2009 – Buon Anno a tutti!

30 dicembre 2009

Cari Amici lettori, Buon Anno a tutti nel Signore Gesù! E’ il miglior augurio che posso farvi. Tutto il resto viene di conseguenza. Se noi siamo con Dio, se preghiamo e osserviamo la Legge di Dio, pur con tutti i limiti e le debolezze di uomini peccatori, siamo in una situazione ottimale per avere nel 2009 un anno sereno e felice.
Ve lo dico perché ne sono convinto da una lunga esperienza di vita, dato che ormai mi avvicino agli 80 anni (sono nato infatti nel 1929). In questi giorni, ripensando ai miei anni giovanili, mi accorgo che i periodi più sereni sono stati quelli in cui pregavo di più, chiedevo a Dio la grazia di essere sempre con Lui, mentre quando per vari motivi pregavo di meno e mi allontanavo da Dio ho attraversato crisi di sconforto, di pessimismo, a volte quasi di turbamento  psicologico.
Ho conosciuto bene un grande gesuita del nostro tempo, padre Gino Rulla, eravamo amici da giovani nel nostro paese di Tronzano (Vercelli). Ha lavorato a Torino una decina d’anni come medico e chirurgo, poi si è fatto gesuita, è andato negli Stati Uniti dove s’è laureato in teologia, psicologia e psichiatria. Ha fondato a Roma una scuola di psicologia cristiana all’Università Gregoriana, ancor oggi fiorente (è morto nel 2002 a ottant’anni).
Mi diceva: “Vedi, la psicologia moderna dipende da una visione atea dell’uomo, che non tiene conto del fatto che egli è stato creato da Dio e quindi è costituzionalmente formato in modo che si realizza pienamente solo quando ritorna a Dio. Se perde l’orientamento psicologico e operativo di ritornare a Dio, la sua vita non può essere serena, equilibrata, piena di gioia; diventa inevitabilmente meno uomo. Molti psicologi moderni pretendono di risolvere i problemi dell’uomo ignorandone la vocazione soprannaturale. Errore colossale, che è alla base del fatto che la psicologia moderna spesso causa disastri. Non si può ridurre l’uomo ad un animale razionale. L’uomo è anche questo, ma è molto di più”.
Ecco perchè, cari amici, auguro a voi ed a me stesso che nel 2009 possiamo tutti ritornare a Dio, a Gesù Cristo. La fede è l’unica ricchezza che abbiamo. Tutto il resto passa. La fede e l’amore a Dio e al prossimo sono la marcia in più per vivere bene.

Piero Gheddo

In treno incontro una cinesina

29 dicembre 2009

A Natale vado in treno da mio fratello Mario e dai parenti a Torino. Davanti a me una ragazza cinese. Poco prima che il treno parta da Milano, la cinesina incomincia a parlare al telefonino. Una voce squillante. Chiudo gli occhi e gusto per un po’ le melodia di questa lingua a 6-7 toni che sembra un canto, una sinfonia musicale. Quante volte, i nostri missionari dalla Cina hanno parlato della lingua cinese, difficile, ma bella, espressiva, con decine di migliaia di vocaboli. Ricordo gli otto vocaboli usati dai cinesi per “portare”, sulla spalla, con la mano, sulla testa, col carretto, ecc. In quella lingua misteriosa e affascinante, mi dico, si esprime la plurimillenaria civiltà cinese. Il treno parte e lei continua a parlare, per almeno 20-25 minuti. Vorrei recitare il Breviario e poi leggere un libro, non ci riesco.
Quando finalmente smette, cerco di attaccare bottone chiedendole, prima in italiano e poi in inglese da quale parte della Cina viene, da quanto tempo è in Italia. Niente, parla e capisce solo cinese. E’ gentile, sorridente, cordiale, ma ripete solo: “Io Tolino Susa, io Tolino Susa”. Capisco che vuol scendere a Torino Porta Susa, la assicuro che la avviserò. Vicino a me un signore cerca anche lui di farsi capire e dice indicando la ragazza: “Prato?”. Lei si  illumina e ripete: “Plato, Plato, Plato” facendo cenno a se stessa. Ecco quel che siamo riusciti a capire: viene da Prato e va a Torino Porta Susa. Nient’altro.
Questo, cari amici lettori, il mondo globalizzato in cui viviamo. Affascinante perché allarga gli orizzonti a tutto l’universo, ma molto, molto difficile da viverci dentro. Però è il nostro mondo e lamentarsi è inutile. Meglio prenderlo con ottimismo e speranza, come una  nuova possibilità di crescita umana per tutti.
Piero Gheddo

Natale in Ciad: come dire Cristo ai musulmani

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Natale 1976 in Ciad, povero paese appena a sud del deserto del Sahara. La maggioranza dei ciadiani sono musulmani o animisti, i cristiani piccola minoranza. Ma il Natale è vissuto da tutti come una festa. La capitale Ndjamena è una città del deserto, caldo e sabbia sono ovunque, anche a Natale, che però climaticamente è il miglior periodo dell’anno.

La chiesa parrocchiale del quartiere periferico di Kabalaye, costruita e gestita dai gesuiti lombardi, è un’imponente costruzione ad anfiteatro, con una cupola ovale dalle ardite nervature in leghe metalliche leggere, le mura in cemento armato, il tetto di fogli di plastica. Nella vigilia del Natale 1976, il vasto cortile  e la chiesa della missione si riempiono di popolo, comunità di villaggio che vengono anche da lontano. A sera,  quando manca ancora un’ora all’inizio della Messa, già nella chiesa non entra più nessuno e nel cortile sono accampati centinaia di fedeli.

