Gesù ci insegna come diventare missionari

 

Domenica prossima 19 marzo, nel rito romano è la III di Quaresima e nel Vangelo leggiamo l’incontro di Gesù con la donna samaritana che era andata al pozzo ad attingere acqua. L’episodio è molto bello e ricco di insegnamenti anche per noi oggi, che ci troviamo spesso nella stessa situazione. Tra Gesù e la donna c’era un abisso. Gesù è un giovane ebreo ed è Dio, la samaritana aveva peccato molto, era lontana da Dio, ma portava nel cuore la sete di Dio.

Molti di noi credenti in Cristo viviamo la stessa esperienza di Gesù. Forse nella nostra famiglia o fra conoscenti ci sono persone lontane dalla fede. Oggi non pochi giovani, dopo la Cresima, vengono travolti dall’onda laicista della nostra società e in chiesa non vanno più. Chi crede deve ringraziare il buon Dio che gli ha conservato la fede, ma ha la responsabilità di testimoniarla e comunicarla a chi l’ha persa. Papa Francesco vuole riformare la Chiesa e invita tutti i credenti ad essere missionari.

Il Vangelo ci presenza questa scena della vita del Messia. Tre momenti, tre passaggi del missionario Gesù nell’incontro con la samaritana al pozzo:

1) Gesù era Dio, noi siamo un popolo di peccatori in cammino verso l’amore e l’imitazione di Cristo, vivendo secondo il Vangelo. Nel 1964 nella Casa Madre delle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta, ho visto un grande Crocifisso con queste parole: “I thirst”. Ho sete. Sete di amore, sete di anime. La samaritana sentiva nel profondo questa sete di Dio, che non riusciva ad emergere per una vita superficiale e le molte emergenze quotidiane. Basta un incontro con Gesù per portare alla superficie questa sete di Dio. L’incontro con Gesù cambia la vita di questa donna.
Cari fratelli e sorelle, anche noi incontriamo spesso Gesù nella Messa, nella Comunione, nelle preghiere. Ma “quanta poca preghiera c’è nella nostra preghiera” diceva Madre Teresa. Accendiamo in noi il desiderio di conoscere e amare Gesù. Noi crediamo di conoscerlo, ma non lo conosciamo, non lo contempliamo nel suo immenso amore per noi. Non sentiamo ancora profondamente il desiderio di far conoscere a tutti com’è bello amare Gesù.

Cari amici che mi leggete, noi tutti siamo orfani di Cristo. La Quaresima è il tempo opportuno per convertirci, con la preghiera, la mortificazione, la generosità per le opere di carità. Quanto più ci distacchiamo da noi stessi, tanto più ci avviciniamo a Gesù e ci innamoriamo di Lui. Viviamo tutti una vita superficiale, il mondo ci travolge con le sue informazioni, distrazioni, preoccupazioni. Dobbiamo dare il suo tempo a Dio, al suo amore, rinunziare a qualcosa per esplorare il mistero di Dio, Padre misericordioso e di Gesù Cristo, Messia e Salvatore dell’umanità.

2) Gesù si mette al pari della donna. Non fa valere la sua superiorità di uomo, né di ebreo, né rivela sua divinità. Anzi dice alla samaritana: “Dammi da bere”. Le chiede un favore, suscitando l’interesse della donna: “Come mai, tu che sei un ebreo, chiedi da bere a me che sono una samaritana?”. Gesù vedeva in profondità nel cuore umano e conosceva la vita disordinata di quella donna, ma vedeva anche in lei la sete di Dio, il desiderio di purezza, di perdono, di incontrare Dio. Le chiede da bere l’acqua materiale, poi le parla dell’acqua spirituale che disseta per sempre e quella donna gli chiede di darla anche a lei. Prima si è fatto accettare, poi le ha rivelato di essere il Messia.

Nel 1990 ero a Kandy, la città sacra del buddismo in Sri Lanka e ho chiesto ad un prete locale se e come la Chiesa annunzia esplicitamente la salvezza in Cristo. Mi ha risposto: “In questa città l’annunzio di Cristo viene dopo. Prima dobbiamo farci accettare, di voler conoscere e apprezzare le loro ricchezze artistiche, morali, spirituali”. Questo è il principio che Papa Francesco mette in pratica nel “Dialogo con i lontani”, lanciato da Paolo VI e dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Francesco vuol convertire il mondo intero a Cristo, non si mette mai contro gli atei, i persecutori della Chiesa, ma “va con i peccatori”, come faceva Gesù. Il profeta Ezechiele riferisce la parola di Dio (Ez. 18, 23): “Io sono il Vivente, dice il Signore, non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
Papa Francesco ha telefonato e parlato bene di Pannella, di Dario Fo, di Veronesi e della signora Bonino, si è fatto intervistare da Eugenio Scalfari di “Repubblica” ed è stato criticato. Lui ha dato un esempio per dimostrarci come avvicinare chi non crede. Quante persone di cui siamo parenti o amici, hanno bisogno di Dio! Quando è possibile e opportuno, dobbiamo sentire la responsabilità di ragionare con loro sui temi della fede e della vita cristiana. Ma prima bisogna farsi accettare, partecipando ai suoi problemi, alle sue sofferenze, lodando le sue azioni e i suoi aspetti positivi.

Cito una mia esperienza. Alcuni anni fa, mi scrive Massimo Ages, avvocato romano ateo, marxista, contro la Chiesa cattolica. Ho risposto alla sua lettera, lui mi ha proposto di discutere, via computer, sulla Chiesa cattolica e il cristianesimo (credo una cinquantina di lettere ciascuno). Andiamo avanti per un anno circa a scambiarci lunghe lettere di botta e risposta, sempre con rispetto e a poco a poco con affetto. In quel tempo sua moglie era in ospedale per una difficile operazione. Gli ho assicurato la mia preghiera per lei, dicendogli che Dio può tutto. Questa lettera l’ha commosso, era la prima vola che un prete pregava per lui e la moglie. Alla fine mi scrive che ci siamo detti tutto, mi ringrazia e mi saluta con affetto, come anch’io l’ho ringraziato. Non ci siamo mai visti, ma siamo diventati amici. Il dialogo  sincero è sempre utile, ha insegnato molte cose anche a me.

Questa è “La Chiesa in uscita” di cui parla spesso Francesco. Tutti siamo chiamati ad essere evangelizzatori, tutti possiamo dire una buona parola. Come prete, medito spesso le parole di Gesù si suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo, voi siete il lievito che deve fermentare la pasta”. Chissà quante persone hanno bisogno di Dio! Incontrando me che sono un sacerdote, da questo incontro può scoccare la scintilla che li porta a Dio, oppure un cattivo esempio che li allontana da Dio. Io prete, io cristiano conosciuto come tale, ho una responsabilità. Signore Gesù, rendimi un’immagine credibile di Te. La “nuova evangelizzazione” del popolo italiano passa proprio attraverso questa coscienza nuova del cristiano, di dover rappresentare Gesù alle persone che incontra.

3) Il terzo passaggio è di superare la barriera del laicismo, per cui parlare di temi religiosi è considerato sconveniente, quasi un tabù, che impedisce a molti di esprimere il sentimento religioso che tutti portiamo nel cuore. A Gesù è bastato un cenno sull’acqua spirituale, per toccare il cuore della donna. Anche noi possiamo dire una buona parola, ragionare se possibile sui temi della fede e della vita cristiana, ascoltare cosa dice l’altro senza fargli rimproveri. Se la fede e l’amore di Dio ci danno gioia e serenità di vita, se ci aiutano a portare le nostre croci, diciamolo. Viviamo in un paese di battezzati. E più facile che in un paese non cristiano. Con l’aiuto dello Spirito Santo, senza imporre niente a nessuno, possiamo farcela.

Piero Gheddo

Papa Francesco e la crisi della vita consacrata

La Quaresima è per ogni cristiano un tempo liturgico prezioso e importante, che ci prepara alla Risurrezione con Cristo nel giorno di Pasqua. Per gustare la gioia e la pace della vita nuova con Gesù nel cuore, dobbiamo chiedere a Dio la Grazia della fedeltà alla vocazione che caratterizza la nostra personalità cristiana.

Fra i discorsi che Papa Francesco tiene ogni giorno, mi interessano quelli più vicini alla mia vita di sacerdote missionario del Pime (dal 1953). Il 28 gennaio 2017 il Papa ha ricevuto i partecipanti all’ “Assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica”. Il tema discusso nell’Assemblea era: “La Fedeltà alla Vocazione” e gli abbandoni che tutti lamentano.

“Siamo di fronte ad una emorragia che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano”, ha detto Francesco ed ha continuato esaminando i tre principali fattori che causano l’infedeltà:
– la cultura del provvisorio. Un ottimo giovane ha detto al suo arcivescovo: “Io voglio diventare prete, ma solo per dieci anni”;
– il mondo giovanile è molto complesso, “ricco e sfidante….Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi… però anche molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: “Ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile”.
– “All’interno della stessa vita consacrata, accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di contro-testimonianza, la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere, una maniera mondana di governare gli Istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”.

Il discorso è lungo e complesso, parla di vita comunitaria, di “accompagnamento” delle vocazioni, un piccolo trattato sul tema della fedeltà alla vocazione. Il nucleo centrale è questa proposta incisiva, lapidaria:

“Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta”.

