L’islam ponte di dialogo verso l’India

Intervista a padre Paolo Nicelli, missionario del Pime e conoscitore dell’islam

 

Dopo il Blog del 15 giugno scorso “Papa Francesco e il dialogo con l’islam”, come avevo promesso pubblico questa intervista con padre Paolo Nicelli, missionario nelle Filippine e  specialista dell’islam (vedi sotto). Credo che anche questo testo del mio confratello, che ha un’esperienza di vita in paesi islamici, possa contribuire a cambiare il giudizio che molti credenti in Cristo danno dell’islam. Giusto condannare il terrorismo di matrice islamica, come fanno anche la grande maggioranza dei musulmani, che sono le prime vittime del Califfato islamico! Ma è sbagliato condannare in blocco una religione e una civiltà che derivano anch’esse da Abramo, nostro Padre della Fede, e hanno una profonda devozione al profeta Gesù ed a Maria. Il popolo cristiano dell’Occidente deve seguire Papa Francesco e avere una visione alta e positiva dell’islam, per poter accogliere e dialogare con i musulmani. Piero Gheddo.

 

Nicelli – Il rinnovamento dell’islam avverrà solo a partire dall’interno del mondo islamico. Noi occidentali abbiamo il compito di sostenere queste correnti innovatrici dell’islam, che non si separano dall’islam stesso. Il problema dell’Occidente è che ha fatto molte promesse all’islam moderato, ma poi non le ha sostenute e queste promesse si sono rivelate funzionali ad altri fini, non all’evoluzione dell’islam.

Gheddo – Promesse di che tipo?

Nicelli – Promesse culturali, investimenti economici e politici, di non isolamento della cultura moderata. Cioè dare visibilità a questa cultura moderata, far capire che l’islam non è solo terrorismo: questo sui giornali, nelle università, dei dibattiti internazionali, nelle agenzie di stampa, ecc. L’Occidente ha un grande potere mediatico, politico ed economico! I musulmani si sentono fuori da questo, messi in un angolo perché terroristi e totalitari.

L’islam è molto di più che il terrorismo. Pensa il peso della cultura, della filosofia islamica nel mondo indiano. L’islam è stato il cuscinetto fra cultura occidentale e cultura orientale, in campo filosofico e religioso e anche antropologico;  e non va dimenticato che l’India, con l’Induismo e il Buddhismo, è la matrice della cultura asiatica filosofica e religiosa, molto più che la Cina e il Giappone. L’Occidente non è riuscito a gettare un ponte di confronto e di reciproco influsso fra Oriente e Occidente; l‘ha fatto con la colonizzazione e le missioni cristiane ma l’islam l’ha fatto nei secoli specialmente col pensiero dei persiani, a partire dallo zoroastrismo fino agli Imperatori Moghul e alla massa del 15% di musulmani che vivono in India.

C’è stato un profondo scambio culturale e religioso fra India e mondo islamico e la Persia è stato il protagonista di questo scambio, cose a cui nessuno pensa.  L’Occidente ha lasciato pochissime tracce nel mondo indiano, prima della colonizzazione alla fine dell’ottocento: Alessandro Magno è arrivato fino alle piane del Gange come conquistatore, ma poi non ha lasciato nulla.

Questa la grande missione dell’islam nel campo culturale e religioso, è stato mediatore fra cultura orientale e cultura occidentale, tramite la Persia. Ecco perché la Persia, l’Iran attuale, è così importante nel dialogo con l’Occidente, perché unisce due mondi. Poi bisogna tener presente che all’interno dell’islam c’è una forte polemica tra mondo arabo e mondo persiano. I primi dicono: noi vi abbiamo dato la rivelazione nel Dio unico, voi vivevate nel politeismo e avete ricevuto la fede nel Dio unico; i persiani dicono: è vero, ma chi ha fatto dell’islam una civiltà e una cultura? La filosofia e la teologia e la cultura persiana.

Gheddo – Araba no?

Nicelli  – Gli arabi erano dei beduini, gente nomade dei deserto. Sono diventati civili e colti grazie ai pensatori e ai sufi persiani che hanno viaggiato nelle loro terre. I più grandi teologi erano persiani: Avicenna, Al-Ghazali (il San Tommaso dell’islam), Ibn ‘Arabi (grande mistico, uno dei sufi più ricordati era persiano). Averroé invece è spagnolo di Cordoba. Insomma la cultura dell’islam viene in gran parte dalla Persia. Bagdad. Damasco e Il Cairo sono arabe, ma la cultura che girava in quel tempo in quelle grandi città e università era persiana. Gli arabi hanno ricevuto tutta la filosofia zoroastriana e anche le novità tecniche e filosofiche: i persiani traducevano i testi greci e indiani e li portavano nelle città e università del mondo arabo.

Nel 1200 Averroé in Spagna, che ha incontrato gli ebrei e i cristiani nelle grandi università di Salamanca e altre, insegnava la filosofia aristotelica secondo la sua interpretazione e la portava nelle città e università arabe.

Gheddo – Che cosa fare di fronte all’islam oggi?

Nicelli – La prima cosa da fare è di evitare ogni confronto fra la cultura occidentale e quella islamica oggi. Se noi guardiamo alla cultura occidentale dal punto di vista filosofico, giuridico, scientifico moderno, è chiaro che siamo secoli avanti a quella islamica, questo è fuori discussione. Ma se tu guardi la cultura islamica nel Medio Evo, confrontata con quella occidentale di quel tempo, vedi che in parecchie cose erano avanti a noi. Se si fa un confronto di questo tipo è errato e offensivo.

Per me importante oggi è sottolineare che se dal punto di vista culturale e scientifico c’è stato questo scambio positivo fra popoli cristiani e popoli musulmani, è chiaro che può esserci anche oggi, a patto che si scopra il senso profondo della propria fede, che è amore a Dio e amore all’uomo. Questo implica un rinnovamento della tradizione, dell’esegesi per i musulmani, come anche per noi occidentali: non dimentichiamo che noi abbiamo avuto i nazisti, cristiani battezzati, che scrivevano sulle fibbie dei loro cinturoni “Gott mit uns” (Dio è con noi) e poi ammazzavano ebrei, zingari, slavi e via dicendo.

Il dialogo con l’islam è un problema di interpretazione della tradizione.  Bisogna isolare il fondamentalismo presente nell’islam, come in tutte le religioni. Tale fondamentalismo violento è frutto di quelle ideologie totalitarie che riducono l’esperienza religiosa e quindi l’esperienza culturale legata a questa a pura violenza, svuotando la religione del suo contenuto formale, Dio e l’amore che Dio ha per la sua creatura. Il fondamentalismo fanatico e violento usa Dio e la tradizione religiosa come giustificazione del massacro di persone innocenti, uomini, donne, bambini e anziani e lo fa in nome della morte e non della vita.

Dr. Padre Paolo Nicelli, PIME

Dottore della Biblioteca Ambrosiana
Direttore della Classe di Studi Africani
Professore di Teologia Dogmatica, Missiologia, Studi Arabi e Islamistica.

 

Papa Francesco e il dialogo con l’islam

Papa Francesco ripete spesso che il terrorismo di matrice islamica si vince non dichiarando una “guerra di religione”, ma promuovendo il “dialogo con l’Islam”, specialmente con le sue correnti più moderate. Molti credenti in Cristo e figli devoti della Chiesa non capiscono o non condividono quel che dice il Papa italo-argentino. Tento di spiegarlo partendo dalla mia esperienza di missionario-giornalista. Negli anni ‘50 del 1900 ho studiato missiologia, etnologia e islamistica all’Università Urbaniana; ho preso un diploma di tedesco in Austria e Germania e intervistato diversi missionari degli SVD (Società del Verbo Divino); poi ho fatto il Concilio Vaticano II come perito dell’Ad Gentes e giornalista dell’Osservatore Romano; e già durante il Vaticano II ho incominciato a visitare le missioni, anche  in numerosi paesi islamici, in alcuni più d’una volta.

Ebbene, fino agli anni ‘80 del 1900, i rapporti dei cristiani con l’islam non rappresentavamo un problema. Ad esempio, nessuno dei vescovi visitati e intervistati nell’Africa sotto il Sahara (del Sudan, Kenya, Uganda, Ciad, Tanzania, Burkina Faso, Ruanda, Congo ex-belga, Somalia, Etiopia, Sud Africa, Rhodesia, Swaziland, Mozambico, Angola), mi ha parlato di pericolo o  di terrorismo islamico o di persecuzione contro i cristiani da patte dell’islam (eccetto il vescovo di Khartoum). Allora tutti temevano il “pericolo comunista”, infatti i vari partiti rivoluzionari collegati con Urss, Cina e Cuba, avevano assunto il potere con guerriglie o colpi di stato e distrutto l’economia e i servizi pubblici creati dalla colonizzazione. Nel gennaio 1979 l’ayatollah Khomeini, applaudito dai mass media e dall’opinione pubblica occidentale, assume il potere in Iran, con una rivolta popolare guidata dal clero sciita, contro lo scià Reza Pahlavi, alleato degli Usa, che promuoveva la modernizzazione del paese. Inizia così la svolta radicale dell’islam in tutto il mondo. L’Iran diventa una repubblica islamica e Khomeini dichiara la guerra totale contro “il grande Satana” (gli Usa), il loro alleato Israele e l’Occidente cristiano. E rende attuale la tradizione sciita del “martirio per l’islam”, cioè il terrorismo di matrice islamica, che ha portato a poco a poco ai talebani e poi, con sigle diverse (Al-Qaida, Mujaheddin,  Boko Aram, Shahab, Jihadisti, ecc.), al Califfato islamico, l’Isis (Islamic State Iraq and Siria).

Perché dico tutto questo? Papa Francesco, per sconfiggere il terrorismo, parla di “dialogo della vita”” con i musulmani e non vuol sentire espressioni come “terrorismo islamico” o “guerra di religione”. E fa bene, perché l’alternativa del dialogo è l’odio, la violenza, la guerra. Una guerra totale, che sarebbe davvero la terza guerra mondiale, senza vincitori né vinti. Ma sul “dialogo della vita” con i fedeli dell’islam ho già scritto in diversi miei Blog recenti e il 6 maggio scorso ho pubblicato “Il Vangelo del Dialogo”, l’esperienza di padre Franco Cagnasso, che racconta come lui stesso  vive, dopo studi sull’islam, il dialogo della vita con i musulmani in Bangladesh.

Papa Francesco ha dell’islam una visione positiva e anche qui fa bene. Se si pensa che l’islam è una religione falsa e demoniaca, nata per contrastare il cristianesimo e ammazzare i cristiani, nessun dialogo è possibile. Ma, in una visione alta della storia millenaria dell’umanità e dell’Alleanza con Dio, l’islam appare una religione provvidenziale. Vediamo. Tutti i popoli riconoscono e pregano Dio Creatore e Signore del creato. Quando nell’800 i primi etnologi sostenevano che i popoli primitivi non avevano il concetto di Dio, padre Wilhelm Schmidt (1868-1954), missionario SVD, insegnante all’Università di Vienna, fondatore della “Scuola di Vienna” di antropologia e della rivista “Anthropos”, promosse una vasta ricerca tra i missionari di ogni continente che vivevano fra i popoli “primitivi”.  La sua opera Der Ursprung der Gottesidee (L’origine dell’idea di Dio) ha dimostrato che tutti i popoli riconoscono e pregano Dio. Non esistono popoli atei. Più ancora, Schmidt afferma e dimostra che, più si indaga fra le popolazioni viventi in un’epoca preistorica, isolate dal resto del mondo (a quel tempo erano ancora molte) e più è chiaro che esse hanno “un originale monoteismo convinto”, che risale ai tempi della Creazione.

