Il Bangladesh non è più una «cesta senza fondo»

Da una decina di giorni sono tornato a Milano dal Bangladesh, ma non riesco ancora a immergermi nella situazione italiana. Il mio pensiero ritorna spesso a quel paese, che fino ad una ventina d’anni fa era considerato il più sfortunato e povero del mondo o, come diceva Kissinger, “ the bottomless basket”, “la cesta senza fondo”, in cui si riversano molti aiuti internazionali ma vanno persi, non producono sviluppo.

Invece ho visto una situazione radicalmente cambiata. Non ne avevo avuto chiara coscienza nella precedente visita del 2001, ma oggi mi sono reso conto che il Bangladesh conosce un periodo di travolgente corsa verso lo sviluppo. Nel 1980 la capitale Dacca aveva un milione di abitanti, nel 2001 tre milioni, oggi circa 10-12 milioni. Cos’è successo? La globalizzazione dell’economia, del mercato e dei trasporti, ha prodotto frutti positivi almeno in Bangladesh, un paese maturo per far rendere gli investimenti dall’estero. Dacca è cresciuta, e continua a crescere (200-300.000 immigrati all’anno dall’interno del paese) perché è nata e si è sviluppata l’industria tessile e dei “garments” (vestiti) destinata principalmente all’esportazione. Molti paesi occidentali e anche asiatici (la stessa Cina, la Corea del sud e Taiwan) vengono a costruire fabbriche per far lavorare i bengalesi. Il rappresentante di una ditta italiana del Veneto mi dice: “I vestiti made in Italy sono in ,maggioranza fatti quasi tutti in Bangladesh, con materie prime e modelli italiani ma lavoratori bengalesi”.

Naturalmente la mano d’opera è pagata secondo il livello di sviluppo del paese, cioè molto meno che in Italia, ma per i giovani bengalesi lavorare in queste fabbriche è un balzo in avanti e soprattutto per le ragazze è il primo lavoro che fanno fuori casa, un fatto rivoluzionario che sta cambiando l’immagine e la condizione della donna (il Bangladesh è un paese musulmano!). La conseguenza concreta di questa corsa allo sviluppo (5-6% annuale di aumento del Pil) è l’atmosfera di ottimismo e di gioia di vivere che si respira in un paese che continua ad essere uno dei più poveri del mondo. Penso spesso a questo e mi dico: ma guarda un po’, meno di dieci anni fa quelli che credevano di essere progressisti e all’avanguardia della società condannavano senza appello (al G8 di Genova nel 1991) la globalizzazione. Che senza dubbio produce anche frutti negativi, ma almeno in Bangladesh sta causando una rivoluzione positiva che dà speranza e possibilità di sviluppo a 150 milioni di bengalesi.

Piero Gheddo

Un pensiero su “Il Bangladesh non è più una «cesta senza fondo»

  1. Mi permetto di esprimere solo un mio pensiero:
    ” quelli che dieci anni fa pensavano di essere superiori al mondo intero, e capaci di risolvere i problemi del mondo … oggi riversano in una crisi internazionale che forse portera’ alla recessione totale;
    quelli che dieci anni fa vivevano all’ombra dei potenti, dimenticati da tutti, senza un bagaglio culturale politico …. oggi rinascono !”
    Cristo ci vuole forse dire qualcosa ???

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