Una musulmana non può sposare un cattolico

Salve padre Gheddo,
ho trovato il suo sito per caso, dato che mi stavo informando sui matrimoni cattolici-musulmani. Ecco, anche io ho conosciuto un ragazzo musulmano e a dire il vero anche io provo qlc di più di un’amicizia con lui e non so come mi è venuta in testa l’idea di parlare di un futuro matrimonio, anche se è un’illusione e lo so perkè sarebbe cosa molto complicata sposarsi cn un musulmano, dato che la sua famiglia ha posto già come condizione, per qlc donna lui volesse sposare che nn sia musulmana, quella della conversione all’islam. A volte sn sicura che se si ama una persona si fa tutto per lei, ma se realmente tra noi ci fosse un amore così forte, perkè è sempre la donna a dover cedere?? perkè loro hanno una cultura-religione cn i paraocchi…?
a volte una persona deve essere anche tollerante ma fino a un certo punto… e poi, se nn si riesce a oltrepassare gli ostacoli, meglio guardare altrove…lei pensa che ci possa essere un punto di incontro tra due persone di due religioni diverse soprattutto cn un musulmano?
Grazie Simona

Cara Simona, grazie della lettera. Devi essere ben giovane, se usi il linguaggio degli sms nei telefonini: sn, qlc, perké, cn, ecc. La tua lettera però si capisce bene, ma non ho voluto correggere il tuo linguaggio. L’ho scritto e detto mille volte e lo ripeto: il matrimonio  fra un uomo musulmano e una donna cattolica è del tutto sconsigliabile, soprattutto per tre motivi:

1) Motivo di fede. Se la donna è disposta a rinnegare la fede cristiana e diventare musulmana, si potrebbe dire che il matrimonio è possibile anche se non consigliabile. Entrare nella comunità islamica (la “umma”) è la condizione inevitabile ed è inutile lamentarsi. Se la donna è disposta ad accettarne le conseguenze, faccia pure a suo rischio e pericolo, ma sappia che nell’islam la donna è inferiore all’uomo e lo segue in tutto. Questa la tradizione, questa la mentalità comune e una donna non può certo ribellarsi a questa cultura antica, se non vuol essere punita in modo anche barbarico. Punto.

2) Motivo antropologico-culturale. Il matrimonio, com’è noto, per riuscire bene deve essere l’unione totale di due persone. Non solo l’amore fisico, sessuale, che porta a generare figli (questo può esserci, naturalmente, anche fra un musulmano e una cattolica), ma l’integrazione sentimentale, culturale, linguistica, di costumi quotidiani, di visione e programmazione della vita tra uomo e donna, Tutto questo, fra un uomo e una donna educati nell’islam e nel cristianesimo è non solo molto difficile, ma impensabile e quasi impossibile. Questo perché le differenze fra le due religioni sono abissali e non possono essere superate dalla semplice buona volontà e dall’attrazione fisica, che sfiorisce presto, se non è sostenuta da questa integrazione totale dei due sposi.

3) Motivo esperienziale. L’esperienza dimostra che questi matrimoni in genere falliscono entro i primi sei-sette anni. Un’inchiesta della Conferenza episcopale francese di alcuni anni fa dimostrava che i fallimenti erano superiori all’80% nei primi sette anni e altri matrimoni fallivano dopo. E quei pochi che duravano erano dovuti al fatto che la donna francese, innamorata dei propri bambini, si era adattata a fare la donna islamica, ma con una vita di sacrifici inimmaginabili dalle ragazze italiane d’oggi.

D’altra parte, cara Simona, la risposta al tuo interrogativo la dai tu stessa quando scrivi: “A volte una persona (cioè una donna) deve essere anche tollerante, ma fino a un certo punto… e poi, se nn si riesce a oltrepassare gli ostacoli, meglio guardare altrove…”. Ben detto, tenendo presente che la ragazza cattolica che sposa un musulmano non sposa un uomo (che personalmente può essere buono, gentile, affettuoso, onesto), ma una grande famiglia, una comunità religiosa (nella quale è facile entrare ma impossibile poi uscire), una cultura che si oppone radicalmente a quella cristiana.

Il mio Sito, per chi non lo sapesse, è www.gheddopiero.it gestito dagli “Amici di Lazzaro” di Torino, ma Simona si riferisce a quanto ho scritto il 6 gennaio 2009 a un’altra signorina che mi faceva la stessa domanda. Il testo di quella risposta si può trovare nell’archivio dei blog.

Piero Gheddo

Contro l’Aids vince l’educazione non il preservativo

Il Papa ha detto in Angola che il preservativo non risolve il problema della diffusione dell’Aids e gran parte della stampa mondiale, quella italiana compresa, si è scatenata nell’affermare “The Pope is wrong”, il Papa si sbaglia! Eppure l’esperienza di medici che in Africa operano contro l’Aids conferma quanto Benedetto XVI ha detto. Dato che anche non pochi credenti sono rimasti vittime di questa campagna anti papalina (ormai abitudinaria in numerosi mass media), ecco l’intervista ad un medico missionario comboniano che vive e lavora in Uganda.