Poi i popoli si sono moltiplicati e diffusi nei vari continenti e sono nate  molte immagini di Dio e molte religioni. Con una grande divisione: da un lato i popoli che hanno ricevuto la Rivelazione della Bibbia, caratterizzata dal monoteismo; e dall’altro i popoli che hanno avuto altre ispirazioni o rivelazioni dallo Spirito di Dio, che soffia dove e come vuole. I popoli mon0teisti, ebrei (15 milioni), cristiani (2,1 miliardi) e musulmani (1,4), sono circa la metà dei 7 miliardi di uomini sulla terra. Questi tre popoli hanno una radice comune in Abramo, “il Padre della fede”, infatti nella Bibbia si trova l’espressione “Il popolo del Dio di Abramo” (esempio,  nel Salmo 46). E se leggiamo la storia umana secondo i tempi di Dio (“Per Te, oh Dio, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato”) vediamo che il monoteismo si sta diffondendo gradualmente a tutta l’umanità. Il passaggio dal politeismo al monoteismo è fondamentale affinché tutti i popoli entrino nell’Alleanza con Dio.

In questa visione religiosa della storia umana risulta che “i popoli di Abramo” hanno una missione comune, pur essendo molto diversi l’uno dall’altro. Ebrei e musulmani credono e vivono la teocrazia: la società umana governata da Dio, secondo le Leggi di Dio; il potere religioso è anche politico; i cristiani distinguono fra religione e politica. Ecco in poche parole:

1) Ai tempi di Cristo i romani occupavano e colonizzavano la Terrasanta, proteggendo l’ordine pubblico e riscuotendo le tasse. Per tutto il resto, gli ebrei erano governati da Dio, rappresentato dal loro Sinedrio e secondo le Leggi date da Dio nei Dieci Comandamenti e nei tempi seguenti.

2)  Per i musulmani, la teocrazia è ancor più evidente. Maometto era capo religioso, politico e militare e anche oggi la crisi che attraversano i popoli islamici è proprio questa: come distinguere il potere religioso da quello politico? Qui si apre il grande problema di come leggere e interpretare criticamente il Corano.

3)  I cristiani seguono Gesù Cristo, che ha distinto chiaramente la religione dalla politica e ha fondato la sua Chiesa universale e libera da ogni autorità politica. Le Chiese che si sono separate dal Pontefice della Chiesa fondata da Cristo e affidata a Pietro, vescovo di Roma, sono oggi quasi tutte Chiese nazionali, sia nel campo ortodosso che protestante-anglicano.

4)  Nel quadro della millenaria storia umana, le lotte e guerre fra le religioni monoteiste sono baruffe tra fratelli, che passano presto. Non minimizzo affatto l’isis e tutto l’estremismo di radice islamica. Noi ci siamo dentro, difendiamoci anche militarmente se necessario, facciamo leggi e controlli più severi, ecc.. Non parlo di questo, ma del fatto che l’islam ha già svolto nella storia, e svolge ancor oggi, una missione importante: ha diffuso il monoteismo nell’Asia profonda e soprattutto in India, da cui vengono induismo e buddismo, le due religioni dell’Asia (allo stesso modo, la Spagna ha diffuso il cattolicesimo nelle Filippine). Nel prossimo Blog una interessante intervista con padre Paolo Nicelli,  missionario del Pime nelle Filippine. oggi dottore della Biblioteca Ambrosiana e professore di Teologia dogmatica, di Missiologia e di Studi arabi e di Islamistica.

5)  Un’ultima osservazione. Stupisce oggi, nei mass media e nei dibattiti in Tv, che quando si scrive o si parla del terrorismo di matrice islamica, si sviluppa ampiamente il racconto della gravità e crudeltà dei crimini che compiono i Jihadisti; ma quello che Papa Francesco propone, nei suoi discorsi e scritti (ad esempio i nn 250-254 della “Evangelii Gaudium”), e con la sua stesa vita, per prevenire e sconfiggere il terrorismo, è semplicemente ignorato, a volte anche sulla stampa e in siti internet cattolici. Noi, cristiani d’Occidente, dobbiamo interrogarci sulle nostre responsabilità. Il terrorismo non si sconfigge solo con le leggi, la vigilanza e la fermezza, ma aiutando i fratelli islamici a maturare una diversa visione del mondo moderno e accettando che essi contestino la nostra crisi religiosa.

La famosa tesi di Samuel Huntington, che alla “guerra fredda” sarebbe seguito uno “scontro di civiltà” (e quindi anche di religioni), è più credibile oggi che nel 1993. Il concetto di “missione”, un tempo inteso unicamente come “convertire i popoli a Cristo”, rimane sempre vero, ma dovrebbe assumere anche un senso nuovo e più attuale: gettare ponti di conoscenza, comprensione, dialogo, condivisione fra popoli e civiltà diverse. Il punto debole dei due mondi, cristiano e islamico, è che ci chiudiamo sempre più: passa ben poco da un mondo all’altro. Un missionario del Pime in Bangladesh mi dice: “Vedo citati poco, e malamente, studi e articoli occidentali da parte dei bengalesi; spesso solo frammenti di cui si riferisce per sostenere la propria tesi, piuttosto che analisi di ciò che si dice da parte degli altri. Un difetto analogo lo trovo in Italia: si conosce più di prima, ma è ancora troppo poco per capire ciò che matura ed emerge nel  mondo islamico, in Asia”.

Questo chiama in causa i nostri teologi e intellettuali, i centri culturali, i mass media, le associazioni, le università, le scuole, ecc.

All’inizio del 2000 sono nate nella Chiesa italiana due iniziative per far conoscere l’islam: l’agenzia Asia News nel 2003 e il Centro studi Oasis nel 2004: ambedue già affermate a livello internazionale e mondiale.

Asianews era un quindicinale su carta, iniziato nel 1986 come sussidio al mensile del Pime “Mondo e Missione”. Nel 2005 padre Bernardo Cervellera, missionario ad Hong Kong e insegnante di storia e civiltà occidentale all’università di Pechino, è richiamato in Italia come direttore dell’agenzia Fides, che dirige per cinque anni. Nel 2003 è direttore di Asianews, che pubblica come Sito internet (www.asianews,it) con un successo immediato. Oggi ha anche un mensile su carta con documenti e testimonianze, e si pubblica in italiano, inglese, cinese e spagnolo (programmati francese e arabo, quando le finanze dell’agenzia, che si mantiene senza pubblicità, lo permetteranno). Diffonde ogni giorno la voce del Papa (servizio molto apprezzato in Cina, in Vietnam e nel Medio Oriente) e informa in particolare sulle Chiese cristiane e sulle altre religioni, in particolare l’islam, che segue in tutto il mondo. “Grazie perché avete la nostra vita nel cuore!”: è il messaggio di saluto dalla Cina, giunto ad Asianews da un sacerdote liberato da poco dalla prigionia. Messaggi molto simili giungono da tante parti dell’Asia dove Asianews ha i suoi corrispondenti che informano, oltre che sui problemi politici, economici e sociali dei singoli paesi, dove l’uomo è umiliato e la Chiesa e le religioni perseguitate. Ma non sollo, informano anche dove l’annunzio della Risurrezione di Cristo porta alla Chiesa nuove famiglie, nuovi villaggi, nuovi popoli. Là dove oggi nasce la Chiesa, lo Spirito Santo compie le meraviglie dell’evento cristiano, come leggiamo negli Atti degli Apostoli. Sono fatti che in Occidente dobbiamo conoscere, anche perché non raramente sono commoventi, come un bambino che nasce. Ma quì rinasce la Chiesa, segno di gioia e di speranza.

Ottima l’iniziativa fondata nel 2004, dal patriarca di Venezia Angelo Scola (oggi card. arcivescovo di Milano), il Centro studi “Oasis”, “per promuovere la reciproca conoscenza e l’incontro tra il mondo occidentale e quello a maggioranza musulmana”. Oggi la Fondazione Oasis, ente di diritto civile italiano, con sede legale si trova a Roma, direzione e redazione a Venezia e a Milano, “studia l’interazione tra cristiani e musulmani e le modalità con cui essi interpretano le rispettive fedi nell’attuale fase di mescolanza dei popoli, “meticciato di civiltà e di culture”, partendo dalla vita delle comunità cristiane orientali. Per Oasis il dialogo interreligioso passa attraverso il dialogo interculturale perché l’esperienza religiosa è vissuta e sempre si esprime culturalmente: a livello teologico e spirituale, ma anche politico, economico e sociale. Punto di forza della Fondazione è l’ampia rete di persone che collaborano a livello internazionale

Il nostro è un tempo difficile ma affascinante. “Non abbiate paura!” diceva Giovanni Paolo II. Non possiamo più essere pessimisti. Però il futuro migliore dobbiamo costruirlo noi, ripartendo da Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo. L’islam non è terrorismo. È anzitutto un problema culturale e religioso, che ci rivela la nostra crisi religiosa, di vita cristiana, di identità cristiana, di fede e appartenenza alla Chiesa. Altrimenti l’Occidente, la civiltà occidentale come la conosciamo noi oggi, è destinata a tramontare e sparire, come già sono tramontate la civiltà romana antica e tante altre, perché senz’anima. “L’Europa non si ama più, . scriveva il card. Ratzinger, poco prima di diventare Papa Benedetto XVI – è una civiltà volta alla sua stessa distruzione”. Senza  Gesù Cristo l’Europa è senza speranza, senza futuro. Tramonta per stanchezza e sazietà, soffocata dai beni materiali che produce.

padre Piero Gheddo

 

La Pentecoste è una festa missionaria

Gesù aveva promesso agli Apostoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo: “Non vi lascerò soli, vi manderò lo Spirito Santo…. Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi”. Infatti, pochi giorni dopo l’Ascensione al Cielo, mentre gli Apostoli erano nel Cenacolo con Maria “per paura dei giudei”, lo Spirito scende su di loro sotto forma di fiammelle di fuoco e li trasforma, li fortifica nella fede e dà loro il coraggio di annunziare che Cristo crocifisso, morto e risorto è il Figlio di Dio, il Messia atteso dal popolo ebraico, il Salvatore.

Non solo, ma quei poveri pescatori si sono divisi il mondo e sono usciti dalla Palestina per raggiungere tutti i popoli allora conosciuti. San Tommaso arriva in India. San Bartolomeo in Persia (Iran), San Filippo in Etiopia, San Paolo in Grecia e nella Roma imperiale e San Pietro lo segue. Lo Spirito Santo ha dato a tutti gli Apostoli la forza e il coraggio di andare in popoli diversi e tutti sono stati martirizzati come testimoni di Cristo. Questo il primo intervento dello Spirito, che nessuno poteva immaginare. Senza la forza di Dio, quei poveri pescatori, rifiutati dal loro mondo ebraico, come potevano suscitare comunità cristiane tra popoli  nuovi e dare a loro una continuità e una unità sotto un pescatore come loro?

Ancor oggi la Chiesa è missionaria, come negli Atti degli Apostoli, perché soprattutto in Asia. ma anche in Africa, molti popoli non hanno ancora ricevuto il primo annunzio del Vangelo. E là dove la Chiesa sta nascendo, lo Spirito di Dio infiamma i cuori e rinnova la Chiesa stessa. Ecco perché anche noi, cattolici italiani, dobbiamo avere uno spirito missionario, un interesse fattivo per le giovani Chiese e le missioni, e i missionari italiani. La Chiesa non è solo quella vaticana e italiana, ma è cattolica, cioè universale,  e là dove popoli nuovi entrano nell’ovile di Cristo, lo Spirito Santo compie le meraviglie che leggiamo negli Atti degli Apostoli, che danno speranza e rinnovano la Chiesa. San Giovanni Paolo II scrive  (Redemptoris Missio n. 21): “Lo Spirito è il protagonista di tutta la missione ecclesiale. La sua opera rifulge eminentemente nella missione alle genti”.

“Hanno una forza che viene dallo Spirito di Dio!”

