A che cosa serve la Giornata missionaria mondiale?

Un’amica che ha lavorato con molta passione in un Centro missionario diocesano (CMD), mi scrive: “Caro padre, ho lasciato il Centro missionario per impegnarmi in un movimento cattolico che diffonde l’interesse per la famiglia cristiana, organizzando incontri, preghiere, aiuti alle famiglie bisognose e riaffermando i valori della famiglia credente che tenta di vivere il Vangelo nella nostra società. Quando mi sono impegnata nel Centro missionario diocesano una trentina di anni lo scopo era di suscitare “spirito missionario” nella nostra gente, si parlava di preghiere per le missioni, di vocazioni missionarie, di giovani Chiese che stanno nascendo e dei loro problemi, dell’importanza di annunziare Gesù Cristo ai popoli che ancora non l’hanno ricevuto. Oggi di questo non si parla quasi più, tutto si riduce ai progetti di sviluppo economico e alle adozioni. È vero che i soldi ci vogliono, ma quando diventano più importanti di Dio stesso mi pare che non vada bene”.

Domenica 19 ottobre 2008 si celebra, come tutti gli anni, la Giornata missionaria mondiale, il cui significato non è dubbio: richiamare con forza il dovere missionario della Chiesa di annunziare Cristo ai non cristiani e di fondare la Chiesa presso quei popoli dove ancora non esiste. Ecco cosa scriveva nel gennaio 1919, il santo cardinal Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano. Dopo aver lodato il lavoro dei missionari e affermato che l’estensione della Chiesa è compito di tutti, Ferrari aggiunge:

“Talora suol dirsi: ‘Abbiamo qui da fare assai per conservare in queste care contrade la santa fede, minacciata dai nemici del nome cristiano’. Chi può negarlo? Purtroppo la fiumana della miscredenza, della empietà e dell’immoralità spaventosamente dilaga e il lavoro del sacerdote, anche in queste terre, deve farsi ognor più intenso e costante. Qui lavoro di conservazione, là lavoro di propagazione; ma non è poi la stessa opera di Dio? E non v’è il confortantissimo dogma della Comunione dei Santi, dal quale tra l’altro, veniamo assicurati dell’aiuto che troveremo presso Dio in questi infedeli, una volta convertiti? Ho detto tante volte: ci frutterà sempre ad usura quello che daremo e faremo per l’opera delle missioni cattoliche. Ne abbiamo garanzia nell’evangelico: “Date et dabitur vobis” (date e vi sarà dato)…

“Partiranno dalle file dei nostri sacerdoti e dei nostri chierici alcuni per le missioni presso gli infedeli. Sarà un sacrificio? Facciamolo volentieri. Dio ci ricompenserà largamente: ci manderà altri sacerdoti, e con maggior abbondanza di grazie i buoni sacerdoti li farà diventare più buoni, più pronti al sacrificio per la salvezza delle anime; ed a ciò servirà anche il nobile esempio di quei che partiranno non per la comodità di vita, ma per spendere la vita in fatiche e travagli. Se daremo vocazioni e offerte per le missioni, non si dubiti, non ci mancherà quanto ci abbisognerà per i nostri paesi”.

Straordinario che nel 1919 un vescovo italiano, quando le “giovani Chiese” erano di là da venire, sappia profetizzare che i non cristiani, “una volta convertiti”, potranno portarci aiuto e renderci quello che abbiamo dato loro… Non siamo ancor oggi in una situazione del genere? Nel 2001 la Chiesa italiana aveva circa 700 sacerdoti diocesani italiani (“Fidei Donum”) a servizio di altre Chiese, ma in Italia c’erano circa duemila sacerdoti dei “paesi di missione” a servizio delle nostre diocesi e parrocchie, accolti e stipendiati dalla Cei come i sacerdoti diocesani italiani! I missionari italiani che partono non sono una perdita er la nostra diocesi, per la Chiesa italiana. Per la fede, sono un guadagno.

Piero Gheddo