Ci sono vite «non degne di essere vissute»?

Non sono esperto in bioetica, ma seguendo il dibattito in corso sul caso di Eluana Englaro, in un dibattito televisivo un professore universitario dice: “Nessuno vuol togliere la vita a Eluana, ma il problema non è questo. E’ se la vita di Eluana è degna di essere vissuta o no. Lei quand’era viva e vegeta nei suoi vent’anni, pensava che una vita come la sua adesso non era degna di essere vissuta”.

Ecco il punto. Noi cristiani crediamo che la vita è un valore assoluto, altri affermano che alcune vite sono un valore, altre “non sono degne di essere vissute”. La Chiesa sostiene fermamente che, come dono di Dio, la vita è sempre un valore assoluto. Se perdiamo questo principio, questa verità assoluta, il mondo si avvia a tempi barbarici.

Nel 1973 sono andato la prima volta nella Cina di Mao Tze Tung che allora, durante la “Rivoluzione culturale”, era assolutamente chiusa a tutti gli stranieri, eccetto a quelli graditi o invitati dal regime. Mi sono aggregato ad una commissione della Montedison, che allora aveva in Cina un certo numero di fabbriche di cemento e di fertilizzanti. Visitando con la guida e l’interprete alcune regioni della Cina, attraversando città, campagne, villaggi, non si vedevano mendicanti, né handicappati e nemmeno lebbrosi, nemmeno del sud della Cina dove, da quanto scrivevano 30-40 anni prima i missionari, sapevo che erano molti. Ho chiesto alle varie guide più volte come mai non si vedevano handicappati o lebbrosi e che avrei voluto visitare un lebbrosario. La risposta era sempre la stessa: la rivoluzione cinese li ha guariti, in Cina non ci sono più. E alla domanda: perché non si vedono chiese o pagode o moschee aperte? La guida rispondeva: la Cina rivoluzionaria fa a meno di Dio. Ricordo che nel 1968 Khieu Samphan, il vice di Pol Pot, aveva visitato lo Sri Lanka e aveva tenuto una “conferenza stampa” ai giornalisti, per spiegare il valore della rivoluzione comunista in Cambogia. Un giornalista inglese gli chiede: “Come mai in Cambogia c’erano dieci anni fa sette milioni di cambogiani e oggi voi dichiarate che sono solo cinque? Gli altri dove sono?”. Risposta secca e seccata: “Non ci sono più, perché non erano utili alla Rivoluzione”. Punto. Cioè, erano vite non degne di essere vissute.

Anche per la Cina, oggi si sa, da testimonianze precise e documentate, anche di missionari italiani che sono ritornati nei loro distretti da turisti e hanno incontrato i loro cristiani, che lebbrosi e handicappati erano sistematicamente uccisi. Le loro vite non erano degne di essere vissute, non si potevano guarire, non servivano, anzi erano di peso alla nuova Cina che costruiva un futuro migliore per il popolo cinese: che senso avevano vite così? Debbo aggiungere che la Cina di oggi è del tutto diversa, tanto che abbiamo missionari italiani del Pime che vivono in Cina come esperti di handicappati, riconosciuti dal governo cinese, anzi lodati e ringraziati per le loro iniziative.

Riflessione. Se la vita, come dono di Dio, non ha un valore assoluto, è chiaro che qualsiasi totalitarismo (noi abbiamo sperimentato il nazismo!) giudica certe vite non degne di essere vissute e si comporta di conseguenza. Si può obiettare che noi non viviamo in un regime totalitario. Certo non c’è dubbio, ma credo che la cultura del nostro mondo moderno, ricco, democratico, tecnicizzato, computerizzato e secolarizzato (“vivere come se Dio non esistesse”), sta sempre più diventando un “pensiero unico” da cui non c’è scampo. E questa cultura in cui viviamo è fondata, lo sappiamo tutti, su alcuni principi e imperativi assoluti: produrre di più, guadagnare di più, accumulare sempre più beni terreni, rimanere sempre giovani, non diventare vecchi, non pensare alla morte, pensiero fastidioso.
In questo quadro culturale di pensiero unico, dal cui orizzonte sono scomparsi Dio, il soprannaturale, la vita eterna e il valore della sofferenza, certe vite che senso hanno? Siamo in un paese democratico e decide la maggioranza. Giusto. Ma se domani la maggioranza, com’è successo per il divorzio e l’aborto, decidesse  che “certe vite non sono degne di essere vissute”, cosa facciamo? Meno male che ci sono ancora il Papa e la Chiesa a tenere fermi certi princìpi evangelici, fondamentali per una civiltà veramente umana.

NB. In questi giorni mi trasferisco da Milano a Roma dove rimango tutto novembre, poi torno a Milano. Sospendo il mio Blog “Armagheddo”per una settimana circa e grazie a quanti mi scrivono. Arrivederci.

Piero Gheddo

Può un cristiano sposare una ragazza egiziana?

In uno degli incontri serali che ho tenuto in questo mese di ottobre in parrocchie, centri culturali, movimenti cattolici, gruppi missionari, biblioteche comunali, Lyons Club, ecc., verso le 23,15, al termine della conferenza e delle domande del pubblico, un giovanotto mi chiama in disparte e mi dice: “Sono un universitario di 24 anni e mi sono innamorato di una ragazza egiziana. Vorrei sposarla ma lei mi dice che prima debbo convertirmi all’islam e poi mi sposa. Io sono cattolico credente, ma potrei fare un gesto formale di adesione all’islam e poi continuare ad essere cattolico. Lei cosa ne dice?”.