Piero Gheddo

Nell’Africa sotto il deserto del Sahara (“Africa nera”) risiede il 10 per cento della popolazione mondiale. E il 66 per cento degli infetti dall’Hiv (Aids) di tutto il mondo. Cifre impressionanti. Tuttavia, negli ultimi anni, in alcuni paesi dell’area è stato notato un calo deciso della frequenza delle infezioni negli adulti. Il modello abc, basato su una campagna che promuove l’astinenza sessuale, in particolare per i più giovani, la fedeltà nella coppia, e solo come ultima risorsa l’uso dei preservativi, si è dimostrato vincente. Come spiegano i medici Filippo Ciantia e Pier Alberto Bertazzi in un articolo apparso sul quotidiano online www.ilsussidiario.net, in Uganda la frequenza di infezioni Hiv nella popolazione è scesa dal 15 per cento nel 1991 al 5 per cento nel 2001. Il metodo è stato studiato con interesse negli ultimi anni e discusso su riviste internazionali come “The Lancet”, “Science”, “British Medical Journal”. Il comboniano fratel Daniele Giovanni Giusti è medico con un’esperienza trentennale in Uganda. Ha lavorato per vent’anni in vari ospedali del paese. Negli ultimi dieci anni è stato incaricato del coordinamento dei servizi sanitari della Chiesa cattolica ugandese. Un testimone oculare di quanto sta accadendo in quel paese africano.

Dunque il preservativo è l’unica valida strategia nella lotta contro l’Aids in Africa?

Il preservativo ha funzionato in epidemie focalizzate e tra gruppi particolari:  prostitute, omosessuali e drogati. Non così in altri casi. Dire che il preservativo è la strategia vincente in epidemie mature, cioè diffuse tra la popolazione generale, è fuorviante. Si deve tener conto dell’esperienza particolare fatta in Uganda, citata da tutti come una delle vittorie nella lotta contro l’Aids. La forte campagna di coscientizzazione si è focalizzata sul modello abc. Si è chiesta l’astinenza a chi non è maturo per esprimere la sua sessualità (adolescenti e giovani), si è sostenuta la fedeltà nel rapporto con il partner contro la promiscuità per chi è sessualmente attivo, e – per chi non segue le prime due – l’uso del preservativo come ripiego. Il Governo ugandese ha sostenuto questa campagna nonostante le molte pressioni contrarie. Ciò ha permesso di vincere questa sfida. Chi sostiene che i risultati sono stati ottenuti con l’uso dei preservativi dice il falso. L’esperienza sul campo dice il contrario. Il fattore principale di questo successo è il frutto dell’educazione e del cambiamento di comportamento.

Quale è stata la risposta della popolazione?

Abbiamo visto un innalzamento dell’età del debutto sessuale nella popolazione giovane, e una diminuzione del numero di partner tra i sessualmente attivi. Questo ha causato l’abbassamento della prevalenza, cioè il virus si trasmette di meno tra la popolazione. Il preservativo è stato sì usato, ma con una copertura irrisoria, e quindi non ha influenzato significativamente i risultati ottenuti.

In sostanza l’educazione è la vera risposta all’epidemia?

L’educazione trasmette un concetto di persona umana che aiuta il cambiamento. Ci si basa sulla fiducia e sulla ragionevolezza della persona. Si spiega che cosa comporta il rischio, cosa lo riduce e cosa lo elimina. L’astinenza annulla il rischio per quanto riguarda i casi di trasmissione per via sessuale. Questa è la strategia più sicura. Se il messaggio dato ai giovani è consistente, questi cambiano il loro comportamento sessuale. La fedeltà nel rapporto sessuale riduce il rischio. Se ambedue i partner sono fedeli, il rischio è notevolmente ridotto. L’uso del preservativo riduce il rischio, ma non lo elimina.

Cosa dicono le grandi agenzie internazionali coinvolte nella lotta contro l’Aids?

Nel passato, le agenzie internazionali avevano sposato la linea dell’uso del preservativo. Oggi, anche se in sordina, si sta cambiando strategia. L’esperienza sul campo ha dimostrato che nei paesi dove si è puntato tutto sul preservativo, non si sono ottenuti – tra la popolazione – risultati soddisfacenti come quelli ugandesi. Propagandare oggi l’uso del preservativo non tiene conto della mentalità degli africani e di come essi recepiscono i messaggi.