Io sono devotissimo dello Spirito Santo, perché l’ho visto in azione in tante parti del mondo non cristiano, anche nelle isole più lontane, “agli estremi confini della Fede”. La sua fiamma mi ha emozionato ed è avvampata anche in me. Nel 2004 ho visitato la Malesia e il Borneo malese, i cui vescovi chiedevano al Pime di mandare missionari, poiché l’istituto milanese ha fondato la Chiesa in Borneo nel 1856-1862, con il prefetto apostolico spagnolo, mons. Carlos Cuarteron. Poi Propaganda Fide ci ha mandati ad Hong-Kong, dove c’era urgente bisogno di missionari e Cuarteron è rimasto da solo con pochi e precari sacerdoti spagnoli. Ma le piccole comunità cristiane sono sopravvissute fino al 1880, quando Propaganda Fide manda i missionari inglesi di Mill Hill.. Il piccolo cimitero cattolico nell’isola di Labuan, con le tombe dei primi fedeli, cippi antichi sbrecciati, sono importanti. Dimostrano che i missionari italiani sono giunti nel Borneo non sotto il colonialismo inglese, ma con i Sultani islamici, che li avevano accolti bene. Nel 2006, nel 150° della missione nel Borneo malese, si è realizzata, con l’aiuto del Pime, una grande Mostra storica sull’avvenimento e varie celebrazioni e pubblicazioni, Due nostri missionari hanno partecipato all’inaugurazione della Mostra a Labuan, dove nel 1856 erano arrivati i missionari milanesi.

Oggi (e parlo del 2004) il movimento di conversioni è sostenuto. Ma dopo l’espulsione dei missionari inglesi nel 1982, mancano preti, suore e mezzi economici. I nativi (dayak) che vogliono entrare nell’ovile di Cristo sono tanti. Questi tribali che escono dalle foreste ed entrano nel mondo moderno hanno due scelte: cristiani o musulmani. Quasi tutti scelgono l’ovile di Cristo, l’islam è troppo lontano dalla loro cultura. Ma 40 anni fa nel Borneo malaysiano c’era un sacerdote ogni 3,000 cattolici, oggi uno ogni 8.000.

In Borneo vi sono situazioni esemplari per capire il ruolo dei laici. La parrocchia dell’isola di Labuan, da dove si va in barca a Mompracem (ricordate Salgari e Sandokan?) non ha avuto un prete residente dal 1972 al 2001: 29 anni senza sacerdote! Così è nato un forte movimento laicale.  Oggi la parrocchia di Labuan ha un solo prete di 78 anni per 5.000 cattolici e 200 battesimi di adulti l’anno. Don Aloysius Tung alla domenica celebra cinque Messe, in inglese, malese e cinese. “I battezzati – dice – sono entusiasti della fede, si prestano volentieri per servire la Chiesa, accettano ministeri e collaborazioni. Dare parte del proprio denaro e del proprio tempo alla parrocchia è entrato nella vita cristiana come un impegno a cui non si può rinunciare”. I credenti appartengono a comunità ecclesiali di base (Basic Christian Communities), a molti gruppi e movimenti laicali: Legione di Maria, Divine Mercy, Movimento carismatico, Neo-catecumenali, Labuan Youth Movement, Catholic Women’s League. Tutto questo è segno di vitalità della fede e della parrocchia, rimasta per trent’anni senza prete.

Il 14 febbraio 2004 da Labuan è passata una grande Croce, che visita ogni settimana una parrocchia dello stato di Sabah, per preparare la festa dei giovani. Nell’interminabile processione dal campo di pallone parrocchiale alla chiesa, dietro alla Croce lo stendardo: “We want to see Jesus” (Noi vogliamo vedere Gesù), il motto esaltante della festa  di agosto a Keningau: tutto è sempre centrato su Gesù Cristo, il Salvatore. Il corteo avanza di 30 metri e poi si ferma. Cinque gruppi di otto ragazze di diverse tribù (dayak è un termine generale che le comprende tutte), con i costumi tradizionali, eseguono danze diverse davanti alla Croce, accompagnate da musiche e canti della tradizione locale. Poi vengono le insegne dei vari gruppi, associazioni e movimenti, la banda musicale e tutta la gente, fedeli e non fedeli credo, perché sono tanti. Infine la Messa, davvero eccezionale per le cerimonie, i canti, le danze, gli applausi, la gioia partecipata. Dopo Messa, nel salone della parrocchia e nel cortile cena per tutti, con altri discorsi, canti, danze. Impressiona anche il fatto che i partecipanti sono in grandissima maggioranza giovani e ragazze, di persone anziane se ne vedono poche!

Il vescovo di Kota Kinabalu, mons. John Lee, dice: “La mia è una bella diocesi, la maggioranza dei cattolici sono giovani dayak. Quando vado a visitare le parrocchie e vedo assemblee giovanili molto numerose e fervorose, schiere di giovani che cantano, ne ringrazio il Signore: Noi abbiamo la grande responsabilità di educare questi giovani. Ma come fai se non hai preti? Le vocazioni adesso vengono dai tribali, ma ci vuol tempo per formare un prete. Ci fidiamo dello Spirito Santo”. La diocesi di Kota Kinabalu ha 26 sacerdoti in attività pastorale per 220 mila fedeli e poco meno di quattromila battesimi all’anno, metà dei quali di adulti. Quello dei dayak che si convertono alla Chiesa cattolica (e alle Chiese protestanti) è un movimento massiccio, ma i parroci non sono in grado di accogliere e formare tutti i nativi che vogliono entrare nell’ovile di Cristo. Il vescovo di Kota Kinabalu mi dice: “Ci fidiamo dello Spirito Santo! Noi facciamo tutto quel che possiamo, la mia azione pastorale è tutta orientata ad istruire i cristiani ed i neofiti. Siamo severi nel dare il Battesimo, ma poi non possiamo fare di più e affidiamo questi neofiti allo Spirito Sato. La missione è sua, ci pensi Lui!”.

A Keningau (Sabah), il vescovo Cornelius Piong mi dice: “La mia diocesi è giovane, ha 12 preti per più di 90 mila cattolici e dieci seminaristi. Preti e suore sono troppo pochi. Affidiamo molti compiti ai laici, alle comunità ecclesiali di base e a movimenti. I catecumeni entrano nelle comunità e vengono preparati al battesimo con la catechesi e anche con impegni di servizio alla parrocchia. Qui nel Sabah i membri della Chiesa sono in grandissima maggioranza giovani e lo Spirito Santo dà loro un  entusiasmo per la fede che mi stupisce. Amano Gesù e Maria, amano la Chiesa, sono disposti a sacrificarsi per servire la comunità. Noi possiamo dare loro ben poco, hanno una forza che viene dall’alto, dallo Spirito di Dio!”

“A Kuching le suore di Clausura motore della missione fra i dayak”

Tutto questo nel Nord Borneo (Sabah). Nel Borneo del Sud ho visitato l’arcidiocesi di Kuching capitale dello stato di Sarawak, con 150.000 cattolici e 25 preti. Chiedo al vicario generale mons. William Sebang, cosa i cristiani del Borneo possono insegnare alle Chiese d’Europa. Risponde: “I nostri battezzati si organizzano e aiutano la parrocchia, lo sentono come un impegno primario di vita cristiana: riunioni di preghiera, catechesi, catecumenato, amministrazione, carità, costruzioni e riparazioni, liturgia, assistenza ai malati e agli anziani, animazione di bambini e giovani, attività culturali e missionarie, tutto è fatto da laici: portano la parola di Dio ovunque, parlano di Gesù Cristo e del Vangelo, invitano a venire alla chiesa. Ogni parrocchia ha centinaia di battesimi di adulti, per iniziative dei fedeli non del prete”.

Con un viaggio avventuroso (la bellezza e i colori della natura, l’incontro con animali selvatici che attraversano la strada), William Sebang mi porta nella parrocchia di Serian, nel profondo delle foreste di Sarawak, lontana dalla presenza islamica, che per il momento si ferma nelle città e lungo le coste. Serian ha ottomila battezzati e ogni anno circa 500 battesimi di adulti. La parrocchia, vastissima, ha tre preti e cinque suore. Chiedo al parroco, don James Meehan, come mai tante conversioni. La sua risposta è fulminante: “Noi parliamo di Gesù Cristo e quando incontrano Cristo capiscono la bellezza della religione cristiana e si convertono”. L’intervento dello Spirito Santo, protagonista della missione, è evidente e commovente.

Don John Chung, parroco di Bunan Gega (con un vice-parroco), altra parrocchia in foresta, ha 300 battesimi all’anno di adulti convertiti, con una cinquantina di cappelle da curare. Questa regione forestale dei dayak, visitandola, pare che sia tutta cattolica, quasi in ogni villaggio c’è una cappella, fatta con materiale locale. Il parroco mi dice: “I tribali scelgono il cristianesimo non l’islam e quando incontrano Cristo sperimentano che cambia la loro vita personale, familiare e di villaggio. Loro stessi diffondono il Vangelo”.

Chiedo a mons. William Sabang, vicario generale di Kuching e rettore del seminario, cosa insegnano i cattolici del Borneo a noi cristiani d’Italia. “Quando studiavo a Roma – dice – andavo da un sacerdote che aveva tre piccole parrocchie e si lamentava perché alla domenica doveva dire cinque Messe. Gli ho detto che a Kuching noi abbiamo preti che hanno ottomila-diecimila cattolici da assistere, dispersi in venti o trenta cappelle distanti l’una dall’altra e considerano normale dover celebrare quattro-cinque Messe o anche più. I nostri cristiani, essendo pochi i preti, fin dall’inizio si sono organizzati e provvedono a molte necessità delle loro comunità: riunioni di preghiera, catechesi, catecumenato, amministrazione, carità, costruzioni e riparazioni, ecc. S’è creata una tradizione e i cattolici sanno che debbono dare il loro tempo alla Chiesa. In Italia a volte mi stupivo di come i credenti si lamentano della parrocchia, ma fanno poco per evangelizzare, non prendono iniziative, aspettano tutto dal parroco o dal vescovo”.

A Kuching ho visitato il convento delle Carmelitane Scalze, con due anziane suore spagnole e 23 giovani suore e novizie malesi. Sono entrato nel convento, ho avuto una lunga conversazione con queste giovani donne e ammirato l’entusiasmo con cui parlano della loro vocazione. Mi hanno fatto molte domande sulle suore di Clausura in Italia e ho potuto rispondere raccontando che dal 1980 mando tutti i miei libri in omaggio (e anche altri del Pime) a circa 550 conventi di Clausura e ne visito diversi, proiettando le diapositive dei miei viaggi. Poi ho parlato con le due suore spagnole (la superiora è malese) e mi dicono che l’entusiasmo di quelle giovani suore è autentico: “Quando una giovane entra in convento si chiede sempre qual è l’origine della sua vocazione e ciascuna scrive una letterina con le sue intenzioni. Una ragazza entrata l’anno scorso ha scritto che nella sua famiglia, in parrocchia e nel movimento neo-catecumenale, ha imparato ad amare Gesù e vuole consacrare la sua vita a Lui. Poi ha sentito dire che le preghiere delle Carmelitane sono la benzina per il motore della missione diocesana fra i suoi fratelli e sorelle dayak”.

Mons. Sebang, al quale ho riferito questa conversazione mi dice: “Per la nostra diocesi, il  Convento delle Carmelitane è stato provvidenziale. Ci ha spinti ad andare sempre più nel profondo del nostro vasto territorio a portare il Vangelo di Gesù e abbiamo riscontrato una rispondenza inaspettata. Quanto ha scritto quella novizia è voce comune e ha dato ai nostri preti e ai fedeli una visione missionaria della pastorale parrocchiale”.

Nella “Nota pastorale“ della CEI (marzo 2007) dopo il IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona, i vescovi italiani scrivevano: “Desideriamo che l’attività missionaria italiana si caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra Chiese, attraverso la quale, mentre offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana, riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti… Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione. Chiediamo pertanto ai Centri missionari diocesani a far sì che la missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana”.

Concludo con due citazioni dell’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” di San Giovanni Paolo II (1990):

“E’ lo Spirito che spinge ad andare sempre oltre, non solo in senso geografico, ma anche al di là delle barriere etniche e religiose, per una missione veramente universale” (n. 25).