Rispondo: “Non puoi restare cattolico se aderisci all’islam, dove è facilissimo entrare na quasi impossibile uscire, mentre nel cristianesimo è difficile entrare (due anni di catecumenato) e facilissimo uscire. Una religione rispetta la libertà dell’uomo, l’altra no. Se tu aderisci all’islam, entri nella comunità musulmana, la ‘umma’, che non ammette tradimenti. Corri dei rischi fisici personali. Secondo. Hai provato a dire alla tua ragazza che tu la sposi se si converte al cristianesimo?”. Dice di no. Continuo: “Tu non sposi una ragazza, sposi una famiglia, una comunità, una religione, una cultura. Lo sai che in Egitto, la legge dello stato proibisce i matrimoni fra musulmani e non musulmani? Se si verifica uno di questi matrimoni e viene conosciuto, i coniugi sono condannati al carcere”.

Gli ho chiesto: “Scusami ma tu e la tua ragazza vivete già come marito e moglie?”. “No, risponde, assolutamente no. Lei dice che prima debbo convertirmi all’islam”. Gli spiego che, secondo la legge islamica (legge non statale in Egitto, ma statale in Arabia e Iran), se un cristiano e una musulmana hanno rapporti sessuali fuori del matrimonio, la donna è punibile con la fustigazione. Se la pena non la applica lo stato, la applica la famiglia o la ‘umma’”. Pare un po’ scosso da queste rivelazioni e gli dico: “Prova a chiedere alla ragazza e alla sua famiglia, che tu mi dici molto tollerante e accogliente, di chiedere al Ministero dei Culti egiziano una copia in inglese delle leggi matrimoniali e di cosa dice il codice civile e penale sul matrimonio, la famiglia. Chiedi che ti facciano avere un testo in inglese o in francese sul matrimonio secondo l’islam, la legge islamica (“sharia”). Devi conoscere a cosa vai incontro”.

Gli ho poi detto di pregare perchè Dio gli faccia conoscere cosa vuole da lui e possibilmente di fare anche un viaggio in Egitto. Prima di sposare un’altra religione, un altro popolo e una famiglia certo molto vasta come quella della ragazza, deve informarsi, conoscere, andare a vedere. L’ho lasciato scosso e dubbioso. Prego ogni giorno perché Dio lo illumini. Quanti casi come questo in Italia, in genere però è una ragazza cattolica che sposa un musulmano ed è ancora peggio!

Piero Gheddo

La Corea del Sud, segno di speranza per la Chiesa in Asia

La Corea del Sud è un paese in forte crescita economica. Negli ultimi 20 anni ha avuto il più alto tasso di crescita annuale del prodotto nazionale lordo: una media del 10-12% l’anno. La gente lavora 10-12 ore al giorno, con una disciplina ammirevole. Praticamente non esistono analfabeti, eccetto tra gli anziani dei villaggi rurali.

Ebbene, in un paese di tradizione buddista e confuciana così evoluto, il cristianesimo si presenta come la religione del futuro: le classi colte e produttive si convertono alla Chiesa cattolica o qualcuna delle molte Chiese protestanti. Alcuni anni fa il card. Kim, allora arcivescovo di Seoul, mi diceva: “Non comprendiamo perché lo Spirito Santo soffia con tale forza sul nostro popolo. L’ora della conversione è suonata per la Corea: dobbiamo solo ringraziare Dio e pregarlo perché l’entusiasmo del nostro popolo per la fede cristiana diventi più profonda, più motivata”.

Uno dei segni più belli di questo rinnovamento cristiano l’ho avuto visitando seminari e noviziati femminili: ho visto centinaia di giovani e ragazze (dico centinaia!) che consacrano la loro vita a Dio, pieni di gioia e di fervore. A Seoul, nella sede delle suore di S. Paolo di Chartrex , una congregazione di origine francese, parlo con Maria Yong Sae-kim , entrata da due anni in convento. A 24 anni, studentessa della facoltà di medicina. Le chiedo se i suoi genitori sono contenti della sua scelta.

“ Sono l’ultima di tre fratelli e due sorelle. I miei genitori, cattolici da due generazioni, erano preoccupati perché nessuno dei loro figli avevano manifestati il desiderio di consacrare la sua vita a Dio. Quando ho detto a mio padre che avevo l’intenzione di farmi suora mi ha detto: – figlia mia con tua madre abbiamo pregato tanto perché almeno tu che sei l’ultima, potessi darci la consolazione di avere una figlia suora. Dio ci ha esaudito. Io ho 24 anni, sono stata fidanzata per due anni prima di entrare in convento. Ma poi ho sentito la chiamata di Dio e sono venuta: Mi sono fidata di lui. Sono sicura che la mia vita è spesa bene e sarò felice”.