La fedeltà alla vocazione della vita consacrata è fondata su un amore profondo a Gesù Cristo, che riscalda il cuore (e questo vale anche per la fedeltà ad esempio, al matrimonio “per sempre”). Se si spegne questo fuoco interiore, la fedeltà alla chiamata di Dio non è più possibile. I primi missionari del Pime recitavano, dal 1850 (e recitiamo ancor oggi), la “Preghiera per impetrare fedeltà alla santa vocazione”, che racchiude tutti i sentimenti per dare ai consacrati la fedeltà agli impegni presi col Signore Gesù e la Chiesa:

“Voi mi avete chiamato, amorosissimo mio Gesù, per vostra somma bontà e degnazione. alla grazia grande dell’apostolato, perché tutto mi consacri a procurare la salvezza delle anime abbandonate dei poveri infedeli, abbracciando a tal fine una vita di fatiche e di stenti, lontano dalle persone e cose più care, per imitare più perfettamente voi che scendeste dal Cielo, vi faceste uomo, faticaste e moriste per salvare tutti gli uomini. Io profondamente vi ringrazio di tanta predilezione che avete avuto per me, misero ed indegno vostro figlio. Fate, o Signore Gesù, che io corrisponda con fedeltà a questo insigne vostro dono e mi tenga sempre cari i sacrifici che vi sono congiunti. Fatemi forte contro ogni tentazione e debolezza mia, affinché io cresca e duri fino alla morte nello spirito apostolico e risponda in tutto e sempre ai misericordiosi disegni che avete su di me. Maria santisima…….”.

E’ una bella preghiera, perché richiama ogni giorno, a noi persone consacrate, il senso della nostra vita. La recito con calma a letto, quando mi sveglio al mattino. Fra meno di un mese compio gli anni, che sono tanti (la quarta età?), ma preghiere come questa mi rinnovano la vita e la gioia di avere sempre Gesù con me. Viviamo invece in una società relativista (una religione vale l’altra), secolarizzata (vivere “come se Dio non esistesse”) e materialista (l’idolo di oggi è il denaro). Per essere fedele alla sua vocazione il sacerdote, e il consacrato alla vita religiosa, deve convertirsi alla “passione missionaria” di annunziare e testimoniare agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, e di cui tutti hanno bisogno: il Signore Gesù! Il motore della “passione missionaria” è l’amore a Gesù Cristo.

Il mio grande confratello beato padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia Unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva ai missionari del Pime: “Preti mediocri non ci servono. Oggi ci vogliono preti santi”. Ecco la sfida che ci sta di fronte, cari amici sacerdoti. Che fare? Non c’è dubbio, non rinchiuderci nel tran-tran della nostra vita abitudinaria, ma nutrire sempre grandi ideali e prima di tutto l’ideale di innamorarci profondamente di Gesù Cristo che ci ha chiamati a seguirlo. Gesù il Cristo non è solo il Verbo di Dio da credere, da approfondire intellettualmente, da annunziare e spiegare a chi ci ascolta: è una persona da amare, il Figlio dell’eterno Padre che s’è fatto uomo per salvarci. La fede in senso intellettuale oggi non basta più. Ci vuole la passione per Cristo, l’entusiasmo di annunziare il Vangelo, di gridare il Vangelo con la nostra vita. Dobbiamo avere, noi sacerdoti (e persone consacrate), la coscienza della nostra grandezza perché siamo chiamati alle splendide avventure della fede: “L’anima mia magnifica il Signore!”. Da qui nasce la missione e l’entusiasmo missionario, che rallegrano il cuore e la vita.

Dubbi e contestazioni su Papa Francesco

1° gennaio 2017

Caro Padre Piero Gheddo,

Sono un prete “Fidei Donum” di una diocesi italiana e lavoro come missionario nel Brasile da 48 anni, dei quali 35 qui in Mato Grosso dove ho avuto la gioia di fondare due nuove parrocchie. Il padre Luiz Miranda, missionario del Pime, é venuto  a trovarmi, perchè preparo alcuni giovani che spero possano entrare nel cammino di formazione del Pime; e mi há portato dall’Italia il libro “Piero Gheddo: inviato speciale ai confini della FEDE” della EMI. Desideravo averlo, perché ho sempre letto i suoi articoli su Mondo e Missione. Diffondo ogni anno 40 abbonamenti a Mundo e Missão, che distribuisco gratis ai giovani catechisti, universitari, insegnanti. Ho visto che lei é stato uno dei fondatori. Sono  e continuo ad essere un suo discepolo. Ho letto il suo libro: fará molto bene e continuo anche a leggere i suoi articoli sul suo Blog. Mi aiutano nel mio cammino missionario.

Le ho gia scritto altre volte che soffro per causa di Papa Francesco. Ho l’impressione che stia dividendo la Chiesa, dando schiaffi a chi lavora e carezze a chi é contro il Vangelo (riceve la Bonino, telefonava a Pannella, interviste a Repubblica di Scalfari); sempre denuncia i preti pedofili, ma quelli che sono fuori della Chiesa e del Vangelo sono sulla strada giusta e non hanno bisogno di conversione? Un prete della mia diocesi che ha lasciato il sacerdozio é stato ricevuto a pranzo dal Papa con sua moglie Sono cose che fanno pensare. A me fa del bene leggere le biografie dei Missionari, il Beato Clemente Vismara, pe. Damiano l’Apostolo dei lebbrosi, Marcelo Candia, Madre Teresa di Calcuttá (prezioso il Capitolo su lei nel suo libro), pe. Charles de Foucauld e altri. Ho l’impressione che Papa Francesco stia mettendo fuori quei Vescovi che non condividono le sue idee. Se volesse avere consiglieri qualificati dovrebbe scegliere i Presidenti delle Conferenze Episcopali di ogni Continente e non solo os bajuladores. Mi piacerebbe andasse a visitare una casa di missionari anziani che hanno dato la vita per il Vangelo di Gesu Cristo, piuttosto che andare in un negozio a comprare un paio di scarpe. Suore missionarie si sono sentite offese quando ha detto che ci sono suore che sono zitelle, in portoghese solteironas che é piú offensivo. Anche l’appoggio indiscriminato ai Migranti, fa pensare: il Mediterraneo  che diventa un cimitero, le vittime del terrorismo sono anche causate da un certo buonismo.

Con poche persone parlo di queste cose: prego e soffro, alcuni sacerdoti piú anziani di me, sono tormentati nella fede per gli atteggiamenti di Papa Francisco ed anche preti giovani che me ne parlano, sono smarriti. Io sono riservato, parlo con pochi preti di fiducia di queste cose, ma la sofferenza è reciproca. Mi scusi questa lunga lamentela che affido anche alla sua preghiera. Prego per lei perché possa continuare ad illuminare la vita della Chiesa. La Redemptoris Missio, alla quale lei ha collaborato direttamente, l’ho letta e meditata varie volte e sempre mi fa del bene.

Mi raccomando alle sue preghiere,

pe. Anselmo.

 

Carissimo pe. Anselmo,

grazie della tua Mail e delle buone notizie che mi dai riguardo a Mundo e Missào e ai giovani che potrebbero entrare nel Pime. Grazie a te per tutto quel che fai per Gesù Cristo e la Chiesa nel Mato Grosso, uno stato molto difficile, l’ho visitato dove lavorano i missionari del Pime.  Ecco una mia risposta in tre punti:

       1)  “Lo Spirito Santo c’è davvero!”

L’11 febbraio 2013 Benedetto XVI annunzia la sua rinunzia al Pontificato per il 28 febbraio. Subito si scatenano previsioni catastrofiche sul futuro della Chiesa: il Papa non riesce a controllare la Curia vaticana per gli scandali e dà le dimissioni. Un importante giornale romano scriveva: “Può essere l’inizio di una decadenza della religione cattolica, che ormai nei nostri paesi evoluti sopravvive con difficoltà”. Giornali e televisioni vivono di scandali, di denunzie, di processi.  Non crediamo a tutto quel che scrivono, a volte vere calunnie; ignorano la vita soprannaturale, secondo l’ideologia laicista che infetta tutta la civiltà cristiana europea.

Il 12 gennaio 2017, il card. Angelo Bagnasco, Presidente delle Conferenze episcopali europee, ha parlato al Parlamento europeo, dicendo che “la Chiesa crede nell’Unione Europea, ma i nostri popoli hanno bisogno di più religione, hanno bisogno di Dio….. Se la politica ignora la dimensione religiosa dell’uomo, è una politica miope, che si distacca sempre più dalla vita vera dei popoli europei …. La religione cristiana ha un contributo tutto suo da offrire per la costruzione della città dell’uomo”. Ottimo intervento, che porta il discorso su Papa Francesco sul piano della missione, dell’evangelizzazione, che ai mass media interessa poco o nulla. Ripeto: non crediamo a tutto quel che scrivono i giornali, anche quelli della rete web.