“Il nostro tempo, con l’umanità in movimento è in ricerca, esige un rinnovato impulso dell’attività missionaria della Chiesa. Gli orizzonti e le possibilità della missione si allargano, e noi cristiani siamo sollecitati al coraggio apostolico, fondato sulla fiducia nello Spirito. E’ Lui il protagonista della missione” (n. 30).

Maria a Fatima; “Per avere la pace, recitate il Rosario”

“Carissimi Pellegrini! – ha gridato Papa Francesco il 13 maggio scorso al milione di fedeli accorsi a Fatima – noi abbiamo in Cielo una Madre! Abbiamo una Madre! Aggrappati a Lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù, …. di essere un giorno con Lui e con Maia alla destra del Padre nel Regno di Dio.. Questa speranza sia la leva della vita di tutti noi! Una speranza che ci sostiene sempre, fino all’ultimo respiro…. Sotto la protezione di Maria, noi siamo nel mondo le sentinelle del mattino, che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”

Ai tre pastorelli di Fatima, Lucia, e i santi Giacinta e Francesco, la Madre di Gesù e nostra, presentandosi come ‘la Madonna del Rosario’, raccomandò con insistenza di “recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la fine della guerra e la pace”. Cento anni fa, quando Maria appariva ai tre bambini portoghesi, era il 1917. Infuriava “l’inutile strage” della prima Guerra Mondiale (come aveva predetto il Papa Benedetto XV); e in Russia il rivoluzionario comunista Vladimir Ilych Lenin aveva preso il potere con un colpo di stato e fondato la Repubblica Socialista Sovietica Russa, la radice da cui sono germogliate, nel “secolo breve”del 1900, una trentina di altre Repubbliche Socialiste, tutte fallimentari. Nessuna delle quali ha portato ai popoli la “liberazione” promessa.

Anche a Lourdes, a Pompei e in altre apparizioni, Maria la Vergine Madre nostra, ha raccomandato di recitare il Rosario. Ma a Fatima la sua insistenza su questa preghiera ha un qualcosa di straordinario. Dopo il 13 maggio 1917, di cui ho già detto, il 13 luglio incalza: «Voglio che recitiate il Rosario tutti i giorni». E il 13 agosto dello stesso anno: «Continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni». Un mese dopo, il 13 settembre 1017, disse: «Per ottenere la fine della guerra, continuate a recitare il Rosario tutti i giorni». Il 13 ottobre, il giorno del grande miracolo del sole che roteava e si avvicinava alla terra, visto da più di 70.000 persone, anche a 20 Km di distanza, Maria tornò a dire: «Continuate sempre a recitare il Rosario ogni giorno, la guerra sta terminando…». Maria, Regina della Pace, ci chiede la recita quotidiana del Rosario, per avere il dono della Pace che viene da Dio. Per due motivi:

La Pace di Dio nelle famiglie, nelle nazioni, nel mondo

1) Il Rosario è la preghiera più semplice, più facile e più, diciamo, contemplativa, perché propone, uno ad uno, i misteri della vita di Cristo. E’ la preghiera che unisce grandi e piccoli, colti e incolti, ricchi e poveri, sani e ammalati. E’ la preghiera che unisce e tiene unite le famiglie. Una volta si diceva: “La famiglia che prega unita, rimane unita”.

Il più bel ricordo che ho dei miei genitori, i servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, e della mia famiglia, sono i Rosari che recitavamo alla sera, dopo cena, seduti attorno al tavolo di cucina; quando ci insegnavano a tenere le mani giunte e ad imparare le semplici preghiere mariane, ad andare sempre d’accordo, noi tre bambini e poi ragazzini. Come poi è avvenuto. Noi tre, Piero, Francesco (morto nel 1997) e Mario, ci siamo sempre voluti bene, non c’è mai stata alcuna lite o divisione o rancore! Oppure, nelle sere d’inverno (quando le case non erano riscaldate), si andava nella stalla più vicina a dire il Rosario con altre famiglie, cantare il Salve Regina e le litanie, seduti sulla paglia e riscaldati dalla presenza di mucche e buoi, cavalli e capre, vitelli, conigli, anitre, galline. Allora, negli anni trenta del 1900, in paesi come Tronzano Vercellese dove sono nato, non c’era né radio, né telefonini, né televisione, né tanto meno discoteche e vita notturna. Si pregava assieme e si creava, nelle famiglie, nei vicini, nel paese, una comunità di vita, di amicizia e di fede.

Oggi prevale l’individualismo, tutti ci lamentiamo che ci sono troppe famiglie divise, troppe liti e violenze familiari. Quando si sfascia la famiglia, la società va in crisi e si sfascia anche lei. Contro questa deriva che porta all’auto-distruzione della nostra Italia, si invocano aiuti economici dallo stato, leggi, provvedimenti di assistenza sociale, si consultano psicologi e avvocati matrimonialisti. Tutto giusto e saggio. Ma bisogna anzitutto fare qualcosa per unire gli spiriti, i cuori, le volontà, altrimenti tutto diventa inutile.

L’egoismo individuale non si vince con le leggi e gli aiuti economici, ma con l’amore, con la preghiera, perché solo l’aiuto di Dio in molti casi è efficace: Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo e della donna. Dio solo lo sa e può cambiare il cuore dell’uomo e della donna, portandoli verso l’imitazione di Cristo. Ecco perché recitare il Rosario, che educa all’amore e all’unità, da recitare assieme, specialmente in questo mese di maggio.

Il tramonto del sole è l’ora del Rosario. La famiglia si riunisce per invocare la Santissima Vergine e Madre di Gesù e nostra, Maria. Tutte le attività si interrompono per elevare la mente e il cuore al Padre che sta nei Cieli, per presentare a Dio i propri bisogni, pregare per i defunti, chiedere il perdono dei peccati e il dono della Pace in famiglia e tra le famiglie. L‘atto di amore e le richieste di chi recita il Rosario arrivano in Cielo e sono presentate dalla Madre di Dio al suo Figlio Gesù Cristo. Recitiamo anche noi il Rosario, come chiede la Vergine e Madre Maria, per chiedere la Pace di Dio nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero.

Maria porta le anime e i cuori a Cristo

2) Secondo motivo per recitare il Rosario. Perché la nostra Mamma del Cielo porta le anime a Cristo, anche le persone che sono lontane da Gesù e dalla Chiesa. Ricordo che all’inizio anni novanta (del 1900), nel Consiglio pastorale diocesano di Milano (di cui ero membro) il card. Carlo Maria Martini lamentava la diminuzione della devozione a Maria e della recita del Rosario. Diceva: “Si è disprezzata la devozione popolare verso Maria, che in tanti secoli ha conservato la fede in Cristo delle nostre popolazioni cristiane. Si critica il Rosario come forma ,superstiziosa di “mariolatria” (cioè, adorazione di Maria). Ma si dimentica che la Madre di Dio porta le anime al Figlio suo, Cristo Gesù. Ritorniamo a recitare assieme il Rosario nelle famiglie, perché siano più unite e i giovani vengano educati, attraverso Maria, alla fede e all’amore di Cristo ”.

Visitando le giovani Chiese e le missioni in tutto il mondo non cristiano, ho visto tante volte che a Vergine Madre Maria è venerata e onorata da tutti e attraverso lei lo Spirito porta l’amore e la pace di Cristo. Nella Corea del Sud ho visto parecchie chiese cattoliche, che all’ingresso della chiesa mettono una grande statua della Madonna, che sorride e col braccio teso invita ad entrare nella casa di Dio; la Chiesa cattolica è chiamata dal popolo “la Chiesa della Madre”. Nel Borneo (dove nel 1856-1862 il Pime fondò la Chiesa), nel 2004 sono stato nel sultanato di Brunei, stato indipendente tutto islamico, esteso come la Liguria con mezzo milione di abitanti e 20.000 cattolici, filippini, bengalesi, indonesiani, immigrati per fare i lavori più pesanti. Il Vicario apostolico e Vescovo, mons. Cornelio Sim, mi diceva: “Il Sultanato è seduto sul petrolio e le famiglie del Sultano sono ricchissime… Nella capitale Bandar Seri Begawan la Chiesa cattolica è in un vastissimo terreno cintato, dove ci sono le scuole, l’ospedale e altre opere educative ed caritative. La nostra chiesa è vicina all’entrata principale e alla strada. Avevamo messo davanti alla porta della chiesa una grande statua di Maria, venerata anche dai musulmani, che invita a venire in chiesa. Venivano anche non pochi musulmani. Ci è stato imposto di girare la grande statua verso il muro della chiesa. Così oggi dalla strada si vede solo la grande statua girata al contrario!”.

Nel febbraio 1964 ero a Vijayawada, una delle 12 diocesi fondate dal Pime in India, che oggi ha circa 3,5 milioni di abitanti e 270.000 cattolici. Il missionario padre Paolo Arlati, nel 1924 portò dall’Italia una grande statua della Madonna di Lourdes e i Fratelli del Pime (missionari laici consacrati a vita) la posero sul punto più alto della collina di Gunadala, che domina la città di Vijayawada, costruendo le strade e la scalinata che portano fin sotto ai piedi di Maria, posta in una grotta aperta per cui si vede anche da lontano. A poco a poco, prima i cristiani e poi indù e musulmani, sono andati sulla collina di Gunadala a pregare Maria, che è venerata come la protettrice della città perché, nell’anno 1947, poco prima dell’indipendenza dell’India (15 agosto), le lotte sanguinose fra indù e musulmani insanguinavano l’India (circa 4-5 milioni di morti ammazzati) e portarono alla divisione fra India e Pakistan. Vijayawada, città con molti musulmani, venne salvata da quelle stragi fratricide dalla Madonna di Gunadala, alla quale tutti accorrevano in preghiera. I pellegrinaggi avevano creato un clima di fraternità.

L’11 febbraio 1964 si celebrava, come ogni anno, la festa della Madonna di Lourdes. Per tutta la giornata precedente e nel giorno della festa, nelle strade che portavano sulla collina un continuo sali e scendi di devoti che vogliono toccare i piedi della Madonna, pregano, offrono incenso, qualcuno si fa tagliare i capelli in quel giorno, adempiendo il voto che aveva fatto. Un mare di gente invade Gunadala, con lebbrosi, handicappati, ammalati portati su barelle o su carretti fino ai piedi di Maria. In due giorni, circa 150.000 devoti di Maria, non pochi dei quali col Rosario al collo, anche i non cristiani, perché il Rosario è il segno sacro della “Bella Signora di Gunadala” che protegge la città e le famiglie. Ancor oggi, più di mezzo secolo dopo, la statua di Maria è sulla collina e si ripetono anche durante l’anno i pellegrinaggi anche da lontano verso la Madonna di Lourdes. Le voci popolari parlano di guarigioni miracolose. Il primario dell’ospedale di Viajayawada mi diceva, nel 1964, di poter testimoniare la guarigione di almeno due lebbrosi e di altri malati. Ma il miracolo più grande è di aver portato indù e musulmani a vivere insieme in pace.

«Il Vangelo del dialogo» di Franco Cagnasso in Bangladesh

Al termine dell’ultimo Blog su “Il dialogo col mondo moderno da Paolo VI a Papa Francesco”, promettevo di pubblicare l’esperienza di un missionario sul campo. La novità assoluta del dialogo interreligioso, lanciata da Paolo VI con l’enciclica “Ecclesiam suam” (6 agosto 1964) e dal Concilio Vaticano II con il Decreto “Nostra Aetate” (28 ottobre 1965), ha capovolto l’atteggiamento che i missionari avevano delle religioni non cristiane: da nemiche di Cristo, oggi sono viste come una preparazione a Cristo, una ricchezza dei popoli che la Chiesa deve conoscere e accogliere con discernimento, per essere veramente “cattolica” e rappresentare tutti i popoli del mondo.