Qualche anno dopo, a situazione non è molto cambiata, eccetto il fatto che anche in Corea del sud, in seguito al forte incremento del reddito e del benessere, sono diminuiti i figli e quindi anche le vocazioni alla vita consacrata. Il fenomeno dei pochi figli, col crescere della ricchezza e dell’abbondanza, pare proprio universale, smentendo i “profeti di sventura” (come il prof. Sartori sul “Corriere della Sera”) che continuano imperterriti a predicare sul “boom” demografico. Le Chiese cristiane della Corea del sud, comunque, che hanno assieme circa il 22-24% della popolazione sudcoreana di 46 milioni (al Nord 22 milioni), continuano a registrare un alto numero di conversioni. E’ un buon segno per il cristianesimo in  Asia, che invita alla speranza e alla fiducia nell’azione dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

Ingrid Betancourt: Dio mi ha toccato il cuore

Mi è venuto tra le mani il testo delle dichiarazioni fatte da Ingrid Betancourt, ex-candidata alla presidenza della Colombia e liberata dai guerriglieri delle FARC (Forze armate rivoluzionarie colombiane). Prigioniera nella giungla colombiana dal febbraio 2002 al luglio 2008, il 2 settembre 2008 è stata ricevuta da Benedetto XVI a Castel Gandolfo. Le dichiarazioni da lei rilasciate nella conferenza stampa seguita a quell’evento, sono un testo che vale la pena di rileggere anche a qualche settimana di distanza:

“Durante la mia lunga prigionia, Dio mi ha toccato il cuore. Prima di essere sequestrata, ero una donna di poca fede, ma nei lunghi anni vissuti nella giunga, l’unico libro che avevo con me era la Bibbia, per cui l’ho letta e meditata ogni giorno. Sentivo la radio e un mese prima di essere liberata, nel giugno scorso,  una Radio cattolica parlava delle promesse che il Cuore di Gesù ha fatto a coloro che si consacrano a Lui. Allora ho detto: Gesù, in questi anni non ti ho mai chiesto nulla, ma oggi ti chiedo qualcosa: questo è il mese del Sacro Cuore, il tuo mese, concedimi il miracolo di sapere quando sarò liberata, perché se so quando sarà, anche se avverrà tra molti anni, avrò la forza di resistere. Se mi concedi questo miracolo, mio Signore, sarò tua”.

Ingrid ha chiesto al Sacro Cuore di Gesù anche la grazia di toccare il cuore indurito dei guerriglieri e di dare la libertà a tutti i loro prigionieri. Ha raccontato a Benedetto XVI questa sua promessa e ha aggiunto: “Non so cosa voglia dire essere di Cristo”. Il Papa le ha risposto: “Sarà lui a mostrarti la via”. La Betancourt ha poi rivolto un invito a tutti quelli che non credono: “Ci sono molte persone che sono in collera con Dio e non vogliono credere, e tanti che si vergognano di credere in Dio. L’unica cosa che posso dire loro è che c’è qualcuno che ci ascolta e ci parla e se noi gli parliamo, egli ci ascolterà indicandoci la giusta via da percorrere”. Dopo l’udienza Ingrid Betancourt ha anche detto: “Papa Benedetto XVI prega sempre per i sequestrati e porta nell’animo il dolore di tutti quelli che soffrono. Egli è un uomo di luce”. Ed ha aggiunto: “Senza la fede e la preghiera, non avrei potuto resistere più di sei anni nella giungla con i guerriglieri. Gesù è stata la mia forza e ho sentito che aiuta tutti quelli che lo invocano”.
Piero Gheddo

Siate pronti, il Signore viene!

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Il brano di Vangelo letto nella Messa di ieri riportava parole forti di Gesù ai suoi discepoli: “Siate sempre pronti, con la cintura ai fianchi e la lampada accesa e siate simili a uomini che aspettano il loro Signore quando tornerà dalle nozze, per aprirgli subito quando giunge e bussa. Beati quei servi che il padrone troverà vigilanti al suo arrivo. E se giungendo alla seconda o alla terza vigilia li troverà così, beati loro!” (Luca 12, 35-38).

La vita dei primi cristiani era sotto il segno della venuta del Signore: vivevano giorno per giorno nell’attesa di Gesù, che ritenevano imminente. Di qui l’atteggiamento di rifiuto della ricchezza, dei beni di questo mondo, dei privilegi che avevano le classi ricche e amiche dell’Imperatore romano. Di qui anche, come raccontano gli Atti degli Apostoli il vivere assieme da cristiani, vendere i propri beni e darne il ricavato agli Apostoli che li distribuivano ai poveri. Quando due cristiani si incontravano per strada, non si dicevano “Buon Giorno” o saluti simili, ma “Dominus venit”, “Il Signore viene!”; non sappiamo quando, ma presto verrà. San Paolo nella I° Lettera ai Corinzi scrive (7, 29-32): “Vi dico questo, o fratelli, il tempo si è fatto breve. D’ora in poi quelli che hanno moglie vivano come se non l’avessero; quelli che piangono come se non piangessero; quelli che sono contenti come se non lo fossero; quelli che comprano come se non comprassero e quelli che usano di questo mondo come se non ne godessero, perché la scena di questo mondo passa in fretta”.

Oggi, duemila anni dopo, il pensiero della fine del mondo e della nostra morte personale è estraneo alla cultura in cui viviamo, non entra nei nostri pensieri. Ci siamo costruiti un mondo secolarizzato (“vivere come se Dio non esistesse”) che non ha una finestra aperta sull’Infinito, verso l’Assoluto. Tutto si svolge nell’ambito storia umana, l’attesa della venuta di Dio è scomparsa dall’orizzonte.

