Cristiani perseguitati in Pakistan

Ieri sera ho parlato a Radio Maria (dalle 21 alle 22,30, tutti i terzi lunedì del mese alla stessa ora) sui cristiani perseguitati in Pakistan. Un tema purtroppo ignorato dalla stampa quotidiana e dalle televisioni perché non riguarda da vicino l’Occidente e meno ancora la nostra Italia. Però è importante informare su quel che succede in Asia ai nostri fratelli di fede cristiani, cattolici e protestanti. Oggi la missione alle genti si svolge soprattutto in Asia, dove vivono il 62% di tutti gli uomini e dove i cristiani sono circa il 4-5% dei quasi quattro miliardi di asiatici (tutti gli esseri umani 6,3 miliardi), il problema numero uno delle giovani Chiese asiatiche è la piena libertà religiosa, che esiste solo in pochi paesi.

Il caso del Pakistan è uno dei più gravi,  perché si può dire che le Chiese cristiane sono veramente perseguitate, in modo così sistematico e organico che sembra si vogliano eliminare i cristiani dallo stato pakistano.  E questo non per dei governi totalitari che perseguitano il cristianesimo (come Cina, Vietnam, Iran e Arabia Saudita), ma perché la grande maggioranza del popolo pakistano segue l’onda dell’islam estremistico, che vede nel cristianesimo il nemico numero uno.

Il Pakistan ha 160 milioni di abitanti per circa 800.000 kmq, quasi tre volte l’Italia. Ci sono stato tre volte e l’ho visitato bene. E’ un paese turisticamente molto bello (con le montagne più belle del mondo, fra le quali la seconda cima, il K2) e grandi possibilità di sviluppo per le terre e le risorse naturali di cui dispone. Ma è un paese quasi totalmente islamico e come sapete l’islam non si è ancora integrato nel mondo moderno e ostacola lo sviluppo. Il Pakistan, che possiede la bomba atomica, ha ancora un 54% dei suoi abitanti che sono analfabeti e le donne più dell’80%.

La persecuzione anti-cristiana ha radici soprattutto politiche, nel senso che partiti e movimenti islamici strumentalizzano la fede popolare per conquistare il potere, educando il popolo a vedere nell’Occidente cristiano il nemico numero uno dell’islam. Nel 1947 il Pakistan è nato come stato laico e la sua Costituzione ancor oggi concede libertà religiosa e di pensiero. Ma in 60 anni, a poco a poco, la forza dei partiti e movimenti islamici ha conquistato i suoi spazi fra un popolo in buona parte povero e poco istruito, fino a dominare la cultura nazionale e quindi anche l’orientamento politico. Il Pakistan è una contraddizione vivente: da un lato concede libertà di stampa e di religione, i governi proteggono le minoranze religiose e i cristiani, anzi, ci sono leggi apposite che li proteggono, finanzia le scuole cristiane (le migliori del paese); dall’altro, la realtà concreta quotidiana è persecutoria, per mille motivi non facili da spiegare.

Due le leggi su cui si basa la situazione persecutoria dei cristiani: la legge contro la bestemmia (1986) e la legge che nel 1991 ha stabilito il Corano (cioè la Sharia) come legge di stato, in teoria da applicare solo ai musulmani, in pratica spesso usata anche contro i cristiani. Un rappresentante delle Chiese protestanti,  incontrato nella casa episcopale di Rawalpindi nel 1982 dov’era venuto per un incontro ecumenico, mi diceva: “Noi cristiani, in una società così rigidamente e totalmente islamica, siamo un po’ come una escrescenza, una verruca su un corpo sano. Ci lasciano vivere, ma ci sentiamo sempre estranei alla vita nazionale, specie da quando governo e stampa insistono sempre sull’identità fra islam e Pakistan. Il buon pakistano è un fedele dell’islam, si ripete continuamente e si insegna nelle scuole fin dalla più tenera età. E noi chi siamo?”.

L’amico luterano temeva, nel 1982, un peggioramento della situazione e mi faceva vedere  un’opera del  Mawlana Mawdudi, il grande saggio musulmano  e ideologo dello stato pakistano, sulla quale si legge che l’islam è ideologia dello stato, dando a questa parola non il significato negativo che ha in Occidente, ma positivamente vuol dire che “l’islam è l’ideale della nostra patria”, fondamento comune a tutti i cittadini. Secondo Mawdudi, mi diceva sempre l’amico luterano pakistano, queste sono le norme  per le minoranze religiose:

1)    I cittadini si dividono in musulmani che credono nell’ideologia di stato e altri  che non ci credono. Solo i primi sono titolari di pieni diritti civili.
2)    I non musulmani possono essere chiamati a collaborare nell’amministrazione dello stato, ma non possono avere responsabilità politiche e amministrative rilevanti.
3)    Essi hanno i diritti che sono concessi loro dalla “Sharia”, la legge coranica o legge islamica.
4)    Per i non musulmani rimane sempre la porta aperta di aderire ai princìpi dell’islam e di diventare così cittadini come gli altri.