Ritorno a Benedetto XVI, che dall’11 febbraio 2013 (quando diventò Papa dimissionario) all’11 marzo, lui e la sua blaterata Curia riescono, in un mese!, a convocare i 115 cardinali elettori da ogni parte del mondo, gran parte dei quali si sono incontrati per la prima volta. L’11 marzo si apre il Conclave, il 13 marzo è eletto al quinto scrutinio il Vescovo di Roma e Vicario di Cristo in terra, l’arcivescovo di Buenos Aires, card. Giorgio Mario Bergoglio, che  non era considerato tra i papabili. Il “Corriere della Sera”, ad esempio, pubblicava un paginone con i 16 cardinali fra i quali sarebbe stato scelto il nuovo Papa. Il card. Bergoglio non era tra i 16. Per spiegare la sua elezione i ragionamenti umani non bastano.

Ricordo  quando nell’ultimo giorno del Concilio Vaticano II (7 dicembre 1965) è stato votato il Decreto “Ad Gentes”, con 2.394 noti favorevoli e solo 5 contrari, dopo un contrastato e fortemente contestato percorso (si veda il mio libro “Missione senza se e senza ma – L’Ad Gentes dal Vaticano II a Papa Francesco – Prefazione di Sandro Magister, Emi 2013, pagg.254, Euro, 14). Il card. Pietro Gregorio Agagianian, Prefetto di Propaganda Fide e Presidente della Commissione per l’Ad Gentes (della quale ero “perito”, nominato da Giovanni XXIII), esclamava: “Lo Spirito Santo c’è davvero!”. Lo stesso si può dire per l’elezione del card. Bergoglio a 265° successore di San Pietro.

Dalla fine del 1700, quando tre Papi, Pio VI-VII-VIII, resistettero eroicamente a Napoleone, la Chiesa ha avuto tutti Pontefici adattissimi al loro tempo, che hanno portato il Vescovo di Roma e Vicario di Cristo in terra, dalla previsione di Voltaire che ne prevedeva l’estinzione in una decina d’anni, ad essere oggi la personalità e l’autorità etico-morale più importante del mondo intero. Possibile che con Papa Francesco lo Spirito Santo si sia dimenticato di intervenire?  La fede ci dice che, come spesso capita nel cammino millenario del gregge di Cristo, oggi lo Spirito vuole, col primo Papa latino-americano, rinnovare e ringiovanire la Chiesa. Io lo credo per fede, ma la storia dimostra la verità di quanto sto dicendo.

     2)  Francesco, il Papa che viene dalle missioni.

Lo Spirito Santo ha preso Jorge Mario Bergoglio “dalla fine del mondo” e l’ha portato ad essere il vescovo di  Roma, il centro nelle nostre antiche Chiese d’Europa, quasi come una sfida al nostro modo di concepire la parrocchia, la pastorale e la vita cristiana. La svolta radicale che il Papa argentino sta dando, specialmente col suo esempio, alla Chiesa è la missione universale, la passione missionaria di annunziare Cristo alle sterminate schiere di quelli che ancora lo attendono (ad gentes!) e di altri che non credono più. Lui stesso è il modello di pastorale e di vita cristiana delle missioni, dove nasce la Chiesa e dove lo Spirito soffia forte e compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli. Oggi la maggioranza dei cattolici e dei cristiani vivono nel Sud del mondo e anche l’America Latina, dopo 500 anni dall’inizio, sta ancora vivendo in gran parte il tempo del “primo annunzio di Cristo”. Il tempo delle missioni. Nel 1900, nell’America del Sud vi erano 160 diocesi, oggi sono più di 500. L’Amazzonia brasiliana (estesa 14 volte l’Italia!) nel 1900 aveva due sole diocesi, Belem e Manaus, oggi sono più di 50.

Dall’inizio del 1500, gli Ordini religiosi (Francescani, Domenicani, Gesuiti, ecc.)  hanno fondato la Chiesa in America Latina con i “missionari itineranti”, battezzando e dando nomi cristiani a tutti, lasciando la pratica del Battesimo, le devozioni a Gesù, Maria, il Santo protettore. Le parrocchie con sacerdoti residenti erano soprattutto nelle regioni abitate dai colonizzatori. All’inizio del 1900 arrivano le Congregazioni moderne, specialmente i Salesiani: nel 1992 a Santo Domingo, il superiore generale dei Salesiani, di cui ero ospite, mi diceva che avevano in America Latina 82 vescovi e 4 cardinali! Dopo il 1945 arrivano gli Istituti missionari inviati da un appello di  Pio XII, che nel 1955 fonda il Celam (con segretario il vescovo Helder Camara!); e poi i preti “Fidei Donum”, dopo l’enciclica omonima dello stesso Pontefice (1957). In America Latina (ho visitato quasi tutti i paesi più volte), i Fidei Donum italiani (del Seminario per l’America Latina di Verona) erano presenti ovunque (in Nicaragua, Salvador, Guatemala, Uruguay, Argentina, Paraguay, Cile, Perù, Ecuador, Messico, Brasile, Colombia, ecc.) e hanno fatto molto per aiutare le diocesi esistenti e fondarne altre.

Dopo il 1945 arrivano in America Latina i movimenti laicali e di vita consacrata: Cursillos, Legione di Maria, Opus Dei, Scout cattolici, Movimenti familiari e per la Vita (nord-americani), Focolarini, Neo-Catecumenali, CL, ecc. Soprattutto i Pentecostali cattolici e anche la “Teologia della Liberazione”, che oggi Papa Francesco sta realizzando, liberandola dalle contiguità con il marxismo e i gruppi rivoluzionari violenti. E’ l’eterna giovinezza della Chiesa, per opera dello Spirito, che è “il protagonista di tutta la missione ecclesiale: la sua opera rifulge eminentemente nella missione ad gentes, come appare nella Chiesa primitiva (Atti, 10, 15, 16ss.)” (Redemptoris Missio, n. 21).

La vita ecclesiale e cristiana, come la vive Papa Francesco, è tutta impostata per la missione. Questo implica una tensione molto forte tra centro e periferia, tra la parrocchia e il quartiere. Si deve uscire da se stessi, andare verso la periferia non solo territoriale ma esistenziale, verso gli ultimi, i non credenti e non praticanti, ecc. “Se la Chiesa si chiude in se stessa, diventa autoreferenziale e si ammala, invecchia. È vero che uscendo per strada, possono capitare degli incidenti. Però, tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima”. Così Francesco fin dai primi giorni del suo Pontificato.

Non entro nel merito di questi “incidenti”, che suscitano ”dubbi”, resistenze, contrarietà. Tutto va sempre inquadrato in una visione storica, per capire quanto la Chiesa di Cristo è cambiata, incarnandosi nei vari tempi e culture, per portare a tutti la salvezza in Cristo Gesù. I “Lefevriani” non accettano il Concilio Vaticano II (1962-1965) e si rifanno al Vaticano I (1869-1870)  e al Concilio di Trento (1545-1563). E perché non al Concilio di Firenze (1439) o al primo di Nicea (325) dei 21 Concili della Chiesa cattolica?

Gesù ha detto agli Apostoli queste parole fondamentali per capire Papa Francesco: “Molte altre cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Giov. 16, 12 segg.). Lo Spirito fa comprendere le parole di Cristo, che l’uomo non riesce mai a penetrare in modo esauriente, ma che a poco a poco si rivelano alla Chiesa. Non esiste alcuna comprensione autentica della Rivelazione cristiana al di fuori della Chiesa guidata dallo Spirito Santo, che rimarrà sempre con Pietro e i vescovi, per illuminarli di come la Parola di Cristo va  interpretata e applicata nei vari tempi storici.

Moltissime cose che oggi dobbiamo affrontare, ai tempi di Cristo non erano nemmeno pensabili. Tutti noi, credenti in Cristo, siamo impegnati, per la nostra fede,  ad amare e seguire Papa Francesco e ad accompagnarlo con la preghiera, la carità e la “tensione missionaria” verso gli ultimi, i lontani, le pecorelle smarrite.

      3)  Francesco: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”

San Paolo, nel capitolo I della Lettera ai Romani, descrive la situazione degli uomini senza Cristo in termini radicalmente negativi e di aperta condanna. Così altre Lettere degli Apostoli e negli Atti. 2000 anni dopo, nel Decreto “Nostra Aetate” del Vaticano II  (n. 2) si legge: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che,  in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini”.

Fra i 16 documenti del Vaticano II, il più breve e il più rivoluzionario è la “Nostra Aetate”: le religioni non cristiane diventano da nemiche di Cristo a preparazione per l’incontro con Cristo.  Nel 1977 ho fatto un lungo viaggio attraverso tutta l’India, parlando con numerosi vescovi (per chiedere se approvavano che il Pime accettasse vocazioni indiane; e ne erano contenti e parecchi entusiasti). Sul dialogo con l’Induismo, dicevano che il Papa crede ai missiologi e teologi, che non sono vissuti in India ed erano in genere contrari o fortemente dubbiosi. Adesso la Chiesa dell’India ha accettato pienamente questa novità e ne sperimenta in concreto il valore.

In due millenni di vita, la Chiesa ha compreso sempre più profondamente il Vangelo ed è cambiata radicalmente. Ad esempio, l’Inquisizione, durata alcuni secoli, portava a violenze contro l’uomo, condanne a morte, torture, carcere duro per gli eretici che sostenevano le loro idee. Come mai questo? Perché prevaleva il principio che la fede va difesa con tutti i mezzi. Poi la storia e la riflessione biblico-teologica hanno portato a capire il valore sommo, assoluto della singola persona umana e che il Vangelo condanna ogni violenza contro l’uomo.