La moda nefasta del denaro facile

Una cara amica mi scrive:

Ho una domanda per il tuo Blog. In TV ci sono tantissimi programmi che “regalano” milioni di euro per un nonnulla. A “occhio alla spesa” in onda dalle 11 alle 12 di tutti i giorni su Rai 1, se telefonando si riesce a prendere la linea e si indovina dove si trova il peperone, oppure la carota, oppure altra verdura o simili in contenitori numerati (si deve indovinare il numero) si vincono 250 euro di spesa.
A  “Affari tuoi” (non ricordo il canale) si possono vincere 500.000 euro se si eliminano altri pacchi con importi minori.
A “Caramba che fortuna” se uno acquista i biglietti della lotteria e poi riesce a giocare con Raffaella Carrà, vince anche lui un sacco di soldi.

Ora mi chiedo, ma il gioco d’azzardo (perché mi pare sia proprio questo) non è una cosa illegale? I poveri cristi tentano la fortuna pensando di vincere almeno 1000 euro solo con una telefonata. Non è fomentare illusioni inutili e far passare l’idea che si possono risolvere i nostri problemi finanziari con un colpo di fortuna e non per l’impegno nel lavoro quotidiano? Cosa ne pensi di questo modo di fare TV?
Maria Riccarda Carrer

Grazie della segnalazione. Vedo pochissimo la televisione (non ho tempo) e mai programmi di questo tipo. Cosa ne penso? Tutto il male possibile e sono d’accordo con quanto tu scrivi. E’ uno dei tanti segni di quanto sono decaduti la società e il costume italiano: l’ingordigia di denaro, soprattutto del denaro facile e abbondante. E’ vero, molte famiglie e persone, nella crisi economica globalizzata che stiamo vivendo, “non riescono più ad arrivare alla fine del mese”, come si dice e sappiamo tutti che questo è vero. Però quei giochi d’azzardo resi popolari erano già in voga ben prima della crisi economica. E’ un costume fondato su un disvalore, come tu scrivi. Divetare ricchi è facile, se si ha “fortuna”.

Ma quel che più deve preoccupare è il fatto che i giovani oggi crescono in un ambiente sociale, e a volte anche familiare, per nulla educativo alle virtù umane ed evangeliche più indispensabili per vivere bene: l’impegno nel proprio dovere e lavoro, la capacità di amare e sacrificarsi per gli altri, il senso del risparmio e dell’accontentarsi di quello che si ha, il falso ideale di poter vivere senza lavorare o tentando la “fortuna”. A volte noi adulti ci lamentiamo dei giovani, ma sono i frutti di quell’ambiente che noi adulti, tutti assieme, abbiamo preparato! Ecco perché, come ci propone la Quaresima, dobbiamo sempre e tutti convertirci a Cristo e al modello evangelico di vita che Lui ci propone, lasciandoci liberi di fare le nostre scelte. Denunziare e condannare le mode sbagliate è giusto, ma non mettiamoci anche noi fra quelli che le seguono! Ciao a te, cara Riccarda, ed a tutti gli amici della diocesi di Tortona.

Piero Gheddo

Lo spirito missionario dà una marcia in più

Cari lettori del Blog, oggi vi racconto una bella esperienza che il Signore mi ha fatto fare pochi giorni fa. Come tutti i terzi lunedì del mese, lunedì scorso (16 marzo) ho parlato a Radio Maria (ore 21 – 22,30), sul mio viaggio in Bangladesh nel gennaio 2009, in visita ai missionari del Pime e alle Missionarie dell’Immacolata, per poter raccogliere materiale da usare per un volume che sto preparando sulla storia del Pime in Bengala dal 1855 ad oggi: nel Bengala indiano dove abbiamo fondato tre diocesi, Krishnagar, Jalpaigury e Dumka-Malda e nel Bengala che oggi è Bangladesh, dove dal lavoro del Pime sono nate altre tre dicesi, Dinajpur, Jessore-Khulna, Rajshahi.

Una trasmissione del tutto normale, anche se, parlando di un popolo e di una Chiesa appena visitati, mi sono scaldato e in certi momenti anche commosso. Questa mattina mi ha telefonato un signore di Pescara per ringraziarmi della trasmissione di ieri sera e dirmi che mi segue in quel che dico e scrivo, perché, ha aggiunto: “Le sue trasmissioni sono sempre positive e danno serenità, testimoniano che la vita è bella, se vissuta nell’amore di Dio e del prossimo”. L’ho ringraziato, ma non ha voluto darmi il suo nome e indirizzo. Non importa, ho ringraziato il Signore se quel che dico o scrivo produce, col suo aiuto, qualche frutto positivo.

Poi ho fatto una piccola riflessione. Guarda la potenza dei mezzi moderni di comunicazione, strumento formidabile per comunicare il Vangelo. Quando spiegavo il Vangelo della domenica tutti i sabati sera alla TV di Rai-Uno negli anni 1994-1996 (dalle 19.30 alle 19,40) ricordo che ricevevo in media più di venti lettere al giorno (oltre a telefonate) e quando una volta al mese andavo (e purtroppo ancora vado) in auto da Milano a Roma o viceversa, fermandomi lungo l’autostrada per la benzina e al bar c’era sempre qualcuno che mi riconosceva: “Ma lei è quel missionario che al sabato sera…. “. Mi sembrava impossibile eppure era vero.