Nel 1982 l’islam era ormai l’elemento unificante della nazione pakistana e le cerimonie religiose in qualsiasi atto pubblico sono ancor oggi obbligatorie sempre e ovunque. Non solo ma i segni del dominio islamico nella società si moltiplicano: donne velate, bambine rifiutate a scuola e ragazze all’università, tribunali islamici che giudicano fatti civili e matrimoniali secondo la legge islamica e con valore civile, cultura popolare e nazionale fortemente anti-occidentale e anti-cristiana.La situazione è peggiorata anche perché i governi, teoricamente laici, quando ci sono difficoltà di vario genere per il paese (economiche, lotte tribali, presenza delle basi dei telebani afghani ai confini con l’Afghanistan, guerra latente con l’India per il possesso del Kashmir), si appoggiano all’islam,  e trovano l’accordo e il consenso di tutto il popolo. Per cui, ad esempio, la “Legge contro la bestemmia” che prevede il carcere e anche le pena di morte per chi offende Allah, il Corano o Maometto, può essere usata contro i cristiani che danno fastidio, anche per problemi sociali ed economici, per invidie e vendette. Bastano due musulmani che testimonino davanti ad un giudice che un cristiano ha commesso questo crimine e subito scatta il carcere o addirittura la pena di morte!  Il direttore del settimanale cattolico del Pakistan, incontrato a Jakarta pochi anni fa, mi diceva che nei loro articoli e notizie non citano mai né Allah né il Corano né Maometto e anche tra i cristiani queste sono parole proibite. I sacerdoti nella predicazione non citano mai parole che si riferiscono all’islam, possono essere interpretati male e sono guai. (Lo stesso ho sentito in Indonesia e Malesia da parte dei giornali cattolici locali).

Dalla sua introduzione nel 1986 fino ad oggi, la legge sulla blasfemia ha prodotto circa 5.000 denunzie, delle quali 560 terminate con una condanna da un minimo di cinque anni di carcere fino all’impiccagione. Altre trenta cause sono in attesa di giudizio. Le condanne riguardano fedeli cristiani e fedeli “ahmadis”, appartenenti alla setta islamica eretica “Ahmadiyya”. A volte i presunti colpevoli sono stati uccisi da estremisti religiosi anche sotto la custodia degli agenti di polizia, prima ancora che il tribunale li giudicasse.

Secondo il salesiano spagnolo padre Ruiz, il motivo principale per l’oppressione dei cristiani risiede nella grande povertà della popolazione, che impedisce a molti genitori di assicurare ai propri figli (generalmente numerosi) una formazione scolastica o che li porta ad affidarli alle madrasse, che in genere non sono soggette ad alcun tipo di controllo. E’ così che adolescenti di 8-13 anni sono educati in queste scuole coraniche, dove, afferma il sacerdote, “le loro passioni, energie e frustrazioni vengono incanalate verso l’odio”.

Rimando il lettore a giovedì prossimo 18 dicembre, quando informerò sulla Chiesa in Pakistan e la forza della fede dei seguaci di Cristo e sull’insegnamento che noi, cristiani d’Occidente, dobbiamo trarre da questi fratelli di fede..

Piero Gheddo

Un pensiero su “Cristiani perseguitati in Pakistan

  1. Carissimo P. Piero,
    ho scoperto che il “difetto” di alcuni cristiani è quello di non dare importanza alla nostra fede.
    Alcune volte il nostro mondo si limita alla nostra parrocchia, se non addirittura alla nostra casa.
    Diamo per scontato che i preti parlino di Cristo, anzi, a volte ci sembra una favola ciò che ci dicono, e se ci propongono almeno la messa alla domenica, ci sembra ci chiedano troppo. Forse, per assurdo, avremmo bisgno di “assaggiare” un po’ cosa succede fuori di qui, e cosa significhi avere la libertà di credere.
    E’ interessante ciò che scrivi, me lo ha detto anche Cristina, la mia amica, che tutti i giorni va a cercare Armagheddo e legge ciò che scrivi e lo trova interessante.
    grazie, ciao riccarda

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