Padre Franco Cagnasso, esperto di islam che ha studiato l’arabo, è missionario in Bangladesh dal 1978 al 1983; e poi, dopo 18 anni alla guida del Pime (1983-1989 da vicario, 1989-2001 da superiore generale), è tornato alla sua missione nel 2002. Ha pubblicato “Il Vangelo del dialogo – A cura di Sergio Bocchini” (Centro editoriale Dehoniano, Bologna 2013, pagg. 194) un contributo interessante di esperienza personale in un paese islamico, ma avendo visitato decine di altri paesi con altre religioni.
Tra l’altro, in Bangladesh padre Franco è stato padre spirituale e insegnante di teologia nel seminario maggiore di tutte le diocesi bengalesi a Dacca e ha contatti di amicizia con musulmani, indù e buddisti locali, trovando anche il tempo, e gli aiuti economici, per “sporcarsi i sandali” aiutando i poveri senza idealizzarli o umiliarli.

Attualmente risiede a Mirpur, un vastissimo quartiere della periferia di Dhaka, dove aiuta il parroco P. Quirico Martinelli, PIME, a servire una comunità di cristiani
immigrati da ogni parte del paese in un contesto completamente islamico. Ha dato il via ad un Centro pastorale (futura parrocchia) a Uttara, nell’estrema periferia della metropoli, che conta 14-16 milioni di cittadini fra i quali anche molti giovani tribali convertiti a Cristo nei loro villaggi e che poi, nella grande capitale, rischiano di perdere la fede se non trovano una chiesa, un prete, una suora pronti ad accoglierli.

Il “Dialogo inter-religioso” orienta la missione primaria della Chiesa, annunziare Cristo ai non cristiani, in modo diverso dal passato: non solo annunzio, proclamazione della salvezza in Cristo, ma anche dialogo con tutti gli uomini ai quali la missione trasmette la Buona Notizia. In Asia, il Dialogo si è imposto nelle giovani Chiese, di fronte agli sterminati popoli che vivono la loro religione (buddismo, induismo e islam soprattutto) come identità nazionale e culturale. Ma diocesi e parrocchie praticano lo schema tradizionale della missione: annunziare Cristo, testimoniare Cristo, convertire a Cristo, fondare le comunità cristiane, in particolare fra le popolazioni aborigene di religione animista, che entrando nell’ovile cristiano acquistano una nuova identità e rappresentanza sociale. Il parroco-pastore conosce le sue “pecorelle”, si impegna ad aiutare i poveri, esercita la sua missione con tutti gli strumenti di cui dispone, catechesi, Sacramenti, lettura e meditazione della Parola di Dio, carità, formazione, ecc.

Padre Franco, rendendosi conto dell’abisso di incomprensione che esiste fra lui e i bengalesi, non solo per la lingua ma in ogni aspetto della vita, svolge anche un altro tipo di approccio, quello del dialogo: Parte dall’uomo bengalese, che è così diverso dall’italiano! Vuole conoscerlo anche nella sua fede islamica, amarlo, capirlo, condividere i suoi problemi e le sue difficoltà ed entrare in dialogo amichevole con lui, apprezzando i suoi valori umani e religiosi; non solo rimanendo ben f0ndato nella fede e nell’amore a Cristo Salvatore, ma trovando nella fede e nell’amore a Cristo le ragioni e lo spirito che porta ad aprirsi alle diverse esperienze umane e spirituali di fratelli e sorelle non cristiani.
L’approccio è diverso da quello tradizionale, però i due tipi di missione non sono alternativi ma complementari e ambedue necessari. Non è sempre facile viverli assieme, ma si arricchiscono a vicenda. La “Missione del Dialogo”, che Papa Francesco pratica soprattutto con i lontani del mondo moderno, a 50 anni dal Concilio è ancora in fase sperimentale. Dio solo lo sa, ma in Asia il futuro della missione si sta orientando verso il “Dialogo”. Lo Spirito Santo, “che è il protagonista di tutta la missione ecclesiale” (Redemptoris Missio, 21), non cessa mai di stupire e di inventare, formule nuove di missione e di pastorale, “dummodo Christus annuntietur” scrive San Paolo, “purché Cristo sia annunziato” (Fil. 1, 8).

Ringrazio l’amico padre Franco che ha accettato di raccontare, con sincerità e umiltà, la sua esperienza di “esperto del Dialogo”, i fallimenti e la pochezza dei risultati raggiunti. Il suo racconto è di grande saggezza umana ed evangelica, scritto “in punta di piedi”(con prudenza, discrezione), perché dimostra che il Dialogo con il diverso è indispensabile non solo nella “missione alle genti”, ma anche nel nostro occidente cristiano, dove non sappiamo più ascoltare chi la pensa diversamente da noi. P. Franco, fra l’altro, attira l’attenzione su un tema molto concreto che interessa tutti, affermando che l’alternativa al Dialogo con l’islam è il terrorismo, la guerra . Il Dialogo, dopo il Vaticano II era avversato o non compreso dalla maggioranza dei vescovi e dei missionari, oggi tutti benedicono questa forma profetica di missione alle genti. In Asia vivono il 62 per cento degli uomini e i cristiani, tutti assieme, sono circa il 6-7 per cento degli asiatici! Questo dato di fatto spiega perché Giovanni Paolo II, nella sua esortazione “Alzatevi andiamo!” ha detto: “L’Asia, ecco il nostro compito per il terzo millennio”.

Piero Gheddo

TEMPO PERSO A NAZARETH?

di Franco Cagnasso

Accolgo volentieri l’invito di padre Piero a scrivere qualcosa sulla mia “esperienza di dialogo con i membri di altre religioni”, in continuità con il mio libro “Il Vangelo del Dialogo” (EDB, Bologna, 2013), che ha come sottotitolo sottotitolo: “Riflessioni di un missionario a 50 anni dal Concilio”. Ecco come ho cercato di “dialogare” con membri di altre religioni, soprattutto musulmani.

Inizio con il mio primo tentativo. Ero giovane prete, arrivato da poco in Bangladesh (1978), e volevo scoprire se era possibile quel “dialogo” di cui tanto si parlava. Con altri due giovani missionari proponemmo al Vescovo di stabilirci a Bogra, importante città di circa cento mila abitanti, dove la presenza cristiana si riduceva a pochissime unità. Non avevamo un progetto preciso: volevamo “stare” e, giorno dopo giorno, vedere, stabilire relazioni di amicizia e rispetto, conoscenza e – appunto – dialogo. P. Gianni e p. Achille si orientarono sul servizio. Gianni frequentava aree povere facendo amicizia e offrendo nozioni di medicina preventiva, nutrizione, pronto soccorso; Achille aveva letteralmente “scovato” famiglie provate dalla presenza di membri con disabilità, creando una piccola rete di aiuto reciproco, e orientando su metodi semplici per far compiere qualche progresso ai disabili. Tutto ciò con persone di religione islamica, e qualche indù, ed era un’occasione per conoscersi, stimarsi, superare pregiudizi.

Io ero lo “specialista” del dialogo, e dovevo mettermi in contatto con centri religiosi: moschee e santuari. Ma non riuscii a combinare nulla, se non qualche incontro impacciato e formale, attraversato dal sospetto: che cosa vuole questo straniero che si dice interessato a conoscerci, e perché è venuto? Capii che il dialogo come “professione” non faceva per me, e che partire da ciò per cui sappiamo di essere diversi – la religione – non porta lontano.

Anni dopo, un missionario americano, P. Bob, parlando della sua esperienza mi disse drasticamente: “Incominciare discutendo su Dio, è da matti”. P. Bob, ormai ultra settantenne, ha lo scopo di realizzare un primo contatto fra un popolo musulmano e un cristiano – lui stesso. Ogni tre anni cambia sede, va in una località dove non ci sono cristiani, abita un locale povero e semplice, fa tutto da sé, va in bicicletta a trovare ammalati e spendere tempo con loro, in qualche caso li aiuta accompagnandoli in ospedale. Anche lui è accolto con sospetto (come potrebbe essere diversamente?), ma presto la curiosità prevale, e poi entra la simpatia, e anche la riconoscenza. Non da parte di tutti, ovviamente; ma quando si trasferisce può dire che qualcuno ora conosce un poco Gesù, perché per tre anni, ogni volta che gli chiedono: “Tu chi sei? Che cosa fai?” risponde: “Sono un missionario cristiano, e cerco di fare come il mio Profeta Gesù, che passò facendo del bene (cfr. Atti degli Apostoli)”. Lo accettano così, lo ammirano, qualcuno lo aiuta.

E’ poco? Pochissimo. Ma è qualcosa, una semina da fare con fede, lasciando perdere il pallottoliere per contare i risultati. Dopo il mio fallimento a Bogra, ho sempre operato all’interno della comunità cristiana, ma cercando di tenere aperti gli occhi e cogliere occasioni d’incontro con persone di altre religioni. Ricordo con simpatia un piccolo gruppo che frequentavo a Dhaka, formato da qualche prete e qualche imam, e da professionisti laici praticanti, musulmani e cristiani. Ogni due mesi condividevamo riflessioni su temi vari: il perdono, i poveri, la fede, la preghiera… Si percepiva un poco la religiosità nel quotidiano, il significato della fede per la vita di ciascuno. C’era desiderio di conoscersi, qualcuno esprimeva il bisogno di uscire dagli schemi mentali chiusi in cui era cresciuto. C’era anche chi sperava, alla fine, di riuscire a convertire gli altri alla propria religione; era considerato un desiderio legittimo, purché accompagnato dall’ascolto sincero e rispettoso dell’altro.
Guidato dall’esperienza e dall’entusiasmo di Fratel Guillaume, da tanti anni in Bangladesh con la comunità di Taizè, ho partecipato ad incontri più numerosi e vari fra cristiani e membri di altre religioni, nelle rispettive sedi: semplicemente primi contatti di reciproca conoscenza. Abbiamo incontrato buddisti, musulmani sufi, ahmadyia, indù di diverse correnti, ba’hai, sciiti, sunniti. La nostra proposta di incontro in qualche caso è stata rifiutata come inutile, in molti casi abbiamo gustato cordialità e persino affetto, in altri si è rotto il ghiaccio: ghiaccio appunto, ma con qualche crepa… Ci siamo anche trovati all’Università statale, facoltà di scienze religiose, da dove poi sono stati organizzati incontri fra gruppi di giovani e di donne, a trattare temi comuni.

L’esperienza più bella è spesso quella del rapporto personale, nato nelle circostanze più varie. Pochi giorni fa, nella condivisione al termine del ritiro annuale dei missionari del PIME in Bangladesh, uno di noi che ha sempre operato fra gli aborigeni, con la gioia di accompagnarne molti al battesimo, diceva che nella sua vita ha “sentito” la paternità come affetto, sostegno, accoglienza e dono non solo dal suo padre naturale, ma anche da due amici musulmani conosciuti in Bangladesh.

Il dialogo non è tanto, o non è solo qualcosa che si fa, ma un atteggiamento interiore, una “forma” della mente e del cuore, che ti fa stare accanto all’altro a partire dalla sua umanità. Ho sentito più volte musulmani affermare: siamo diversi, ma il nostro sangue è rosso, come il vostro. Ricordo con commozione un colloquio fra genitori, musulmani e indù, di bambini con gravi disabilità, i quali spiegavano che la scoperta della comune sofferenza dei e per i loro figli aveva creato fra loro una fraternità che altrimenti non avrebbero mai sperimentato. I musulmani poveri che ospitiamo nel nostro piccolissimo Centro di accoglienza per ammalati, si aprono ad un rapporto di fiducia, che scoprono possibile anche con noi cristiani, e spesso sono loro a mostrare più riconoscenza.

Il beato Charles de Foucauld, vissuto ben prima che si parlasse del dialogo, aveva un profondo desiderio di accompagnare i musulmani a incontrare Cristo, ma aveva intuito che a questo stadio l’incontro deve avvenire “a Nazareth”, quando ancora Gesù non aveva iniziato predicazione e opere, eppure viveva la sua ricchezza di Figlio dell’Uomo e Figlio di Dio – che emergerà poi nella breve stagione della “vita pubblica” – dentro la semplicità di rapporti quotidiani. Possibile che i trent’anni di Nazareth siano stati “tempi morti” perché Gesù ancora non predicava e annunciava?

