La persecuzione dei cristiani in Iraq

Quasi mille famiglie cristiane, più di cinquemila persone, sono scappate nell’ultima settimana da Mossul, la capitale dell’Iraq settentrionale. Si calcola che ai tempi di Saddam Hussein i cristiani in Iraq (di diverse confessioni) fossero poco meno di un milione, oggi sono rimasti meno della metà, forse 350mila. Gli altri sono emigrati all’estero perdendo tutte le loro proprietà, per aver salva la vita. Altri ancora, pur restando in Iraq, si sono rifugiati da parenti o amici in altre parti del paese. In questa ondata di persecuzione anti-cristiana a Mossul, i cristiani rimasti sono continuamente minacciati in vari modi, anche con fogli ciclostilati sotto le porte dei loro appartamenti o case: “Cristiani, andatevene o sarete il nostro bersaglio”. Venerdì scorso è passata nei tre quartieri cristiani di Mossul un’automobile che ripeteva col megafono queste stesse minacce. Negli ultimi giorni, a Mossul sono stati almeno undici i cristiani uccisi a casa loro o mentre tentavano di fuggire. Case e chiese distrutte, negozi saccheggiati e bruciati sono notizie che l’agenzia “Asia News” (www.asianews.it) pubblica quasi ogni giorno. Un cristiano iracheno ha detto: “Vogliono eliminarci e non c’è nessuno in Iraq che ci difenda, nemmeno gli americani. Siamo soli come nel Colosseo, vittime predestinate”.

Il Patriarca di Babilonia dei Caldei, il Cardinale Emmanuel III Delly, riferendosi alla nuova ondata di violenza che si è abbattuta sui cristiani in Iraq, ha dichiarato a “L’Osservatore Romano”: “Ciò che è successo a Mossul in questi ultimi giorni non è gradito a Dio e all’uomo fedele alla sua patria e ai suoi fratelli. Per quattordici secoli abbiamo convissuto con spirito di tolleranza e fraternità, condividendo la vita e costruendo insieme la nostra amata patria. Non dobbiamo lasciare che le forze oscure che vengono dall’esterno smembrino la nostra unità nazionale. Alla base di queste violenze c’è la volontà di gettare il Paese nel caos. Vogliono rallentare il processo di pace, vogliono spaccare l’unità del Paese; prima non c’erano queste divisioni, anche storicamente. Tutti siamo iracheni – ha proseguito il Patriarca – tutti abbiamo vissuto in Iraq, tutti abbiamo costruito l’Iraq insieme, a prescindere dalla fede; ognuno è libero di avere la sua religione, ma alla fine rimane questa nazionalità irachena che ha contribuito a costruire lo Stato. Chiediamo a Dio che nel nostro Iraq ferito, la terra dei nostri avi, ci sia pace e sicurezza”.

L’arcivescovo di Kirkuk, mons. Louis Sako, ha dichiarato ad “Avvenire”: “A Mossul è in atto una pulizia etnica, simile a quella già avvenuta a Baghdad a suon di sequestri e uccisioni. In una settimana abbiamo contato dodici vittime cristiane. Il silenzio mondiale davanti ad una tragedia che va avanti da cinque anni è inammissibile”. C’è infatti una specie di oscuramento mediatico circa le violenze che i cristiani dell’Iraq subiscono e tra i governi dei paesi cristiani pochi protestano contro questi massacri. Il ministro degli esteri italiano, Franco Frattini, ha protestato due volte, attraverso l’ambasciatore iracheno in Italia, col governo iracheno, ma giornali e radio-televisioni trascurano la persecuzione anti-cristiana in Iraq, come pure i movimenti specializzati nell’organizzare manifestazioni per la pace e il rispetto dei diritti dell’uomo sono silenziosi. Mi chiedo perché si è levato un coro di proteste (più che giuste) per la persecuzione dei buddhisti in Tibet e in Birmania, mentre per difendere i cristiani oggi perseguitati in Iraq e in India, nessuno si muove.

Un credente buddhista vale più di un credente cristiano?