Anche parlando a Radio Maria tutti i terzi lunedì del mese (dalle 21 alle 22,30) ho la consolazione di vedere che quel che dico piace. Ne ringrazio il Signore e anche Radio Maria, strumento provvidenziale per diffondere il Vangelo e la fede in Cristo, non solo in Italia, ma nei 56 paesi in cui Radio Maria è nata con lo stesso spirito di quella italiana, che le ha aiutate anche economicamente a nascere.

E’ uno dei tanti segni che ho nella mia vita, che mi dimostrano questo: la fede e la passione missionaria di portare Cristo a tutti i popoli riscalda l’anima perchè relativizza le nostre difficoltà personali e nazionali, e ci pone di fronte ai gravi problemi dei popoli, che noi tutti siamo chiamati ad amare e dà senso alla vita e alla visione che abbiamo del mondo e della storia umana. In altre parole, la fede, che produce la passione missionaria, dà una marcia in più, ci fa vedere il mondo e l’umanità con gli occhi di Dio.

Mi sono chiesto: perché diversi ascoltatori e lettori mi dicono o mi scrivono questo? Il fatto fondamentale credo sia questo. Oltre alla fede ho ricevuto anche da Dio la vocazione missionaria, che mi ha aperto fin da giovane all’universalità del genere umano e del messaggio cristiano. Ho sempre pensato che Gesù è venuto sulla terra per salvare tutti gli uomini e tutti hanno diritto di ricevere questo messaggio di salvezza. Mi fa male, quando faccio viaggi in missione e vengo a contatto con tanti popoli, famiglie, persone che non conoscono ancora Gesù Cristo. Penso che noi abbiamo la responsabilità di testimoniare e portare anche a loro il Vangelo e mi sento piccolo, debole impotente. La passione missionaria nasce e si nutre di questi sentimenti profondi.

Così, quando torno in Italia, trasmetto questo messaggio: il mondo è grande e bello, i popoli sono diversi ma tutti uniti dall’amore paterno di Dio. Dobbiamo amare tutti come fratelli e sorelle Non chiudiamoci in noi stessi, nei piccoli problemi della  nostra famiglia e paese. Siamo membri della Chiesa cattolica che è universale e proprio in questo tempo della globalizzazione la fede ci dà una marcia in più per capire il mondo, la società, i popoli. Questo ci dà ottimismo e serenità nella vita, perchè relativizza tutti i nostri pur grandi problemi

Piero Gheddo

Dio è Amore e può piangere

Ho già scritto, il 13 marzo scorso, della visita che ho fatto a Siracusa, al Santuario della Madonna delle Lacrime, per parlare di “Come trasmettere la fede in famiglia” (domenica 8 marzo scorso).

Per quattro giorni, nel 1953, in un quadretto raffigurante il Cuore Immacolato di Maria, la Madonna di gesso ha pianto lacrime umane, certificate da Commissioni mediche e da molti severi esami clinici. Da questo straordinario avvenimento è nata la devozione popolare alla “Madonna delle Lacrime” di Siracusa e il grandioso Santuario che oggi ospita centinaia di migliaia di pellegrini ogni anno. Ma Dio può piangere? Che senso hanno le lacrime di Maria? C’è un senso “teologico” anche per le sofferenze dell’uomo, le nostre sofferenze?

In occasione del cinquantesimo anniversario dell’avvenimento miracoloso, nel 2003 la Chiesa siracusana ha voluto approfondire il senso di quel pianto materno, convocando tre convegni preparatori e il XIII Colloquio Internazionale di Mariologia sul tema: “Lacrime nel cuore della città”, i cui testi sono pubblicati in un grosso e denso volume, più grande dei libri normali, di 520 pagine. Non è facile sintetizzare 520 pagine in una paginetta, ma ci provo, per dare agli amici lettori del mio Blog il messaggio che Maria ha trasmesso con le sue lacrime.

In un tempo come il nostro, dopo l’apocalisse dell’11 settembre 2001 dominato da violenze inaudite sull’uomo e sui popoli, concentrare la nostra attenzione e contemplazione sul dolore di Maria può sembrare evasivo, futile, inutile. Ma noi non cerchiamo una fuga dalla realtà, sebbene una risposta ad un bisogno di senso e di speranza, che solo Dio può dare, anche nelle nostre a volte tragiche realtà di tutti i giorni. Le lacrime di Maria sono da un lato la partecipazione alle sofferenze di tutto il mondo, dall’altro esprimono anche il “dolore” di Dio, nel rendersi conto di quanto fuoristrada porta l’esercizio della libertà che Lui stesso ha concesso agli uomini, di poter scegliere fra il bene e il male!