Ho un amico buddista che, nell’ostello che dirige, ha messo un’immagine di Gesù e una statuetta della Madonna, dove i giovani portano doni e pregano, come fanno davanti al piccolo altare di Buddha. Lo ascolto quando mi parla dei suoi ritiri di meditazione in una pagoda, e lui s’illumina quando gli racconto storie del Vangelo. E’ dialogo questo? O annuncio? O tempo perso…?

Ecco, dico “tempo perso” perché qualcuno giustamente si chiede dove sono i risultati prodotti da questa posizione “dialogante”, e io non so rispondere. Ha scritto padre Gheddo nel suo Blog sul dialogo che, se vogliamo essere concreti, l’alternativa al dialogo è il conflitto. Nella storia si è tentato molte migliaia di volte di risolvere i problemi con la guerra, di far cambiare gli altri con la forza. Certo che io, “povero untorello”, non cambio il corso della storia né risolvo il problema del terrorismo. Che è un problema grave proprio perché il terrorista rifiuta ogni dialogo e vede nell’altro solo il nemico. Erano così i “brigatisti rossi” italiani, sono così i terroristi odierni di matrice islamica.

Qualcuno chiede con rabbia: “Dove sono i musulmani “moderati”? perché non si fanno sentire?” Domanda legittima, ma la vigorosa e numerosa opposizione al terrorismo esiste, e consiste nella reazione e resistenza presente nella vita civile di quel grande magma che è il mondo islamico. L’informazione che l’occidente ci dà, narra di fatti orribili, ma raramente s’accorge di ciò che con fatica avviene nel quotidiano di questo mondo. Qui in Bangladesh, fondamentalismo e terrorismo sembrano purtroppo in fase di crescita. Chi cerca di contrastarli? I cristiani? Gli occidentali? Sono musulmani quelli che subiscono e fronteggiano, finora con efficacia, questa minaccia che nasce da una mentalità e da una visione religiosa che ritengono aberrante, e che temono. Certo, argomentando contro il terrorismo, non mancano di sottolineare fatti e atteggiamenti che forniscono ad esso dei pretesti, molti dei quali sono responsabilità dell’occidente. A noi questo dà fastidio, ma hanno sempre torto? O non sarebbe meglio ascoltarli con attenzione?

Ecco, ascoltarsi! L’anno scorso, in Italia, ho assistito a qualche dibattito televisivo. In pochi minuti ero preso dall’angoscia. Quale che fosse il tema, tutti urlavano le loro certezze, nessuno voleva ascoltare; non si capiva assolutamente nulla, mentre crescevano rabbia e ostilità. A noi piace ascoltare chi dice cose che riteniamo giuste. Mi sembra normale. Ma se ci mettiamo in ascolto anche di chi la pensa diversamente, spesso scopriamo che pure l’altro ha le sue ragioni; possiamo accettarle oppure no, ma, conoscendole, potremo almeno tenerne conto.

La nostra fede non va nascosta, anzi deve essere evidente dalla nostra vita, azioni, parole; non deve essere semplicemente urlata senza tener conto dell’altro. S. Pietro ha scritto: “Non sgomentatevi per paura di loro, e non turbatevi, ma adorate il Signore Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza…” (I Pt 4,15-16a) Ecco, potrei ridurre a questo la mia modestissima esperienza: cercare di vivere il Vangelo con speranza e amore, e di entrare in rapporto – se possibile – con tutti, senza lasciarmi dominare dalla paura; con umiltà, rispetto e onestà.

P. Franco Cagnasso, Dhaka

È bello vivere con Gesù Risorto!

Sono passati pochi giorni dalla Pasqua, quando Gesù Cristo è risorto ancora una volta nel cuore di coloro (una schiera infinita, dice l’Apocalisse) che hanno ricevuto e mantenuto il dono della Fede. In quel giorno eravamo gioiosi, per la certezza che il Salvatore dell’umanità, con la sua morte in Croce e la Risurrezione ha sconfitto il male con il bene, ha pagato il prezzo dei nostri peccati, aprendoci la porta del Paradiso. In quel giorno festoso, nell’inno delle Lodi che iniziano la giornata, la Chiesa canta:

Sfolgora il sole di Pasqua,
risuona il cielo di canti,
esulta di gioia la terra.

Dagli abissi della morte
Cristo ascende vittorioso,
insieme agli antichi padri.

Accanto al sepolcro vuoto,
invano veglia il custode.
Il Signore è risorto.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, alleluia!
rallegriamoci ed esultiamo, alleluia!

Poi la Pasqua si è allontanata, l’abbiamo quasi dimenticata. Ma il tempo pasquale dura cinquanta giorni, fino alla Pentecoste. Anzi, il mistero della Pasqua abbraccia tutta la nostra esistenza. La gioia di vivere con Gesù risorto possiamo, dobbiamo viverla tutto l’anno, e rinnovare di anno in anno, per sperimentare, che la Fede nella Risurrezione di Cristo ci dà una marcia in più.

Infatti, il nostro tempo è caratterizzato dalla crisi di senso, specialmente i giovani non sanno più quale ideale può infiammare il cuore e stimolare anche a donare la propria vita; e la cultura della nostra società secolarizzata ha tolto Dio dall’orizzonte dell’uomo; e si limita agli aspetti materiali dell’esistenza che sfioriscono presto, non soddisfano più nessuno. Le ideologie atee (nazismo, comunismo, maoismo, castrismo), che hanno devastato il secolo scorso, sono state sconfitte dalla storia. In questo deserto, la Risurrezione è uno straordinario messaggio che dà speranza, perché Gesù Cristo è l’unico e vero Rivoluzionario della storia umana. Ha portato sulla Croce l’ideale di noi cristiani: non l’odio contro i nemici (come nazismo e comunismo), ma l’amore. Gesù ha dato la sua vita per noi, uomini peccatori. E poi è risorto, dandoci la certezza che risorgeremo anche noi, quando arriverà la nostra ultima ora. Il più tardi possibile, certo, ma questa è un’altra certezza della creatura umana: l’ultima ora arriverà per tutti.

Se, con l’aiuto di Dio, manteniamo la Fede e saremo giudicati veramente cristiani, cioè imitatori di Cristo: ecco che Gesù e Maria e tutti i Santi ci aspettano per accoglierci con loro in Paradiso, fra canti e squilli di trombe e angeli che ci rallegrano volandoci attorno, come nella Notte Santa della nascita di Gesù Bambino. Anche noi nasceremo per il giorno della felicità eterna, dove non ci sarà più luce di lampada o di sole, perché la Luce di Dio illuminerà e riscalderà tutti.

Questo scenario, a dir la verità, è solo una mia fantasia, ma credo, a 88 anni compiuti, di non essere molto lontano dal vero. Carissimi sorelle e fratelli che mi leggete. E bello vivere con Gesù risorto nella mente e nel cuore e tutti i giorni, quando ci svegliamo, iniziare la giornata dicendo a noi stessi: Gesù è risorto, alleluja! Piero, devi risorgere anche tu lodando e benedicendo Dio che ti dà una nuova giornata, esercitando l’amore e la carità verso tutti quelli ai quali puoi fare del bene.

Ecco, cari sorelle e fratelli, il nostro ideale cristiano: testimoniare, con la nostra vita, l’amore di Cristo nel mondo, nella famiglia, nella scuola, nel posto di lavoro, insomma, nella società in cui viviamo, che ha perso la bussola orientata verso l’orizzonte di Dio Creatore e Signore del Cielo e della Terra, e di Gesù Cristo, morto in Croce e Risorto. La Bussola siamo noi, discepoli di Cristo risorto, se diamo la nostra testimonianza di amore a Dio e al prossimo.

Potrei citarvi tanti testimoni autentici di vita cristiana, che ho conosciuto. Scusatemi se vi cito, non Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, miei genitori avviati alla beatificazione, ma il secondo dei loro figli, Franco (1930-1997), membro attivo dell’Azione cattolica negli anni giovanili e poi sindacalista e Segretario generale della Cisl a Torino (1979-1985), continuando a vivere e lavorare nella Cisl, creando opere che rimangono ancora. Mons. Franco Peradotto, pro-vicario generale dell’arcidiocesi di Torino, che l’aveva conosciuto bene, alla sua morte ha scritto: «Franco Gheddo ha dimostrato come si traduce in pratica la dottrina sociale della Chiesa, senza predicarla ma vivendola. Ho già incontrato persone lontane dalla fede che mi dicono: “Se il cristianesimo è questo, vale la pena di conoscerlo e di viverlo”.

Auguro a tutti una vita serena e gioiosa, nonostante le nostre croci, in compagnia di Gesù morto e risorto.

Questo è il giorno che ha fatto il Signore, alleluia!
rallegriamoci ed esultiamo, alleluia!

A Pasqua siamo pieni di gioia in Cristo Risorto

Manca una settimana alla Pasqua e con questo Blog auguro a tutti i miei amici e lettori di prepararsi bene alle feste pasquali. Con la domenica 9 aprile, entriamo nella Settimana Santa, cioè nel periodo più importante della nostra fede in Cristo. Nella Domenica delle Palme, ricordiamo Gesù che, dopo aver risuscitato a Betania Lazzaro, fratello di Marta e Maria, entra in Gerusalemme ed è acclamato dal popolo ebraico, che lo amava e venerava come un profeta benedetto da Dio.

In questa settimana che iniziamo nella Domenica delle Palme la Chiesa ci chiede di dedicare più tempo alla preghiera quotidiana, alla penitenza (rinunzie, fioretti), alla carità verso i poveri e chi ha ricevuto molto meno di noi dalla vita. Soprattutto, dobbiamo fare una sincera confessione dei nostri peccati, per prepararci alla Domenica prossima, giorno della Risurrezione del nostro Signore e Salvatore. Siamo tutti peccatori. Nel Venerdì Santo Gesù è morto in Croce per noi, cioè per me, per i miei peccati. Debbo meditare seriamente questa verità centrale della nostra fede (lo dico a me per primo e poi a tutti coloro che mi leggono) e liberarmi dal mio egoismo, con l’aiuto della confessione e del  proposito di non peccare più. Cristo risorto, Domenica di Pasqua, deve trovarci liberi dai nostri egoismi (peccati), per infonderci la serenità e la gioia della vita cristiana autentica.

La Pasqua è la festa della gioia, perché Gesù è Risorto dai morti. La Risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra immortalità. Essere cristiano vuol dire credere fermamente che Cristo è risorto. San Paolo dice: “Se Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore… e se noi abbiamo sperato in Cristo, siamo i più infelici degli uomini” (1 Cor 15, 14-19). E poi aggiunge: “Ma Cristo è veramente risorto, primizia della Risurrezione per quelli che sono morti”.

Questo è l’augurio che ci facciamo a vicenda: la Pasqua del Signore ci porti la pace del cuore e in famiglia e la gioia di vivere. Noi che crediamo nella Risurrezione di Gesù non possiamo più essere uomini e donne tristi, scoraggiati, senza speranza, pessimisti. Il cristianesimo non è la religione della Croce, ma di Cristo morto e risorto. La Croce è un passaggio, la Risurrezione uno stato decisivo e definitivo, è la speranza  che anche noi risorgeremo. Anzi, siamo sicuri di questo fatto, che risorgeremo con Cristo alla vera vita, quella eterna in braccio a Dio.

Però, il mondo in cui viviamo sembra dire  il contrario: quante guerre e atroci sofferenze anche di bambini attorno a noi; quante ingiustizie, quante disgrazie, quante notizie negative ci bombardano ogni giorno. Come facciamo ad essere gioiosi, sereni, ottimisti, pieni di speranza e di coraggio? Che senso ha la nostra gioia, se non quello di una grande ingenuità, che chiude gli occhi di fronte alla realtà della vita?

Non è così, perché è vero che se guardiamo con i nostri occhi il mondo in cui viviamo, e attraverso quello che  trasmettono giornali e televisione, siamo tentati di pessimismo e di tristezza. Ma noi, credenti in Cristo Risorto, dobbiamo vedere la realtà drammatica e angosciante con gli occhi di Dio, che è Padre buono e miseri cordioso, Dio che vuole bene a tutti, vuole bene a me, più di quanto io voglio bene a me stesso! Questo mi insegna la fede e questo cambia la mia vita e la mia percezione della realtà.