Così pure il principio della libertà di religione o di non religione. Il Decreto del Vaticano II “Dignitatis humanae” riconosce ad ogni singola persona il diritto di non subire alcuna coercizione nel professare un credo religioso. Con il “Sillabo” del 1864, il Beato Pio IX condannava la tesi sulla libertà religiosa dell’uomo. Un secolo dopo,  il Vaticano II la ritiene giusta, cioè secondo l’insegnamento di Gesù. Per questo il cristianesimo è una religione dinamica, che si adatta ai tempi, pur rimanendo ben ferme e immutabili le verità di fede. Se la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo (che non dorme mai, non va mai in vacanza né in pensione), e noi tutti ci crediamo, è impossibile che sia in modo diverso..

Papa Francesco non convoca alcun Concilio, sta riformando la Chiesa col suo esempio e i suoi discorsi e scritti, specialmente con l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, la gioia del Vangelo (24 novembre 2013), definita “il manifesto programmatico del suo Pontificato” o anche “il manifesto missionario di Francesco”. Il primo Capitolo chiede “La trasformazione missionaria della Chiesa”, come dice il titolo. Ecco il n. 27: «Sogno una scelta missionaria, capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia».

Papa Francesco parla spesso dei poveri e degli ultimi, ma prima viene la fede. Nella Evangelii Gaudium scrive: “L’evangelizzazione è la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma « per attrazione» (n.  14). E afferma: “Bisogna non perdere la tensione per l’annunzio a coloro che stanno lontani da Cristo, perché questo è il compito primo della Chiesa. L’attività missionaria rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa… L’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa” (n. 15).

Parole molto forti e contro corrente rispetto alla cultura dominante nella Chiesa oggi. Il giovane parroco di Calenzano (Firenze), don Paolo Cioni, col quale ho vissuto un mese (estate 2014), mi diceva: “Le nostre parrocchie sono diventate delle Ong impegnate nel sociale, che lanciano appelli per aiuti ai poveri, ai perseguitati, ai disoccupati e impegnano i fedeli in queste opere e aiuti. Tutto bene, ma si dimentica spesso che il compito primo di noi preti e della Chiesa è di natura religiosa: portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio, attraverso la fede, la preghiera, i Sacramenti, la lotta contro il peccato personale, ecc. Se seguiamo tutte le emergenze, le povertà, le ingiustizie umane, non diciamo più con chiarezza e forza che l’uomo e la società umana hanno bisogno anzitutto di Dio, di Gesù Cristo”.

Se non si legge la “Evangelii Gaudium”, non si capisce Papa Francesco e si rischia di dare giudizi basandosi su quel che scrivono giornali o siti internet. L’ultimo documento missionario della Chiesa è la Redemptoris Missio. 15 anni dopo l’Ad Gentes del Vaticano II (1965-1990), San Giovanni Paolo II ha riscritto il Decreto conciliare aggiornandolo alle nuove situazioni che la Chiesa deve affrontare. La Evangelii Gaudium non è un testo di insegnamento sistematico dell’Ad Gentes, ma un inno, un’esplosione di gioia per i messaggeri del Vangelo.

Francesco è animato dalla passione missionaria, vuole convertire il mondo a Cristo: inizia l’Anno giubilare della Misericordia di Dio, apre migliaia di porte delle chiese in ogni continente, invita tutti ad entrarvi, per gustare la dolcezza e la tenerezza del Padre nostro che sta nei Cieli e del Figlio suo Gesù Cristo, morto in Croce e risorto per salvare tutti gli uomini. All’inizio del terzo millennio, il Vescovo di Roma si preoccupa giustamente di riformare la Chiesa richiamando lo scopo primario che Cristo le ha affidato: evangelizzare e ri-evangelizzare tutti gli uomini, cioè trasmettere anzitutto la fede.

Perchè non ha parole sui “valori irrinunziabili” della fede? Non li afferma e non li nega. Ma prima viene la fede, poi seguirà la morale! San Francesco di Sales, nel suo Teotimo (o Trattato dell’Amore di Dio), nel tempo dei Giansenisti (rigoristi, il 1600) scriveva: “Nella santa Chiesa tutto appartiene all’amore, vive per amore, si fa per amore, viene dall’amore”. E poi la famosa massima: “Si prendono più mosche con una goccia di miele, che con un barile di aceto”.

Papa Francesco non si mette mai contro chi si oppone al cristianesimo, alla Chiesa. Stimola i fedeli ad essere “tutti missionari” (a volte in termini un po’ rudi, lui che parla a braccio! “Dovete dare tutto per Gesù e il Vangelo, voi non date tutto!”); denunzia le persecuzioni , ma non giudica i persecutori, non vuole “guerre di religione”! Per combattere il terrorismo di matrice islamica non ci vuole la guerra, ma “il Dialogo”. Sul DIALOGO, che è una novità del Vaticano II e di Paolo VI, pubblicherò prossimamente un altro Blog: “Papa Francesco e la missione del dialogo”.

Piero Gheddo “Cittadino onorario di Tronzano Vercellese”

di Roberto Beretta

Il «cittadino del mondo» torna ad essere cittadino del suo paese natale. Potrebbe sembrare una marcia indietro, e invece si tratta del coronamento di una prestigiosissima carriera professionale nonché di un riconoscimento sincero a una dedizione che avrà ben altro premio. Domenica 15 gennaio padre Piero Gheddo, tronzanese Doc da quando vi è nato (sono ormai quasi 88 anni), ha ricevuto dal Consiglio comunale l’onorificenza maggiore che un Municipio può dare. Il sindaco Andrea Chemello l’ha proclamato coram populo e all’unanimità dei voti «cittadino onorario di Tronzano Vercellese, in segno di riconoscimento e gratitudine per avere onorato la Comunità Tronzanese nelle contrade di tutto il mondo, con instancabile apostolato giornalistico al servizio esclusivo della causa missionaria, a favore e a difesa di quella parte dell’Umanità più povera e dimenticata».

Ed è stata la prima volta nella storia che il Comune di Tronzano Vercellese – 3500 abitanti, a due passi da Santhià – ha sentito il bisogno di sfoderare la sua massima onorificenza, a sottolineare ancor più la portata eccezionale della festa celebrata dai concittadini intorno a padre Piero. Il sindaco, nel discorso in cui ha proposto al Consiglio il conferimento, ha ricordato i molti meriti di Gheddo, sia nella sua lunghissima e prolifica attività di giornalista e scrittore, sia come sacerdote e «uno dei missionari italiani più conosciuti e famosi nel mondo»: Tronzano – ha detto – ne è stata di riflesso gratificata.

Il sindaco ha anche distribuito alle autorità presenti la recentissima autobiografia Piero Gheddo, inviato speciale ai confini della fede (Emi, pagg. 220, euro 14), che il Comune stesso mette in vendita utilizzando il profitto per aiutare i poveri della cittadina piemontese. E’ un libro che ripercorre in modo ragionato le avventure missionario-giornalistiche vissute da padre Piero in ogni parte del mondo, scritto con Gerolamo Fazzini, editorialista di Avvenire e prefazione di Andrea Tornielli de La Stampa.

Alla cerimonia nella sala del parlamentino cittadino erano presenti un folto numero di fasce tricolori della zona, a testimonianza della partecipazione corale della Provincia – rappresentata dall’assessore Mauro Andorno. Ma anche il governo era rappresentato sia dal viceprefetto Raffaella Attianese che dall’onorevole Luigi Bobba, il quale è intervenuto ricordando la capacità del festeggiato di «parlare a tutti, facendo conoscere le frontiere difficili dove tanti missionari italiani lavorano» e riconoscendo al sacerdote del Pime «il vigore delle convinzioni che lo muovono e che sa trasmettere, avendo per orizzonte il mondo».

Presente in sala l’arcivescovo di Vercelli Marco Arnolfo, che già in mattinata nella parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo aveva presieduto la Messa concelebrata con padre Piero e con il confratello (nonché collega giornalista) padre Giorgio Licini, missionario in Papua Nuova Guinea (Oceania) e oggi direttore del Centro missionario Pime di Milano. Monsignor Arnolfo ha sottolineato la valenza civica e sociale del lavoro di Gheddo: «La sua è stata una cittadinanza attiva nel promuovere il bene tra i popoli, valorizzando i progetti di pace che sorgono nel pianeta. Ha collaborato nel far risplendere nel mondo la luce della verità e della giustizia».

Da parte sua padre Gheddo ha rimarcato nel discorso di ringraziamento il medesimo filone: «Ho sempre amato Tronzano – ha detto – e l’ho ricordata volentieri nei miei scritti, quando ne avevo l’occasione, non solo per amore della città natale, ma perché ho sempre riconosciuto che la mia vocazione è nata qui, grazie alla mia famiglia certamente ma anche alla tantissima brava gente che – da credente oppure no – si riconosceva comunque in un umanesimo evangelico e si comportava di conseguenza». E qui, da giornalista che ama i fatti, il neo-cittadino onorario ha citato alcuni buoni esempi religiosi e “laici” ricevuti dai tronzanesi: dal sindaco comunista del post-Liberazione al parroco storico della città nel dopoguerra.