Noi cristiani dobbiamo essere, nel mondo d’oggi, i testimoni dell’attesa del Signore che viene. Presto o tardi, prima o dopo, di giorno o di notte non sappiamo, ma Gesù verrà e prenderci, a liberarci dal peccato e dalla morte. Non tutto si consuma in questa vita, a ciascuno di noi si apriranno le porte dell’eternità beata in seno a Dio.

Giorgio La Pira, laureatosi a 25 anni in diritto romano antico, pochi anni dopo partecipa ad un concorso.per una cattedra universitaria della sua specialità. Era il più giovane di tutti i concorrenti, ma nella classifica dei voti di quel concorso esce primo. Poco dopo, le autorità universitarie pubblicano il decreto di nomina di quel docente e non era La Pira! Il “Sindaco santo” guarda quel foglio assieme ad altri compagni di studi e tutti gli dicono: “Giorgio, hai subito una grave ingiustizia, non ti hanno eletto perché, lo sanno tutti, non sei iscritto al Partito Fascista. Protesta, fai ricorso alle autorità superiori”: La Pira dice sorridendo: “Non farò niente anche perchè inutile. Ma cosa volete che sia una ingiustizia come questa, quando Gesù Cristo è morto e risorto e a tempo debito verrà?”.

“La scena di questo mondo passa in fretta”. Ecco la saggezza cristiana di cui dobbiamo essere testimoni. Mai arrabbiarsi, mai essere pessimisti o tristi o scoraggiati o depressi. Possiamo anche essere sofferenti per qualsiasi motivo, ma di fronte alla vita eterna tutto passa, importa solo essere vigilanti nell’attesa del Signore Gesù.

Piero Gheddo

Giornata missionaria: noi privilegiati dell'umanità

Ieri domenica, Giornata missionaria mondiale, ho predicato nelle sette Messe domenicali di Manerbio (Brescia), con due conferenze sui miei genitori servi di Dio Rosetta e Giovanni (una al sabato sera). Ringrazio il Signore (e il parroco don Tino Clementi) per questa occasione che mi hanno offerto di incontrare un comunità cristiana così vivace, con tante iniziative di Vangelo e di carità e così cordiale e disponibile nel volontariato a servizio della parrocchia e dei poveri! Nel mondo moderno, arido e secolarizzato, abbiamo tutti bisogno, anche noi missionari di ritrovare l’entusiasmo della fede. Viviamo un po’ tutti come se Dio non esistesse e la Giornata missionaria mondiale, ho detto alla brava gente della bassa bresciana, ci dà tre messaggi di speranza, naturalmente raccontando esempi concreti di vita missionaria:

1) Gesù ha fondato la Chiesa missionaria, perché è venuto a salvare tutti gli uomini: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”. Il dono della fede ci rende i privilegiati dell’umanità, perché dà senso alla nostra vita e ci orienta al Regno dei Cieli, che dobbiamo preparare vivendo la fede nella vita quotidiana, aperti alle necessità di tutto il prossimo e soprattutto di quelli più lontani, più piccoli, più poveri. Non chiudiamoci nel piccolo buco in cui siamo nati. I nostri problemi personali e familiari e locali sono il nostro primo impegno, ma il mondo è grande e oggi viviamo in un mondo “globalizzato”, con tutti i popoli che si incontrano, ci vengono in casa e noi andiamo ovunque. “Cattolico” Vuol dire “universale” e la fede ci rende fratelli di tutti gli uomini. Se vogliamo essere veramente discepoli di Gesù, apriamo la mente e il cuore alle dimensioni dell’umanità intera, non siamo localisti ma universali.

2) Secondo messaggio. Anche se ciascun popolo ha la sua religione, tutti i popoli hanno bisogno di Cristo, perché tutti i popoli cercano Dio non esistono popoli atei) Le religioni dell’uomo sono tentativi di raggiungere Dio attraverso l’intelligenza, la sensibilità, l’esperienza umana, ma Dio rimane sconosciuto, misterioso, distante dall’uomo, irraggiungibile. Dio Padre e Creatore si è rivelato pienamente facendosi uomo in Gesù Cristo e nel suo Vangelo e la Chiesa ha appunto il compito di andare a tutti i popoli annunziando la Buona Notizia che il Messia è nato e ci ha salvati. Ecco perché i giovani cristiani delle missioni, quando conoscono e si convertono a Cristo, lo accolgono con amore ed entusiasmo, con dedizione, diventando spontaneamente missionari, perché sperimentano che Cristo è una rivoluzione positiva nella loro persona, nella famiglia, nel villaggio, nella società in cui vivono (gli esempi da raccontare sono infiniti). In Italia lamentiamo la diminuzione della fede nel nostro popolo. Direi che la fede rimane nella grande maggioranza degli italiani, ma è diventata un qualcosa di privato, personale, di cui non si parla mai, un “optional”, un fatto facoltativo che non influisce nella vita quotidiana. Dobbiamo ricuperare, con la preghiera e la conversione personale, la passione per Cristo, l’entusiasmo per il Vangelo, perché “la missione rinnova la Chiesa”, come diceva Giovanni Paolo II. I giovani cristiani ci sono di esempio: ancora catecumeni, sanno pochissimo della fede, rimangono peccatori come e spesso peggio di noi, ma proprio la missione di annunziare agli altri il dono ricevuto rafforza la loro fede. Anche qui noi missionari possiamo esemplificare a piacimento.