D’altra parte, chi non crede nella Risurrezione di Cristo, quale soluzione propone a tutte le sofferenze e ingiustizie umane? Non ha nessuna luce che illumini la realtà del mondo e della nostra stessa persona. L’uomo è un mistero, che solo la fede in Cisto morto e risorto per noi fa comprendere. La ragione e le ideologie politiche, di fronte alla sofferenza, alle malattie, alla morte, non danno nessuna spiegazione, non danno speranza. Si riferiscono solo alla scienza e alla giustizia umana, che hanno i loro limiti invalicabili.

Il grande oncologo, benemerito a livello mondiale della lotta contro il cancro, prof. Umberto Veronesi (1925-2016) era nato in una famiglia cattolica ed è stato anch’egli praticante, ma si è allontanato dalla religione a partire dai 14 anni, divenendo agnostico. In seguito dichiarava che lo studio dell’oncologia l’aveva sempre più convinto della non esistenza di Dio. Diceva che solo la scienza risolve i problemi dell’uomo. Una grande illusione smentita continuamente  dalla realtà della vita umana.

Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.

La gioia della Pasqua viene dalla fede. Gesù, risorgendo ha sconfitto il peccato, la morte e tutto quello che è la causa delle nostre tristezze: le nostre passioni, il nostro egoismo e tutte le realtà negative che vengono dal peccato. Vivendo la nostra stessa vita, Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.

Per la cultura moderna la vita è un cammino verso il benessere, il potere, il piacere e il divertimento; per noi cristiani è un cammino verso Dio, anche con sofferenze e rinunzie, ma verso Dio. San Paolo dice:  «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Non c’è proporzione tra quanto ci tocca soffrire e quanto attendiamo con fiducia nel Regno di Dio. Questo non significa che la fede risolve i nostri problemi materiali, ma che noi possiamo vedere le nostre difficoltà in modo diverso, appunto con gli occhi di Dio, la misericordia e la bontà di Dio, che ci vuole bene più di quanto noi vogliamo a noi stessi. Ecco perché i Santi erano sempre sereni e  pieni di gioia.

Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

 

In Quaresima, la conversione a Cristo cambia la vita

Nella Santa Messa del Mercoledì delle Ceneri si legge questa espressiva Orazione, che sintetizza bene cosa è la Quaresima: “Oh Dio nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.

1)  Primo. Cos’è il cristianesimo?  Mancano meno di tre settimane alla Pasqua e la Chiesa ci invita a prepararci per risorgere con Cristo. Questo significa essere cristiani: credere, amare e imitare Cristo; quindi, rivoluzionare il nostro faticoso  ma abitudinario tran-tran quotidiano, per vivere nella vita nuova che il Vangelo ci propone. Ricordiamo i Dieci Comandamenti e le Beatitudini evangeliche.

E’ la sfida della nostra vita, che ci dà la giovinezza dello spirito e la gioia di portare la nostra croce con Gesù verso la gloria della Pasqua. La conversione non si riduce a forme esteriori o a vaghi propositi, ma trasforma e quasi capovolge l’intera esistenza. Nella Quaresima, noi battezzati, e specialmente noi preti e persone consacrate, siamo invitati ad innamorarci di Gesù in modo appassionato, e ad intraprendere un cammino che ci porti più vicini all’imitazione del nostro Salvatore e Signore.

In Asia e Africa, e chiaro ai non cristiani che il cristianesimo è il passaggio dalla religione tradizionale alla fede in Cristo, l’unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità. Il “primo annunzio” ai non cristiani è veramente l’annunzio di una fede  nuova, di una vita nuova.

Nel nostro mondo post-cristiano non è chiaro cosa vuol dire “cristianesimo” e conversione a Cristo.  Siamo sommersi da così tanti messaggi, tante voci e proposte che oscurano cosa vuol dire essere cristiano. Nel 2013 ho pubblicato il volume “Meno male che Cristo c’è” perché me l’ha chiesto il direttore della editrice Lindau di Torino: “Padre, mi scriva un libro in cui spiega chiaramente e in modo molto concreto, come mai dobbiamo convertirci a Cristo, cosa vuol dire  e quale scopo ha questa conversione”.

2)   Secondo – Cos’è la conversione? Ho intervistato un missionario del Pime, padre Giuseppe Fumagalli, che dal 1967 vive fra i “felupe” della Guinea Bissau, una tribù nuova, mai evangelizzata. Siamo in una situazione missionaria, con il primo annunzio del Vangelo ai pagani, la predicazione di padre Fumagalli è come quella di Gesù nel Vangelo di inizio Quaresima: “Convertitevi e credete al Vangelo”.

Padre Giuseppe Fumagalli, nato a Brugherio (Mi) nel 1939, è venuto a salutarmi nella casa di cura in cui sono, pochi giorni fa. Ha il morbo di Parkinson e la mano sinistra che gli trema fortemente. E’ andato alla Messa di Papa Francesco il sabato 25 marzo scorso a Monza e poi è ripartito per la Guinea Bissau. Mi diceva: “Molti mi dicono di fermarmi in Italia, ma io voglio ritornare a casa mia che è Suzana, un grosso villaggio  in foresta, dov’è la chiesa parrocchiale. C’è il nuovo parroco africano, ci sono le suore africane e tutte le opere caritative, educative, sanitarie e l’officina per riparare le macchine; e poi, soprattutto, c’è il mio popolo felupe, cristiani e non cristiani, che mi vogliono bene. Lo so che andrò a vivere in una tribù ancora poverissima e non avrò tutte le vostre comodità e le vostre cure. Ma la Guinea Bissau è la mia nuova patria e io ritorno a casa”.

Padre Zé (Giuseppe) dice: “La conversione dei Felupe è rottura col passato, inizio di una vita nuova con Cristo: quindi è sacrificio, rinunzia, sofferenza, tentazione di tornare ai costumi pagani del passato, una lotta quotidiana contro se stessi. Chi decide di convertirsi, ha chiare le rinunzie che deve fare: abbandonare ogni sentimento di vendetta e il culto degli dei pagani, gli idoli; amare Gesù e Maria e dedicarsi alla propria famiglia, rispettando la moglie e i figli; non rubare, non commettere ingiustizie, ama il prossimo tuo come te stesso, ecc.

Chi decide di convertirsi a Cristo almeno inizia a impegnarsi in questa conversione faticosa, che dura tutta la vita. Ma chi si converte a Cristo, incontra la pace del cuore, si libera dalla paura degli spiriti cattivi, del malocchio, del mistero che circonda tutta la vita dell’uomo. Dio non si lascia mai vincere in generosità”, dice padre Zè.

In Africa, tra popoli pagani, si può vedere con chiarezza l’effetto dell’annunzio evangelico. Padre Giuseppe dice che  “la conversione a Cristo è una profonda rivoluzione nella vita dell’uomo della famiglia, del villaggio. Non una rivoluzione violenta contro altri, ma una rivoluzione non violenta che avviene nell’interno del cuore dell’uomo, quando egli decide di credere a Cristo e vivere secondo il Vangelo. Io posso testimoniare che lo sviluppo del mio popolo africano viene da Gesù Cristo e dal Vangelo. Solo qualche esempio: sono i cristiani che portano la  pace fra i villaggi, che si preoccupano del bene pubblico, che mandano volentieri i figli a scuola (anche le bambine), facendo grandi sacrifici….”.

3)   Terzo. Cosa significa conversione nella mia vita? Il nostro problema, cari sorelle e fratelli, è che noi, anche noi preti parlando in generale, ci crediamo già convertiti, per cui la parola “conversione” quasi non ha più significato. Slamo stati battezzati, cresimati, riceviamo l’Eucarestia, andiamo a Messa, preghiamo, se guardiamo al mondo attuale ci consideriamo dei buoni cristiani. Io stesso sono prete e missionario da 63 anni e se guardo alla mia vita, ringrazio il Signore di tutte le grazie che mi ha fatto, gli chiedo perdono dei miei peccati e poi penso che tutto sommato, la mia vita l’ho spesa per Cristo e per la Chiesa e posso starmene tranquillo.

Questo lo sbaglio. Il prete, come il cristiano, non va mai in pensione, non dice mai di essere arrivato. Come cristiani, noi ricominciamo sempre una vita nuova ogni mattino, soprattutto in Quaresima e nel giorno di Pasqua. La giovinezza della vita cristiana è questa: ricominciare sempre con entusiasmo il cammino che porta all’amore e all’imitazione di Cristo, correggendo a poco a poco le mie tendenze cattive, i miei errori di giudizio. Il cristiano non è mai arrivato, l’amore e l’imitazione di Cristo sono lo scopo, la meta della vita.

Ecco allora l’ultimo pensiero. Bisogna pregare e chiedere al Signore la grazia di capire che abbiamo sempre bisogno di convertirci a Lui, al suo amore e all’imitazione della sua vita. Io capisco la mia debolezza e pochezza spirituale, quando prego e amo Cristo e gli chiedo la grazia di convertirmi al suo modello e di dirmi cosa deve cambiare nella mia vita perché possa dare una testimonianza della mia fede cristiana.

Papa Francesco ci dà l’esempio. Lui sta riformando la Chiesa senza fare un Concilio, ma con la sua vita. Si è proclamato un peccatore, chiede sempre che non ci dimentichiamo di pregare per lui. Nelle sue brevi omelie quotidiane a Santa Marta, specialmente nel tempo di Quaresima, il tema centrale è sempre che noi cristiani, noi preti, dobbiamo convertirci all’amore di Cristo e vivere una vita evangelica. E Francesco esemplifica spesso, dicendo che dobbiamo liberarci dell’idolo del nostro tempo, l’attaccamento al denaro. Ecco l’accoglienza, l’amore, la generosità verso i poveri, i migranti, le famiglie senza lavoro, i popoli che soffrono la fame e altre miserie degradanti e disumane.

Nel marzo scorso ho compiuto 88 anni. E’ da una vita che inseguo  Gesù Cristo e non l’ho ancora raggiunto. Il mio grande parroco di Tronzano Vercellese, don Pietro Beuz, quando sono entrato nel seminario minore di Moncrivello (arcidiocesi di Vercelli), mi diceva che fare il prete vuol dire essere “alter Cristus”, un altro Cristo;  ed era molto severo con me, durante le vacanze nel mio paese natale. Questa immagine mi aveva scombussolato e affascinato. In Famiglia e nell’Azione cattolica mi avevano insegnato ad amare Gesù. Ed essere un “altro Cristo”, nella mia ingenuità, mi pareva abbastanza facile. Poi la vita mi ha insegnato che è difficile, faticoso. Ma vi assicuro, anche tanto bello e consolante. L’amore a Gesù supera infinitamente tutti gli amori umani.

E poi, quando avanzi nell’età, tocchi con mano che tutto passa, Dio ti distacca da tutto. L’unica certezza e l’unica speranza è l’amore a Cristo, la vita con Cristo e secondo il Vangelo. E’ l’unica ricchezza che abbiamo, nel  cammino verso la meta finale della vita, in  braccio al Padre nostro che sta nei Cieli. Dove, scriveva il beato padre Clemente Vismara, “c’è tutta gente per bene”.

Gesù ci insegna come diventare missionari

 

Domenica prossima 19 marzo, nel rito romano è la III di Quaresima e nel Vangelo leggiamo l’incontro di Gesù con la donna samaritana che era andata al pozzo ad attingere acqua. L’episodio è molto bello e ricco di insegnamenti anche per noi oggi, che ci troviamo spesso nella stessa situazione. Tra Gesù e la donna c’era un abisso. Gesù è un giovane ebreo ed è Dio, la samaritana aveva peccato molto, era lontana da Dio, ma portava nel cuore la sete di Dio.