La gioia della festa e del ritrovarsi assieme esplode ben prima di mezzanotte.. Il popolo cristiano, che viene da un anno di isolamento, di fatiche, di miserie, si scatena nel canto, nelle danze, nella percussione dei tamburi e dei balafon, nel suono dei pifferi. L’interno della chiesa di Kabalaye è un mare in tempesta: la gente canta tutta assieme, molti danzano, ciascuno fa più rumore che può battendo ritmicamente le mani e i piedi per terra nell’accompagnare i canti della corale, che sono i nostri antichi canti natalizi tradotti nelle lingue locali. La gioia è straripante, contagiosa, acre e densa la polvere che si alza dal pavimento, il ritmo dei tamburi e dei balafon travolgente.

In sacrestia siamo quattro sacerdoti pronti ad uscire per la Messa. Ma come si fa, in quella baraonda indescrivibile? Il massiccio e torreggiante fratel Antonio Mason sale sull’altare, abbranca il microfono, fa segni imperiosi di tacere e grida: “Silenzio! Basta!” nelle tre o quattro lingue africane che conosce, oltre che in francese. Ma nessuno se ne dà per inteso. La sua voce possente, ingrandita ad un livello assordante da un buon impianto di amplificazione, è ridicolizzata dal frastuono che quelle centinaia di africani producono tutti assieme. Mi viene in mente il fragore delle cascate del Niagara. Cupola e pareti della chiesa tremano, sembra stia per crollare l’intera struttura del grande anfiteatro di Kabalaye.

Antonio torna in sacrestia sconfitto, sudato, sgolato. ”Lasciamoli sfogare ancora un po’” dice. Non si può fare altro. Intanto, quella fonte di decibel impazziti che è la parrocchia di Kabalaye (chiesa e cortile), ha attirato dalla città un’ondata di curiosi musulmani e animisti. Vengono a vedere l’esplosione di gioia che il Natale è capace di suscitare nel popolo cristiano. ”Ecco un modo originale di annunziare il Vangelo in Africa – dice il parroco, padre Corrado Corti. – Sono convinto che questa espressione autentica dell’unità e della gioia di un popolo, per i musulmani e per gli animisti vale più di tutte le nostre prediche sul Natale”.

Piero Gheddo

Natale di guerra a Dak-To in Vietnam

Il Natale ispira pensieri di pace. Ma vi sono tante guerre nel mondo, molti popoli non godono il bene della pace. Ho passato diversi Natali in guerra. Voglio ricordare il più drammatico, quello del 1967 in Vietnam.
Ero capitato a Kontum una settimana prima di Natale. Kontum è una delle città più importanti degli altopiani del Vietnam del Sud, attorno a cui ha infuriato per lunghi anni la guerra. Il vescovo monsignor Paul Seitz mi dice: «Ti mando a passare il Natale a Dak-To, dove da più di tre mesi non riusciamo ad andare perché la guerra ha tagliato la strada. Là c’è un missionario francese isolato con i suoi cristiani, chissà come sarà contento che tu vada a trovarlo nei tre giorni di tregua! »
Così sono partito con una jeep della missione e due giovanotti che mi accompagnavano. Abbiamo impiegato tutta la mattina della vigilia di Natale per fare gli 80 chilometri fra Kontum e Dak-To: una strada piena di buche, diversi villaggi bruciati, la gente era sulla strada e ci salutava, portavamo sul fronte della jeep una grande croce bianca che si vedeva da lontano, con una bandiera bianca che svolazzava attorno alla croce. La tregua era ben rispettata, ai posti di blocco dell’esercito sudvietnamita e dei vietcong passavamo facilmente.
Quando siamo arrivati a Dak-To nel pomeriggio, il padre Arnould ci ha accolti a braccia aperte. Gli portavamo la posta, un po’ di medicine e di altri rifornimenti e soprattutto notizie del vescovo e degli altri missionari. Il grosso villaggio di Dak:fo, in fondovalle, era tutto imbandiérato: quella povera gente, circa 2000 tribali venuti dalle foreste vicine, cercavano di dimenticare, almeno per pochi giorni, che c’era la guerra. L’indomani sarebbe stata una giornata memorabile, con danze, musiche, giochi popolari, cerimonie religiose. E soprattutto una giornata di pace!
Ma mentre il cielo sta scolorendo e luccicano le prime stelle della notte di Natale, mentre le suore vietnamite stanno preparando il cenone natalizio, ecco che, improvvisamente, come un tuono a ciel sereno, un tonfo improvviso, agghiacciante, viene a rompere la quiete della notte. Un tuono? Un colpo di mortaio? Usciamo correndo all’aperto ed ecco che si spalancano le cateratte dell’inferno, il cielo s’infiamma di lampi, la terra trema per i colpi di maglio di un’artigliera che sembra impazzita. Non ci sono dubbi: la tregua è rotta, avremo un altro Natale di guerra.
Beh, amici, il villaggio di Dak-To è proprio in fondo alla valle, con americani a destra e nordvietnamiti sulle colline di sinistra che si sparano sulla nostre teste: nella notte oscura, le strisce luminose dei proiettili infuocati solcano il cielo e scoppiano sulle colline di fronte. Se non fossero scoppi di morte, sembrerebbe uno spettacolo di fuochi d’artificio, nella notte in cui è nato il Signore.
Che notte santa abbiamo passato! E che Messa di mezzanotte, con i Banhar tremanti, donne e bambini con gli occhi lucidi e noi tutti imploranti: «Signore, salvaci da questo inferno! ».
Verso le quattro di mattino, un ufficiale americano è venuto a dirci che dovevamo tutti metterci in cammino verso le linee sudvietnamite, perché, presi di sorpresa, non avrebbero potuto tenere per lungo tempo il fronte. Vi risparmio la descrizione del giorno di Natale 1967, con duemila persone in fuga verso la pace: uomini, donne, bambini, malati, vecchi, su carri agricoli, a piedi, con i bufali e i robusti cavalli delle montagne vietnamite. La fuga, continuamente bloccata dai combattimenti, durò cinque giorni: di 2000 persone giunsero a Kontum 1800, con numerosi feriti.
Quando nella notte del nostro Natale canteremo con gli Angeli: «Gloria a Dio nell’alto del cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Luc. 2, 14); quando ci scambieremo gli auguri di Buon Natale nella pace del Signore, ricordiamoci che nel mondo sono in corso una ventina di guerre grandi e piccole: esse sono il segno dell’egoismo dell’uomo, della nostra mancanza di amore. Siamo tutti responsabili delle sofferenze che la guerra porta a milioni di fratelli e sorelle.
Augurando a tutti i miei amici e lettori un Buon Natale nel Signore Gesù, preghiamo per la pace nel mondo, la pace nelle famiglie, la pace nel nostro cuore.
Piero Gheddo