3) Terzo messaggio. Come aiutare la missione alle genti?
– Anzitutto con la preghiera, perché la fede e l’evangelizzazione sono opera di Dio, dello Spirito Santo. Preghiamo per i missionari, per le giovani Chiese, i cristiani perseguitati, i catecumeni. Racconto l’esempio della Cina, dove nel 1949 i cattolici erano 3.700.000. Oggi, dopo mezzo secolo di persecuzione anti-cristiana, sono circa 15-20 milioni! Opera dello Spirito Santo che è il  protagonista della misisone e ci dà speranza. Non siamo pessimisti sul futuro della Chiesa anche in Italia. Mai pessimisti mai tristi, mai lamentosi, scoraggiati. Dio è immensamente più grande di noi e lo Spirito Santo non va mai in pensione, non dorme mai, non va mai in vacanza.
– L’aiuto economico perché l’annunzio di Cristo si fa soprattutto con la carità, l’aiuto ai poveri e allo sviluppo umano, dando a tutti gli uomini e a tutte le donne una coscienza della loro dignità e dei loro diritti. Oggi diamo alle missioni un aiuto consistente, che ci costi un po’ di sacrificio. Se noi conosciamo un uomo ricco, una famiglia ricca che sono chiusi alle necessità dei poveri diciamo che sono avari, egoisti. Noi abbiamo ricevuto il dono della fede e viviamo in un paese, certo con i suoi problemi, ma dove si vive un livello di vita immensamente più alto che altrove nel mondo: se non comunichiamo ad altri la fede, la più grande ricchezza che abbiamo, cosa siamo?
– Le vocazioni missionarie. I missionari italiani nel mondo non cristiano erano 16.000 nel 1964, oggi sono 12.000, eppure i popoli si aprono al Vangelo. E’ il tempo di una grande mobilitazione missionaria dei popoli cristiani, ma la missione si fa con gli uomini e le donne che consacrano la loro vita, o qualche anno della loro vita (i volontari), al Vangelo e vanno dove la Chiesa li manda ad annunziare e testimoniare Cristo. Noi preghiamo per le vocazioni alle vita consacrata, perché di preti e suore manchiamo anche qui in Italia. Ma abbiamo mai pregato perché il Signore prenda qualche ragazzo o ragazza della nostra famiglia? E’ il dono più grande che possiamo fare a Dio e Dio non lascia vincere in generosità. Dopo 55 anni di vita sacerdotale e missionaria, posso testimoniare che è bello fare il prete, è bello fare il missionario.

Il Messia che libera da tutte le paure

<!– @page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } –>Parlo con un amico che ha una vasta esperienza di volontariato in Africa e ci ritorna ancora fra alcuni mesi. Gli chiedo come mai, secondo lui, i paesi africani non si sviluppano o si sviluppano molto lentamente fra guerre intestine, rivolte, dittature, mancanza di strutture statali e di rispetto dei diritti dell’uomo, passi in avanti e passi indietro. Risponde che le cause sono molte, storiche, culturali, sociali, oppressioni esterne negative e via dicendo. “Ma secondo la mia esperienza, aggiunge, il peggior ostacolo che impedisce lo sviluppo è la religione tradizionale che blocca la psicologia dell’africano nel mondo degli “spiriti”. Si trovano africani, soprattutto giovani, che si sono liberati o quasi da questo mondo misterioso e opprimente, quasi sempre perchè si sono convertiti a Cristo, che li ha “liberati” da ogni incubo. Ma in genere la mentalità comune, anche in persone evolute, istruite, che vivono ad un buon livello di vita, è ancora quella che la vita dell’uomo è dominata dagli spiriti e da un complesso di superstizioni, visioni, sogni e illusioni che fa vivere l’africano in due vite parallele”.

“Da un lato,  continua l’amico medico che non vuol essere citato, dove è entrata la modernità con i suoi lavori e ritmi di vita, c’è la realtà, cioè l’urgenza quotidiana di lavoro, economia, politica, macchine, radio e televisioni, costumi moderni; dall’altro il piano spirituale-soprannaturale delle credenze, magie, stregonerie, sogni, oroscopi, incantesimi, indovini, illusionismi che porta l’africano fuori della vita reale, lo fa vivere e agire in un mondo irreale. Quando c’è una malattia, il pensiero di ricorrere a cure mediche moderne, in genere, viene dopo che si è tentata la cura dello stregone, che spesso peggiora la situazione. Quando qualcuno muore, non sempre ma a volte la famiglia vuol conoscere chi gli ha fatto il malocchio ed è colpevole di quella morte: di qui sospetti, avvelenamenti, vendette, guerre di famiglie. Gli spiriti cattivi devono essere propiziati con sacrifici di animali, in passato anche sacrifici umani, che ancor oggi non sono del tutto cessati”.

