cattolici alla “Humanae Vitae“, mentre nel 1967, il Papa era esaltato per la “Populorum Progressio”! L’enciclica “Humanae Vitae” richiamava il Vangelo e la dottrina cristiana sulla sacralità della vita umana. Ma allora si parlava di “bomba atomica demografica” e l’autorevole “Club di Roma” (formato da una decina di Premi Nobel) nel 1970 prevedeva che nell’anno 2000 la terra avrebbe avuto dai nove ai dieci miliardi di esseri umani e quasi tutta la stampa italiana proclamava: “La terra scoppia, fate meno figli!”.

La storia è giudice infallibile, perché la storia è Dio e ha dimostrato che Paolo VI aveva ragione! Quarant’anni dopo, il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nel messaggio per la festa della donna dell’8 marzo 2004 ha detto agli italiani: “Il problema numero uno dell’Italia sono le culle vuote”. Ma dopo di lui, il Presidente Giorgio Napolitano non ha più denunziato, non si capisce perché, questa auto-distruzione dell’Italia.

 Il Sessantotto disastroso per la fede e la vita cristiana

Difficile, per chi non c’era in quegli anni di passione, capire il clima culturale e sociale creato dal Sessantotto, che ha dissestato la scuola italiana (sono 50 anni che si va avanti con la continua Riforma della Scuola!), la famiglia naturale (le “culle vuote” e l’infinita schiera di coniugi separati, divorziati, in Tribunale, con bambini sballottati dall’uno all’altra), ecc. Certo, nei piani di Dio il tempo elettrizzante del “Sessantotto” ha avuto anche qualche funzione positiva per la Chiesa: oggi il trionfalismo, il formalismo, il clericalismo non hanno più senso; i vescovi, i parroci e i preti si sono avvicinati alla gente comune; i fedeli non sono più solo esecutori di ordini che vengono dall’alto, sono anch’essi protagonisti, evangelizzatori.. Ma nella grande svolta epocale del post-Concilio si può essere d’accordo con Benedetto XVI, che nell’estate 2005, mentre era in vacanza ad Introd (Valle d’Aosta), affermava che nel tempo della “grande crisi scatenata dalla lotta culturale del ’68, realmente sembrava tramontata l’epoca storica del cristianesimo”; il Papa leggeva il Sessantotto come “un conflitto fra visione religiosa e opzione secolarista della vita dell’uomo. Per tale movimento culturale, il tempo della Chiesa e della fede in Cristo era considerato finito”. Infatti, andare contro corrente in quei tempi era oltremodo pericoloso, come hanno sperimentato i giovani di C.L. (Comunione e Liberazione), che avevano una presenza cristiana attiva nelle scuole e università ed erano ospitati nel Centro missionario del Pime a Milano (con due auto della Polizia sulla strada quando c’erano conferenze importanti).

Difficile anche capire come gli assurdi ideali e modelli dal Sessantotto possano aver affascinato associazioni e ambienti cattolici (cfr. Roberto Beretta, “Il lungo autunno – Controstoria del Sessantotto cattolico”, Rizzoli 1998, pagg. 370). In quel tempo, invitato a parlare in un seminario di teologia del Nord Italia, entro nella grande sala dove ci sono i giornali e la Tv, con i muri tappezzati di manifesti del Che Guevara, Mao Tze Tung, Fidel Castro, il “Vietnam libero” (quello governato dai comunisti!). Dico al rettore che non mi sembrano manifesti per  futuri sacerdoti. Risponde: “Cosa vuole, sono giovani e bisogna lasciarli esprimere. Poi cambieranno parere…”. Nel novembre 1989, una importante rivista cattolica scriveva: ”Si festeggia il crollo del Muro di Berlino, ma adesso chi difenderà i diritti dei poveri?.”

In quegli anni si sono affermate le ideologie più nefaste, che generavano le “Brigate rosse” e il terrorismo e allontanavano il popolo italiano da Dio e da Gesù Cristo. Le indagini di sociologia religiosa indicavano una continua diminuzione della pratica religiosa e una perdita progressiva dell’identità cristiana, fino all’estremo di un movimento (l’ho visto nascere in Cile nel 1972) i “Cristiani per il Socialismo”: due termini inconciliabili, secondo i documenti papali, dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII (1891) alla “Octogesima adveniens” di Paolo VI (1971, nn. 26, 28, 30).

Allora si diceva che la Chiesa non ha bisogno di una “Dottrina sociale cristiana”, non è suo compito dare orientamenti politici ed economici. Per capire e migliorare la società, anche i cristiani debbono ricorrere alla lettura “scientifica” del marxismo e alla prassi del socialismo. Chi ha rimesso in vigore la “Dottrina sociale della Chiesa” è stato Giovanni Paolo II a Puebla (Messico) nel gennaio 1979. Paolo VI (il Papa martire del sec. XX) non usava più quel termine che suscitava rifiuto anche in campo cattolico.

La crisi dell’ideale missionario in Occidente

In Europa e Nord America, una certa teologia disincarnata dalla realtà proclamava come verità ipotesi del tutto false (o anche vere, ma solo in particolari situazioni), che poi entravano nel sentire comune. Alcuni esempi:

–         La Chiesa è fondata in tutto il mondo, sono le giovani Chiese che debbono annunziare Cristo ai loro non cristiani.

–         Perché mandare missionari in Africa e Asia? Lasciamo che le giovani Chiese si sviluppino in piena libertà, secondo le loro culture e religioni. Allora avremo le Chiese locali adatte per i loro popoli.

–         Manchiamo di sacerdoti in  Italia, perché voi missionari andate a portare Cristo in altri continenti, quando lo stiamo perdendo noi italiani?

–         Ogni religione ha i suoi valori e tutte portano a Dio, che senso ha il “proselitismo” missionario verso altri popoli?

La crisi dell’ideale missionario ha diviso profondamente le forze missionarie (istituti missionari, riviste, animazione missionaria, ecc.). Nell’estate 1968 ho partecipato alla Settimana di Studi missionari a Lovanio, sul tema “Liberté des Jeunes Eglises“, organizzata e diretta dall’indimenticabile amico gesuita padre Joseph Masson (“perito” e membro della Commissione per l’Ad Gentes del Vaticano II) . Diverse voci di studiosi, teologi, missiologi esprimevano forti dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti;. lasciamo che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità senza influssi e imposizioni esterne. Pensavo: ma solo tre anni fa la totalità dei vescovi delle missioni si sono espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari.

La crisi della “Missione alle Genti” si è manifestata nella chiusura delle tre “Settimane di studi missionari” che si tenevano all’Università cattolica a Milano (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos in Spagna (1970) e a Lovanio in Belgio (1975, nata negli anni venti!)). Questi incontri religioso-culturali di buon livello culturale avevano manifestato un malessere e forti contrasti nel campo missionario, rimbalzati sulla stampa laica dei singoli paesi, che s’è creduto bene di non continuare, per non approfondire le divisioni. Il dissenso cattolico era influenzato dall’ideologia marxista-leninista-maoista, che trionfava in quegli anni e che ispirava anche la lotta contro la fame nel mondo: il cosiddetto “Terzomondismo”.

Oggi l’ideale  missionario, come le vocazioni missionarie, sono quasi scomparsi. II fuoco della passione missionaria, di annunziare  Gesù Cristo alle infinite schiere dei popoli non cristiani, non infiamma più i giovani d’oggi, non se ne parla più. “La Chiesa in uscita” di Francesco è un ottimo slogan, e il Capitolo I° della “Evangelii Gaudium”: “La trasformazione missionaria della Chiesa”, delinea il programma del suo pontificato: tutta la Chiesa, diocesi e parrocchie e ogni altro ente ecclesiale, debbono convertirsi ad una pastorale missionaria: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”. “Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario, deve arrivare a tutti senza eccezione” (n. 48 della E.G.).  Ma quando tutti sono missionari, la missione incomincia e spesso finisce a casa nostra. Il caro e provvidenziale Papa Francesco non parla più della “Missione alle Genti”, che è diversa dalla “Nuova Evangelizzazione”.

La Redemptoris Missio dedica il Capitolo IV per spiegare che “La Missione alle Genti conserva tutto il suo valore” (n. 33) ed è “ancora agli inizi” (n. 40), le difficoltà interne ed esterne, gli ambiti in cui si svolge. “Le genti che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo sono la maggioranza dell’umanità” (n 40); “Gli uomini che attendono Cristo sono ancora un numero immenso” (n. 86). Possibile che 27 anni dopo, il mondo sia così cambiato, che la Chiesa rischia di  perdere il fantastico patrimonio storico e attuale della “Missione alle  Genti”, i martiri che offrono la loro vita per testimoniare Gesù Cristo, i prodigiosi e miracolosi interventi della Spirito Santo là dove ancor oggi nasce la Chiesa, gli eroismi dei pionieri e dei fondatori di Chiese, la poesia di andare fino agli estremi confini della terra e nelle isole più lontane per portare Gesù Cristo alle genti più povere e abbandonate?

Si dirà che esagero. Ma quando non si parla più di un problema, di una realtà esistente, quel problema e quella realtà interessano sempre meno, problemi e realtà più vicini e più urgenti prendono il loro posto. Questo il destino della “Missione alle Genti”. Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari reagiscono con  “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

I. Al Concilio Vaticano II, lo Spirito Santo salva l’Ad Gentes

Inizio oggi una serie di articoli sulla “Missione alle Genti”, cioè ai popoli non cristiani, che sono i tre quarti dell’umanità. La metà dei quali (circa due miliardi) non hanno ancora ricevuto il primo annunzio della nascita di Gesù Cristo, Salvatore dell’uomo e dell’umanjtà, Questi Blog preparano il “Festival della Missione”, che avrà luogo a Brescia dal 12-15 ottobre 2017. Nel prossimo Blog maggiori notizie. P. Gheddo.
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Alla fine del Concilio Vaticano II (1962-1965) l’entusiasmo per la Missione alle Genti era alle stelle. Ho vissuto dall’interno quei quattro anni, come giornalista de “L’Osservatore Romano” e di “Mondo e Missione” e “perito” della Commissione per l’Ad Gentes. A noi, giovani (e ingenui) preti di quel tempo, pareva possibile e forse anche probabile “la conversione dei popoli a Cristo nella nostra generazione”. La Chiesa si presentava al mondo non cristiano profondamente rinnovata, e proprio nell’ultimo giorno del Vaticano II (7 dicembre 1965), siamo testimoni di un intervento prodigioso, miracoloso, dello Spirito Santo, per salvare il Decreto Ad Gentes.; che per tutta la durata del Concilio, fu il documento più contestato e con il maggiori numero di rifacimenti (sette edizioni diverse!).

La Nota 37 del Capitolo VI dell’Ad Gentes

Il tema della Missione alle Genti era il più difficile e il meno conosciuto dai 2.500 Padri conciliari. Le difficoltà venivano dalla grande diversità di situazioni all’interno del mondo missionario, diretto da Propaganda Fide (esteso ai cinque continenti). Il testo iniziale del Decreto “Ad Gentes”, preparato prima del Concilio secondo una visione tradizionale delle missioni, prestava scarsa attenzione ai problemi nuovi. Era troppo diverso da quello che i Padri conciliari indicavano nei loro interventi. Si ebbero forme di protesta di singoli vescovi e anche di due o tre conferenze episcopali (mai giunte alla ribalta della stampa), che turbavano i membri della Commissione, a quel tempo non abituati a forme ruvide di “contestazione”

Nel tempo del Concilio si verificavano cambiamenti molto rapidi e radicali nel mondo non cristiano, che rendevano problematico il futuro delle missioni: indipendenza delle giovani nazioni, presa di coscienza delle loro culture e religioni, forti opposizioni ai missionari stranieri (in Asia), moltiplicazione dei vescovi indigeni, urgenza di misure forti per “inculturare” il Vangelo, rapporti difficili fra Chiesa e autorità politiche, mancanza di norme per la partecipazione delle diocesi dei paesi d’antica cristianità all’attività missionaria: la “Fidei Donum” aveva suscitato un grande fervore missionario nelle diocesi, ma i vescovi delle missioni si lamentavano di vari inconvenienti, ecc.