Vangelo e sviluppo dei popoli

Il miglior commento a “Combattere la povertà, costruire la pace”, Messaggio per la pace 2009 di Papa Benedetto, credo sia di esplicitare quanto lo stesso Papa ha affermato nel Messaggio per la Quaresima 2006 nel quale si legge: “Il primo contributo che la Chiesa offre allo sviluppo dell’uomo e dei popoli non si sostanzia in mezzi materiali o in soluzioni tecniche, ma nell’annunzio della verità di Cristo che educa le coscienze e insegna l’autentica dignità della persona e del lavoro, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell’uomo”. Giusto, ma quando si scende all’esame delle situazioni concrete di sottosviluppo, la tendenza dominante è di attribuire le cause e i rimedi a fattori materiali, tecnici, politici, economici, ignorando le cause profonde che sono religiose, culturali, educative, di mentalità e strutture sociali favorevoli o di ostacolo allo sviluppo.

“Vangelo e sviluppo” è un tema trascurato dagli studi e dalla pubblicistica cristiana. Nella bibliografia internazionale missionaria (edita annualmente dalla Pontificia Università Urbaniana), ci sono decine di titoli sul debito estero dei paesi poveri, i rapporti commerciali fra paesi ricchi e poveri, i finanziamenti dei “piani di sviluppo”, ma non se ne trova uno solo che spieghi, illustri, documenti in modo concreto questa frase della “Redemptoris Missio” (n. 58): “Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio, e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione”; e quest’altra di Benedetto XVI nel Messaggio quaresimale 2006: “Gli esempi dei santi e le molte esperienze missionarie che caratterizzano la storia della Chiesa costituiscono indicazioni preziose sul modo migliore di sostenere lo sviluppo”. Ma chi nella Chiesa studia queste “esperienze missionarie”, in modo che risultino esemplari per favorire lo sviluppo? Lo stesso mondo degli studi e dell’animazione missionaria in Italia studia e pubblicizza i problemi che riguardano le cause e i rimedi materiali al sottosviluppo (debito estero, aiuti economici, regole del commercio internazionale, ecc.),  ma trascura le esperienze dei missionari come modello dello spirito e delle tecniche per creare sviluppo.

Visitando da decenni le missioni in ogni parte del mondo, ho toccato con mano che i missionari sul campo, descrivendo le cause del sottosviluppo, si riferiscono alla mancanza di educazione, alla corruzione delle élites, alle lotte intestine fra le etnie, a mentalità e culture fondate su visioni inadeguate dell’uomo e della donna, alle stesse religioni che, pur avendo anche valori da salvare, ostacolano lo sviluppo dell’uomo e del popolo. In una parola, mettono in risalto non i valori materiali, tecnici, finanziari, ma quelli culturali, educativi, religiosi. E spesso concludono: “Qui solo il Vangelo può cambiare queste situazioni disumane di miseria e di ignoranza”. E’ quel che diceva la beata Madre Teresa: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”. Parole assurde in un paese con immensi problemi di diritti umani, economici, sociali, tecnici da risolvere? No, è una visione di fede che tutti dobbiamo ricuperare.

Piero Gheddo

Pakistan, una Chiesa di forte fede e speranza

Il 16 dicembre scorso ho già illustrato la situazione persecutoria contro i cristiani in Pakistan. Lo stato è laico, in genere i governi proteggono le minoranze religiose, però la forza popolare, culturale e mediatica della maggioranza islamica è tale che nei momenti di difficoltà l’islam, l’unica forza che unisce la popolazione, ottiene privilegi e leggi usate contro i cristiani e le minoranze religiose, specialmente indù.

In Pakistan, i cristiani rappresentano una piccola minoranza di 160 milioni di abitanti, in maggior parte (95%) musulmani, dei quali il 20°% sciiti, il resto sunniti. I cristiani sono 3.743.075, circa il 2% dei pakistani, metà dei quali cattolici. Nelle sette diocesi del Paese ci sono 270 sacerdoti, 735 religiose e 169 religiosi. I missionari stranieri incontrano difficoltà nell’ottenere i visti dal governo, ma sono concessi i permessi di ingresso per sostituire missionari stranieri che si ritirano.