Ho tenuto una pagina di “Avvenire” del 14 ottobre. La giornalista Laura Malandrino racconta che un gommone era partito da Tripoli con 72 profughi africani a bordo, ma  sulle coste italiane, a sud di Siracusa, sono giunti in 59: “Tredici profughi gettati in mare per superstizione”, titola l’articolo. La giornalista racconta che, partito il gommone dalla Libia, poco dopo si è rotta la bussola e i cinque scafisti nord-africani, poi arrestati, “decidono di trovare il colpevole e sottopongono i passeggeri a riti propiziatori per scacciare il malocchio”. Un viaggio da incubo, ogni tanto un profugo viene gettato in mare “perché gli spiriti maligni si erano impossessati della sua anima ed era funesto tenerlo a bordo. Da allora, quotidianamente, ebbero inizio le sevizie. Chi si ribellava, stava male o delirava, rischiava di fare la stessa fine”.

Sono realtà culturali-religiose, che nell’epoca della globalizzazione non si possono ignorare, senza nulla togliere alla dignità dei singoli esseri umani, all’intelligenza e bontà e cordialità dei singoli africani. Non è in discussione una persona, ma una cultura, una tradizione religioso-culturale.
La Giornata missionaria mondiale, che si celebra domenica prossima 19 ottobre, ci richiama uno dei motivi per cui i missionari e le missionarie vanno in Africa ad annunziare Gesù Cristo, mentre gli africani hanno già la loro religione tradizionale. Il Messia è venuto a liberarci da tutte le paure e da ogni possibile “malocchio”. Anche noi, cristiani da duemila anni, possiamo ricadere in queste tristi condizioni di vita, se ridiventiamo pagani, come gli antichi romani, che, ignorando il Dio unico e vero, spesso interrogavano gli oroscopi e gli indovini e credevano negli “spiriti”.

Piero Gheddo

La persecuzione dei cristiani in Iraq

Quasi mille famiglie cristiane, più di cinquemila persone, sono scappate nell’ultima settimana da Mossul, la capitale dell’Iraq settentrionale. Si calcola che ai tempi di Saddam Hussein i cristiani in Iraq (di diverse confessioni) fossero poco meno di un milione, oggi sono rimasti meno della metà, forse 350mila. Gli altri sono emigrati all’estero perdendo tutte le loro proprietà, per aver salva la vita. Altri ancora, pur restando in Iraq, si sono rifugiati da parenti o amici in altre parti del paese. In questa ondata di persecuzione anti-cristiana a Mossul, i cristiani rimasti sono continuamente minacciati in vari modi, anche con fogli ciclostilati sotto le porte dei loro appartamenti o case: “Cristiani, andatevene o sarete il nostro bersaglio”. Venerdì scorso è passata nei tre quartieri cristiani di Mossul un’automobile che ripeteva col megafono queste stesse minacce. Negli ultimi giorni, a Mossul sono stati almeno undici i cristiani uccisi a casa loro o mentre tentavano di fuggire. Case e chiese distrutte, negozi saccheggiati e bruciati sono notizie che l’agenzia “Asia News” (www.asianews.it) pubblica quasi ogni giorno. Un cristiano iracheno ha detto: “Vogliono eliminarci e non c’è nessuno in Iraq che ci difenda, nemmeno gli americani. Siamo soli come nel Colosseo, vittime predestinate”.

Il Patriarca di Babilonia dei Caldei, il Cardinale Emmanuel III Delly, riferendosi alla nuova ondata di violenza che si è abbattuta sui cristiani in Iraq, ha dichiarato a “L’Osservatore Romano”: “Ciò che è successo a Mossul in questi ultimi giorni non è gradito a Dio e all’uomo fedele alla sua patria e ai suoi fratelli. Per quattordici secoli abbiamo convissuto con spirito di tolleranza e fraternità, condividendo la vita e costruendo insieme la nostra amata patria. Non dobbiamo lasciare che le forze oscure che vengono dall’esterno smembrino la nostra unità nazionale. Alla base di queste violenze c’è la volontà di gettare il Paese nel caos. Vogliono rallentare il processo di pace, vogliono spaccare l’unità del Paese; prima non c’erano queste divisioni, anche storicamente. Tutti siamo iracheni – ha proseguito il Patriarca – tutti abbiamo vissuto in Iraq, tutti abbiamo costruito l’Iraq insieme, a prescindere dalla fede; ognuno è libero di avere la sua religione, ma alla fine rimane questa nazionalità irachena che ha contribuito a costruire lo Stato. Chiediamo a Dio che nel nostro Iraq ferito, la terra dei nostri avi, ci sia pace e sicurezza”.

L’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako, ha dichiarato ad “Avvenire”: “A Mossul è in atto una pulizia etnica, simile a quella già avvenuta a Baghdad a suon di sequestri e uccisioni. In una settimana abbiamo contato dodici vittime cristiane. Il silenzio mondiale davanti ad una tragedia che va avanti da cinque anni è inammissibile”. C’è infatti una specie di oscuramento mediatico circa le violenze che i cristiani dell’Iraq subiscono e tra i governi dei paesi cristiani pochi protestano contro questi massacri. Il ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, ha protestato due volte, attraverso l’ambasciatore iracheno in Italia, col governo iracheno, ma giornali e radio-televisioni trascurano la persecuzione anti-cristiana in Iraq, come pure i movimenti specializzati nell’organizzare manifestazioni per la pace e il rispetto dei diritti dell’uomo sono silenziosi. Mi chiedo perché si è levato un coro di proteste (più che giuste) per la persecuzione dei buddhisti in Tibet e in Birmania, mentre per difendere i cristiani oggi perseguitati in Iraq e in India, nessuno si muove.