Maria, in quei tre giorni di lacrimazione, non ha detto nemmeno una parola. Il suo messaggio sono le lacrime, espressione del suo sentimento materno e di quello paterno di Dio verso l’uomo. La lacrime esprimono una forte emozione. Nel mondo secolarizzato in cui viviamo, le emozioni, il pianto ci sembrano segni di debolezza. Anche noi, rispetto a popoli più semplici, stiamo diventando sempre più impassibili, indifferenti, freddi, duri, poco comunicativi dei nostri sentimenti. Non siamo più capaci di ridere, non siamo più capaci di commuoverci, di piangere. Incapaci di comunicare con gli altri in modo profondo. Siamo incapaci di dire cordialmente “grazie”, di esprimere la nostra partecipazione alle vicende e sofferenze altrui. Ormai troppi di noi siamo chiusi nella corazza della nostra “privacy”, quel che succede agli altri in fondo ci lascia indifferenti! Il Dio rivelatoci da Gesù, non è così. Il volume citato “Le lacrime nel cuore della città” ci accompagna a compiere il passaggio da una “ontologia dell’Essere”, ad una “ontologia dell’Amore”.

Il tema del “dolore” di Dio è venuto alla ribalta nella teologia contemporanea perchè il dramma della sofferenza umana, più intenso o più avvertito nel nostro tempo (anche per l’influsso di giornali e televisioni che danno un’immagine troppo negativa della società in cui viviamo), ha condotto ad un rifiuto dell’immagine di Dio che ci viene dalla cultura e dalla filosofia greca: un Dio inconoscibile, impenetrabile, imprevedibile, lontanissimo dall’uomo nell’alto dei Cieli, che giudica e condanna senza rendersi conto delle nostre sofferenze.

Ma il Dio della Bibbia e di Gesù Cristo in cui crediamo non è questo. “Deus Charitas est”, “Dio è amore” è la prima enciclica di Papa Benedetto XVI. Ecco perché Maria a Siracusa ha pianto, per comunicarci la passione di Dio per l’uomo e la sua partecipazione alle nostre sofferenze, sconfitte, ingiustizie. E anche il dolore per i nostri peccati, che ci portano lontani da Dio e quindi meno uomini. La Madonna delle Lacrime di Siracusa ci invita a riflettere e pregare per acquistare un’immagine di Dio che ci aiuti a sentirci credenti e una intimità con Lui che ci è Padre, cioè che renda più umana e più profonda la nostra fede e il nostro amore a Dio, e più cordiali nei nostri rapporti umani.

Piero Gheddo

La Madonna delle Lacrime a Siracusa

Domenica scorsa, 8 marzo, sono stato da Roma e Siracusa per parlare nel Santuario della Madonna delle Lacrime, una moderna e imponente costruzione che mira verso l’alto, come le antiche cattedrali gotiche, ma questa in uno stile originale e moderno. E’ la prima volta che ho l’occasione di andare a Siracusa e ringrazio l’Arcivescovo, mons. Salvatore Pappalardo, il Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Famiglia nonchè guida del gruppo dei Missionari della Madonna delle Lacrime, Don Enzo Candido, e i membri di questa associazione diocesana che mi hanno invitato e accolto.

Presentato dall’Arcivescovo, ho parlato in un grande salone del Santuario a più di 200 famiglie sul tema “Come trasmettere la fede in famiglia”, raccontando l’esempio dei servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, miei genitori, avviati alla causa di beatificazione. Una giornata consolante che mi invita all’ottimismo riguardo al futuro civile e cristiano dell’Italia. Per tanti motivi, ma anzitutto perché è la prima volta che vedo tanti giovani sposi e tanti bambini italiani (già nati o prossimi a nascere!) assieme in una sola volta! Vi assicuro che è un bel spettacolo, che dà gioia! Fin che Siracusa e il Sud Italia (ho fatto la stessa esperienza anche in altre regioni meridionali) hanno questa cultura di avere famiglie numerose, ed educare i figli alla fede cristiana, credo che possiamo essere tutti ottimisti sul futuro degli italiani presi come popolo. E ho pregato Maria perché conceda a tutte le regioni, le città e i paesi d’Italia questa grazia, di avere molti figli e di poterli educare alla fede in Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo. Parlando di Rosetta e Giovanni  e di “come trasmettevano la fede in famiglia”, mi sono emozionato e commosso più volte, ricordando che anche loro avevano chiesto a Dio la grazia di avere molti figli (addirittura ne chiedevano dodici!), ma poi mamma Rosetta morì di polmonite e di parto nel 1934 con due gemelli che non sopravvissero. Diverse di quelle copie di giovani sposi cristiani, dopo la conferenza, sono venuti a chiedermi di pregare per loro perché anch’essi vorrebbero molti figli, perchè si vogliono bene e si fidano della Provvidenza di Dio.