I cristiani si organizzano per rispondere alla crescente intolleranza religiosa. C’è piena collaborazione fra Chiesa cattolica e Chiese protestanti, specie negli organismi che lanciano appelli e denunzie per i casi di discriminazioni anti-cristiane: la “Commissione nazionale Giustizia e Pace”, la “Commissione per la pace e lo sviluppo umano”, il “Centro legale di assistenza e di sistemazione” (per i profughi), l’”Alleanza di tutte le minoranze del Pakistan”, il “Centro di studi cristiano”, che hanno voce nella stampa locale, in Pakistan abbastanza libera, e nelle televisioni sottratte al monopolio statale. A livello internazionale sono collegati con le agenzie “Fides”, “Asia News” e “Zenith”.

In una intervista del 12 novembre 2008 all’agenzia “Zenith”, l’arcivescovo di Lahore, mons. Lawrence Saldanha, presidente della Conferenza episcopale del Pakistan, ha dichiarato che la situazione delle minoranze religiose va peggiorando, man mano che peggiora la situazione generale del paese, con la guerra in Afghanistan, le forti tensioni e guerriglie per il Kashmir e l’instabilità politica. I fondamentalisti islamici si impongono con la violenza, il ricatto e la passività del popolo. Mons. Saldanha ha detto: “La società pakistana è piuttosto frammentata e non avanza in maniera omogenea. Una parte va avanti più velocemente, un’altra più lentamente e un’altra ancora rimane immobile, non si muove. Si può dire che abbia fatto ingresso nella modernità solo una minoranza più istruita e con mentalità secolare; la maggioranza si trova ancora in una specie di medio evo ed è quella la parte più influenzata dal fondamentalismo islamico”.

“Per quanto riguarda i cristiani, – continua l’arcivescovo – la gran parte vive in condizioni di povertà. Nelle grandi città svolgono lavori molto umili, spesso nelle case dei più ricchi, nelle campagne fanno i braccianti al servizio dei proprietari terrieri. Tuttavia, il numero dei medici, degli insegnanti, degli infermieri e degli impiegati cattolici è in continua crescita e questo è segno dei grandi passi avanti compiuti attraverso le nostre scuole. L’aspetto peggiore delle persecuzione anti-cristiana, continua l’arcivescovo, è il fatto che vi sono madrasse (scuole coraniche) che incitano all’odio contro i cristiani e i giovani fanatici che danno l’assalto alle chiese. Oggi accade sempre più di frequente che gli estremisti spingano i cristiani a passare all’islam. Stanno facendo di tutto per convertire all’islam cristiani e hindù. In molti casi delle ragazze sono state costrette a sposare dei musulmani e a cambiare religione. E’ un fenomeno piuttosto diffuso. La comunità cristiana è molto preoccupata per questa situazione. Molti vivono nel terrore”.

La Chiesa si occupa soprattutto delle scuole, che, con quelle protestanti, rappresentano circa il 14% di quelle del paese. Nella sola diocesi di Lahore sono 72, delle quali solo 10-15 autosufficienti perché frequentate anche da studenti di famiglie in grado di pagare una retta; le restanti accolgono i meno abbienti e sono sulle spalle della Chiesa. In tutto il paese le scuole, gli ospedali e le case di ricoveri per anziani, lebbrosi, handicappati, sono la miglior presentazione del cristianesimo.

Inoltre, l’opera più apprezzata della Chiesa sono le varie opere sociali per i più poveri e le iniziative di promozione della donna, dalle scuole di alfabetizzazione alle cooperative di lavoro che avviano le donne a piccole attività anche domestiche per produrre qualcosa che porta denaro in famiglia. Ho visitato un villaggio cristiano con circa 6.000 abitanti, Kushpur, fondato da un missionario cappuccino belga all’inizio del Novecento, nella pianura del Punjab. Quando i missionari cappuccini e domenicani all’inizio del Novecento convertirono le prime famiglie e comunità, dovettero portarle fuori dall’ambiente islamico e fondarono questo villaggio disboscando le foreste e ricavandone campi. Oggi Kushpur (che in “urdu” significa «villaggio della felicità») è l’unico paese cristiano nel mare dell’Islam.

La differenza con i villaggi musulmani vicini si vede subito: la pulizia delle case e delle strade; la libertà con cui le donne si fermano a parlare e si lasciano persino fotografare (altrove questo è considerato quasi un crimine); la vivacità dei ragazzi e delle ragazze a scuola, nel gioco, nella vita del paese; l’unità e la collaborazione delle famiglie al bene comune, che ha permesso la fondazione di gruppi cooperativistici per lo scavo di pozzi, la canalizzazione dell’acqua, il commercio dei prodotti locali.

Parlo con la signora Maddalena Keshwan, una mamma di cinque figli (di cui uno sacerdote), che presiede l’Associazione Santa Caterina da Siena delle donne di Kushpur. «Nei villaggi musulmani», mi dice, «ci sono tante divisioni, fazioni, clan familiari, invidie e lotte per dominare. Qui a Kushpur viviamo in buona armonia. Ma il segno più evidente dell’influsso cristiano è che noi donne abbiamo una nostra personalità e libertà, siamo riconosciute come persone, possiamo parlare, organizzarci e contare qualcosa nella vita del villaggio. La nostra Associazione ha unito le donne, ha raccolto aiuti e abbiamo realizzato varie opere pubbliche, come il deposito d’acqua per tutto il villaggio, un centro di cucito e la scuola di alfabetizzazione per gli adulti».