Molti di noi credenti in Cristo viviamo la stessa esperienza di Gesù. Forse nella nostra famiglia o fra conoscenti ci sono persone lontane dalla fede. Oggi non pochi giovani, dopo la Cresima, vengono travolti dall’onda laicista della nostra società e in chiesa non vanno più. Chi crede deve ringraziare il buon Dio che gli ha conservato la fede, ma ha la responsabilità di testimoniarla e comunicarla a chi l’ha persa. Papa Francesco vuole riformare la Chiesa e invita tutti i credenti ad essere missionari.

Il Vangelo ci presenza questa scena della vita del Messia. Tre momenti, tre passaggi del missionario Gesù nell’incontro con la samaritana al pozzo:

1) Gesù era Dio, noi siamo un popolo di peccatori in cammino verso l’amore e l’imitazione di Cristo, vivendo secondo il Vangelo. Nel 1964 nella Casa Madre delle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta, ho visto un grande Crocifisso con queste parole: “I thirst”. Ho sete. Sete di amore, sete di anime. La samaritana sentiva nel profondo questa sete di Dio, che non riusciva ad emergere per una vita superficiale e le molte emergenze quotidiane. Basta un incontro con Gesù per portare alla superficie questa sete di Dio. L’incontro con Gesù cambia la vita di questa donna.
Cari fratelli e sorelle, anche noi incontriamo spesso Gesù nella Messa, nella Comunione, nelle preghiere. Ma “quanta poca preghiera c’è nella nostra preghiera” diceva Madre Teresa. Accendiamo in noi il desiderio di conoscere e amare Gesù. Noi crediamo di conoscerlo, ma non lo conosciamo, non lo contempliamo nel suo immenso amore per noi. Non sentiamo ancora profondamente il desiderio di far conoscere a tutti com’è bello amare Gesù.

Cari amici che mi leggete, noi tutti siamo orfani di Cristo. La Quaresima è il tempo opportuno per convertirci, con la preghiera, la mortificazione, la generosità per le opere di carità. Quanto più ci distacchiamo da noi stessi, tanto più ci avviciniamo a Gesù e ci innamoriamo di Lui. Viviamo tutti una vita superficiale, il mondo ci travolge con le sue informazioni, distrazioni, preoccupazioni. Dobbiamo dare il suo tempo a Dio, al suo amore, rinunziare a qualcosa per esplorare il mistero di Dio, Padre misericordioso e di Gesù Cristo, Messia e Salvatore dell’umanità.

2) Gesù si mette al pari della donna. Non fa valere la sua superiorità di uomo, né di ebreo, né rivela sua divinità. Anzi dice alla samaritana: “Dammi da bere”. Le chiede un favore, suscitando l’interesse della donna: “Come mai, tu che sei un ebreo, chiedi da bere a me che sono una samaritana?”. Gesù vedeva in profondità nel cuore umano e conosceva la vita disordinata di quella donna, ma vedeva anche in lei la sete di Dio, il desiderio di purezza, di perdono, di incontrare Dio. Le chiede da bere l’acqua materiale, poi le parla dell’acqua spirituale che disseta per sempre e quella donna gli chiede di darla anche a lei. Prima si è fatto accettare, poi le ha rivelato di essere il Messia.

Nel 1990 ero a Kandy, la città sacra del buddismo in Sri Lanka e ho chiesto ad un prete locale se e come la Chiesa annunzia esplicitamente la salvezza in Cristo. Mi ha risposto: “In questa città l’annunzio di Cristo viene dopo. Prima dobbiamo farci accettare, di voler conoscere e apprezzare le loro ricchezze artistiche, morali, spirituali”. Questo è il principio che Papa Francesco mette in pratica nel “Dialogo con i lontani”, lanciato da Paolo VI e dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Francesco vuol convertire il mondo intero a Cristo, non si mette mai contro gli atei, i persecutori della Chiesa, ma “va con i peccatori”, come faceva Gesù. Il profeta Ezechiele riferisce la parola di Dio (Ez. 18, 23): “Io sono il Vivente, dice il Signore, non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
Papa Francesco ha telefonato e parlato bene di Pannella, di Dario Fo, di Veronesi e della signora Bonino, si è fatto intervistare da Eugenio Scalfari di “Repubblica” ed è stato criticato. Lui ha dato un esempio per dimostrarci come avvicinare chi non crede. Quante persone di cui siamo parenti o amici, hanno bisogno di Dio! Quando è possibile e opportuno, dobbiamo sentire la responsabilità di ragionare con loro sui temi della fede e della vita cristiana. Ma prima bisogna farsi accettare, partecipando ai suoi problemi, alle sue sofferenze, lodando le sue azioni e i suoi aspetti positivi.

Cito una mia esperienza. Alcuni anni fa, mi scrive Massimo Ages, avvocato romano ateo, marxista, contro la Chiesa cattolica. Ho risposto alla sua lettera, lui mi ha proposto di discutere, via computer, sulla Chiesa cattolica e il cristianesimo (credo una cinquantina di lettere ciascuno). Andiamo avanti per un anno circa a scambiarci lunghe lettere di botta e risposta, sempre con rispetto e a poco a poco con affetto. In quel tempo sua moglie era in ospedale per una difficile operazione. Gli ho assicurato la mia preghiera per lei, dicendogli che Dio può tutto. Questa lettera l’ha commosso, era la prima vola che un prete pregava per lui e la moglie. Alla fine mi scrive che ci siamo detti tutto, mi ringrazia e mi saluta con affetto, come anch’io l’ho ringraziato. Non ci siamo mai visti, ma siamo diventati amici. Il dialogo  sincero è sempre utile, ha insegnato molte cose anche a me.

Questa è “La Chiesa in uscita” di cui parla spesso Francesco. Tutti siamo chiamati ad essere evangelizzatori, tutti possiamo dire una buona parola. Come prete, medito spesso le parole di Gesù si suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo, voi siete il lievito che deve fermentare la pasta”. Chissà quante persone hanno bisogno di Dio! Incontrando me che sono un sacerdote, da questo incontro può scoccare la scintilla che li porta a Dio, oppure un cattivo esempio che li allontana da Dio. Io prete, io cristiano conosciuto come tale, ho una responsabilità. Signore Gesù, rendimi un’immagine credibile di Te. La “nuova evangelizzazione” del popolo italiano passa proprio attraverso questa coscienza nuova del cristiano, di dover rappresentare Gesù alle persone che incontra.

3) Il terzo passaggio è di superare la barriera del laicismo, per cui parlare di temi religiosi è considerato sconveniente, quasi un tabù, che impedisce a molti di esprimere il sentimento religioso che tutti portiamo nel cuore. A Gesù è bastato un cenno sull’acqua spirituale, per toccare il cuore della donna. Anche noi possiamo dire una buona parola, ragionare se possibile sui temi della fede e della vita cristiana, ascoltare cosa dice l’altro senza fargli rimproveri. Se la fede e l’amore di Dio ci danno gioia e serenità di vita, se ci aiutano a portare le nostre croci, diciamolo. Viviamo in un paese di battezzati. E più facile che in un paese non cristiano. Con l’aiuto dello Spirito Santo, senza imporre niente a nessuno, possiamo farcela.

Piero Gheddo

Papa Francesco e la crisi della vita consacrata

La Quaresima è per ogni cristiano un tempo liturgico prezioso e importante, che ci prepara alla Risurrezione con Cristo nel giorno di Pasqua. Per gustare la gioia e la pace della vita nuova con Gesù nel cuore, dobbiamo chiedere a Dio la Grazia della fedeltà alla vocazione che caratterizza la nostra personalità cristiana.

Fra i discorsi che Papa Francesco tiene ogni giorno, mi interessano quelli più vicini alla mia vita di sacerdote missionario del Pime (dal 1953). Il 28 gennaio 2017 il Papa ha ricevuto i partecipanti all’ “Assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica”. Il tema discusso nell’Assemblea era: “La Fedeltà alla Vocazione” e gli abbandoni che tutti lamentano.

“Siamo di fronte ad una emorragia che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano”, ha detto Francesco ed ha continuato esaminando i tre principali fattori che causano l’infedeltà:
– la cultura del provvisorio. Un ottimo giovane ha detto al suo arcivescovo: “Io voglio diventare prete, ma solo per dieci anni”;
– il mondo giovanile è molto complesso, “ricco e sfidante….Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi… però anche molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: “Ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile”.
– “All’interno della stessa vita consacrata, accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di contro-testimonianza, la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere, una maniera mondana di governare gli Istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”.

Il discorso è lungo e complesso, parla di vita comunitaria, di “accompagnamento” delle vocazioni, un piccolo trattato sul tema della fedeltà alla vocazione. Il nucleo centrale è questa proposta incisiva, lapidaria:

“Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta”.

La fedeltà alla vocazione della vita consacrata è fondata su un amore profondo a Gesù Cristo, che riscalda il cuore (e questo vale anche per la fedeltà ad esempio, al matrimonio “per sempre”). Se si spegne questo fuoco interiore, la fedeltà alla chiamata di Dio non è più possibile. I primi missionari del Pime recitavano, dal 1850 (e recitiamo ancor oggi), la “Preghiera per impetrare fedeltà alla santa vocazione”, che racchiude tutti i sentimenti per dare ai consacrati la fedeltà agli impegni presi col Signore Gesù e la Chiesa:

“Voi mi avete chiamato, amorosissimo mio Gesù, per vostra somma bontà e degnazione. alla grazia grande dell’apostolato, perché tutto mi consacri a procurare la salvezza delle anime abbandonate dei poveri infedeli, abbracciando a tal fine una vita di fatiche e di stenti, lontano dalle persone e cose più care, per imitare più perfettamente voi che scendeste dal Cielo, vi faceste uomo, faticaste e moriste per salvare tutti gli uomini. Io profondamente vi ringrazio di tanta predilezione che avete avuto per me, misero ed indegno vostro figlio. Fate, o Signore Gesù, che io corrisponda con fedeltà a questo insigne vostro dono e mi tenga sempre cari i sacrifici che vi sono congiunti. Fatemi forte contro ogni tentazione e debolezza mia, affinché io cresca e duri fino alla morte nello spirito apostolico e risponda in tutto e sempre ai misericordiosi disegni che avete su di me. Maria santisima…….”.

E’ una bella preghiera, perché richiama ogni giorno, a noi persone consacrate, il senso della nostra vita. La recito con calma a letto, quando mi sveglio al mattino. Fra meno di un mese compio gli anni, che sono tanti (la quarta età?), ma preghiere come questa mi rinnovano la vita e la gioia di avere sempre Gesù con me. Viviamo invece in una società relativista (una religione vale l’altra), secolarizzata (vivere “come se Dio non esistesse”) e materialista (l’idolo di oggi è il denaro). Per essere fedele alla sua vocazione il sacerdote, e il consacrato alla vita religiosa, deve convertirsi alla “passione missionaria” di annunziare e testimoniare agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, e di cui tutti hanno bisogno: il Signore Gesù! Il motore della “passione missionaria” è l’amore a Gesù Cristo.

Il mio grande confratello beato padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia Unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva ai missionari del Pime: “Preti mediocri non ci servono. Oggi ci vogliono preti santi”. Ecco la sfida che ci sta di fronte, cari amici sacerdoti. Che fare? Non c’è dubbio, non rinchiuderci nel tran-tran della nostra vita abitudinaria, ma nutrire sempre grandi ideali e prima di tutto l’ideale di innamorarci profondamente di Gesù Cristo che ci ha chiamati a seguirlo. Gesù il Cristo non è solo il Verbo di Dio da credere, da approfondire intellettualmente, da annunziare e spiegare a chi ci ascolta: è una persona da amare, il Figlio dell’eterno Padre che s’è fatto uomo per salvarci. La fede in senso intellettuale oggi non basta più. Ci vuole la passione per Cristo, l’entusiasmo di annunziare il Vangelo, di gridare il Vangelo con la nostra vita. Dobbiamo avere, noi sacerdoti (e persone consacrate), la coscienza della nostra grandezza perché siamo chiamati alle splendide avventure della fede: “L’anima mia magnifica il Signore!”. Da qui nasce la missione e l’entusiasmo missionario, che rallegrano il cuore e la vita.