Ma c’è un altro motivo per cui sono contento di essere andato a Siracusa: il messaggio che la Madonna delle Lacrime trasmette a tutti noi. Come forse sapete, il 29-30-31 agosto e il 1° settembre del 1953, un quadretto di gesso raffigurante il Cuore immacolato di Maria, posto come capezzale al letto matrimoniale di Angelo Iannuso e Antonina Giusto, ha versato lacrime. I due giovani sposi erano povera gente e vivevano nell’umile casetta di un quartiere popolare, Decine di migliaia le persone che videro con i propri occhi, toccarono con le proprie mani, raccolsero e assaggiarono la salsedine di quelle lacrime. Il 2° giorno della lacrimazione, un cineamatore di Siracusa riprese uno dei momenti della Lacrimazione, un filmato che ho visto in un DVD con la storia del Santuario. Quello di Siracusa è uno dei pochissimi eventi miracolosì documentati con un film mentre avvengono. Il 1° settembre una Commissione di medici e di analisti, per incarico della Curia Arcivescovile di Siracusa, dopo aver prelevato il liquido che sgorgava dagli occhi della Madonna ed aver esaminato con cura il comunissimo e popolare quadretto di gesso, lo sottopose ad analisi microscopica. Il responso della scienza fu: “Senza ombra di dubbio, sono lacrime umane”. L’analisi fu poi ripetuta ancora negli anni seguenti da altre Commissioni, ottenendo uguale risposta.

Impressionanti i filmati mostrati nel DVD. Il quadretto di Maria era ancora in casa dei due giovani coniugi, ma fin dai primi giorni della lacrimazione una grande folla di devoti si raccolse nelle vie del quartiere popolare per vedere, pregare e toccare Maria, che si era fatta viva nella loro città. Oggi il Santuario della Madonna delle Lacrime a Siracusa è frequentato quotidianamente da migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo. Il quadretto di gesso è sull’altare centrale, con l’Eucarestia, mentre in un altare laterale è esposto alla devozione dei fedeli il reliquiario con varie fialette che contengono le lacrime di Maria. Naturalmente si parla di grazie ricevute e anche di supposti “miracoli” di guarigioni registrati e documentati nel Santuario.
Ma quel che più interessa è che la Madonna non ha mai parlato durante i quattro giorni della lacrimazione. Il messaggio che ha voluto dare è contenuto, tutto e solo, proprio in quelle lacrime. Le lacrime di una mamma, la mamma del Cielo e di tutti noi. Sono le lacrime di Dio, del suo Figlio Gesù.

L’avvenimento di Siracusa ha portato alla ribalta la questione del dolore di Dio, che resta ancor oggi uno dei crocevia più delicati e affascinanti della teologia contemporanea. E’ possibile dire che Dio, l’Onnipotente, soffre? C’è un senso “teologico” anche per il dolore dell’uomo? Risponderò  nel prossimo Blog.

Piero Gheddo

«Ho risposto di Sì al Signore»

Al traguardo degli ottant’anni, mi volto indietro e mi rivedo ragazzino a Tronzano (Vercelli), piccolo paese fra le risaie che a me, oltre alla mia famiglia, ha dato molto: una bella parrocchia, degli ottimi preti, l’oratorio e tutto l’ambiente che c’era a quei tempi, che riscaldava e sosteneva la fede di noi giovani. Quando il Signore mi chiamò gli dissi di sì. Non so quando avvenne ma i miei parenti mi dicevano che fin da giovanissimo, a chi mi chiedeva cosa avrei fatto da grande, rispondevo deciso: “Il prete!”. Infatti non ricordo di aver avuto altri progetti, altre aspirazione che quella di fare il prete.

E oggi, compiendo gli 80 anni (sono nato il 10 marzo 1929), non cesso ancora di ringraziare Dio per questa vocazione, un dono anche di Rosetta e Giovanni, i miei genitori che sposandosi avevano chiesto a Dio la grazia di avere molti figli e che almeno uno di loro si facesse prete. E poi di avermi chiamato, a 16 anni, ad essere missionario nel Pime, un istituto missionario che amo come la mia seconda famiglia. Aver detto di sì al Signore mi ha dato una vita serena, piena di entusiasmo e di gioia. Grazie a Dio, sono un uomo felice e realizzato, pur fra molte sofferenze e difficoltà. La gioia non viene da condizioni esterne favorevoli (salute, successo, ricchezza, gloria, carriera), ma da una condizione di spirito interna che si fonda su due motivi: primo, di sentirmi sempre amato, protetto, perdonato, consolato, illuminato, riscaldato da Dio.