Maddalena mi porta a visitare le sue collaboratrici che mi trattengono un po’ in casa, offrendomi tè da bere. Così vien fuori la cosa più interessante. La vita a Kushpur è così diversa da quella dei villaggi islamici vicini, che vengono quasi ogni giorno gruppi di uomini musulmani a vedere come vive un villaggio cristiano, soprattutto come mai le donne sono così libere e gli uomini che lavorano, mentre nei villaggi musulmani lavorano soprattutto le donne e i bambini: l’uomo che ha raggiunto i trent’anni e ha generato alcuni figli ha la vita assicurata, non lavora più seriamente. Parlo naturalmente dei villaggi rurali che vivono secondo una mentalità e cultura antica. Nelle città la situazione cambia. Per concludere. Nella difficile situazione in cui vive il Pakistan, la piccola minoranza cristiana, pur lottando per la sopravvivenza, mantiene viva la speranza di un futuro migliore, dando alcune testimonianze che servono anche a noi, cristiani d’Occidente:

1) Mantengono viva la fede e l’unità nella Chiesa. Mons. Saldanha già citato afferma nella sua intervista: “I nostri cristiani sono molti saldi nella fede in Cristo e ripongono la loro speranza in Lui. Ora vivono la loro fede in maniera più attiva, nutrono una maggior devozione, sono molto più impegnati e hanno ripreso a venire in chiesa. Tutti questi fatti, di cui stiamo parlando, hanno unito i cristiani. Pregano e sperano che le cose possano migliorare un giorno. E’ questa la lezione che voi cristiani d’Occidente potete apprendere da loro”.  La Chiesa pakistana chiede il nostro aiuto di preghiera e anche di sostegno economico delle loro opere di carità ed educative.

2) Secondo insegnamento. L’estremismo islamico e le violenze contro le minoranze hanno unito i cristiani nel dialogo di vita e nella collaborazione ad iniziative comuni. Inoltre si impegnano nel dialogo con gli ulema musulmani moderati. Ancora mons. Saldanha dice: “Nella nostra diocesi, insieme agli ulema locali, ai pastori protestanti e agli esponenti delle altre religioni, come i sikh e gli indù, abbiamo dato vita al Comitato per la Pace, dove è possibile riunirsi per discutere di problemi comuni e per celebrare le rispettive cerimonie e festività. Le nostre scuole, inoltre, sono aperte anche ai bambini musulmani. Per loro assumiamo appositamente degli ulema per l’insegnamento del Corano”.

3) Terzo insegnamento. La Chiesa pakistana ha celebrato a Karachi il primo congresso missionario nazionale (25 – 29 novembre 2008), dal titolo: “La vita di Gesù deve essere portata in tutti gli angoli del Paese”. Pensate. Una piccola Chiesa perseguitata si propone di annunziare Cristo “in ogni angolo del paese”: invece di chiudersi, si apre alla missione! Padre Mario A. Rodriguez, direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie (Pom), racconta ad “AsiaNews” che i cinque giorni di lavoro a Karachi, con oltre 200 delegati, stanno già portando frutto.

Piero Gheddo

Cristiani perseguitati in Pakistan

Ieri sera ho parlato a Radio Maria (dalle 21 alle 22,30, tutti i terzi lunedì del mese alla stessa ora) sui cristiani perseguitati in Pakistan. Un tema purtroppo ignorato dalla stampa quotidiana e dalle televisioni perché non riguarda da vicino l’Occidente e meno ancora la nostra Italia. Però è importante informare su quel che succede in Asia ai nostri fratelli di fede cristiani, cattolici e protestanti. Oggi la missione alle genti si svolge soprattutto in Asia, dove vivono il 62% di tutti gli uomini e dove i cristiani sono circa il 4-5% dei quasi quattro miliardi di asiatici (tutti gli esseri umani 6,3 miliardi), il problema numero uno delle giovani Chiese asiatiche è la piena libertà religiosa, che esiste solo in pochi paesi.

Il caso del Pakistan è uno dei più gravi,  perché si può dire che le Chiese cristiane sono veramente perseguitate, in modo così sistematico e organico che sembra si vogliano eliminare i cristiani dallo stato pakistano.  E questo non per dei governi totalitari che perseguitano il cristianesimo (come Cina, Vietnam, Iran e Arabia Saudita), ma perché la grande maggioranza del popolo pakistano segue l’onda dell’islam estremistico, che vede nel cristianesimo il nemico numero uno.

Il Pakistan ha 160 milioni di abitanti per circa 800.000 kmq, quasi tre volte l’Italia. Ci sono stato tre volte e l’ho visitato bene. E’ un paese turisticamente molto bello (con le montagne più belle del mondo, fra le quali la seconda cima, il K2) e grandi possibilità di sviluppo per le terre e le risorse naturali di cui dispone. Ma è un paese quasi totalmente islamico e come sapete l’islam non si è ancora integrato nel mondo moderno e ostacola lo sviluppo. Il Pakistan, che possiede la bomba atomica, ha ancora un 54% dei suoi abitanti che sono analfabeti e le donne più dell’80%.