Mancava il tempo per discutere il Decreto “Ad Gentes” fra i Padri conciliari, maturarne i contenuti e poi scriverlo e farlo approvare in aula (la Basilica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Vaticano), Un solo esempio. I due vescovi del Pime nell’Amazzonia brasiliana, Aristide Pirovano di Macapà (stato dell’Amapà) e Arcangelo Cerqua di Parintins (stato di Amazonas) si erano fatti promotori di un’azione (diciamo “lobbistica”) dei vescovi latino-americani, i quali riuscirono ad inserire la Nota 37 del Capitolo VI° dell’Ad Gentes. La Nota equipara le (allora) 25 prelazie dell’Amazzonia brasiliana e le molte altre dell’America Latina ai territori missionari dipendenti da Propaganda Fide. Altrimenti, buona parte dei territori missionari dell’America Latina, che per motivi storici dipendevano da altre Congregazioni vaticane, rimanevano esclusi dai consistenti aiuti delle Pontificie opere missionarie.

Nella votazione decisiva (novembre 1965), 117 padri dell’America Latina bocciano la definizione della missione che sembrava escluderli dai “territori di missiome. Ma anche con 117 contrari (su 2.153 voti), la definizione sarebbe passata. Però altri 712 Padri approvano ma “iuxta modum” (cioè: io voto il testo, ma solo se si inserisce la proposta dei prelati amazzonici). Il testo dell’Ad Gentes era da riscrivere (per l’VIII° volta!) perché non approvato dai due terzi! Così si è giunti a far inserire la Nota 37 del Cap. VI dell’Ad Gentes.

Ridurre il Decreto Ad Gentes a sei pagine o abolirlo?

Le difficoltà aumentano quando il 23 aprile 1964, fra la II e la III sessione conciliare, la segreteria del Concilio manda una lettera alla nostra Commissione delle missioni: il Decreto deve essere ridotto a poche proposte. Non più un testo lungo e ragionato, ma un semplice elenco di proposte! Si tentava di far terminare il Concilio con la III sessione (14 settembre – 21 novembre 1964). Alcuni documenti conciliari potevano essere abbastanza ampi; altri, ritenuti meno importanti, dovevano limitarsi a poche pagine di proposte. La motivazione ufficiale era che molti punti di teologia missionaria dell’Ad Gentes erano già nella Costituzione Lumen Gentium (sulla Chiesa) o contenuti in altri documenti ufficiali dei Papi e della stessa Propaganda Fide. Ma era voce comune che le spese per i Padri conciliari e la macchina del Concilio erano del tutto insostenibili per la S. Sede. Pare che poi siano intervenuti gli episcopati più ricchi, specie quello americano e in particolare il card. Francis Spellman di New York (1889-1967), espansivo e simpatico personaggio simbolico della potenza americana, sul quale e sui suoi interventi in latino (la lingua del Concilio) giravano aneddoti gustosi..

Comunque, la Commissione delle missioni lavora a spron battuto per ridurre l’Ad Gentes a 13 proposte. Ne viene fuori un testo lungo solo sei pagine, 200 righe, quasi un susseguirsi di slogan! Un’assurdità, quando si pensa che il documento precedente (la quarta stesura dell’A.G.), era giudicato da tutti un testo ben riuscito in sei capitoli. Nell’estate 1964, le sei pagine con le 13 proposte, vengono stampate e inviate ai Padri conciliari in tutto il mondo e subito arrivano a Roma le proteste dei vescovi e non solo quelli di missione. Il card. Frings arcivescovo di Colonia (il suo “perito” era don Joseph Ratzinger, anche lui membro della Commissione delle missioni) manda lettere ai vescovi tedeschi e ad altri, sollecitandoli a protestare: “Ma come! Si afferma che lo sforzo missionario è essenziale per la Chiesa e poi si vuol ridurlo a poche pagine? Incomprensibile, impossibile, inaccettabile”. Il card. Valeriano Gracias di Bombay scrive che se l’Ad Gentes sono solo quelle poche righe, lui torna subito alla sua metropoli indiana.

Vista la situazione, alla ripresa dei lavori nell’aula conciliare (settembre 1964) un gruppo di vescovi chiedono di abolire il documento sulle missioni, integrando il materiale nella “Lumen Gentium” (sulla Chiesa); altri insistono nel mantenere il breve testo con le 13 proposte; altri invece, più numerosi e agguerriti (c’erano missionari di foresta, che solo al vederli non si poteva dir loro di no), vogliono un vero Decreto sulle missioni e procedono a contatti personali, uno per uno, con tutti i Padri conciliari, conquistando seguaci. La battaglia in aula si conclude nel novembre 1964 alla presenza di Paolo VI: solo 311 Padri conciliari votano il Decreto sulle missioni ridotto a 13 proposte (e molti di questi lo fanno per rispetto al Papa). Ma 1601 chiedono che il Decreto missionario sia salvato nella sua interezza. Così il Concilio non termina con la III sessione, ma si prolunga nella IV, la più lunga di tutte: 14 settembre – 7 dicembre 1965.

Dopo quattro anni di intenso lavoro della Commissione conciliare per l’Ad Gentes (di cui facevo parte) e sette edizioni di quel testo, nel novembre e inizio dicembre 1965 il Concilio ha dovuto fare, per il solo Ad Gentes, ben 20 votazioni. Il Decreto era approvato dalla grande maggioranza ma con circa 500 pagine di “iuxta modum”. E poi interventi in aula che chiedevano ancora aggiunte, correzioni, espressioni diverse. Numerosi gruppi di Padri conciliari protestavano perché non potevano discutere e inserire nel testo le loro proposte. Mancava meno di un mese al termine del Concilio e ancora si doveva riscrivere tutto il Decreto! Nella Commissione missionaria c‘era chi si rassegnava a veder bocciato l’Ad Gentes (un fiasco storico!), chi voleva chiedere un intervento di Paolo VI, chi pregava lo Spirito Santo.

Infatti., misteriosamente (è la parola giusta), nell’ultima giornata del Vaticano II (7 dicembre 1965), tutto è andato a posto: la votazione finale registra 2.394 voti favorevoli, solo 5 contrari, il più alto livello di unanimità nelle votazioni del Concilio! “Lo Spirito Santo c’è davvero!”, esclamava il card. Pietro Gregorio Agagianian, prefetto di Propaganda Fide e presidente della Commissione Ad Gentes.

«Aiutiamoli a casa loro!». Le quattro cause del sottosviluppo africano

L’arrivo quotidiano nei porti italiani di centinaia e migliaia di migranti africani è diventato un problema drammatico, quasi da incubo, che l’Italia da sola non può risolvere. Però si è trovata la soluzione: “Aiutiamoli a casa loro”. Uno slogan che mette tutti d’accordo.  Come la proposta di varare un “Piano Marshall” per l’Africa nera. Vediamo. Dal 1947 al 1953 gli Stati Uniti lanciavano il Piano Marshall, 20 miliardi di dollari per i paesi dell’Europa occidentale distrutti dalla guerra, che vennero restituiti con l’interesse dell’1%. Il Pew Research Centre di Washington ha calcolato che nei 50 anni dell’indipendenza africana (1960-2010), i doni, gli aiuti e i finanziamenti del “Piani di sviluppo” per l’Africa nera sono stati di 300 miliardi di dollari. Perché questo diverso rendimento? Perché i popoli europei erano preparati da tutta la loro storia, cultura e religione, a far fruttare il denaro lavorando e fondando nuove industrie; i popoli africani, per la loro storia e cultura tradizionale, pur con diversi valori apprezzabili, non avevano in sè il germe dello sviluppo, non erano preparati a svilupparsi da soli.

Le quattro cause del sottosviluppo africano

Nel 1969, In Tanzania, intervistavo padre Pietro Bianchi, missionario della Consolata, in Africa da una vita. Si commuoveva quando parlava dello spirito africano che ama la vita e soprattutto della fede, semplice ma viva e spesso eroica dei cristiani e diceva: “Qui in Africa c‘è una riserva di umanità, che è offerta ai nostri popoli cristiani da duemila anni, per i quali la fede è ormai un lucignolo fumigante”. Le cause del sottosviluppo africano, mi diceva, sono quattro:

  • La religione e cultura animista, che tiene la maggioranza degli africani prigionieri di superstizioni, tabù, malocchio, timore di vendette, culto degli spiriti, a volte con violenze anche su “stregoni” degli spiriti maligni.
  • L’analfabetismo e la mancanza di scuole. Gli analfabeti in Africa sono sul 35-40% e con gli “analfabeti di ritorno” più del 50%. Nell’Africa rurale le scuole valgono poco, spesso con 60-70 alunni per classe.
  • Il tribalismo e la corruzione della vita pubblica, fino ai minimi livelli. Il potere politico (e ogni altro potere pubblico) sono intesi, in genere, come occasione per arricchirsi e aiutare la famiglia, il villaggio, l’etnia. Il concetto di bene pubblico si sta formando, ma è normale che manchi in nazioni nate poco più di un secolo fa, con i confini tracciati dalle potenze militari europee.
  • I militari sono la prima casta di potere, controllano la politica e l’economia, abusano della forza in tanti modi (anche facendo guerre tribali o territoriali),              sono implicati in commerci illegali, ecc.

Per capirre l’Africa nera, bisogna ripartire dai secoli della deportazione di schiavi neri verso le colonie americane dei  paesi europei e nel Sud degli Stati Uniti. Questo è il marchio d’infamia per l’Europa cristiana e per i popoli africani rimane un capitolo umiliante della loro storia. Nel 1884-1885, al Congresso di Berlino le potenze europee si spartivano il continente nero. I popoli sotto il Sahara vivevano ancora in un’epoca preistorica, cioè senza lingue scritte. In poco più di cent’anni, con due guerre mondiali in mezzo, la colonizzazione ha portato l’inizio dello sviluppo (strade, scuole, ospedali, lingue coloniali e locali scritte, ecc.), però lo scopo primario non era di educare i popoli a fare da soli, ma di arricchire la madre patria. Oggi, l’Occidente ignora (o giudica ininfluenti per lo sviluppo) la storia e i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli neri, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere  e agire. Si parla solo e sempre di fattori economici e commerciali e di rapina delle risorse naturali. I missionari, in genere, ritengono le quattro cause fondamentali per spiegare il sottosviluppo africano.

 “Molti africani vivono nella paura degli spiriti”

In Angola, il 21 marzo 2009 Papa Benedetto XVI dice ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati. Disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”. I vescovi africani ne parlano spesso, ma era la prima volta che una personalità a livello mondiale ricordava questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo. Il vescovo di Dundu in Angola, mons. José Manuel Imbamba, in conferenza stampa dichiarava ai giornalisti: “Siamo felici che il Papa abbia parlato di questo argomento, perché è un problema che divide le famiglie, genera ignoranza e frena lo sviluppo individuale e sociale”.

Don Benvenuto Riva, sacerdote “Fidei Donum” della diocesi di Milano, ha vissuto 20 anni in Zambia e oggi è parroco a Pieve Emanuele (Milano). Ha pubblicato un volume con i ricordi della sua missione: “Tu bianco, tu non puoi capire…” (Milano, Marna editore,  2012, pagg. 127), nel quale documenta la doppia vita che vivono la maggioranza degli africani, a volte anche battezzati. Il culto degli spiriti sopravvive con l’istruzione, la vita moderna, la fede in Cristo e rappresenta, secondo l’esperienza di don Benvenuto, il maggior ostacolo alla crescita anche politico-economica del continente nero! Il Premio Nobel per la Letteratura, Vidia Naipaul, nel suo volume “La Maschera dell’Africa” (Adelphi, 2010, pagg. 290) racconta la sua inchiesta in Africa (dal marzo 2008 al settembre 2009), alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. In un anno e mezzo, visita sei paesi di lingua inglese (compreso il Sud Africa) e documenta che “le pratiche magiche sono diffuse in maniera uniforme”. Naipaul, “da non credente quale sono”, incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti  e molta gente comune e documenta come proprio quelle credenze sono radicate nella cultura e mentalità di molti, e sono un forte ostacolo allo sviluppo. Scrive: “L’africano medio ha molta paura della religione pagana e questa resiste…le credenze religiose e le pratiche culturali sono strettamente legate: le credenze religiose determinano la cultura”. Sono realtà che non si possono ignorare – scrive Naipaul (molto contestato dalla stampa di sinistra europea e nord-americana) – senza nulla togliere alla dignità, all’intelligenza, bontà e cordialità dei singoli africani. Semplicemente, non hanno ancora avuto il tempo, come popoli, d entrare pienamente nel mondo moderno.