Il secondo motivo di questa gioia, è che, visitando in 56 anni di sacerdozio tutti i continenti e un’infinità di popoli, di paesi e di situazioni, mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”. Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare ai popoli è l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita. Ecco perchè sono pieno di gioia: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di dedicare tutta la mia vita ad annunziare e testimoniare Gesù Cristo, di cui tutti gli uomini hanno bisogno, nonostante che sia ben cosciente della mia piccolezza e debolezza, delle mie infedeltà e peccati.

Quando ero giovane chiedevo a Dio di darmi l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale e missionaria, e il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo o scrivevo del sacerdozio, della missione, della vocazione alla vita consacrata. Adesso sono ormai nella terza (o quarta?) età e chiedo a Dio di non lasciar diminuire in me la passione per il Regno di Dio che mi ha concesso di avere fino ad oggi. E ricordo quanto scriveva don Primo Mazzolari, l’indimenticabile “tromba d’argento dello Spirito Santo nella Valle padana”, come diceva Giovanni XXIII: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

Ringrazio quanti in questi giorni mi augurano Buon Compleanno e chiedo a loro il dono di una preghiera perchè anch’io possa realizzare, nel mio sacerdozio e nella mia missione, queste parole di Don Primo.

Piero Gheddo

«La vecchiaia è uno stato dello spirito»

Fra tre giorni, il 10 marzo prossimo, celebro gli 80 anni! Mi pare impossibile ma è vero. Di questo ringrazio il Signore, ma desidero anche ringraziare tutti quelli che in questi giorni mi mandano messaggi di augurio. Ne cito uno solo perché credo possa servire a tutti e anche a me, cioè noi vecchi che vogliamo ritornare giovani e i giovani che non vogliono diventare vecchi. L’amica Assuntina Morresi di Perugia (che produce il Sito internet www.stranocristiano.it) come augurio mi manda questa citazione di quanto disse nel 1945 il generale Mac Arthur ai giovani cadetti dell’Accademia militare americana di West Point, che gli auguravano un “Happy Birthday”, felice compleanno. Stava entrando anche lui negli anni “anta”:

La giovinezza non è un periodo della vita,
essa è uno stato dello spirito, un effetto della libertà,
una qualità dell’immaginazione, un’intensità emotiva,
una vittoria del coraggio sulla timidezza,
del gusto dell’avventura sull’amore del conforto.
Non si diventa vecchi per aver vissuto un certo numero di anni;
si diventa vecchi perché si è abbandonato il nostro ideale.
Gli anni aggrinziscono la pelle,
la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima.
Le preoccupazioni, le incertezze, i timori, i dispiaceri
sono i nemici che lentamente ci fanno piegare verso terra
e diventare polvere prima della morte.
Giovane è colui che si stupisce e si meraviglia,
che si domanda come un ragazzo insaziabile:’E dopo?’,
che sfida gli avvenimenti e trova la gioia al gioco della vita.
Voi siete così giovani come la vostra fiducia per voi stessi,
così vecchi come il vostro scoramento.
Voi resterete giovani fino a quando resterete recettivi.
Recettivi di ciò che è bello, buono e grande,
recettivi ai messaggi della natura, dell’uomo e dell’infinito.
E se un giorno il vostro cuore dovesse esser mosso dal pessimismo
e corroso dal cinismo
possa Dio avere pietà della vostra anima di vecchi.

Piero Gheddo

«A ottant'anni ho il cuore pieno di gioia»

Spesso ringrazio il Signore delle grazie che mi fa, chieste o nemmeno pensate. Ieri ho ricevuto una bella lettera da una Carmelitana di Torino mia coetanea, suor Maria Teresa, tutta contenta perché sta leggendo il libro “Ho tanta fiducia” (San Paolo 2009) e vuol dirmi che è felice di quel libro, frutto di una lunga esperienza di prete e missionario-giornalista, anche perché, scrive, “mi piace pensare che uno del 1929 scrive queste cose che condivido al 100 per cento”. Le telefono e le chiedo da quanti anni è in monastero. Mi racconta in breve la sua vita commuovendosi e dice continuamente: “Com’è buono il Signore! Ci vuole proprio bene! Io continuo a ringraziarlo della mia vocazione perchè ho trovato veramente la felicità. A ottant’anni, padre Piero, ho il cuore pieno di gioia!”. Non posso fare a meno di dirle che anch’io vivo in questa felice situazione.