Naturalmente c’è stato spazio anche per i genitori del sacerdote, alla cui tomba una delegazione di amici e parenti si era recata in preghiera all’inizio della giornata. E in proposito l’arcivescovo Arnolfo ha riservato un’importante sorpresa alla comunità tronzanese: al termine della Messa infatti il parroco don Guido Bobba ha letto la comunicazione ufficiale con cui la diocesi riapre il processo di beatificazione di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, in seguito al supplemento di indagine grazie al quale la postulatrice, avvocato Lia Lafronte, ha reperito nuova e significativa documentazione. Il “cittadino Gheddo” ha dunque un’occasione in più per tornare volentieri al suo paese tra le risaie.

Maria Madre di Dio: nel deserto libico nasce un bambino

1) L’anno nuovo 2017 ci dice che il tempo passa, la vita fugge, l’eternità si avvicina. Anzitutto ringraziamo Dio del tempo che ci dà. La vita vale sempre la pena di essere vissuta, fin che Dio vuole, anche ammalati o disabili: serviamo il Signore con la sofferenza, l’umiltà di accettare le malattie.

Padre G. B. Tragella è stato il mio educatore e modello della vita di un prete e missionario. Era un sant’uomo, mi insegnava a spendere bene tutto il mio tempo e mi ha educato al giornalismo impegnato per il Vangelo.
E’ morto a Roma a 84 anni. Pochi giorni prima che morisse sono andato da Milano a Roma per un ultimo saluto e mi diceva che non capiva perché il buon Dio ci fa vivere così poco! Io ero sui trent’anni e non capivo. Adesso capisco bene!

2) Bellissimo e commovente il Vangelo di oggi: i pastori corrono a vedere Gesù! Anche la nostra vita ricomincia da capo alla grotta di Betlemme!

Che bello incominciare l’anno nuovo con Maria, Madre di Dio e madre nostra! Anno nuovo, vita nuova, il nostro cammino ricomincia da zero.

Chiediamo la grazia di commuoverci, di stupirci di fronte ai fatti della vita. Guai a chi pensa di aver visto tutto, di sapere tutto: si chiude in se stesso e non avanza più in sapienza in sapienza umana e cristiaa. La grazia della commozione è indispensabile immagine che deve accompagnarci in questi giorni.

Il 1° gennaio immagino che Maria sia qui accanto a me, all’inizio del nuovo anno 2017. Mi prende per mano e mi dice: “Pierino, vieni, ti accompagno io”. Grazie a Dio, 87 anni, ma siamo rimasti tutti bambini. Dobbiamo affidarci alla Mamma del Cielo, se vogliamo fare un buon anno.

Il Vangelo di oggi ci dice che “Maria conservava tutte queste cose nel suo cuore, meditandole assieme”: la stessa frase che San Luca ripete dopo il Vangelo col racconto del ritrovamento di Gesù al tempio (Luca, 2, 52). Cioè Maria meditava i fatti della vita attraverso cui Dio si manifestava. Ma cosa aveva da meditare la mamma di Gesù? Era senza peccato, aveva dato alla luce il Salvatore e lo teneva fra sue braccia, era “benedetta fra tutte le donne” e “tutti i popoli la diranno beata”…. Eppure meditava: anche lei, era chiamata a “crescere in sapienza e grazia”, come il Vangelo dice di Gesù quando la famiglia ritorna a Nazareth dopo che Giuseppe e Maria lo ritrovano fra i dottori nel tempio. Maria educava Gesù e Gesù educava lei!

Maria cresceva anche lei in età e grazia ed esperienze di vita che la avvicinano sempre più a Dio, Padre e Creatore. Anche noi dobbiamo crescere sempre nell’amore di Dio, chiedere a Dio il dono della santità. Perché la santità, cioè l’imitazione di Cristo, “è il desiderio della santità” scrive S. Agostino. E’ una sentenza profonda, meditiamola pregando.

Nella vita spirituale è sbagliato pensare che siamo in pensione, che abbiamo fatto tanto, adesso è il momento di riposarci. Spiritualmente siamo sempre in cammino, possiamo sempre crescere in santità e sapienza, come Maria.
Ringraziamo Dio per i doni che ci ha dato e ci dà e ci darà. Maria è umile, sa di essere una piccola e povera ragazzina e riconosce il grande dono di Dio che l’ha scelta per dare a Gesù un corpo simile al nostro: “Sono la serva del Signore, si compia in me la sua volontà…L’anima mia magnifica il Signore”.

3) Maria Regina della Pace. Il Messaggio di Papa Francesco per la Pace di quest’anno 2017 è intitolato: “La non violenza come stile di una politica per la pace”.
La pace non si costruisce solo con la diplomazia, i patti internazionali, l‘azione dell’ONU, ma riconoscendo la dignità di ogni creatura umana e convertendo il nostro cuore a sentimenti di pace. Maria Regina della pace perché ha dato alla luce Gesù, che porta la pace al mondo. Ogni bambino che nasce porta la pace nei cuori.

Nei giorni dopo il Natale 2006 sono in Libia, a Sebha, ciità a 900 km. a sud di Tripoli, nel deserto del Sahara. Il prete padovano Vanni (Giovanni) Bressan lavora da 16 anni come medico dell’ospedale governativo. E’gradito a tutti e ha fondato la prima parrocchia del deserto libico. Mi dice: “Sono giunto qui nel 1991 c’erano solo due piccoli gruppi cattolici di indiani e sudanesi, ci incontravamo in case private. Da una decina d’anni sono arrivati tanti neri dai paesi a sud del deserto (Camerun, Nigeria, Ciad, Benin, Togo, Burkina Faso), con viaggi avventurosi. Oggi, nella regione di Sebha, su 200.000 libici, i neri sono circa 40.000, forse più della metà cristiani. C’è molto lavoro per i neri: in agricoltura (c’è acqua), come meccanici, falegnami, muratori, ecc. Si fermano qui due-tre anni, quando hanno 3-4mila dollari vanno sulla costa libica per venire in Italia, rischiando la vita”.

Bressan continua: “La parrocchia l’hanno fatta loro, organizzata loro. Io dò solo la copertura e l’assistenza spirituale, ma fanno tutto loro, si organizzano, inventano servizi ecclesiali e sociali. Io sono l’unico prete, ho 75 anni e faccio anche il medico. La parrocchia ha gruppi diversi: canti, catechismo, assistenza agli anziani, visite delle famiglie e degli ammalati, scuola e oratorio per i bambini, aiuto ai poveri, gruppo biblico, visita ai lontani per ricondurli alla Chiesa, ecc. Sono attivi perché entusiasti della fede. Appartengono alla Legione di Maria e ai carismatici cattolici. Diversi protestanti pentecostali entrano nella Chiesa. Sanno organizzarsi da soli senza prete. Sarebbero una risorsa per la Chiesa italiana. Anni fa sono stato a Londra, un pastore anglicano mi diceva: “Alcune nostre parrocchie si sono rinvigorite perché sono arrivati tanti africani giovani ed entusiasti della fede”.

Ho avuto la gioia di celebrare il battesimo di un bambino di nigeriani che venivano dal deserto. Mi sono commosso fino alle lacrime per le festa, le preghiere, i canti, le danze, la dolce atmosfera di famiglia che si era creata in quell’unica chiesa del deserto libico. La giovane donna era arrivata pochi mesi prima portando già in seno il bambino. Ha partorito in condizioni di estrema povertà, come la Madonna nel Natale di Gesù. E quel bambino africano mi sembrava proprio Gesù.

Natale in Ciad: come annunziare Cristo ai musulmani

L’augurio natalizio che faccio a tutti, cari amici , è quello dell’Angelo ai pastori nella Notte Santa: “Vi porto la Buona Notizia che darà una grande gioia a tutto il popolo: oggi, nella città di Davide è nato il Messia, il Salvatore” (Luca 2, 10). Appaiono altri Angeli, che lodano Dio cantando: “Gloria a Dio nell’alto dei Cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama”. Subito i pastori vanno in fretta a Betlemme per vedere e adorare il Bambino e poi raccontano cosa hanno visto e sentito a tutti quelli che conoscono (Luc. 2, 13-16).

Il Messaggio del Natale è questo: Dio ci vuole bene e ci porta i suoi doni: la pace nel nostro cuore, la pace nelle e tra le famiglie, la pace nelle e fra le nazioni!  Nel mondo ci sono ancora 23 guerre attive. Noi uomini cerchiamo la pace in tanti modi, ma la pace viene anzitutto da Dio. Perché è Lui che ci ha creati ed è Lui che nel Natale la Vergine Maria partorisce a Betlemme. La seconda Persona della Trinità, il Bambino Gesù, si fa uomo per morire sulla Croce a 33 anni e poi risorge per salvarci dal peccato e meritarci la vita eterna e felice con Dio, il Paradiso! Chiediamo a Gesù la pace nel nostro cuore e di essere “uomini e donne di pace”, perché diamo testimonianza di perdonare le offese, di non giudicare e di non parlare mai male di nessuno, di pregare quando c’è un contrasto, una piccola  o grande guerra.

Ma perché l’Angelo ha  dato la Buona Notizia ai pastori e non ad altri? Perché i pastori erano gente semplice, umile, disposti ad ascoltare la Parola di Dio e trasmetterla ad altri con gioia ed entusiasmo. Il Natale porta a loro una nuova vita. Sono i primi discepoli del Signore Gesù.

Anche noi siamo chiamati a rinascere in una vita nuova.