 “La povertà degli africani è che non conoscono Cristo”

In Costa d’Avorio, p. Giovanni De Franceschi del Pime si è affermato come studioso della tribù e della lingua dei Baoulé con diverse pubblicazioni su questa tribù maggioritaria  in Costa d’Avorio. Ha imparato il baoulé, che richiede anni di impegno. In genere i missionari parlano il francese che è studiato e capito, almeno nei termini e concetti comuni, da buona parte degli africani, Ma padre Giovanni mi dice: “Parlare e capire bene una lingua africana vuol dire penetrare nel loro mondo storico, tradizionale, religioso, conoscere i proverbi e le parabole, che sono la base della saggezza e della cultura popolare. La cosa più importante per il missionario e di sapere bene la lingua locale, che è l’anima di un popolo. Quante volte mi sono sentito dire dai cristiani: “Tu capisci bene quel che diciamo, la nostra mentalità, i nostri problemi. Ormai sei uno di noi”. Questo è il più bell’elogio che il missionario può attendersi dalla sua gente. Anche i pagani vengono ad ascoltarmi quando predico e parlano volentieri con me, mi invitano a bere il vino di palma, diventiamo amici, parliamo di tutti i loro problemi”.

Ebbene, padre Giovanni De Franceschi ha scritto[1]: “Noi cristiani non ci rendiamo conto di come la vita del pagano è una continua paura che gli vien messa dentro fin dall’infanzia: temono di aver fatto torto al feticcio, che il feticcio si vendichi per motivi misteriosi. Ho sentito parecchie volte delle persone adulte, colte, psicologicamente mature, dire: “Mi arriverà una disgrazia perchè ho offeso il feticcio”. Sono convintissimi che la disgrazia gli capiti da un momento all’altro, ma non sanno cosa sarà. Vivono male. Il terrore psicologico può distruggere una persona.

“Il dato di fondo – continua De Franceschi – è questo: il paganesimo non conosce Dio e il perdono di Dio. Non sanno che Dio è un Padre amorevole che ci vuole bene e ci perdona. Pensano Dio come lontano, misterioso, inconoscibile, vendicativo. Il cristianesimo è libertà, gioia, amore, fiducia nel Padre, liberazione da tutte le paure…. Il primo passo verso lo sviluppo è liberare l’uomo dalle paure antiche, dal terrore del feticcio, rivelargli l’amore di Dio che lo rende libero e gioioso. Sono convinto, per esperienza personale, che il maggior contributo che noi missionari portiamo allo sviluppo dell’Africa non sono gli aiuti economici o le scuole o gli ospedali (tutte cose indispensabili), ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo per tutti gli uomini”.

Nel 2008 a Maroua in Camerun ho intervistato padre Giovanni Malvestìo, da otto anni rettore del seminario maggiore del Nord Camerun, che mi dice: “Ci vorrà ancora tempo perché la cultura cristiana superi quella pagana anche nei nostri seminaristi, giovani entusiasti della fede e pieni di buona volontà. Il seminarista nato da una famiglia cristiana ha una serenità di spirito, è in pace con se stesso, col latte materno ha ricevuto la fede, l’amore a Dio e a Cristo, la fiducia nella Provvidenza; il seminarista battezzato a 15 anni e figlio di una famiglia pagana, il suo terreno di cultura è pagano, non puoi cambiarlo in pochi anni”.

“L’uomo è il protagonista dello sviluppo non il denaro”

Giovanni Paolo II descrive l’esperienza della Chiesa nella “Redemptoris Missio” (n. 58): “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica… La Chiesa educa le coscienze col Vangelo… forza liberante e fautrice di sviluppo…”. Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” scrive: “L’annunzio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n. 8); “Il Vangelo è indispensabile per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (n. 13); “Senza la prospettiva di un vita eterna, il progresso umano è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere” (n. 11); “L’uomo non è in grado di gestire da  solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo… L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”(n. 78).

Papa Francesco, nella “Evangelli Gaudium”, cita Paolo VI quando tratta della “dimensione sociale dell’evangelizzazione” (n. 176); e poi scrive (n. 178): “ Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”; e cita ancora (n. 181) la “Populorum Progressio” e la “Evangelii Nuntiandi”, dove  Paolo VI “proponeva (il Vangelo) in relazione al vero sviluppo umano, ogni uomo e tutto l’uomo”. Nella “Sollicitudo rei socialis” (1987) Giovanni Paolo II scrive (n. 41): “Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, essa dà il suo primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo”. Nella mia lunga vita di missionario-giornalista (di cui ringrazio il buon Dio e i miei Superiori), ho visitato più volte i paesi nei quali il Pime è impegnato, e poi ne ho scritto la storia. Mi è apparso evidente che quei popoli, convertendosi a Cristo, hanno fatto un balzo in avanti nel loro faticoso cammino verso la pace e lo sviluppo umano. Insomma, i Dieci Comandamenti e la vita di Gesù Cristo (cioè il Vangelo) sono i manuali del vero sviluppo umano.

  In Guinea Bissau, padre Zè Fumagalli racconta

Padre Giuseppe (Zé) Fumagalli, in Guinea Bissau dal 1968 e sempre nella tribù dei felupe (dei quali ha scritto la lingua, pubblicando opuscoli e libri) racconta[2]: “Quando i felupe diventano cristiani, migliora la loro vita, sia personale che familiare e di villaggio. Alcuni esempi concreti. Normalmente i cristiani sono quelli che rispettano di più la donna e i bambini.… Noi insistiamo moltissimo sul mandare i figli e le figlie a scuola. Ma il 90% delle bambine che vanno a scuola sono cristiane o figlie di catecumeni. Qui tra i felupe la donna serve per la riproduzione, il lavoro e il piacere dell’uomo. Questo non significa che l’uomo non le vuole bene, ma ha di lei l’immagine di una persona che è al suo servizio. Fin che la donna è giovane, tutto va bene.. Ma quando diventa vecchia o ammalata, allora il marito la manda via e ne prende un’altra, senza doverle nulla. O anche se non la manda via, la mette da parte. Per cui la donna sposata è sempre sul chi va là, per timore di essere ripudiata e quindi non avere più di che vivere ed essere disprezzata da tutti. Invece, la moglie cristiana sa che, anche quando si ammala o diventa vecchia, il marito la tiene lo stesso e le vuole bene. Il fatto che si siano sposati in chiesa vuol dire che il marito ha promesso solennemente davanti a Dio e alla comunità cristiana di comportarsi bene con la moglie. Domani, in caso di necessità, potrà sempre essere richiamato al suo dovere. Così la donna cristiana dice lei stessa che è molto più tranquilla di quella non cristiana”.

Il Vangelo apre il cuore e le menti, porta lo sviluppo anche economico e lo spirito di perdono e di pace. In Guinea Bissau i missionari del Pime lavorano dal 1947. Nella tribù dei felupe (nord ovest del paese), il primo missionario, il toscano padre Spartaco Mamugi, era presente dal 1952, quando i felupe vivevano ancora secondo la loro tradizione: la quale, ignorando il perdono delle offese, aveva creato una situazione di guerra continua fra villaggi e clan. Padre Fumagalli è sul posto del 1968 e dice: “In passato fra i villaggi di questa tribù c’era un perenne stato di inimicizia e di guerra. Si combattevano con archi, frecce e coltellacci, imboscate nelle campagne, si ammazzavano per nulla. I villaggi erano difesi, si viveva nel terrore di assalti notturni. In un’inchiesta fatta nel 1996 sul tema ‘Chiesa-famiglia’, la gente ha discusso ed ha dato risposte. Tutti riconoscono che il cristianesimo ha fatto superare le antiche inimicizie tra i villaggi e le famiglie. Un’anziana dice che quando lei era bambina, i suoi genitori non la portavano nel villaggio vicino, perché era considerato nemico. “Oggi, dice, i bambini giocano assieme e questo è grazie a Gesù”.

“Un uomo ha testimoniato che nel 1979 e 1981 doveva esserci la guerra tra Edgin e Katòn per problemi di terre e proprietà di palmizi. In passato tra questi due grossi villaggi è corso molto sangue. I cristiani ed i catecumeni dei due villaggi nemici si sono intesi e hanno evitato la guerra. La gente dice che sono stati i cristiani a fare la pace. La cappella di Kassolòl è stata costruita sul campo di battaglia tradizionale. I capi (non cristiani) hanno concesso il terreno, perché:  ‘Chi va con i preti non fa più la guerra, siamo tutti fratelli'”. Così padre Zé ha potuto costruire, con l’aiuto di parenti e amici di Brugherio (Mi), il lungo ponte in ferro che unisce su un fiume i due grossi centri.

[1] G. De Franceschi, “Cristo, la maschera, il tam-tam”, in “Mondo e Missione”, dicembre 1975, pagg. 673-677.

[2] Piero Gheddo, “Missione Bissau – I cinquant’anni del Pime in Guinea Bissau (1947-1997), EMI 2007, pagg. 302 -304.

Padre Gianni Zimbaldi (anni 88), missionario fra i tribali in Birmania e Thailandia

Lo slogan più fortunato di Papa Francesco è “La Chiesa in uscita”: noi battezzati, tutti gli enti ecclesiali, diocesi, parrocchie, congregazioni religiose, associazioni laicali, non dobbiamo rinchiuderci nell’ovile di Cristo, ma proiettarci verso l’esterno, come si legge nel Cap. I° della “Evangelii Gaudium”: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”.

Ebbene, mercoledì 6 luglio è venuto a trovarmi un mio coscritto, che potrei definire “Un prete in uscita”, cioè un missionario del Pime che è sempre andato fra le popolazioni più lontane e abbandonate, per testimoniare e annunziare Gesù Cristo. Oggi, a 88 anni suonati, dopo cinque anni che non tornava in Italia, si è preso una breve vacanza perché un benefattore gli ha pagato il viaggio aereo. Il 12 luglio è tornato in Thailandia. Non va a Bangkok, dove potrebbe starsene tranquillo, ma sulle montagne e regioni forestali al Nord del paese, dove vivono tribali di religione animista. In un ambiente difficile, anche per i profughi che scappano dal Myanmar, proprio quelli che Gianni già conosce (ne parla le lingue), tra i quali svolge il suo ministero, con altri confratelli.

Testimone vivente di come nasce la Chiesa        

Siamo diventati sacerdoti assieme nel 1953, poi lui è partito per gli Usa per imparare l’inglese e nel 1958 è in Birmania, nella prefettura apostolica di Kengtung, resa mitica dagli scritti del Beato p. Clemente Vismara. Arriva  a Kengtung nella Pasqua del 1958, che festeggia col prefetto apostolico mons. Ferdinando Guercilena. Un mese dopo, un maestro cattolico che capiva un po’ l’inglese, lo porta in quattro giorni a cavallo nella missione di Mong Pok, fra i tribali Lahu e Akhà, ai confini con la Cina. A Mong Pok c’era padre Grazioso Banfi, in Birmania dal 1938.
L’avventura di padre Gianni fra i Lahu e glI Akhà, prima in Birmania (1958-1966) e poi in Thailandia (dal 1972) é paragonabile a quelle degli Apostoli, raccontate dagli Atti. Allora la Chiesa nasceva in Palestina e nell’Impero romano. Oggi nasce in parecchi Paesi dell’Asia fra i gruppi tribali: Gesù Cristo e lo Spirito Santo sono con i missionari, come alle origini con gli Apostoli. Ecco perché vi racconto in breve la vita padre Gianni Zimbaldi, testimone vivente di come nasce la Chiesa, duemila anni dopo Gesù.

Mong Pok era un villaggio fuori dal mondo, senza strade, senza comodità moderne, senza negozi o mercati oltre a quello di villaggio dove si scambiano i prodotti della terra e dell’artigianato. Padre Banfi abitava una casetta in muratura  a due piani, costruita 25 anni prima e ormai fatiscente, ma ancora l’unica in muratura in quella vasta regione dei tribali Lahu ed Akhà. Nella missione c’erano due catechiste-suore, una congregazione fondata da mons. Bonetta, Vivevano in una capanna di fango e paglia e facevano la cucina in cortile sotto una tettoia. La chiesa era di fango e bambù.  “Il mio primo impegno era di studiare la lingua lahu con un maestro cinese che sapeva qualcosa di inglese. Non c’era  nessun libro, solo un quadernetto con l’alfabeto e qualche decina di parole, alcuni opuscoli con le preghiere in lahu e un libro con i quattro Vangeli ridotti in uno solo, composto padre Portaluppi in shan, poi tradotto in lahu e akhà.
“Io parlavo col catechista e con la gente, imparando a memoria e scrivendomi le parole che imparavo. Sono andato a Mongpok nel maggio 1958 e poi a novembre mons. Guercilena mi dice: “Adesso tu sai un po’ di lahu e puoi stare da solo. A marzo (1959) tornerà dall’Italia padre Banfi e verrà a  Mongpok”. In quei mesi in cui ero da solo, cercavo di imparare la lingua e poi andavo a visitare i villaggi. Il primo Natale ho messo fuori dei cartelli con Buon Natale in lahu; avevo un fonografo a manovella e suonavo qualche inno e canti in italiano per fare un po’ di festa. Ricordo che in quel primo Natale una bambina mi dice: “Padre, voglio ricevere il Battesimo”. Era una pagana che aveva visto la nostra festa e voleva diventare cattolica. Me l’ha detto e ripetuto e mi ha commosso.