La persecuzione anti-cristiana ha radici soprattutto politiche, nel senso che partiti e movimenti islamici strumentalizzano la fede popolare per conquistare il potere, educando il popolo a vedere nell’Occidente cristiano il nemico numero uno dell’islam. Nel 1947 il Pakistan è nato come stato laico e la sua Costituzione ancor oggi concede libertà religiosa e di pensiero. Ma in 60 anni, a poco a poco, la forza dei partiti e movimenti islamici ha conquistato i suoi spazi fra un popolo in buona parte povero e poco istruito, fino a dominare la cultura nazionale e quindi anche l’orientamento politico. Il Pakistan è una contraddizione vivente: da un lato concede libertà di stampa e di religione, i governi proteggono le minoranze religiose e i cristiani, anzi, ci sono leggi apposite che li proteggono, finanzia le scuole cristiane (le migliori del paese); dall’altro, la realtà concreta quotidiana è persecutoria, per mille motivi non facili da spiegare.

Due le leggi su cui si basa la situazione persecutoria dei cristiani: la legge contro la bestemmia (1986) e la legge che nel 1991 ha stabilito il Corano (cioè la Sharia) come legge di stato, in teoria da applicare solo ai musulmani, in pratica spesso usata anche contro i cristiani. Un rappresentante delle Chiese protestanti,  incontrato nella casa episcopale di Rawalpindi nel 1982 dov’era venuto per un incontro ecumenico, mi diceva: “Noi cristiani, in una società così rigidamente e totalmente islamica, siamo un po’ come una escrescenza, una verruca su un corpo sano. Ci lasciano vivere, ma ci sentiamo sempre estranei alla vita nazionale, specie da quando governo e stampa insistono sempre sull’identità fra islam e Pakistan. Il buon pakistano è un fedele dell’islam, si ripete continuamente e si insegna nelle scuole fin dalla più tenera età. E noi chi siamo?”.

L’amico luterano temeva, nel 1982, un peggioramento della situazione e mi faceva vedere  un’opera del  Mawlana Mawdudi, il grande saggio musulmano  e ideologo dello stato pakistano, sulla quale si legge che l’islam è ideologia dello stato, dando a questa parola non il significato negativo che ha in Occidente, ma positivamente vuol dire che “l’islam è l’ideale della nostra patria”, fondamento comune a tutti i cittadini. Secondo Mawdudi, mi diceva sempre l’amico luterano pakistano, queste sono le norme  per le minoranze religiose:

1)    I cittadini si dividono in musulmani che credono nell’ideologia di stato e altri  che non ci credono. Solo i primi sono titolari di pieni diritti civili.
2)    I non musulmani possono essere chiamati a collaborare nell’amministrazione dello stato, ma non possono avere responsabilità politiche e amministrative rilevanti.
3)    Essi hanno i diritti che sono concessi loro dalla “Sharia”, la legge coranica o legge islamica.
4)    Per i non musulmani rimane sempre la porta aperta di aderire ai princìpi dell’islam e di diventare così cittadini come gli altri.

Nel 1982 l’islam era ormai l’elemento unificante della nazione pakistana e le cerimonie religiose in qualsiasi atto pubblico sono ancor oggi obbligatorie sempre e ovunque. Non solo ma i segni del dominio islamico nella società si moltiplicano: donne velate, bambine rifiutate a scuola e ragazze all’università, tribunali islamici che giudicano fatti civili e matrimoniali secondo la legge islamica e con valore civile, cultura popolare e nazionale fortemente anti-occidentale e anti-cristiana.La situazione è peggiorata anche perché i governi, teoricamente laici, quando ci sono difficoltà di vario genere per il paese (economiche, lotte tribali, presenza delle basi dei telebani afghani ai confini con l’Afghanistan, guerra latente con l’India per il possesso del Kashmir), si appoggiano all’islam,  e trovano l’accordo e il consenso di tutto il popolo. Per cui, ad esempio, la “Legge contro la bestemmia” che prevede il carcere e anche le pena di morte per chi offende Allah, il Corano o Maometto, può essere usata contro i cristiani che danno fastidio, anche per problemi sociali ed economici, per invidie e vendette. Bastano due musulmani che testimonino davanti ad un giudice che un cristiano ha commesso questo crimine e subito scatta il carcere o addirittura la pena di morte!  Il direttore del settimanale cattolico del Pakistan, incontrato a Jakarta pochi anni fa, mi diceva che nei loro articoli e notizie non citano mai né Allah né il Corano né Maometto e anche tra i cristiani queste sono parole proibite. I sacerdoti nella predicazione non citano mai parole che si riferiscono all’islam, possono essere interpretati male e sono guai. (Lo stesso ho sentito in Indonesia e Malesia da parte dei giornali cattolici locali).

Dalla sua introduzione nel 1986 fino ad oggi, la legge sulla blasfemia ha prodotto circa 5.000 denunzie, delle quali 560 terminate con una condanna da un minimo di cinque anni di carcere fino all’impiccagione. Altre trenta cause sono in attesa di giudizio. Le condanne riguardano fedeli cristiani e fedeli “ahmadis”, appartenenti alla setta islamica eretica “Ahmadiyya”. A volte i presunti colpevoli sono stati uccisi da estremisti religiosi anche sotto la custodia degli agenti di polizia, prima ancora che il tribunale li giudicasse.

Secondo il salesiano spagnolo padre Ruiz, il motivo principale per l’oppressione dei cristiani risiede nella grande povertà della popolazione, che impedisce a molti genitori di assicurare ai propri figli (generalmente numerosi) una formazione scolastica o che li porta ad affidarli alle madrasse, che in genere non sono soggette ad alcun tipo di controllo. E’ così che adolescenti di 8-13 anni sono educati in queste scuole coraniche, dove, afferma il sacerdote, “le loro passioni, energie e frustrazioni vengono incanalate verso l’odio”.