Ora sul nostro cammino,
la sua luce risplende.
Gesù, sole di grazia,
ci chiama a vita nuova.
(Inno delle Lodi pre-natalizie)

Nel Natale dobbiamo ritrovare la gioia e l’entusiasmo della fede. In che modo? Papa Francesco è un “Papa missionario”, perché viene da una giovane Chiesa fondata dai missionari e ha la passione di portare a Cristo le stermoinate schiere di popoli, che ancora non lo conoscono; ecco perchè ripete spesso che vuole la “Chiesa in uscita” e i battezzati “tutti missionari”.

Così succede ancora nelle missioni, là dove nasce la Chiesa e il soffio dello Spirito Santo si avverte a volte in modo commovente. Il Natale rende i neofiti entusiasti e spontaneamente missionari. Capiscono che il grande dono della fede in Cristo non si può solo custodirlo per sé e la propria famiglia, va comunicato ad altri nei modi a loro possibili. Questa “la vita nuova” che il Natale 2016 chiede a noi, credenti in Cristo.

Nel 1976 ho vissuto il Santo Natale nel Ciad, povero paese appena a sud del deserto del Sahara. La maggioranza dei ciadiani sono musulmani o animisti, i cristiani piccola minoranza. La capitale Ndjamena è una città del deserto, caldo e sabbia sono ovunque, anche a Natale, che però climaticamente è il miglior periodo dell’anno.

La chiesa parrocchiale del quartiere periferico di Kabalaye, costruita e gestita dai gesuiti lombardi (dei quali sono ospite), è un’imponente costruzione ad anfiteatro, con una cupola ovale dalle ardite nervature in leghe metalliche leggere, le mura in cemento armato, il tetto di fogli di plastica. La vigilia del Natale 1976, il vasto cortile e la chiesa a poco a poco si riempiono di fedeli, comunità di villaggio che vengono anche da lontano. Ben prima della Messa di mezzanotte nella chiesa non entra più nessuno e nel cortile sono accampati centinaia di fedeli.

La gioia della festa e del ritrovarsi assieme esplode. Il popolo cristiano, che viene da un anno di isolamento, di fatiche, di miserie, si scatena nel canto, nelle danze, nella percussione dei tamburi e dei balafon, nel suono dei pifferi. L’interno della chiesa di Kabalaye è un mare in tempesta. La gente canta tutta assieme, molti danzano, ciascuno fa più rumore che può battendo ritmicamente le mani e i piedi per terra nell’accompagnare i canti della corale, che sono i nostri antichi canti natalizi tradotti nelle lingue locali. La gioia è straripante, contagiosa, acre e densa la polvere e l’olezzo, il “profumo” di una umanità povera, il ritmo dei tamburi e dei balafon travolgente.

In sacrestia siamo quattro sacerdoti pronti ad uscire per la Messa. Ma come si fa, in quella baraonda indescrivibile? Il massiccio e torreggiante fratel Antonio Mason sale sulla pedana dell’altare, abbranca il microfono, fa segni imperiosi di tacere e grida: “Silenzio! Basta!” nelle tre o quattro lingue africane che conosce, oltre che in francese. Ma la sua voce possente, ingrandita ad un livello assordante da un buon impianto di amplificazione, è ridicolizzata dal frastuono che quelle centinaia di africani producono tutti assieme. Mi viene in mente il fragore delle cascate di Iguaçù e del Niagara. Cupola e pareti della chiesa tremano, sembra stia per crollare l’intera struttura del grande anfiteatro.

Fratel Antonio torna in sacrestia sconfitto, sudato, sgolato. ”Lasciamoli sfogare ancora un po’” dice. Non si può fare altro. Intanto, quella fonte di decibel impazziti che è la parrocchia di Kabalaye, ha attirato dalla città un’ondata di curiosi musulmani e animisti. Vengono a vedere l’esplosione di gioia che il Natale suscita nel popolo cristiano. ”Ecco un modo originale di annunziare il Vangelo in Africa – dice il parroco, padre Corrado Corti. – Sono convinto che questa espressione autentica dell’unità e della gioia di un popolo, per i musulmani e per gli animisti vale più di tutte le nostre prediche sul Natale”.

Contrassegnato con

In Vietnam ho capito l’amore di Dio

Siamo in Avvento, nell’attesa del Bambino Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore. Per prepararci al Natale, dobbiamo chiederci che idea mi faccio Dio, dell’amore di Dio. Sono stato allevato dalla mamma di mio padre Anna e dalla sorella maggiore Adelaide, maestra elementare, tutte e due molto religiose. Quand’ero un bambino, la nonna diceva spesso: “Non si muove foglia che Dio non voglia”. Ero curioso, mi mettevo davanti al piccolo alberello che avevamo in cortile e pensavo: ”Ma Dio come fa ad essere in tutte queste foglie?”. Pochi anni dopo, quando studiavo teologia, ho scoperto che Gesù ha detto: “Non abbiate paura, Dio conosce anche il numero dei vostri capelli” (Mat. 19, 30). E poi ancora: “Voi sarete odiati da tutti per causa mia, ma neppure un capello cadrà dal vostro capo” (Luc, 21, 18). Dio è sempre infinitamente più grande di quanto noi possiamo comprendere o immaginare. Noi sappiamo solo che “Dio è Amore” (1 Giov, 4, 16). Possiamo entrare nel fantastico, affascinante e gioioso mistero di Dio, solo amandolo e amando il nostro prossimo come noi stessi, così come il Signore Gesù ha amato noi.

Nel Catechismo di San Pio X (1905), fatto a domanda e risposta, si leggono queste affermazioni che inquadrano bene la nostra fede:

“Dio é l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.
“Dio é potenza, sapienza e bontà infinita.
“Dio é in cielo, in terra e in ogni luogo:
“Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri.

“Dio è in ogni luogo…Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri”.

Noi viviamo immersi in Dio. Qualsiasi cosa noi facciamo o pensiamo, Dio ci vede e penetra anche nelle intenzioni più profonde del nostro cuore. Egli è “bontà infinita” e, come ci ha insegnato Gesù, è “il Padre nostro che sta nei cieli”. Noi siamo sempre nelle braccia di Dio, come un bambino vive nelle braccia di sua madre. E Dio ci ama molto più di nostra madre, perché è “sapienza e bontà infinita”. Ecco il volto di Dio che Gesù ci ha presentato con la sua stessa vita. Racconto un’altra parabola, capitata a me, che ricorda il volto di Dio.

Nel 1973 ero nel Vietnam del sud durante la guerra. Scendevo dai monti verso la pianura, da Pleiku a Qui Nhon, su un camion militare, assieme a numerosi vietnamiti. Una giornata intera di viaggio, su strade dissestate, in un paese in guerra: abbiamo attraversato zone dove si combatteva, villaggi bruciati e bombardati, mitragliamenti, profughi che scappavano a piedi e con ogni mezzo. Tutto questo è un’immagine del mondo in cui viviamo anche oggi!

Io e gli altri profughi eravamo seduti su delle panche nel cassone scoperto del camion. Di fronte a me una giovane mamma vietnamita teneva in braccio il suo bambino che aveva pochi mesi. Lo cullava, lo allattava, lo coccolava. Ad un certo punto, passando vicino ad un villaggio in fiamme dove molti gridavano, il bambino, sentendo quel trambusto, si è messo a piangere, avvertiva anche lui il pericolo. La mamma ha steso su di lui un lembo del suo scialle ed ha continuato a cullarlo. Dopo un po’ il bambino dormiva placidamente. Attorno a noi crollava il mondo e lui dormiva: non sentiva niente, non sapeva nulla, era l’unico che non aveva paura. Si fidava dell’amore e delle braccia di sua madre.

Ecco, quando penso a Dio mi vengono in mente quella dolce mammina vietnamita e il suo bambino. Se noi viviamo questa materna e paterna immagine di Dio, non possiamo più essere pessimisti, scontenti, scoraggiati, timorosi di chissà cosa. Qualunque cosa mi capiti, io sono sempre nelle braccia del Padre! I miei genitori, che sono servi di Dio, avviati alla beatificazione, ripetevano spesso: mamma Rosetta diceva: “Dobbiamo sempre fare la volontà di Dio”; e papà Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.

I popoli non cristiani, che non conoscono la Rivelazione di Cristo, immaginano Dio come un personaggio misterioso, inconoscibile, lontanissimo dalla nostra piccola Terra, che è dominata da spiriti buoni e cattivi. Questi vanno propiziati con offerte, sacrifici di animali, secondo i responsi di indovini, stregoni, interrogando i morti e gli oroscopi, ecc. Papa Francesco ha detto: “Chi consulta gli oroscopi non è più cristiano, non crede nella Divina Provvidenza”. In Italia, al mattino tutte le televisioni trasmettono e commentano non il Vangelo, ma gli oroscopi per una decina di minuti. Ma il popolo italiano, battezzato nella Chiesa cattolica per circa il 90%, sta ridiventando pagano? Che idea mi faccio di Dio?

 

Un invito ai miei amici e lettori

La Direzione Generale del Pime ha avuto, mesi fa, l’idea di farmi raccontare la mia vita di missionario-giornalista e ha incaricato l’amico Gerolamo Fazzini di aiutarmi in questo progetto. All’inizio l’ho rifiutato (mi pareva un’auto-esaltazione), poi ho dovuto accettarlo. L’ha pubblicato la Emi (di cui sono stato uno dei fondatori nel 1955!) e, grazie a Dio, sta andando bene.