“Mong Pok era a quattro giorni di cavallo da Kengtung, dove si andava in carovana al massimo due volte l’anno per pochi giorni, per fare le provviste. Quando poi è tornato padre Banfi, mi sono accorto che il lahu lo parlava male. I padri anziani conoscevano bene lo shan, lingua veicolare nella regione di Kengtung’ ma la lingua del popolo non l’avevano mai studiata, Un vecchio catechista mi diceva: “Quando c’era tra noi il padre Portaluppi, non si capiva niente di quel che diceva nelle prediche. Lui diceva che parlava il lahu, ma noi non capivamo se parlava il birmano o lo shan o il lahu”.
In quel momento – dice padre Zimbaldi – ho pensato: “E’ proprio vero che la missione la fa lo Spirito Santo, noi missionari siamo strumenti talmente imperfetti che parliamo e non capiscono nemmeno se parliamo la loro lingua!”. E aggiunge: “I miei otto anni di Birmania sono stati affascinanti, nonostante la povertà, l’isolamento, i pericoli dei guerriglieri e dei commercianti di oppio, i briganti e le belve feroci, che giravano attorno alla carovana spaventando i cavalli, o attorno al bivacco notturno   quando si dormiva all’aperto, per terra su una coperta. La semplicità e la cordialità di quel popolo mi è rimasta dentro, come pure la loro gioia e fede quando il Signore dava loro la grazia di convertirsi”.

Nel 1972 in Thailandia per i profughi Lahu e Akhà dalla Birmania

Questa la vita di padre Gianni sulle montagne e nelle foreste della Birmania orientale, fino al 1966 quando i militari hanno instaurato la dittatura comunista che più o meno dura tuttora ed espulso tutti i missionari più giovani. Dopo alcuni anni in Italia e negli Stati Uniti, nel 1972 è con due confratelli in Thailandia, per fondare la missione del Pime. I tre pionieri si stabiliscono a Chiang Mai, al Nord del paese. Dopo un anno di studio della lingua thailandese, il vescovo manda p. Zimbaldi a Fang (150 chilometri a nord di  Chiang Mai) per curare i Lahu e gli Akhà che fuggivano dalla Birmania. Per padre Gianni è come tornare all’antica missione di Mong Pok. Incomincia con la visita ai villaggi per incontrare i cattolici presenti e parlando bene il lahu è accolto ovunque con manifestazioni di gioia. Scopre 65 battezzati e 20 catecumeni. A Fang abitava nella casa della missione abbandonata da 15 anni. Incomincia subito ad accogliere otto ragazzi e sette ragazze lahu che provengono dai monti e frequentano la scuola governativa. Per le ragazze affitta una casetta dove mette una vedova cattolica con due sue figlie (un figlio è nel seminario minore a Kengtung in Birmania), che cura le ragazze e fa cucina e lavanderia per tutti.. La Provvidenza lo aiuta e in quindici anni la missione di Fang dispone di un vasto terreno sul quale oggi sorgono una grande chiesa e le altre opere della parrocchia.  A quel tempo Fang era già chiamata “città”, ma aveva solo 2.000-3.000 abitanti, però era il centro civile e commerciale di una vasta regione con circa 100.000 abitanti in maggioranza tribali. Oggi Fang ha circa 10.000 abitanti.

“Nei primi anni che ero a Fang, mi dice, visitavo sistematicamente il territorio della mia missione, che era già stata iniziata vent’anni prima da un missionario francese e poi abbandonata per mancanza di personale. Parlando bene il lahu, mi presentavo alla gente e ai capi villaggio come il missionario che veniva a riaprire la missione di Fang ed ero accolto bene ovunque. Vedevo dove si poteva aprire una scuola, distribuivo medicine, visitavo le famiglie per conoscere i loro problemi e soprattutto prendevo contatto con le famiglie cattoliche venute dalla Birmania e alcune già battezzate”.
In residenza a Fang, padre Gianni traduce in lahu il catechismo e altri testi religiosi indispensabili, i prefazi, le preghiere eucaristiche e i canti sacri. In seguito manderà un maestro della missione a scuola di dattilografia a Chiang Mai, per imparare a scrivere in lahu e comporre testi e foglietti da distribuire ai cristiani. Dopo meno di un anno che è arrivato a Fang informa i benefattori del primo risultato di questo lavoro:  “Sono qui a Bangkok per far stampare in off-set il libro di preghiere e canti in lahu. E’ la prima opera del genere che faccio e mi è costata parecchio tempo e preoccupazioni. E’ un libro necessario e mando un po’ di libri alla missione di Kengtung”.

Con l’aiuto della Divina Provvidenza e di altri confratelli, padre Zimbaldi ha fondato la Chiesa a Fang, poi compiuti i 75 anni e date le dimissioni da parroco, è andato per tre anni ad aiutare i confratelli nella missione di Mae Suay, una nuova parrocchia staccatasi da Fang alcuni anni prima. Nel novembre 2009 è tornato a Fang come sacerdote residente, continuando ad assistere pastoralmente le comunità che aveva visto nascere. Oggi il parroco di Fang è il milanese padre Marco Ribolini (anni 43), coadiuvato da p. Massimo Bolgan e appunto da P. Gianni.

In una lettera del 4 gennaio 2016, mi scriveva:

“Io sono qui per aiutarli, la mia salute grazie a Dio è buona e riesco ancora a visitare i villaggi. Quando ho iniziato il ministero missionario fra i tribali animisti, la diocesi di Chiang Mai aveva meno di 20.000 cristiani battezzati. Ora sono più di 70.000 e ci sono  20.000 catecumeni che vivono nei villaggi cattolici e si preparano al battesimo. Allora c’era solo un sacerdote diocesano, ora i sacerdoti diocesani sono una trentina. Il vescovo di Chiang Mai non solo è contento di noi, ma ci chiede di occuparci di altre zone. La diocesi di Chiang Mai comprende otto grandi province con una popolazione di 5.685.000. I cattolici sono 71.694, i sacerdoti diocesani solo 30, in un territorio forestale e montagnoso, vasto come Lombardia e Piemonte. Il vescovo accetta le congregazioni religiose, i preti religiosi sono 67 (una trentina thailandesi). Il nostro distretto missionario di Fang sta preparando la nuova parrocchia a Ban Theut Thai, che si stacca dal nostro territorio. Stiamo costruendo le strutture necessarie, pregando il Signore per i benefattori che ci aiutano. Grazie al Signore Gesù, abbiamo la consolazione di vedere la comunità cattolica crescere ogni anno. L’anno scorso, nella diocesi di Chiang Mai si sono amministrati più di mille battesimi di adulti, quasi tutti tribali animisti”.

Nel raccontare l’inizio della sua missione in Thailandia, padre Zimbaldi si commuove e dice: “Noi avrei mai immaginato che in quell’ambiente e quel popolo molto povero sarebbe nata una bella e viva Chiesa con i suoi primi preti e suore locali, capaci di diffondere la fede fra i loro  tribali. Perché non raccontare in Italia, anche sui mass media, – mi dice – questi esempi, per dare speranza e far comprendere l’importanza del Vangelo e della “missione alle genti?”.

A 88 anni incomincia una vita nuova a Chiang Rai

Quando è venuto a trovarmi il 6 luglio scorso, padre Gianni mi dice che il Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca (già missionario in Giappone), con i suoi quattro consiglieri hanno deciso che il Pime in Thailandia, venda la casa regionale e il suo terreno a Bangkok, e con quelle risorse costruire una nuova casa regionale alla periferia di Chiang Rai, capoluogo di una provincia che è proprio alla frontiera col Myanmar. Così si potranno accogliere e seguire meglio i cristiani tribali che vengono dalla regione di Chiang Rai e dal Myanmar e aiutare la vicina diocesi di Kengtung, evangelizzata dal nostro Istituto. Si è scelto Chiang Rai per ragioni strategiche: la cittadina che ha un volo diretto con Bangkok e dovrebbe, in un prossimo  futuro, essere sede di una nuova diocesi (staccandola da quella di Chiang Mai). Il Pime ne prepara le strutture. Si è già acquistato il terreno e si inizierà presto a costruire.

Il primo missionario che andrà con altri confratelli ad aprire questa casa sarà p. Gianni Zimbaldi, che è stato missionario a Kengtung e parla bene le lingue dei profughi e dei thailandesi. Questa la tradizione del Pime, istituto di sacerdoti non religiosi (cioè senza i voti), ma comunità apostolica di clero secolare, fondata nel 1850 dal Venerabile mons. Angelo Ramazzotti (vescovo di Pavia e patriarca di Venezia) e dai vescovi lombardi, per annunziare Cristo ai popoli più lontani e abbandonati e fondare la Chiesa locale con clero locale. Nel territorio della futura diocesi di Chiang Rai già lavora dal 1991anche il MET, l’Istituto Missionario Thailandese voluto negli anni ottanta dalla Conferenza Episcopale Thailandese. Il carismatico padre Adriano Pelosin, Pime, assiste oggi come superiore i membri di questo Istituto, sacerdoti diocesani e religiose di alcune congregazioni locali, nel difficile cammino della missione. Essi lavorano attualmente oltre che in Thailandia anche in Cambogia e Laos.

In due lunghe interviste (agosto 2009) ho chiesto a p. Gianni  come i suoi cristiani sentono e vivono il cristianesimo.

Risponde: Quando sono pagani, vivono con la paura degli spiriti e ci credono. Quando c’è un malato fanno le cerimonie contro gli spiriti cattivi che portano disgrazie, malattie, mancanza di pioggia, malocchio, ecc. Hanno una grande paura e sono sempre tormentati. Quando vedono i cristiani che vivono bene senza fare nulla contro gli spiriti cattivi, allora chiedono di farsi cristiani. Se si fanno cristiani c’è sempre un motivo concreto, per vivere meglio, per non avere più paura.
Una volta c’era il capo villaggio che decideva per tutti di farsi cristiani, adesso sono le singole famiglie, la scelta è più personale e più familiare. Quando chiedono, io vado a vedere la situazione e la loro retta intenzione. Poi mando un catechista a insegnare e vivere in mezzo a loro. Dopo almeno tre anni che hanno chiesto di farsi cristiani, quelli che mostrano fedeltà alle pratiche religiose, sono capaci di perdonare, hanno un inizio di vita cristiana, allora li battezzo. Altrimenti rimando. Per un adulto, il battesimo è una conquista, che  ottiene con la preghiera, l’osservanza dei Dieci Comandamenti, ecc. Per farsi cristiani ci vuole una grazia del Signore. Il catecumeno capisce poco della fede cristiana, ma segue il catechista nelle pratiche di pietà e nella vita: quando c’è un malato il catechista va a pregare da lui e con lui, quando capita qualcosa nella famiglia chiedono che il catechista vada a spiegare qual è il costume cristiano, ecc.

     Io dico spesso che fra i giovani cristiani c’è l’entusiasmo per la fede. Nei tuoi cristiani c’è questo entusiasmo o no?