Rimando il lettore a giovedì prossimo 18 dicembre, quando informerò sulla Chiesa in Pakistan e la forza della fede dei seguaci di Cristo e sull’insegnamento che noi, cristiani d’Occidente, dobbiamo trarre da questi fratelli di fede..

Piero Gheddo

La fame nel mondo si vince con l’educazione

Il Rapporto annuale della FAO 2008 sulla “insicurezza alimentare”, presentato alla stampa internazionale il 9 dicembre corso, porta una triste notizia: l’impegno che i Grandi della terra avevano preso all’inizio del 2000 di dimezzare la fame nel mondo entro il 2015 non sarà realizzato, anzi negli ultimi anni la situazione va peggiorando. Nel 2000 gli “affamati” erano 842 milioni, alla fine del 2007 923 milioni! Dei quali 583 in Asia e Pacifico, 236 in Africa, 51 in America Latina e Caraibi, 37 nel Medio Oriente e Nord Africa, 16 nei cosiddetti “paesi sviluppati”. Il direttore generale della FAO, Jacques Diouf, ha affermato che “per salvare gli affamati servono 30 miliardi di dollari l’anno, poca cosa in confronto alle spese per armamenti”.

Più che una notizia, questo è un grido d’angoscia, che non può lasciarci indifferenti. Lo scandalo della “fame nel mondo” è scoppiato nel 1960 quando la stessa FAO lanciava la campagna mondiale contro questo terribile flagello. Quasi cinquant’anni dopo non si sa ancora cosa fare per vincere “l’unica guerra che merita di essere combattuta”. Mi stupisco sempre di come la FAO, quando presenta questi dati che sono una sconfitta per tutti, parli sempre e solo di soldi, di prezzi mondiali degli alimenti, di tecniche per produrre più cibo. Non parla mai di educazione a produrre di più, da parte dei popoli che soffrono la fame. Eppure questa è l‘esperienza di tutti i missionari che vivono tra le popolazioni più misere e diseredate e anche l’impegno della Chiesa per elevare la condizione umana: “Prima insegnare a lavorare per bastare a se stessi, poi costruiremo la chiesa”, diceva il Venerabile padre Clemente Vismara, per 65 anni missionario in Birmania.

E’ mancata finora una vera analisi del perché le popolazioni più povere e analfabete soffrono la fame. Il vero problema che si osserva viaggiando nelle regioni più colpite dal flagello, è di rendere tutti i popoli autosufficienti almeno nella produzione del cibo che consumano. Sembra quasi che avendo 30 miliardi di dollari all’anno da spendere si risolva automaticamente lo scandalo della fame. I soldi sono necessari, ma dati ad un popolo che non è capace di produrre, non ha la mentalità di produrre con tecniche nuove, creano corruzione. Ma è più facile mandare milioni di dollari in aiuto, che convincere i governi locali a spendere di più per l’educazione, per le campagne, per le fasce di popolo più povere e isolate. E’ più facile mandare trattori e altre macchine e navi di cibo da distribuire, che offrire personale, volontario o stipendiato, per aiutare nell’opera di educazione, di formazione del piccolo popolo abbandonato.

In concreto, come possono la maggioranza dei paesi africani vincere la fame, quando il loro analfabetismo è ancora superiore al 50% della popolazione? L’Africa nera, secondo dati della FAO, nel 1960 esportava cibo, oggi importa il 30% del cibo che consuma. Aumentano gli abitanti e non aumenta in proporzione la produzione agricola. Nel 1964, il grande agronomo francese René Dumont, scriveva un libro profetico, “L’Afrique noire est mal partie”. Dopo un viaggio di indagine sull’agricoltura in vari paesi africani, scriveva che “se i governi da poco diventati indipendenti trascurano i contadini e l’educazione dei giovani, l’Africa va incontro ad una grave crisi alimentare”. E dimostrava questa sua previsione. Che infatti si sta realizzando  alla lettera.

Piero Gheddo

Le sorelle di padre Gasparino in Corea

Caro padre Gheddo,

già da qualche anno leggo con attenzione tutto quello che pubblica sul suo sito.
Voglio ringraziarla di cuore per aver creato un suo Blog, che permette di toccare con mano come la “Buona Notizia” del Vangelo continua ad essere annunciata anche oggi. Non si preoccupi se (per ora) non si vedono molti commenti, sono sicuro che ci sono già tante persone che leggono il blog (magari indirettamente: io stesso spesso mi stampo qualche articolo e poi lo distribuisco a parenti e amici) e ne traggono beneficio. Nessuno di noi può sapere dove arriveranno i semi di bene che il Signore semina attraverso di noi…

Sulla Corea del Sud, volevo dare questa informazione a lei ed ai suoi lettori.
Da diversi anni frequento la Comunità fondata da padre Andrea Gasparino a Cuneo (so che anche lei la conosce). I consacrati della Comunità sono uomini e donne, ma le donne sono in netta maggioranza, con un rapporto di sette sorelle per ogni fratello, su un totale di circa 120 consacrati in tutto. La Comunità ha missioni in Brasile, Madagascar, Etiopia, Kenya, Russia, Albania, Bangla Desh e, appunto, Corea (spero di non averne dimenticata qualcuna).

Frequentando la Comunità ho notato che le sorelle coreane sono proprio tante, e quest’anno un fratello mi ha confermato che la Corea è la missione che ha dato più vocazioni (non so quante esattamente, ma certamente nell’ordine delle decine).