Dalle mail e telefonate che ricevo, capisco che “fa del bene”; e un importante amico vercellese mi scrive: ”Fa del bene soprattutto alle persone lontane dalla fede, perché tu non fai prediche, ma racconti fatti, sei interessante e ti fai leggere fino alla fine. La tua vita trasmette la fede e l’amore a Dio e al prossimo”. Sono lettere che mi confortano. Il volume “Piero Gheddo con Gerolamo Fazzini-, inviato speciale ai confini della fede” raggiunge lo scopo per cui è nato.

Cari amici e lettori, vi invito mercoledì prossimo 30 novembre, alle ore 21 al Centro missionario Pime in Via Mosè Bianchi, 94 (parcheggio interno). Cinque amici e personaggi presentano il volume (220 pagine, Euro 14, con 16 pagg. di inserto fotografico). Non so cosa racconteranno di me, certamente aneddoti e situazioni della mia missione, che non ho messo nel volume.

Ma prego e spero che la mia vita avventurosa testimoni il valore di un Istituto missionario a Milano e nella nostra Italia dove prevale il pessimismo. Quale valore? I missionari del Pime hanno fondato la Chiesa in una trentina di paesi e in una cinquantina di diocesi in quattro continenti. Papa Francesco ha detto più volte che “le giovani Chiese danno speranza alla Chiesa universale”. E Gesù, mandando agli Apostoli e i discepoli d annunziare il Vangelo nel mondo pagano ha detto: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”.
Noi siamo piccoli, siamo poveri, il mondo secolarizzato in cui viviamo non capisce e non apprezza la nostra missione. Non importa, il Pime vive la speranza e l’ottimismo fondati sull’incrollabile roccia della fede in Gesù Cristo.

Vi invito alla serata del Centro missionario. Tornerete a casa con una fede più robusta e la gioia nel cuore. Tra l’altro, il volume è un buon regalo natalizio a chi è lontano dalla fede. Vostro padre Piero Gheddo.

 

L’UNICA NOTIZIA CHE CONTA

Presentazione del volume autobiografico di padre Piero Gheddo

“Inviato speciale ai confini della fede” (Emi)

30 novembre 2016 ore 21

Centro missionario Pime – Milano

Saluti del Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca

Intervengono:

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire

Padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews

Marina Corradi, giornalista e scrittrice

Giorgio Torelli, già inviato del Giornale

Moderatore: Gerolamo Fazzini, consulente per la comunicazione del Pime

Centro missionario Pime – Milano
Via Mosé Bianchi 94
MM 1 e 5 – (fermata Amendola e Lotto)

Il beato Paolo Manna, precursore del Vaticano II e anche Dottore della Chiesa?

Nel 2016 sono cent’anni che il Beato padre Paolo Manna (1872-1952) fondò l’Unione missionaria del clero e dei religiosi, oggi Opera pontificia.
Il 28 ottobre a Roma si è celebrato il “Giubileo della Missione” e padre Ciro Biondi, segretario nazionale della Pum e responsabile di Missio-Consacrati, ha presentato questa proposta su padre Manna al presidente di Missio e della Commissione per l’Evangelizzazione della Cei, mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo e al segretario generale della Cei, Mons. Nunzio Galantino.
Per noi del Pime il beato p. Paolo Manna, superiore generale (1924-1934), è il personaggio che rappresenta bene lo spirito del nostro Istituto che non è un Ordine religioso, ma una Comunità di Vita Apostolica per la “Missio ad gentes”. Questa la radice della Pum (Pontificia unione missionaria) che nei suoi cent’anni di vita vuole rinnovarsi secondo lo spirito del Fondatore. Anche la Missione alle genti, ancora ai primi passi rispetto alle sterminate popolazioni dell’Asia (il 62% dell’umanità col 6-7% di cristiani) che ancora ignorano Gesù Cristo Salvatore, può avere il suo Dottore della Chiesa, profeta e precursore del Comcilio Vaticano II.

Ecco cosa hanno detto di lui:

“Il Beato Paolo Manna fu un autentico precursore delle intuizioni e delle indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II”. Così, quando lo proclamava Beato il 4 novembre 2001 Giovanni Paolo II, che nel settembre 1990 si recò nel Cimitero dei missionari nel giardino della casa del Pime a Ducenta (Caserta) e si fermò a pregare davanti alle tombe di padre Manna e del suo discepolo e primo biografo padre G. B. Tragella. Il Papa di Sotto il Monte, Giovanni XXIII che lo conosceva bene, lo definiva “Il Cristoforo Colombo della nuova cooperazione missionaria”. Paolo VI l’ha giudicato “uno dei più efficaci promotori dell’universalismo missionario nel secolo XX“. Padre Drehmanns, studioso di storia missionaria e superiore generale degli OMI, ha scritto: “Padre Manna è all’origine e alla guida di tutto il movimento missionario del ‘900”. Il famoso teologo gesuita Henri De Lubac ha scritto durante il Vaticano II: “Padre Manna è l’espressione più completa di una missione condivisa” (da tutta la Chiesa, non più solo dei missionari e dei religiosi). Il cardinale Celso Costantini, Prefetto di Propaganda Fide), l’ha definito: «Un uomo pericoloso, come si diceva in qualche seminario dopo la diffusione di Operarii autem pauci! …un seccatore! Santo ma seccatore… un temerario… Comunque e sempre un missionario scomodo” (perché le sue intuizioni sulla universale missione della Chiesa davano fastidio).

Quali sono le intuizioni e le iniziative profetiche di Manna, che l’hanno reso il protagonista del movimento missionario nel ‘900? Non è facile rispondere a questa domanda. Per scrivere la sua Biografia sono stato giorno e notte nelle due grandi sale dell’Archivio di p. Manna, nella casa del Pime a Ducenta (Caserta), curato dal p. Ferdinando Germani, autore dei cinque grossi volumi della sua monumentale biografia. Il mio libro (Paolo Manna, fondatore dell’Unione missionaria del Clero, Emi, 2001, pagg. 400, 18 Euro) è stato scritto per la sua beatificazione nel 2001. Ecco in estrema sintesi chi era padre Manna:

La santità e la profezia di Paolo Manna

Paolo Manna nasce nel 1872 ad Avellino da una famiglia molto religiosa con diversi sacerdoti e suore. I suoi genitori, Vincenzo e Lorenza Ruggiero, hanno avuto sei figli, due sacerdoti, uno medico e prof. universitario. La mamma muore quando il piccolo Paolo aveva due anni e mezzo, diventa un adolescente irrequieto e viene educato dagli zii paterni.. Compie a Roma gli studi per diventare sacerdote e dopo aver letto Le Missioni Cattoliche, nel 1891 entra nel Pime ed è ordinato sacerdote nel 1895. Parte per la Birmania orientale, ma non resiste a quel clima molto umido e caldo-freddo. Si ammala di tubercolosi come altri della sua famiglia. Nel 1905 ritorna in Italia e si dichiara “un missionario fallito”. Pellegrino a Lourdes, non chiede alla Madonna di guarire, ma di innamorarsi di Gesù e donare tutta la sua vita alla diffusione del Regno di Dio.

Nel 1909 Manna è nominato direttore di “Le Missioni Cattoliche” che allora era settimanale (oggi “Mondo e Missione”) e manifesta subito la sua straordinaria passione missionaria, Sfogliando i fascicoli di quegli anni, la differenza tra prima e dopo Manna si vede subito. Pur senza abbandonare le caratteristiche che l’avevano resa famosa (relazioni da tutte le missioni, studi storici e antropologici, attualità missionaria da tutto il mondo, le religioni non cristiane, relazioni di viaggi tra popoli lontani, ecc.) “Le Missioni Cattoliche” diventa una fucina di proposte e provocazioni. Gli editoriali trasmettono entusiasmo per l’ideale missionario! Quasi in ogni fascicolo, Manna trova gli spunti per promuovere libri missionari, opuscoli popolari, calendari, strenne, cartoline; appelli per le vocazioni missionarie, esortazioni a pregare per i missionari, ecc.; inventa e inizia le “zelatrici missionarie” in diocesi e parrocchie per promuovere in Italia le Opere della Propagazione della Fede e della Santa Infanzia (che erano ancora in Francia),
“Le Missioni Cattoliche” ha trovato un’anima. All’inizio del ‘900, quando le riviste missionarie erano bollettini di istituti e ordini religiosi, la “rivoluzione profetica” di p. Manna è questa: il problema missionario riguarda non solo i missionari ma tutta la Chiesa ed esige una soluzione globale: il coinvolgimento di tutti i battezzati, vescovi, sacerdoti e fedeli, diocesi e parrocchie, congregazioni religiose e associazioni laicali. E’ una novità profetica nella vita della Chiesa: non più le missioni affidate ai missionari e ai religiosi, ma opera di tutto il Popolo di Dio, di tutta la Chiesa: “La conversione degli infedeli è il problema dei problemi” – “Tutti i fedeli per tutti gli infedeli”

Nel 1909 padre Manna pubblica “Operarii autem pauci” (Gli operai sono pochi) e manda il libro a Pio X, che risponde con una lettera scritta a mano:

“Al carissimo figlio padre Paolo Manna, missionario apostolico, colle più sincere congratulazioni pel bel lavoro ‘sulla vocazione alle Missioni Estere’ e col voto che molti rispondano generosamente alla voce del Signore ùe li chiamasse a questo apostolato. In segno di gratitudine e di particolare affetto, impartiamo l’Apostolica Benedizione. Dal Vaticano, 12 maggio 1909. Pius Papa X”.