All’inizio, un vero entusiasmo non lo vedo. Però quelli che sono cattolici da un po’ di tempo e hanno ricevuto un buon insegnamento dal catechista, migliorano nella loro vita, diventano sempre più cristiani. Anche quelli che non sono mai stati a scuola recepiscono il mio insegnamento con gioia e a volte anche con commozione, perché spesso è il contrario dei costumi pagani. Nelle loro conversazioni ripetono quel che ho detto, citano fatti o parabole di Gesù. Però certe credenze tradizionali rimangono dentro. Una volta, in un villaggio cattolico di buona gente, si sono ammalate diverse persone e non si capiva che male fosse. Allora hanno discusso: “Qui ci sono degli spiriti che ci vogliono male” e benché fossero cattolici da più di una generazione, sono andati da uno stregone shan a chiedere il suo intervento. L‘anno prima era morto il capo villaggio che era andato in foresta a cacciare e non si sa chi, l’aveva ferito in modo grave. E’ riuscito a tornare nel villaggio ma poi è morto. Lo stregone shan ha fatto i suoi sortilegi e ha detto: “E’ lo spirito di quell’uomo che è qui tra voi e vuole vendicarsi del suo villaggio. Scavate nella sua tomba e vedremo”. Hanno trovato il corpo del morto, con la testa rivolta verso il villaggio. Lo stregone dice: “Vedete? Questa l’origine del vostro male. Scappate dal villaggio altrimenti altri moriranno”. In pochi giorni sono scappati tutti, più di venti famiglie, lasciando case, campi e tombe dei loro morti…. Per fortuna sono andati in un altro villaggio cattolico, hanno ricominciato a vivere e sono ancora oggi buoni cattolici.

Cosa hai fatto per combattere la prodzione della droga?

I migliori tra gli alunni degli ostelli li mando a Bangkok ed a Chiang Mai per continuare gli studi a spese della missione: ne escono meccanici, falegnami, elettricisti, agronomi, infermiere, insegnanti, sarte, ecc. Ci sono già due sacerdoti e diverse Suore lahu e akhà: si sta formando la classe dirigente moderna fra i tribali. La parte principale della lotta contro la droga la fa il governo, che è severissimo con chi produce e commercia oppio. Ma la repressione non basta, occorre offrire ai tribali educazione e aiuto per altre attività redditizie, ad esempio le “banche del riso”, “le banche dei bufali” e le cooperative di villaggio per aiutare i tribali a rimanere sul posto, invece di andare nelle baraccopoli di Bangkok. E padre Sandro Bordignon  (ucciso il 1° giugno 2004 in uno scontro frontale con un auto di militari ubriachi!) ha creato, più a sud nella pianura thailandese, due fattorie-scuola agricole che insegnano ai tribali le tecniche moderne di coltivazione e l’allevamento animali.

Ma, dice padre Gianni, l’aiuto principale lo diamo annunziando Gesù Cristo. L’influsso del Vangelo è misterioso, è opera dello Spirito Santo. Però la differenza tra un villaggio cristiano e uno pagano è evidente a tutti: i matrimoni sono più saldi, i bambini e le bambine vengono a scuola, villaggio e capanne sono puliti, c’è più impegno nel lavoro, l’abitudine nuova al risparmio, collaborazione anche economica per il bene pubblico (ad esempio per costruire la cappella e la sala comunitaria, mantenere le strade praticabili), la legge del perdono fa diminuire e quasi scomparire lotte e vendette tra famiglie. Il villaggio pagano ha criteri solo materiali di giudizio: se una famiglia povera manda le figlie a prostituirsi non fa problema, non stupisce nessuno. I cattolici non lo fanno.

L’islam ponte di dialogo verso l’India

Intervista a padre Paolo Nicelli, missionario del Pime e conoscitore dell’islam

 

Dopo il Blog del 15 giugno scorso “Papa Francesco e il dialogo con l’islam”, come avevo promesso pubblico questa intervista con padre Paolo Nicelli, missionario nelle Filippine e  specialista dell’islam (vedi sotto). Credo che anche questo testo del mio confratello, che ha un’esperienza di vita in paesi islamici, possa contribuire a cambiare il giudizio che molti credenti in Cristo danno dell’islam. Giusto condannare il terrorismo di matrice islamica, come fanno anche la grande maggioranza dei musulmani, che sono le prime vittime del Califfato islamico! Ma è sbagliato condannare in blocco una religione e una civiltà che derivano anch’esse da Abramo, nostro Padre della Fede, e hanno una profonda devozione al profeta Gesù ed a Maria. Il popolo cristiano dell’Occidente deve seguire Papa Francesco e avere una visione alta e positiva dell’islam, per poter accogliere e dialogare con i musulmani. Piero Gheddo.

 

Nicelli – Il rinnovamento dell’islam avverrà solo a partire dall’interno del mondo islamico. Noi occidentali abbiamo il compito di sostenere queste correnti innovatrici dell’islam, che non si separano dall’islam stesso. Il problema dell’Occidente è che ha fatto molte promesse all’islam moderato, ma poi non le ha sostenute e queste promesse si sono rivelate funzionali ad altri fini, non all’evoluzione dell’islam.

Gheddo – Promesse di che tipo?

Nicelli – Promesse culturali, investimenti economici e politici, di non isolamento della cultura moderata. Cioè dare visibilità a questa cultura moderata, far capire che l’islam non è solo terrorismo: questo sui giornali, nelle università, dei dibattiti internazionali, nelle agenzie di stampa, ecc. L’Occidente ha un grande potere mediatico, politico ed economico! I musulmani si sentono fuori da questo, messi in un angolo perché terroristi e totalitari.

L’islam è molto di più che il terrorismo. Pensa il peso della cultura, della filosofia islamica nel mondo indiano. L’islam è stato il cuscinetto fra cultura occidentale e cultura orientale, in campo filosofico e religioso e anche antropologico;  e non va dimenticato che l’India, con l’Induismo e il Buddhismo, è la matrice della cultura asiatica filosofica e religiosa, molto più che la Cina e il Giappone. L’Occidente non è riuscito a gettare un ponte di confronto e di reciproco influsso fra Oriente e Occidente; l‘ha fatto con la colonizzazione e le missioni cristiane ma l’islam l’ha fatto nei secoli specialmente col pensiero dei persiani, a partire dallo zoroastrismo fino agli Imperatori Moghul e alla massa del 15% di musulmani che vivono in India.

C’è stato un profondo scambio culturale e religioso fra India e mondo islamico e la Persia è stato il protagonista di questo scambio, cose a cui nessuno pensa.  L’Occidente ha lasciato pochissime tracce nel mondo indiano, prima della colonizzazione alla fine dell’ottocento: Alessandro Magno è arrivato fino alle piane del Gange come conquistatore, ma poi non ha lasciato nulla.

Questa la grande missione dell’islam nel campo culturale e religioso, è stato mediatore fra cultura orientale e cultura occidentale, tramite la Persia. Ecco perché la Persia, l’Iran attuale, è così importante nel dialogo con l’Occidente, perché unisce due mondi. Poi bisogna tener presente che all’interno dell’islam c’è una forte polemica tra mondo arabo e mondo persiano. I primi dicono: noi vi abbiamo dato la rivelazione nel Dio unico, voi vivevate nel politeismo e avete ricevuto la fede nel Dio unico; i persiani dicono: è vero, ma chi ha fatto dell’islam una civiltà e una cultura? La filosofia e la teologia e la cultura persiana.

Gheddo – Araba no?

Nicelli  – Gli arabi erano dei beduini, gente nomade dei deserto. Sono diventati civili e colti grazie ai pensatori e ai sufi persiani che hanno viaggiato nelle loro terre. I più grandi teologi erano persiani: Avicenna, Al-Ghazali (il San Tommaso dell’islam), Ibn ‘Arabi (grande mistico, uno dei sufi più ricordati era persiano). Averroé invece è spagnolo di Cordoba. Insomma la cultura dell’islam viene in gran parte dalla Persia. Bagdad. Damasco e Il Cairo sono arabe, ma la cultura che girava in quel tempo in quelle grandi città e università era persiana. Gli arabi hanno ricevuto tutta la filosofia zoroastriana e anche le novità tecniche e filosofiche: i persiani traducevano i testi greci e indiani e li portavano nelle città e università del mondo arabo.

Nel 1200 Averroé in Spagna, che ha incontrato gli ebrei e i cristiani nelle grandi università di Salamanca e altre, insegnava la filosofia aristotelica secondo la sua interpretazione e la portava nelle città e università arabe.

Gheddo – Che cosa fare di fronte all’islam oggi?

Nicelli – La prima cosa da fare è di evitare ogni confronto fra la cultura occidentale e quella islamica oggi. Se noi guardiamo alla cultura occidentale dal punto di vista filosofico, giuridico, scientifico moderno, è chiaro che siamo secoli avanti a quella islamica, questo è fuori discussione. Ma se tu guardi la cultura islamica nel Medio Evo, confrontata con quella occidentale di quel tempo, vedi che in parecchie cose erano avanti a noi. Se si fa un confronto di questo tipo è errato e offensivo.

Per me importante oggi è sottolineare che se dal punto di vista culturale e scientifico c’è stato questo scambio positivo fra popoli cristiani e popoli musulmani, è chiaro che può esserci anche oggi, a patto che si scopra il senso profondo della propria fede, che è amore a Dio e amore all’uomo. Questo implica un rinnovamento della tradizione, dell’esegesi per i musulmani, come anche per noi occidentali: non dimentichiamo che noi abbiamo avuto i nazisti, cristiani battezzati, che scrivevano sulle fibbie dei loro cinturoni “Gott mit uns” (Dio è con noi) e poi ammazzavano ebrei, zingari, slavi e via dicendo.

Il dialogo con l’islam è un problema di interpretazione della tradizione.  Bisogna isolare il fondamentalismo presente nell’islam, come in tutte le religioni. Tale fondamentalismo violento è frutto di quelle ideologie totalitarie che riducono l’esperienza religiosa e quindi l’esperienza culturale legata a questa a pura violenza, svuotando la religione del suo contenuto formale, Dio e l’amore che Dio ha per la sua creatura. Il fondamentalismo fanatico e violento usa Dio e la tradizione religiosa come giustificazione del massacro di persone innocenti, uomini, donne, bambini e anziani e lo fa in nome della morte e non della vita.

Dr. Padre Paolo Nicelli, PIME

Dottore della Biblioteca Ambrosiana
Direttore della Classe di Studi Africani
Professore di Teologia Dogmatica, Missiologia, Studi Arabi e Islamistica.

 

Papa Francesco e il dialogo con l’islam

Papa Francesco ripete spesso che il terrorismo di matrice islamica si vince non dichiarando una “guerra di religione”, ma promuovendo il “dialogo con l’Islam”, specialmente con le sue correnti più moderate. Molti credenti in Cristo e figli devoti della Chiesa non capiscono o non condividono quel che dice il Papa italo-argentino. Tento di spiegarlo partendo dalla mia esperienza di missionario-giornalista. Negli anni ‘50 del 1900 ho studiato missiologia, etnologia e islamistica all’Università Urbaniana; ho preso un diploma di tedesco in Austria e Germania e intervistato diversi missionari degli SVD (Società del Verbo Divino); poi ho fatto il Concilio Vaticano II come perito dell’Ad Gentes e giornalista dell’Osservatore Romano; e già durante il Vaticano II ho incominciato a visitare le missioni, anche  in numerosi paesi islamici, in alcuni più d’una volta.

Ebbene, fino agli anni ‘80 del 1900, i rapporti dei cristiani con l’islam non rappresentavamo un problema. Ad esempio, nessuno dei vescovi visitati e intervistati nell’Africa sotto il Sahara (del Sudan, Kenya, Uganda, Ciad, Tanzania, Burkina Faso, Ruanda, Congo ex-belga, Somalia, Etiopia, Sud Africa, Rhodesia, Swaziland, Mozambico, Angola), mi ha parlato di pericolo o  di terrorismo islamico o di persecuzione contro i cristiani da patte dell’islam (eccetto il vescovo di Khartoum). Allora tutti temevano il “pericolo comunista”, infatti i vari partiti rivoluzionari collegati con Urss, Cina e Cuba, avevano assunto il potere con guerriglie o colpi di stato e distrutto l’economia e i servizi pubblici creati dalla colonizzazione. Nel gennaio 1979 l’ayatollah Khomeini, applaudito dai mass media e dall’opinione pubblica occidentale, assume il potere in Iran, con una rivolta popolare guidata dal clero sciita, contro lo scià Reza Pahlavi, alleato degli Usa, che promuoveva la modernizzazione del paese. Inizia così la svolta radicale dell’islam in tutto il mondo. L’Iran diventa una repubblica islamica e Khomeini dichiara la guerra totale contro “il grande Satana” (gli Usa), il loro alleato Israele e l’Occidente cristiano. E rende attuale la tradizione sciita del “martirio per l’islam”, cioè il terrorismo di matrice islamica, che ha portato a poco a poco ai talebani e poi, con sigle diverse (Al-Qaida, Mujaheddin,  Boko Aram, Shahab, Jihadisti, ecc.), al Califfato islamico, l’Isis (Islamic State Iraq and Siria).