Un credente buddhista vale più di un credente cristiano?

Perche' un ospedale cattolico in Africa?

Parlo con padre Ermanno Battisti, trent’anni esatti di Guinea Bissau uno dei paesi più poveri e arretrati dell’Africa, fino al 1974 colonia portoghese e poi sotto varie dittature, prima di tipo comunista, poi dittatura personale del presidente Nino. Battisti mi racconta che da pochi anni ha fondato (nel 2006 sono andato a vederlo) un ospedale in un quartiere periferico della capitale Bissau, che, pur non ancora finito di costruire, in pochi anni è già diventato il più efficiente di una città che ha circa 400.000 abitanti. Gli chiedo perché e mi risponde che il problema sanitario in Africa, oltre che di strutture, costruzioni, strumenti, medicine, finanziamenti, è anzitutto un problema di personale preparato in uno spirito di servizio all’ammalato.

Prima di costruire questo ospedale (si chiama “Bor” dal quartiere periferico in cui è sorto), padre Battisti si è preoccupato di formare il personale. Ha mandato studenti e studentesse in Italia, specie a Verona, dove sono aiutati dalla diocesi, e sono diventati medici, specialisti in vari rami, infermiere. Intanto stava sorgendo la costruzione e a poco a poco i giovani da lui mandati sono tornati in patria e ciascuno ha trovato il suo posto nel nuovo ospedale. Sono tutti cattolici, educati anche in Italia ad una sanità rispettosa dell’uomo. Iniziando a lavorare in una struttura che dipende dalla diocesi, quindi fuori della gestione statale, hanno subito dato l’idea di un sistema diverso di conduzione di un ospedale.

Ad esempio, dice Battisti uno dei danni peggiori degli ospedali africani sono i parenti del malato che vengono, si accampano ovunque, rimangono vicini al loro infermo anche per dagli da mangiare, ma girano ovunque, parlano ad alta voce, sentono musiche, preparano da mangiare, sporcano, ecc. L’ospedale rischia di diventare una specie di grande villaggio che sfugge ad ogni regola e controllo. Difficile estirpare questa abitudice ormai comune in enti pubblici, perché entra nella cultura tradizionale africana, che ha naturalmente molti aspetti positivi, ma impedisce od ostacola ogni controllo igienico e la serietà e severità che si addice ad un ambiente con ammalati spesso molto gravi. In un ospedale diocesano, fin dall’inizio i malati sono nutriti e assistiti, ma i parenti devono stare fuori e limitarsi ad ore precise di visita. Nel recinto dell’ospedale di Bor Battisti ha preparato strutture esterne all’ospedale che ospitano parenti e amici (a volte vengono anche da villaggi lontani), ma fuori dell’ambiente sanitario-ospedaliero, lasciato libero e pulito.

Ma questo è solo un aspetto che fa la differenza fra ospedali cattolici (o protestanti) e ospedali pubblici in Africa, dove naturalmente c’è anche personale cattolico o anche non cristiano ma onesto e dedicato, però l’impostazione iniziale è diversa. Secondo aspetto ancora più importante è il trattamento dell’ammalato. Il padre che dirige, le suore che vivono nell’ospedale cattolico e il primo personale educato in ambienti sanitari cristiani in Italia, danno l’esempio e creano una tradizione che poi si tramanda anche agli elementi locali assunti e preparati sul posto. L’ammalato è sacro perché come Gesù che soffre in Croce, la sua sofferenza ha diritto ad ogni attenzione personale e cura sanitaria; anche se non può pagare nulla si sa che la Provvidenza di Dio manda il necessario e non esistono ammalati privilegiati o di second’ordine; l’onestà del personale dell’ospedale è continuamente raccomandata e controllata, contro la tentazione di furti e vendita in privato di medicine o altro. E via dicendo.

Padre Battisti dice, ma questo l’ho sentito spesso anche in altre parti del continente africano, che in Italia, in Occidente, ci sono molte persone o associazioni o Ong che vengono in Africa, realizzano qualche progetto sanitario o educativo (quel che si dice della sanità vale anche per le scuole), rimangono per tre-cinque anni o poco più per avviare il progetto e poi donano tutto allo stato e si ritirano, mandando aiuti e macchine. Però dopo non molti anni quelle opere ammirate da tutti diventano cosa di tutti e decadono. Non è “colpa” di nessuno in particolare, ma semplicemente frutto di una cultura tradizionale, quella africana, che pur avendo valori positivi non si adatta al mondo moderno, porta ovunque l’ambiente del villaggio africano, nel quale tutti sono eguali, tutti sono fratelli e cugini, non si concepisce che uno cresca nel benessere e gli altri rimangono indietro. Un esempio che ho sentito molte volte in  vari paesi africani. Un  ragazzo africano va in Italia a studiare e ritorna in patria diplomato o laureato, magari ha sposato una ragazza bianca, ammirata da tutti. Quel giovane si è elevato sopra tutti gli altri, quindi deve dare agli altri qualcosa della sua fortuna. In altre parole, se ha un impiego in una ditta di città, in un ospedale, in un ufficio governativo, se ha uno stipendio fisso superiore di molto a quanto guadagnano gli altri, molti si fanno vivi per chiedere questo o quello e non è facile dire di no, rischia di essere odiato e punito in qualche modo, a volte anche avvelenato. Più sale di grado e di possibilità di guadagno, più è vittima del suo villaggio, della sua etnia, della sua famiglia. L’enorme corruzione in tanti paesi africani viene soprattutto da questo!