Ho avuto modo nell’ultimo anno di conoscere un po’ più da vicino una sorella coreana e sono rimasto ammirato dalla profondità della sua spiritualità e dalla sua capacità di mettersi in ascolto di tutti, ed in particolare di chi soffre. Davvero credo che la Corea del Sud sia una grande speranza per la Chiesa, nonostante la capacità corrosiva che il benessere (ormai arrivato anche là) ha sulle cose dello spirito.
La saluto con tanta stima ed amicizia.

Mario Molinari


Grazie di questa notizia sulla Corea del Sud, dove ho visitato le sorelle del carismatico padre Andrea Gasparino, che ha fondato a Cuneo il “Centro contemplativo e missionario Charles de Foucauld” per insegnare a “pregare nel deserto” all’uomo moderno (tel. 0171.714.912.63). Le sue sorelle in Corea vivono fra i più poveri della capitale Seul, che ormai ha superato i dieci milioni di abitanti. Mi hanno fatto visitare il loro quartiere di baraccati e spiegato il loro lavoro, che è di preghiera-contemplazione e assistenza ai più diseredati. Insomma, una clausura vissuta nel mondo. Sono “le missionarie della preghiera e della carità” e dimostrano in modo concreto e visibile che il cristiano non può separare l’unione a Dio  dall’amore ai fratelli, anzi, più si unisce a Dio e più è disponibile e amorevole con i fratelli bisognosi.

Mi viene in mente Giovanni Paolo II, quando nel suo primo viaggio internazionale a Puebla (Messico, gennaio-febbraio 1979), ad una grande assemblea di preti messicani lanciò con forza questo messaggio: “Più vi innamorate di Gesù Cristo e più sarete tutti dei vostri fratelli e sorelle”. Ero presente a quell’assemblea e ricordo bene che quelle parole, proclamate e scandite con la profonda voce baritonale dal Papa, suscitò commozione in molti sacerdoti.

Piero Gheddo

Perché l’America non interviene in Africa?

Una cara amica di Retorbido (Pavia), signora Riccarda Carrer, mi scrive riferendosi al mio Blog nel quale esprimevo la mia contentezza per l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti: “Anch’io sono contenta dell’elezione di Obama, proprio perchè nero, proprio perchè ha realizzato il sogno di Martin Luter King. Tu dici che l’America è malvista e odiata in tutto il mondo, forse per il suo aspetto di dominatrice, di onnipotenza. Come mai però non interviene in Africa? Ora che c’è la guerra tribale? Perchè in Afghanistan e Iraq sì e in Africa no? O forse, è giusto che intervenga? Speriamo che Obama usi la sua saggezza africana!”.

E’ una domanda che mi hanno fatto anche altri lettori. Rispondo brevemente. Dobbiamo renderci conto che gli Stati Uniti d‘America, finora la massima potenza mondiale economica e militare, sono una delle poche nazioni democratiche e sostanzialmente cristiane. I paesi che si possono definire “democratici” sono 67 su circa 180 del mondo intero membri dell’Onu.  L’intervento americano è stato indispensabile nella II guerra mondiale contro nazismo, fascismo e imperialismo asiatico giapponese. In seguito ancora indispensabile per contenere l’espansionismo sovietico prima e poi anche cinese, che giunse ad avere circa trenta paesi a regime comunista nel mondo. Se la nostra piccola Europa occidentale non è finita al di là della Cortina di ferro come quella orientale si deve indubbiamente alla NATO, nata col “Patto Atlantico” (Washington il 4 aprile 1949), firmato appunto come patto di difesa e collaborazione fra Europa occidentale e USA.

Dopo il crollo del muro di Berlino (1989) c’è stato un impegnativo intervento dell’ONU in Africa, quello in Somalia che era nel caos, a cui anche l’Italia ha partecipato (1993-1995), ma il peso militare principale era sostenuto dagli Stati Uniti. Sono tornato in Somalia con l’esercito italiano nel febbraio 1994 e il paese era in pace e in ricostruzione. Ma quando nel 1995 scadeva il mandato dell’ONU, gli Stati Uniti, che avevano perso 17 marines in un colpo solo per un attentato terroristico, si ritirarono seguiti dagli altri paesi occidentali. L’Onu rimase senza forze militari, tentò di mandare caschi blu ugandesi e di altri paesi africani, ma a poco a poco la Somalia è precipitata nel caos in cui si trova tuttora, senza uno stato e col pericolo di essere dominata da estremisti islamici.

Perché oggi nessuno più interviene ad esempio in Zimbabwe, dove il dittatore Mugabe sta compiendo un vero genocidio del suo popolo? Perché l’ONU non ha forze militari proprie e nessun paese mandarebbe militari a combattere una guerra in Zimbabwe, dopo le esperienze in Afghanistan e in Iraq! Meno di tutti l’America che nelle due guerre contro il terrorismo islamico ha sostenuto il maggior peso non solo militare e di perdite di uomini (più di 4.000 in Iraq!), ma anche economico, che ha innescato il crollo del suo sistema bancario e la crisi finanziaria mondiale! Perché gli Stati Uniti sono interventi in Afghanistan e Iraq e non intervengono in Africa? Perché in quei due paesi islamici si è cercato, certamente sbagliando (almeno in Iraq), di eliminare il terrorismo di matrice islamica. In Zimbabwe o in altri paesi africani no. Se domani, Dio non voglia, si installasse la centrale terroristica di Al Qaeda in Somalia, sono convinto che anche Barack Obama interverrebbe. Che l’America sia intervenuta in Iraq per avere il suo petrolio, come a volte si dice, è ridicolo perché poteva averlo semplicemente pagandolo a prezzo di mercato mondiale, come fa anche oggi, senza fare una guerra!

Piero Gheddo