Perché dico tutto questo? Papa Francesco, per sconfiggere il terrorismo, parla di “dialogo della vita”” con i musulmani e non vuol sentire espressioni come “terrorismo islamico” o “guerra di religione”. E fa bene, perché l’alternativa del dialogo è l’odio, la violenza, la guerra. Una guerra totale, che sarebbe davvero la terza guerra mondiale, senza vincitori né vinti. Ma sul “dialogo della vita” con i fedeli dell’islam ho già scritto in diversi miei Blog recenti e il 6 maggio scorso ho pubblicato “Il Vangelo del Dialogo”, l’esperienza di padre Franco Cagnasso, che racconta come lui stesso  vive, dopo studi sull’islam, il dialogo della vita con i musulmani in Bangladesh.

Papa Francesco ha dell’islam una visione positiva e anche qui fa bene. Se si pensa che l’islam è una religione falsa e demoniaca, nata per contrastare il cristianesimo e ammazzare i cristiani, nessun dialogo è possibile. Ma, in una visione alta della storia millenaria dell’umanità e dell’Alleanza con Dio, l’islam appare una religione provvidenziale. Vediamo. Tutti i popoli riconoscono e pregano Dio Creatore e Signore del creato. Quando nell’800 i primi etnologi sostenevano che i popoli primitivi non avevano il concetto di Dio, padre Wilhelm Schmidt (1868-1954), missionario SVD, insegnante all’Università di Vienna, fondatore della “Scuola di Vienna” di antropologia e della rivista “Anthropos”, promosse una vasta ricerca tra i missionari di ogni continente che vivevano fra i popoli “primitivi”.  La sua opera Der Ursprung der Gottesidee (L’origine dell’idea di Dio) ha dimostrato che tutti i popoli riconoscono e pregano Dio. Non esistono popoli atei. Più ancora, Schmidt afferma e dimostra che, più si indaga fra le popolazioni viventi in un’epoca preistorica, isolate dal resto del mondo (a quel tempo erano ancora molte) e più è chiaro che esse hanno “un originale monoteismo convinto”, che risale ai tempi della Creazione.

Poi i popoli si sono moltiplicati e diffusi nei vari continenti e sono nate  molte immagini di Dio e molte religioni. Con una grande divisione: da un lato i popoli che hanno ricevuto la Rivelazione della Bibbia, caratterizzata dal monoteismo; e dall’altro i popoli che hanno avuto altre ispirazioni o rivelazioni dallo Spirito di Dio, che soffia dove e come vuole. I popoli mon0teisti, ebrei (15 milioni), cristiani (2,1 miliardi) e musulmani (1,4), sono circa la metà dei 7 miliardi di uomini sulla terra. Questi tre popoli hanno una radice comune in Abramo, “il Padre della fede”, infatti nella Bibbia si trova l’espressione “Il popolo del Dio di Abramo” (esempio,  nel Salmo 46). E se leggiamo la storia umana secondo i tempi di Dio (“Per Te, oh Dio, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato”) vediamo che il monoteismo si sta diffondendo gradualmente a tutta l’umanità. Il passaggio dal politeismo al monoteismo è fondamentale affinché tutti i popoli entrino nell’Alleanza con Dio.

In questa visione religiosa della storia umana risulta che “i popoli di Abramo” hanno una missione comune, pur essendo molto diversi l’uno dall’altro. Ebrei e musulmani credono e vivono la teocrazia: la società umana governata da Dio, secondo le Leggi di Dio; il potere religioso è anche politico; i cristiani distinguono fra religione e politica. Ecco in poche parole:

1) Ai tempi di Cristo i romani occupavano e colonizzavano la Terrasanta, proteggendo l’ordine pubblico e riscuotendo le tasse. Per tutto il resto, gli ebrei erano governati da Dio, rappresentato dal loro Sinedrio e secondo le Leggi date da Dio nei Dieci Comandamenti e nei tempi seguenti.

2)  Per i musulmani, la teocrazia è ancor più evidente. Maometto era capo religioso, politico e militare e anche oggi la crisi che attraversano i popoli islamici è proprio questa: come distinguere il potere religioso da quello politico? Qui si apre il grande problema di come leggere e interpretare criticamente il Corano.

3)  I cristiani seguono Gesù Cristo, che ha distinto chiaramente la religione dalla politica e ha fondato la sua Chiesa universale e libera da ogni autorità politica. Le Chiese che si sono separate dal Pontefice della Chiesa fondata da Cristo e affidata a Pietro, vescovo di Roma, sono oggi quasi tutte Chiese nazionali, sia nel campo ortodosso che protestante-anglicano.

4)  Nel quadro della millenaria storia umana, le lotte e guerre fra le religioni monoteiste sono baruffe tra fratelli, che passano presto. Non minimizzo affatto l’isis e tutto l’estremismo di radice islamica. Noi ci siamo dentro, difendiamoci anche militarmente se necessario, facciamo leggi e controlli più severi, ecc.. Non parlo di questo, ma del fatto che l’islam ha già svolto nella storia, e svolge ancor oggi, una missione importante: ha diffuso il monoteismo nell’Asia profonda e soprattutto in India, da cui vengono induismo e buddismo, le due religioni dell’Asia (allo stesso modo, la Spagna ha diffuso il cattolicesimo nelle Filippine). Nel prossimo Blog una interessante intervista con padre Paolo Nicelli,  missionario del Pime nelle Filippine. oggi dottore della Biblioteca Ambrosiana e professore di Teologia dogmatica, di Missiologia e di Studi arabi e di Islamistica.

5)  Un’ultima osservazione. Stupisce oggi, nei mass media e nei dibattiti in Tv, che quando si scrive o si parla del terrorismo di matrice islamica, si sviluppa ampiamente il racconto della gravità e crudeltà dei crimini che compiono i Jihadisti; ma quello che Papa Francesco propone, nei suoi discorsi e scritti (ad esempio i nn 250-254 della “Evangelii Gaudium”), e con la sua stesa vita, per prevenire e sconfiggere il terrorismo, è semplicemente ignorato, a volte anche sulla stampa e in siti internet cattolici. Noi, cristiani d’Occidente, dobbiamo interrogarci sulle nostre responsabilità. Il terrorismo non si sconfigge solo con le leggi, la vigilanza e la fermezza, ma aiutando i fratelli islamici a maturare una diversa visione del mondo moderno e accettando che essi contestino la nostra crisi religiosa.

La famosa tesi di Samuel Huntington, che alla “guerra fredda” sarebbe seguito uno “scontro di civiltà” (e quindi anche di religioni), è più credibile oggi che nel 1993. Il concetto di “missione”, un tempo inteso unicamente come “convertire i popoli a Cristo”, rimane sempre vero, ma dovrebbe assumere anche un senso nuovo e più attuale: gettare ponti di conoscenza, comprensione, dialogo, condivisione fra popoli e civiltà diverse. Il punto debole dei due mondi, cristiano e islamico, è che ci chiudiamo sempre più: passa ben poco da un mondo all’altro. Un missionario del Pime in Bangladesh mi dice: “Vedo citati poco, e malamente, studi e articoli occidentali da parte dei bengalesi; spesso solo frammenti di cui si riferisce per sostenere la propria tesi, piuttosto che analisi di ciò che si dice da parte degli altri. Un difetto analogo lo trovo in Italia: si conosce più di prima, ma è ancora troppo poco per capire ciò che matura ed emerge nel  mondo islamico, in Asia”.

Questo chiama in causa i nostri teologi e intellettuali, i centri culturali, i mass media, le associazioni, le università, le scuole, ecc.

All’inizio del 2000 sono nate nella Chiesa italiana due iniziative per far conoscere l’islam: l’agenzia Asia News nel 2003 e il Centro studi Oasis nel 2004: ambedue già affermate a livello internazionale e mondiale.

Asianews era un quindicinale su carta, iniziato nel 1986 come sussidio al mensile del Pime “Mondo e Missione”. Nel 2005 padre Bernardo Cervellera, missionario ad Hong Kong e insegnante di storia e civiltà occidentale all’università di Pechino, è richiamato in Italia come direttore dell’agenzia Fides, che dirige per cinque anni. Nel 2003 è direttore di Asianews, che pubblica come Sito internet (www.asianews,it) con un successo immediato. Oggi ha anche un mensile su carta con documenti e testimonianze, e si pubblica in italiano, inglese, cinese e spagnolo (programmati francese e arabo, quando le finanze dell’agenzia, che si mantiene senza pubblicità, lo permetteranno). Diffonde ogni giorno la voce del Papa (servizio molto apprezzato in Cina, in Vietnam e nel Medio Oriente) e informa in particolare sulle Chiese cristiane e sulle altre religioni, in particolare l’islam, che segue in tutto il mondo. “Grazie perché avete la nostra vita nel cuore!”: è il messaggio di saluto dalla Cina, giunto ad Asianews da un sacerdote liberato da poco dalla prigionia. Messaggi molto simili giungono da tante parti dell’Asia dove Asianews ha i suoi corrispondenti che informano, oltre che sui problemi politici, economici e sociali dei singoli paesi, dove l’uomo è umiliato e la Chiesa e le religioni perseguitate. Ma non sollo, informano anche dove l’annunzio della Risurrezione di Cristo porta alla Chiesa nuove famiglie, nuovi villaggi, nuovi popoli. Là dove oggi nasce la Chiesa, lo Spirito Santo compie le meraviglie dell’evento cristiano, come leggiamo negli Atti degli Apostoli. Sono fatti che in Occidente dobbiamo conoscere, anche perché non raramente sono commoventi, come un bambino che nasce. Ma quì rinasce la Chiesa, segno di gioia e di speranza.

Ottima l’iniziativa fondata nel 2004, dal patriarca di Venezia Angelo Scola (oggi card. arcivescovo di Milano), il Centro studi “Oasis”, “per promuovere la reciproca conoscenza e l’incontro tra il mondo occidentale e quello a maggioranza musulmana”. Oggi la Fondazione Oasis, ente di diritto civile italiano, con sede legale si trova a Roma, direzione e redazione a Venezia e a Milano, “studia l’interazione tra cristiani e musulmani e le modalità con cui essi interpretano le rispettive fedi nell’attuale fase di mescolanza dei popoli, “meticciato di civiltà e di culture”, partendo dalla vita delle comunità cristiane orientali. Per Oasis il dialogo interreligioso passa attraverso il dialogo interculturale perché l’esperienza religiosa è vissuta e sempre si esprime culturalmente: a livello teologico e spirituale, ma anche politico, economico e sociale. Punto di forza della Fondazione è l’ampia rete di persone che collaborano a livello internazionale

Il nostro è un tempo difficile ma affascinante. “Non abbiate paura!” diceva Giovanni Paolo II. Non possiamo più essere pessimisti. Però il futuro migliore dobbiamo costruirlo noi, ripartendo da Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo. L’islam non è terrorismo. È anzitutto un problema culturale e religioso, che ci rivela la nostra crisi religiosa, di vita cristiana, di identità cristiana, di fede e appartenenza alla Chiesa. Altrimenti l’Occidente, la civiltà occidentale come la conosciamo noi oggi, è destinata a tramontare e sparire, come già sono tramontate la civiltà romana antica e tante altre, perché senz’anima. “L’Europa non si ama più, . scriveva il card. Ratzinger, poco prima di diventare Papa Benedetto XVI – è una civiltà volta alla sua stessa distruzione”. Senza  Gesù Cristo l’Europa è senza speranza, senza futuro. Tramonta per stanchezza e sazietà, soffocata dai beni materiali che produce.

padre Piero Gheddo

 

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La Pentecoste è una festa missionaria

Gesù aveva promesso agli Apostoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo: “Non vi lascerò soli, vi manderò lo Spirito Santo…. Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi”. Infatti, pochi giorni dopo l’Ascensione al Cielo, mentre gli Apostoli erano nel Cenacolo con Maria “per paura dei giudei”, lo Spirito scende su di loro sotto forma di fiammelle di fuoco e li trasforma, li fortifica nella fede e dà loro il coraggio di annunziare che Cristo crocifisso, morto e risorto è il Figlio di Dio, il Messia atteso dal popolo ebraico, il Salvatore.