Conclusione, nel mese della Giornata missionaria mondiale. Perché i missionari vanno nel mondo intero a portare la nostra religione a popoli che ne hanno un’altra e già vivono felici e contenti? Perché le religioni “naturali”, quelle che vengono dall’uomo (anche da grandi uomini e profeti), sono profondamente diverse e meno umanizzanti di quella che viene da Dio. Il cristianesimo dimostra la sua origine divina proprio da questo: umanizza l’uomo e i popoli. E se noi italiani stiamo diventano sempre meno uomini, la nostra società sempre più chiusa, fredda, arida, egoista, è proprio perché abbiamo dimenticato Gesù Cristo e il suo Vangelo. Ci lamentiamo che i nostri giovani spesso “non hanno ideali”. Per forza, se dall’orizzonte dell’uomo, del giovane, della famiglia, togli Dio che ideale può esserci, oltre al fare carriera,
avere tanti soldi?

Piero Gheddo

A che cosa serve la Giornata missionaria mondiale?

Un’amica che ha lavorato con molta passione in un Centro missionario diocesano (CMD), mi scrive: “Caro padre, ho lasciato il Centro missionario per impegnarmi in un movimento cattolico che diffonde l’interesse per la famiglia cristiana, organizzando incontri, preghiere, aiuti alle famiglie bisognose e riaffermando i valori della famiglia credente che tenta di vivere il Vangelo nella nostra società. Quando mi sono impegnata nel Centro missionario diocesano una trentina di anni lo scopo era di suscitare “spirito missionario” nella nostra gente, si parlava di preghiere per le missioni, di vocazioni missionarie, di giovani Chiese che stanno nascendo e dei loro problemi, dell’importanza di annunziare Gesù Cristo ai popoli che ancora non l’hanno ricevuto. Oggi di questo non si parla quasi più, tutto si riduce ai progetti di sviluppo economico e alle adozioni. È vero che i soldi ci vogliono, ma quando diventano più importanti di Dio stesso mi pare che non vada bene”.

Domenica 19 ottobre 2008 si celebra, come tutti gli anni, la Giornata missionaria mondiale, il cui significato non è dubbio: richiamare con forza il dovere missionario della Chiesa di annunziare Cristo ai non cristiani e di fondare la Chiesa presso quei popoli dove ancora non esiste. Ecco cosa scriveva nel gennaio 1919, il santo cardinal Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano. Dopo aver lodato il lavoro dei missionari e affermato che l’estensione della Chiesa è compito di tutti, Ferrari aggiunge:

“Talora suol dirsi: ‘Abbiamo qui da fare assai per conservare in queste care contrade la santa fede, minacciata dai nemici del nome cristiano’. Chi può negarlo? Purtroppo la fiumana della miscredenza, della empietà e dell’immoralità spaventosamente dilaga e il lavoro del sacerdote, anche in queste terre, deve farsi ognor più intenso e costante. Qui lavoro di conservazione, là lavoro di propagazione; ma non è poi la stessa opera di Dio? E non v’è il confortantissimo dogma della Comunione dei Santi, dal quale tra l’altro, veniamo assicurati dell’aiuto che troveremo presso Dio in questi infedeli, una volta convertiti? Ho detto tante volte: ci frutterà sempre ad usura quello che daremo e faremo per l’opera delle missioni cattoliche. Ne abbiamo garanzia nell’evangelico: “Date et dabitur vobis” (date e vi sarà dato)…

“Partiranno dalle file dei nostri sacerdoti e dei nostri chierici alcuni per le missioni presso gli infedeli. Sarà un sacrificio? Facciamolo volentieri. Dio ci ricompenserà largamente: ci manderà altri sacerdoti, e con maggior abbondanza di grazie i buoni sacerdoti li farà diventare più buoni, più pronti al sacrificio per la salvezza delle anime; ed a ciò servirà anche il nobile esempio di quei che partiranno non per la comodità di vita, ma per spendere la vita in fatiche e travagli. Se daremo vocazioni e offerte per le missioni, non si dubiti, non ci mancherà quanto ci abbisognerà per i nostri paesi”.

Straordinario che nel 1919 un vescovo italiano, quando le “giovani Chiese” erano di là da venire, sappia profetizzare che i non cristiani, “una volta convertiti”, potranno portarci aiuto e renderci quello che abbiamo dato loro… Non siamo ancor oggi in una situazione del genere? Nel 2001 la Chiesa italiana aveva circa 700 sacerdoti diocesani italiani (“Fidei Donum”) a servizio di altre Chiese, ma in Italia c’erano circa duemila sacerdoti dei “paesi di missione” a servizio delle nostre diocesi e parrocchie, accolti e stipendiati dalla Cei come i sacerdoti diocesani italiani! I missionari italiani che partono non sono una perdita er la nostra diocesi, per la Chiesa italiana. Per la fede, sono un guadagno.

Piero Gheddo