Un fatto eccezionale che aumentò, se possibile, la carica di spirito missionario dell’Autore. Ma il libro venne proibito in molti seminari diocesani, perché infiammava i giovani nell’amore a Gesù Cristo, invitandoli a donare la vita per il Regno di Dio. Nel 1916 Paolo Manna fonda l’Unione missionaria del clero e nel 1919 la rivista “Italia Missionaria” per le vocazioni missionarie; istituisce i “circoli missionari” nei seminari diocesani, da cui vengono numerose vocazioni per le missioni. Nel 1942 scrive “I fratelli separati e noi”, che scuote la Chiesa italiana e, nonostante il tempo di guerra, fa discutere anche i vescovi e i sacerdoti. Il Beato Paolo Manna è sempre espressivo nei suoi scritti. Questo è il primo libro appassionato e provocatorio, che chiede con forza l’unità dei cristiani per la missione universale: “Non si può annunziare un Cristo diviso”.

Nel 1950, due anni prima della morte, scrive “Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo – Per la soluzione del problema missionario”, da cui ha chiaramente origine l’enciclica di Pio XII “Fidei Donum” (1957), che apre la via delle missioni al clero diocesano. Manna afferma che tutti i vescovi e i sacerdoti sono responsabili della missione tra i non cristiani; non si può affidare l’annunzio di Cristo solo ad ordini religiosi e istituti missionari: “Mobilitiamo, organizziamo tutta la Chiesa in ordine alle missioni; rendiamo l’apostolato per la diffusione del Vangelo dovere di tutti quanti credono in Cristo”. Il volume propone che sorgano “seminari missionari in tutte le province ecclesiastiche”, per inviare in missione sacerdoti diocesani e laici (nel 1960 sorge a Verona il Ceial, per inviare sacerdoti e laici ai vescovi che li chiedono in America Latina).

L’Unione missionaria del clero, fondata nel 1916 con l’aiuto decisivo di San. Guido Maria Conforti, arcivescovo di Parma e Fondatore dei missionari Saveriani, aveva lo scopo di infiammare i sacerdoti dell’amore di Cristo e poi “accendere in tutto il popolo cristiano una grande fiamma di apostolico zelo per la conversione del mondo”. E più avanti, in un lungo e forte articolo del 1934 su “Il Pensiero missionario”, padre Manna si lamentava perché nell’Unione missionaria si stava travisando lo spirito degli inizi, riducendo l’associazione ad uno strumento volto ad impressionare, a commuovere per far denaro: “L’opera di Dio non si muove con questi mezzi”. L’Umdc in pochi anni si diffonde in tutto il mondo: nel 1919 aveva in Italia 4.035 iscritti (fra i quali i futuri Pio XI e Giovanni XXIII), nel 1920 10.255, nel 1923 16.000 sacerdoti (poi l’Unione è stata estesa anche ai religiosi e religiose). Manna era convinto che tutto nella Chiesa dipende dal clero: “La soluzione del problema missionario – scriveva – sta nel clero: se i preti sono missionari, il popolo cristiano lo sarà egualmente; se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli… Lo spirito missionario è anzitutto una grande passione per Gesù Cristo e la sua Chiesa”. Questo, nell’Italia d’oggi, significa la proiezione verso i non credenti e non praticanti italiani, Cioè, la “Chiesa in uscita” di Papa Francesco. Come il Beato Paolo concepiva l’Unione missionaria del clero è un tema che va approfondito, perché più che mai attuale.

Nel 1924 Manna è eletto superiore generale del PIME, fino al 1934; dal 1943 fino alla morte nel 1952 superiore regionale nel Sud Italia, regione che lui stesso aveva fondato col “Seminario meridionale per le Missioni Estere” a Ducenta (Caserta). Muore a Napoli dopo un’operazione chirurgica il 15 settembre 1952. Ha dato il meglio di sé nell’animazione missionaria: insisteva sulle vocazioni missionarie, la preghiera per le missioni, l’impegno personale di ogni cristiano. Ecco la profezia del Beato padre Paolo Manna. Da Superiore generale del Pime (1924-1934) ha scritto 23 lunghe “Lettere ai missionari”, poi pubblicate nel volume “Virtù Apostoliche” (IV edizione Emi 1997, pagg. 460), che è stato definito “un vero trattato di spiritualità della missione, maturato nell’esperienza sul campo, un classico della letteratura missionaria dei tempi moderni”. A quindici anni dalla beatificazione, il beato Manna è più che mai attuale. Nelle sue “Virtù apostoliche” egli afferma: “Il missionario non è niente se non impersona Gesù Cristo… Solo il missionario che copia fedelmente Gesù Cristo in se stesso… può riprodurne l’immagine nelle anime degli altri” (Lettera 6). L’enciclica Redemptoris Misssio di Giovanni Paolo II (1990) ha ripreso quasi alla lettera quel che scriveva p. Manna: “L’universale vocazione alla santità è strettamente collegata all’universale chiamata alla missione: ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione” (“Redemptoris Missio”, n. 90). Ancora la R.M. n. 84 (dove cita p. Manna nella Nota N. 169): “La parola d’ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo”.

Nel 1927 padre Manna parte per un lungo viaggio nelle missioni: in quasi due anni visita una dozzina di paesi d’Asia, Oceania e nord America, rimanendo impressionato di come le missioni erano, a quel tempo, quasi isolate dalla vita dei popoli; si accontentavano di curare i poveri e i marginali, ma non avevano alcun influsso sulle classi colte e le politiche nazionali. Scrive un pro-memoria provocatorio per Propaganda Fide, “Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione” (commentato da Giuseppe Butturini, Emi 1997); chiede cambiamenti rivoluzionari nel “metodo di evangelizzazione”: rifiutare l’occidentalismo, liberarsi dalla protezione interessata delle potenze occidentali, educare i sacerdoti locali secondo programmi diversi da quelli usati in Occidente; abolire il latino e il celibato per favorire una maggior partecipazione degli indigeni al sacerdozio nelle missioni , consacrando i migliori catechisti dove mancano assolutamente sacerdoti; eliminare ogni compromesso con il denaro e ogni fiducia nella potenza dei mezzi materiali. Manna non era per nulla un contestatore o un ribelle, anzi afferma che le sue proposte non hanno valore assoluto e che partendo dalle stesse premesse si può giungere a conclusioni opposte alle sue: però lancia il grido d’allarme. La sua passione per la conversione del mondo infedele e la salvezza delle anime non gli permetteva di tacere: “Salus animarum suprema lex!” scriveva: la salvezza delle anime è la prima legge!

Perché Dottore della Chiesa?

La proposta di attribuire il titolo di Dottore della Chiesa al Beato P. Manna è venuta da p. Ferdinando Germani con un lungo studio del 2010 e una tesi universitaria di Giovanni Zerbi. Ed è giustificata dal fatto che dal secolo XVI ad oggi la Chiesa ha attribuito questo titolo ai santi che si erano distinti per la SANTITA’ della vita, l’ORTODOSSIA nella fede e soprattutto per la loro SCIENZA eminente nelle opere sacre, testimoniata dai libri e dall’impatto positivo che le loro iniziative hanno avuto nel cammino storico della Chiesa. La proposta di p. Germani è interessante e plausibile, ma il titolo di “Dottore della Chiesa” è attribuito dal Papa solo ai Santi canonizzati. E noi speriamo e preghiamo che ciò avvenga al più presto per il Beato padre Paolo Manna.

Comunque, non c’è alcun dubbio che la rivoluzione della missione universale portata dal Concilio Vaticano II nella Chiesa è stata preparata dal crescere travolgente, per 40 anni (1920 – 1960), delle missioni cattoliche e dalla nascita di centinaia di nuove giovani Chiese, che oggi, dice Papa Francesco, sono la speranza della Chiesa universale (Discorso alle Pontificie Opere Missionarie del 5 giugno 2015). Di tutto questo Manna è stato il profeta e precursore, sia come “missionario alle genti” che come “ecumenista”.

Tra le Sante vergini Dottori della Chiesa ricordo Caterina da Siena (1347-1380), dichiarata tale nel 1939 da Pio XII. 40 anni dopo, nel 1979, celebrando l’anniversario, l’arcivescovo di Siena, mons. Mario Ismaele Castellano, scriveva: “I Dottori della Chiesa non appartengono ad una Università o Accademia, ma fanno parte unicamente della Chiesa la quale, sola, li riconosce tali e ad essi è grata perché il loro insegnamento la arricchisce di sapienza e l’aiuta nella missione di salvezza”. Quello che mons. Castellano scriveva di S. Caterina si può benissimo attribuire anche al Beato Manna. Egli non aveva titoli accademici, era però un sacerdote ricco di sapienza apostolica e, pochi mesi prima della morte (15-9-1952), pubblicò la seconda edizione di “Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo”. In copertina spiccava la sintesi del suo progetto, che coinvolgeva il Corpo mistico della Chiesa per la salvezza del mondo: “Tutta la Chiesa per tutto il mondo”.