Non solo, ma quei poveri pescatori si sono divisi il mondo e sono usciti dalla Palestina per raggiungere tutti i popoli allora conosciuti. San Tommaso arriva in India. San Bartolomeo in Persia (Iran), San Filippo in Etiopia, San Paolo in Grecia e nella Roma imperiale e San Pietro lo segue. Lo Spirito Santo ha dato a tutti gli Apostoli la forza e il coraggio di andare in popoli diversi e tutti sono stati martirizzati come testimoni di Cristo. Questo il primo intervento dello Spirito, che nessuno poteva immaginare. Senza la forza di Dio, quei poveri pescatori, rifiutati dal loro mondo ebraico, come potevano suscitare comunità cristiane tra popoli  nuovi e dare a loro una continuità e una unità sotto un pescatore come loro?

Ancor oggi la Chiesa è missionaria, come negli Atti degli Apostoli, perché soprattutto in Asia. ma anche in Africa, molti popoli non hanno ancora ricevuto il primo annunzio del Vangelo. E là dove la Chiesa sta nascendo, lo Spirito di Dio infiamma i cuori e rinnova la Chiesa stessa. Ecco perché anche noi, cattolici italiani, dobbiamo avere uno spirito missionario, un interesse fattivo per le giovani Chiese e le missioni, e i missionari italiani. La Chiesa non è solo quella vaticana e italiana, ma è cattolica, cioè universale,  e là dove popoli nuovi entrano nell’ovile di Cristo, lo Spirito Santo compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli, che danno speranza e rinnovano la Chiesa. San Giovanni Paolo II scrive  (Redemptoris Missio n. 21): “Lo Spirito è il protagonista di tutta la missione ecclesiale. La sua opera rifulge eminentemente nella missione alle genti”.

“Hanno una forza che viene dallo Spirito di Dio!”

Io sono devotissimo dello Spirito Santo, perché l’ho visto in azione in tante parti del mondo non cristiano, anche nelle isole più lontane, “agli estremi confini della Fede”. La sua fiamma mi ha emozionato ed è avvampata anche in me. Nel 2004 ho visitato la Malesia e il Borneo malese, i cui vescovi chiedevano al Pime di mandare missionari, poiché l’istituto milanese ha fondato la Chiesa in Borneo nel 1856-1862, con il prefetto apostolico spagnolo, mons. Carlos Cuarteron. Poi Propaganda Fide ci ha mandati ad Hong-Kong, dove c’era urgente bisogno di missionari e Cuarteron è rimasto da solo con pochi e precari sacerdoti spagnoli. Ma le piccole comunità cristiane sono sopravvissute fino al 1880, quando Propaganda Fide manda i missionari inglesi di Mill Hill.. Il piccolo cimitero cattolico nell’isola di Labuan, con le tombe dei primi fedeli, cippi antichi sbrecciati, sono importanti. Dimostrano che i missionari italiani sono giunti nel Borneo non sotto il colonialismo inglese, ma con i Sultani islamici, che li avevano accolti bene. Nel 2006, nel 150° della missione nel Borneo malese, si è realizzata, con l’aiuto del Pime, una grande Mostra storica sull’avvenimento e varie celebrazioni e pubblicazioni, Due nostri missionari hanno partecipato all’inaugurazione della Mostra a Labuan, dove nel 1856 erano arrivati i missionari milanesi.

Oggi (e parlo del 2004) il movimento di conversioni è sostenuto. Ma dopo l’espulsione dei missionari inglesi nel 1982, mancano preti, suore e mezzi economici. I nativi (dayak) che vogliono entrare nell’ovile di Cristo sono tanti. Questi tribali che escono dalle foreste ed entrano nel mondo moderno hanno due scelte: cristiani o musulmani. Quasi tutti scelgono l’ovile di Cristo, l’islam è troppo lontano dalla loro cultura. Ma 40 anni fa nel Borneo malaysiano c’era un sacerdote ogni 3,000 cattolici, oggi uno ogni 8.000.

In Borneo vi sono situazioni esemplari per capire il ruolo dei laici. La parrocchia dell’isola di Labuan, da dove si va in barca a Mompracem (ricordate Salgari e Sandokan?) non ha avuto un prete residente dal 1972 al 2001: 29 anni senza sacerdote! Così è nato un forte movimento laicale.  Oggi la parrocchia di Labuan ha un solo prete di 78 anni per 5.000 cattolici e 200 battesimi di adulti l’anno. Don Aloysius Tung alla domenica celebra cinque Messe, in inglese, malese e cinese. “I battezzati – dice – sono entusiasti della fede, si prestano volentieri per servire la Chiesa, accettano ministeri e collaborazioni. Dare parte del proprio denaro e del proprio tempo alla parrocchia è entrato nella vita cristiana come un impegno a cui non si può rinunciare”. I credenti appartengono a comunità ecclesiali di base (Basic Christian Communities), a molti gruppi e movimenti laicali: Legione di Maria, Divine Mercy, Movimento carismatico, Neo-catecumenali, Labuan Youth Movement, Catholic Women’s League. Tutto questo è segno di vitalità della fede e della parrocchia, rimasta per trent’anni senza prete.

Il 14 febbraio 2004 da Labuan è passata una grande Croce, che visita ogni settimana una parrocchia dello stato di Sabah, per preparare la festa dei giovani. Nell’interminabile processione dal campo di pallone parrocchiale alla chiesa, dietro alla Croce lo stendardo: “We want to see Jesus” (Noi vogliamo vedere Gesù), il motto esaltante della festa  di agosto a Keningau: tutto è sempre centrato su Gesù Cristo, il Salvatore. Il corteo avanza di 30 metri e poi si ferma. Cinque gruppi di otto ragazze di diverse tribù (dayak è un termine generale che le comprende tutte), con i costumi tradizionali, eseguono danze diverse davanti alla Croce, accompagnate da musiche e canti della tradizione locale. Poi vengono le insegne dei vari gruppi, associazioni e movimenti, la banda musicale e tutta la gente, fedeli e non fedeli credo, perché sono tanti. Infine la Messa, davvero eccezionale per le cerimonie, i canti, le danze, gli applausi, la gioia partecipata. Dopo Messa, nel salone della parrocchia e nel cortile cena per tutti, con altri discorsi, canti, danze. Impressiona anche il fatto che i partecipanti sono in grandissima maggioranza giovani e ragazze, di persone anziane se ne vedono poche!

Il vescovo di Kota Kinabalu, mons. John Lee, dice: “La mia è una bella diocesi, la maggioranza dei cattolici sono giovani dayak. Quando vado a visitare le parrocchie e vedo assemblee giovanili molto numerose e fervorose, schiere di giovani che cantano, ne ringrazio il Signore: Noi abbiamo la grande responsabilità di educare questi giovani. Ma come fai se non hai preti? Le vocazioni adesso vengono dai tribali, ma ci vuol tempo per formare un prete. Ci fidiamo dello Spirito Santo”. La diocesi di Kota Kinabalu ha 26 sacerdoti in attività pastorale per 220 mila fedeli e poco meno di quattromila battesimi all’anno, metà dei quali di adulti. Quello dei dayak che si convertono alla Chiesa cattolica (e alle Chiese protestanti) è un movimento massiccio, ma i parroci non sono in grado di accogliere e formare tutti i nativi che vogliono entrare nell’ovile di Cristo. Il vescovo di Kota Kinabalu mi dice: “Ci fidiamo dello Spirito Santo! Noi facciamo tutto quel che possiamo, la mia azione pastorale è tutta orientata ad istruire i cristiani ed i neofiti. Siamo severi nel dare il Battesimo, ma poi non possiamo fare di più e affidiamo questi neofiti allo Spirito Sato. La missione è sua, ci pensi Lui!”.

A Keningau (Sabah), il vescovo Cornelius Piong mi dice: “La mia diocesi è giovane, ha 12 preti per più di 90 mila cattolici e dieci seminaristi. Preti e suore sono troppo pochi. Affidiamo molti compiti ai laici, alle comunità ecclesiali di base e a movimenti. I catecumeni entrano nelle comunità e vengono preparati al battesimo con la catechesi e anche con impegni di servizio alla parrocchia. Qui nel Sabah i membri della Chiesa sono in grandissima maggioranza giovani e lo Spirito Santo dà loro un  entusiasmo per la fede che mi stupisce. Amano Gesù e Maria, amano la Chiesa, sono disposti a sacrificarsi per servire la comunità. Noi possiamo dare loro ben poco, hanno una forza che viene dall’alto, dallo Spirito di Dio!”

“A Kuching le suore di Clausura motore della missione fra i dayak”

Tutto questo nel Nord Borneo (Sabah). Nel Borneo del Sud ho visitato l’arcidiocesi di Kuching capitale dello stato di Sarawak, con 150.000 cattolici e 25 preti. Chiedo al vicario generale mons. William Sebang, cosa i cristiani del Borneo possono insegnare alle Chiese d’Europa. Risponde: “I nostri battezzati si organizzano e aiutano la parrocchia, lo sentono come un impegno primario di vita cristiana: riunioni di preghiera, catechesi, catecumenato, amministrazione, carità, costruzioni e riparazioni, liturgia, assistenza ai malati e agli anziani, animazione di bambini e giovani, attività culturali e missionarie, tutto è fatto da laici: portano la parola di Dio ovunque, parlano di Gesù Cristo e del Vangelo, invitano a venire alla chiesa. Ogni parrocchia ha centinaia di battesimi di adulti, per iniziative dei fedeli non del prete”.

Con un viaggio avventuroso (la bellezza e i colori della natura, l’incontro con animali selvatici che attraversano la strada), William Sebang mi porta nella parrocchia di Serian, nel profondo delle foreste di Sarawak, lontana dalla presenza islamica, che per il momento si ferma nelle città e lungo le coste. Serian ha ottomila battezzati e ogni anno circa 500 battesimi di adulti. La parrocchia, vastissima, ha tre preti e cinque suore. Chiedo al parroco, don James Meehan, come mai tante conversioni. La sua risposta è fulminante: “Noi parliamo di Gesù Cristo e quando incontrano Cristo capiscono la bellezza della religione cristiana e si convertono”. L’intervento dello Spirito Santo, protagonista della missione, è evidente e commovente.

Don John Chung, parroco di Bunan Gega (con un vice-parroco), altra parrocchia in foresta, ha 300 battesimi all’anno di adulti convertiti, con una cinquantina di cappelle da curare. Questa regione forestale dei dayak, visitandola, pare che sia tutta cattolica, quasi in ogni villaggio c’è una cappella, fatta con materiale locale. Il parroco mi dice: “I tribali scelgono il cristianesimo non l’islam e quando incontrano Cristo sperimentano che cambia la loro vita personale, familiare e di villaggio. Loro stessi diffondono il Vangelo”.

Chiedo a mons. William Sabang, vicario generale di Kuching e rettore del seminario, cosa insegnano i cattolici del Borneo a noi cristiani d’Italia. “Quando studiavo a Roma – dice – andavo da un sacerdote che aveva tre piccole parrocchie e si lamentava perché alla domenica doveva dire cinque Messe. Gli ho detto che a Kuching noi abbiamo preti che hanno ottomila-diecimila cattolici da assistere, dispersi in venti o trenta cappelle distanti l’una dall’altra e considerano normale dover celebrare quattro-cinque Messe o anche più. I nostri cristiani, essendo pochi i preti, fin dall’inizio si sono organizzati e provvedono a molte necessità delle loro comunità: riunioni di preghiera, catechesi, catecumenato, amministrazione, carità, costruzioni e riparazioni, ecc. S’è creata una tradizione e i cattolici sanno che debbono dare il loro tempo alla Chiesa. In Italia a volte mi stupivo di come i credenti si lamentano della parrocchia, ma fanno poco per evangelizzare, non prendono iniziative, aspettano tutto dal parroco o dal vescovo”.

A Kuching ho visitato il convento delle Carmelitane Scalze, con due anziane suore spagnole e 23 giovani suore e novizie malesi. Sono entrato nel convento, ho avuto una lunga conversazione con queste giovani donne e ammirato l’entusiasmo con cui parlano della loro vocazione. Mi hanno fatto molte domande sulle suore di Clausura in Italia e ho potuto rispondere raccontando che dal 1980 mando tutti i miei libri in omaggio (e anche altri del Pime) a circa 550 conventi di Clausura e ne visito diversi, proiettando le diapositive dei miei viaggi. Poi ho parlato con le due suore spagnole (la superiora è malese) e mi dicono che l’entusiasmo di quelle giovani suore è autentico: “Quando una giovane entra in convento si chiede sempre qual è l’origine della sua vocazione e ciascuna scrive una letterina con le sue intenzioni. Una ragazza entrata l’anno scorso ha scritto che nella sua famiglia, in parrocchia e nel movimento neo-catecumenale, ha imparato ad amare Gesù e vuole consacrare la sua vita a Lui. Poi ha sentito dire che le preghiere delle Carmelitane sono la benzina per il motore della missione diocesana fra i suoi fratelli e sorelle dayak”.