Maria Teresa viene dal Lago maggiore ed è entrata in convento a 28 anni nel 1957, mentre già lavorava in un’azienda. Dice: “A 22 anni mi sono sentita chiamata dal Signore a seguirlo e non gli ho detto subito di sì. Mi pareva impossibile abbandonare una vita così piena come quella che avevo, con la bella famiglia da cui vengo, il mio lavoro, la parrocchia, l’Azione cattolica, la Democrazia Cristiana nascente, il mio paese, i parenti, gli amici. Però pregavo molto e quando ho capito che Gesù mi chiamava davvero, a 28 anni sono venuta e oggi posso solo dire che Dio chiede tanto, ma poi dà tantissimo, il cento per uno come dice il Signore”. Ed è andata avanti raccontandomi le sue piccole ma grandi esperienze spirituali di vita quotidiana, di lavori che fa in convento, di incontri con le persone che vengono al monastero per raccontare le loro pene, chiedere una preghiera, un consiglio; soprattutto l’esperienza della contemplazione e della preghiera che diventa vita, calore, luce, consolazione, sostegno in tutte le nostre difficoltà quotidiane. “Padre Piero, vieni a trovarci, vogliamo conoscerti!”. Rispondo che se il Signore mi darà la grazia, prima o poi, avendone l’occasione, ci andrò.

Chiudo il telefono e prego: Signore, dai a tutti questa esperienza profonda della tua presenza nella loro vita. Noi tua Chiesa, preti e vescovi, facciamo tante cose per il Vangelo, preghiamo e celebriamo la Messa, parliamo, predichiamo, scriviamo, costruiamo, insegnamo, tante iniziative di aiuto ai più deboli, ma siamo “servi inutili” e riusciamo a fare pochissimo. Ma tu puoi tutto, Signore, la conversione di tante persone che ti cercano e di questo nostro mondo moderno così confuso, dipende solo da Te. Se tutti avessero la grazia di sperimentare in modo molto concreto i sentimenti di gioia e di pienezza di vita che prova questa cara sorella Maria Teresa, certamente ti seguirebbero. Signore, pensaci tu!

Piero Gheddo

Perché pregare per il Papa in Quaresima?

Dopo quasi quattro anni di pontificato, Benedetto XVI è sotto attacco di “fuoco nemico” ma anche di “fuoco amico”. Non passa giorno senza che un giornale o l’altro, una televisione o l’altra non si dimostrino critici del Papa. “Repubblica” è il capofila di questa corrente maligna e astiosa verso il Papa e la Chiesa (mi chiedo sempre come fanno certi credenti e anche preti a ingerire tutti i giorni una piccola dose di veleno anti-cristiano e anti-ecclesiale senza rimanerne condizionati). Motivi per criticare ci sono sempre o si trovano con una certa facilità nella Cattedra del successore di Pietro, che Gesù ha messo a capo di una Chiesa con un miliardo e 200milioni di fedeli, 6.000 vescovi e quasi cinquemila Chiese locali (diocesi o altre circoscrizioni ecclesiatiche) disperse nell’immensità dei cinque continenti e parlanti centinaia di lingue. Si dà un’immagine distorta, a volte anche caricaturale del Papa attuale che mira a corroderne l’immagine e la credibilità. Su “La Stampa” di Torino è stata ripubblicata un’intervista ad Hans Kung ripresa da “Le Monde”, nella quale si legge che Papa Benedetto, non viaggiando molto come faceva Giovanni Paolo II, “vive  a San Pietro come se fosse il Cremlino”. Ricordo che quando Giovanni Paolo II percorreva “come missionario di Cristo” tutto il mondo, lo criticavano per le spese di quei viaggi, per il suo ”esibizionismo mediatico”, perchè andava in tutto il mondo ma “trascurava la riforma della Curia” e via dicendo.

Rimpiangere sempre il Papa appena scomparso, mentre lo si è tanto criticato quand’era in vita è una vera manìa patologica! Ricordiamo bene che all’inizio del pontificato di Paolo VI molti rimpiangevano Giovanni XXIII e all’inizio di quello di Giovanni Paolo II rimpiangevano lo stesso Paolo VI! Sono cose che rattristano, anche perché non è in discussione Papa Benedetto, ma l’immagine del Pontificato stesso, il Vaticano, la mitica “Curia romana”. Sto terminando di leggere la grandiosa e anche spassosa autobiografia del card. Giacomo Biffi (“Memorie e digressioni di un italiano cardinale”, Cantagalli Siena 2007, pagg. 638), un’opera voluminosa che però si legge volentieri fino in fondo. Trovo un bel commento a questo andazzo del nostro tempo:

“Purtroppo né “laici” né “cattolici” pare si siano resi conto finora del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice “dialogo” ad ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione” (pag. 592).
Il 22 febbraio scorso, festa della Cattedra di san Pietro, Benedetto XVI ha chiesto ai pellegrini di accompagnarlo “con le vostre preghiere, perché possa compiere fedelmente l’alto compito che la Provvidenza divina mi ha affidato quale Successore dell’apostolo Pietro” e vescovo di Roma, chiamato “a svolgere un peculiare servizio nei confronti dell’intero Popolo di Dio”. In questo tempo di Quaresima preghiamo per il Papa e offriamo a Dio le nostre sofferenze perché lo aiuti a portare anche lui la sua croce, come noi cerchiamo, nel nostro piccolo, di portare la nostra.

Piero Gheddo