Mons. Sebang, al quale ho riferito questa conversazione mi dice: “Per la nostra diocesi, il  Convento delle Carmelitane è stato provvidenziale. Ci ha spinti ad andare sempre più nel profondo del nostro vasto territorio a portare il Vangelo di Gesù e abbiamo riscontrato una rispondenza inaspettata. Quanto ha scritto quella novizia è voce comune e ha dato ai nostri preti e ai fedeli una visione missionaria della pastorale parrocchiale”.

Nella “Nota pastorale“ della CEI (marzo 2007) dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona, i vescovi italiani scrivevano: “Desideriamo che l’attività missionaria italiana si caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra Chiese, attraverso la quale, mentre offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana, riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti… Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione. Chiediamo pertanto ai Centri missionari diocesani a far sì che la missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana”.

Concludo con due citazioni dell’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” di San Giovanni Paolo II (1990):

“E’ lo Spirito che spinge ad andare sempre oltre, non solo in senso geografico, ma anche al di là delle barriere etniche e religiose, per una missione veramente universale” (n. 25).

“Il nostro tempo, con l’umanità in movimento è in ricerca, esige un rinnovato impulso dell’attività missionaria della Chiesa. Gli orizzonti e le possibilità della missione si allargano, e noi cristiani siamo sollecitati al coraggio apostolico, fondato sulla fiducia nello Spirito. E’ Lui il protagonista della missione” (n. 30).

Maria a Fatima; “Per avere la pace, recitate il Rosario”

“Carissimi Pellegrini! – ha gridato Papa Francesco il 13 maggio scorso al milione di fedeli accorsi a Fatima – noi abbiamo in Cielo una Madre! Abbiamo una Madre! Aggrappati a Lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù, …. di essere un giorno con Lui e con Maia alla destra del Padre nel Regno di Dio.. Questa speranza sia la leva della vita di tutti noi! Una speranza che ci sostiene sempre, fino all’ultimo respiro…. Sotto la protezione di Maria, noi siamo nel mondo le sentinelle del mattino, che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”

Ai tre pastorelli di Fatima, Lucia, e i santi Giacinta e Francesco, la Madre di Gesù e nostra, presentandosi come ‘la Madonna del Rosario’, raccomandò con insistenza di “recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la fine della guerra e la pace”. Cento anni fa, quando Maria appariva ai tre bambini portoghesi, era il 1917. Infuriava “l’inutile strage” della prima Guerra Mondiale (come aveva predetto il Papa Benedetto XV); e in Russia il rivoluzionario comunista Vladimir Ilych Lenin aveva preso il potere con un colpo di stato e fondato la Repubblica Socialista Sovietica Russa, la radice da cui sono germogliate, nel “secolo breve”del 1900, una trentina di altre Repubbliche Socialiste, tutte fallimentari. Nessuna delle quali ha portato ai popoli la “liberazione” promessa.

Anche a Lourdes, a Pompei e in altre apparizioni, Maria la Vergine Madre nostra, ha raccomandato di recitare il Rosario. Ma a Fatima la sua insistenza su questa preghiera ha un qualcosa di straordinario. Dopo il 13 maggio 1917, di cui ho già detto, il 13 luglio incalza: «Voglio che recitiate il Rosario tutti i giorni». E il 13 agosto dello stesso anno: «Continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni». Un mese dopo, il 13 settembre 1017, disse: «Per ottenere la fine della guerra, continuate a recitare il Rosario tutti i giorni». Il 13 ottobre, il giorno del grande miracolo del sole che roteava e si avvicinava alla terra, visto da più di 70.000 persone, anche a 20 Km di distanza, Maria tornò a dire: «Continuate sempre a recitare il Rosario ogni giorno, la guerra sta terminando…». Maria, Regina della Pace, ci chiede la recita quotidiana del Rosario, per avere il dono della Pace che viene da Dio. Per due motivi:

La Pace di Dio nelle famiglie, nelle nazioni, nel mondo

1) Il Rosario è la preghiera più semplice, più facile e più, diciamo, contemplativa, perché propone, uno ad uno, i misteri della vita di Cristo. E’ la preghiera che unisce grandi e piccoli, colti e incolti, ricchi e poveri, sani e ammalati. E’ la preghiera che unisce e tiene unite le famiglie. Una volta si diceva: “La famiglia che prega unita, rimane unita”.

Il più bel ricordo che ho dei miei genitori, i servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, e della mia famiglia, sono i Rosari che recitavamo alla sera, dopo cena, seduti attorno al tavolo di cucina; quando ci insegnavano a tenere le mani giunte e ad imparare le semplici preghiere mariane, ad andare sempre d’accordo, noi tre bambini e poi ragazzini. Come poi è avvenuto. Noi tre, Piero, Francesco (morto nel 1997) e Mario, ci siamo sempre voluti bene, non c’è mai stata alcuna lite o divisione o rancore! Oppure, nelle sere d’inverno (quando le case non erano riscaldate), si andava nella stalla più vicina a dire il Rosario con altre famiglie, cantare il Salve Regina e le litanie, seduti sulla paglia e riscaldati dalla presenza di mucche e buoi, cavalli e capre, vitelli, conigli, anitre, galline. Allora, negli anni trenta del 1900, in paesi come Tronzano Vercellese dove sono nato, non c’era né radio, né telefonini, né televisione, né tanto meno discoteche e vita notturna. Si pregava assieme e si creava, nelle famiglie, nei vicini, nel paese, una comunità di vita, di amicizia e di fede.

Oggi prevale l’individualismo, tutti ci lamentiamo che ci sono troppe famiglie divise, troppe liti e violenze familiari. Quando si sfascia la famiglia, la società va in crisi e si sfascia anche lei. Contro questa deriva che porta all’auto-distruzione della nostra Italia, si invocano aiuti economici dallo stato, leggi, provvedimenti di assistenza sociale, si consultano psicologi e avvocati matrimonialisti. Tutto giusto e saggio. Ma bisogna anzitutto fare qualcosa per unire gli spiriti, i cuori, le volontà, altrimenti tutto diventa inutile.

L’egoismo individuale non si vince con le leggi e gli aiuti economici, ma con l’amore, con la preghiera, perché solo l’aiuto di Dio in molti casi è efficace: Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo e della donna. Dio solo lo sa e può cambiare il cuore dell’uomo e della donna, portandoli verso l’imitazione di Cristo. Ecco perché recitare il Rosario, che educa all’amore e all’unità, da recitare assieme, specialmente in questo mese di maggio.

Il tramonto del sole è l’ora del Rosario. La famiglia si riunisce per invocare la Santissima Vergine e Madre di Gesù e nostra, Maria. Tutte le attività si interrompono per elevare la mente e il cuore al Padre che sta nei Cieli, per presentare a Dio i propri bisogni, pregare per i defunti, chiedere il perdono dei peccati e il dono della Pace in famiglia e tra le famiglie. L‘atto di amore e le richieste di chi recita il Rosario arrivano in Cielo e sono presentate dalla Madre di Dio al suo Figlio Gesù Cristo. Recitiamo anche noi il Rosario, come chiede la Vergine e Madre Maria, per chiedere la Pace di Dio nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero.

Maria porta le anime e i cuori a Cristo

2) Secondo motivo per recitare il Rosario. Perché la nostra Mamma del Cielo porta le anime a Cristo, anche le persone che sono lontane da Gesù e dalla Chiesa. Ricordo che all’inizio anni novanta (del 1900), nel Consiglio pastorale diocesano di Milano (di cui ero membro) il card. Carlo Maria Martini lamentava la diminuzione della devozione a Maria e della recita del Rosario. Diceva: “Si è disprezzata la devozione popolare verso Maria, che in tanti secoli ha conservato la fede in Cristo delle nostre popolazioni cristiane. Si critica il Rosario come forma ,superstiziosa di “mariolatria” (cioè, adorazione di Maria). Ma si dimentica che la Madre di Dio porta le anime al Figlio suo, Cristo Gesù. Ritorniamo a recitare assieme il Rosario nelle famiglie, perché siano più unite e i giovani vengano educati, attraverso Maria, alla fede e all’amore di Cristo ”.

Visitando le giovani Chiese e le missioni in tutto il mondo non cristiano, ho visto tante volte che a Vergine Madre Maria è venerata e onorata da tutti e attraverso lei lo Spirito porta l’amore e la pace di Cristo. Nella Corea del Sud ho visto parecchie chiese cattoliche, che all’ingresso della chiesa mettono una grande statua della Madonna, che sorride e col braccio teso invita ad entrare nella casa di Dio; la Chiesa cattolica è chiamata dal popolo “la Chiesa della Madre”. Nel Borneo (dove nel 1856-1862 il Pime fondò la Chiesa), nel 2004 sono stato nel sultanato di Brunei, stato indipendente tutto islamico, esteso come la Liguria con mezzo milione di abitanti e 20.000 cattolici, filippini, bengalesi, indonesiani, immigrati per fare i lavori più pesanti. Il Vicario apostolico e Vescovo, mons. Cornelio Sim, mi diceva: “Il Sultanato è seduto sul petrolio e le famiglie del Sultano sono ricchissime… Nella capitale Bandar Seri Begawan la Chiesa cattolica è in un vastissimo terreno cintato, dove ci sono le scuole, l’ospedale e altre opere educative ed caritative. La nostra chiesa è vicina all’entrata principale e alla strada. Avevamo messo davanti alla porta della chiesa una grande statua di Maria, venerata anche dai musulmani, che invita a venire in chiesa. Venivano anche non pochi musulmani. Ci è stato imposto di girare la grande statua verso il muro della chiesa. Così oggi dalla strada si vede solo la grande statua girata al contrario!”.

Nel febbraio 1964 ero a Vijayawada, una delle 12 diocesi fondate dal Pime in India, che oggi ha circa 3,5 milioni di abitanti e 270.000 cattolici. Il missionario padre Paolo Arlati, nel 1924 portò dall’Italia una grande statua della Madonna di Lourdes e i Fratelli del Pime (missionari laici consacrati a vita) la posero sul punto più alto della collina di Gunadala, che domina la città di Vijayawada, costruendo le strade e la scalinata che portano fin sotto ai piedi di Maria, posta in una grotta aperta per cui si vede anche da lontano. A poco a poco, prima i cristiani e poi indù e musulmani, sono andati sulla collina di Gunadala a pregare Maria, che è venerata come la protettrice della città perché, nell’anno 1947, poco prima dell’indipendenza dell’India (15 agosto), le lotte sanguinose fra indù e musulmani insanguinavano l’India (circa 4-5 milioni di morti ammazzati) e portarono alla divisione fra India e Pakistan. Vijayawada, città con molti musulmani, venne salvata da quelle stragi fratricide dalla Madonna di Gunadala, alla quale tutti accorrevano in preghiera. I pellegrinaggi avevano creato un clima di fraternità.

L’11 febbraio 1964 si celebrava, come ogni anno, la festa della Madonna di Lourdes. Per tutta la giornata precedente e nel giorno della festa, nelle strade che portavano sulla collina un continuo sali e scendi di devoti che vogliono toccare i piedi della Madonna, pregano, offrono incenso, qualcuno si fa tagliare i capelli in quel giorno, adempiendo il voto che aveva fatto. Un mare di gente invade Gunadala, con lebbrosi, handicappati, ammalati portati su barelle o su carretti fino ai piedi di Maria. In due giorni, circa 150.000 devoti di Maria, non pochi dei quali col Rosario al collo, anche i non cristiani, perché il Rosario è il segno sacro della “Bella Signora di Gunadala” che protegge la città e le famiglie. Ancor oggi, più di mezzo secolo dopo, la statua di Maria è sulla collina e si ripetono anche durante l’anno i pellegrinaggi anche da lontano verso la Madonna di Lourdes. Le voci popolari parlano di guarigioni miracolose. Il primario dell’ospedale di Viajayawada mi diceva, nel 1964, di poter testimoniare la guarigione di almeno due lebbrosi e di altri malati. Ma il miracolo più grande è di aver portato indù e musulmani a vivere insieme in pace.