Gli italiani in Libia

Nel Blog del 15 giugno ho espresso compiacimento per la visita in Italia del premier libico Muhammar al-Gheddafi: per il rifornimento di energia che assicura all’Italia (il 30% del nostro necessario) e perchè assegna al nostro paese la priorità commerciale e industriale, invitando gli italiani a ritornare in Libia. Nel dicembre 1996, all’Ambasciata italiana a Tripoli dicevano (oggi la situazione è migliorata), che la Libia è un’ottima opportunità per esportare e investire nel campo industriale, con tecnologie anche molto semplici. Non dimentichiamo che il paese nord-africano è rimasto bloccato nel suo sviluppo fino al 1998, quando l’Onu ha abolito l’embargo economico, ed ancor oggi importa lampadine, chiodi, medicine di base, mobili di ferro e molti altri prodotti elementari. Infatti avevo incontrato diversi piccoli industriali che confermavano questo.

Il titolare di una industria familiare di Dolo (Padova) mi diceva che esporta in Libia sedie, panche, mobili e tavoli di ferro, ha aperto un ufficio a Tripoli e viene ogni tanto a firmare contratti, specie con gli organismi governativi: “Non capisco – aggiungeva – perché molte ditte italiane esportano in Cina e in altri paesi lontanissimi e trascurano di venire in Libia, un’ora e mezzo di aereo da Milano, dove si importa di tutto e pagano bene”. Una ditta di Varese sta impiantando una fabbrica di medicinali, specie retrovirali contro l’Aids, a 110 km ad ovest di Tripoli. Un tecnico di questa ditta, Luca Ceriani, dice: “L’Italia qui ha lasciato un buon ricordo, specie nella memoria degli anziani, gente semplice e buona, che viveva in amicizia con gli italiani. Quando sanno che sono italiano, si aprono, sono cordiali, si sforzano di dire qualche parole in italiano. La nostra lingua non è più insegnata né parlata normalmente, ma molti vedono la Tv italiana e apprendono almeno a capire cosa uno dice. Con gli italiani, il popolo è molto accogliente”.

Ad una cena degli imprenditori italiani organizzata dalla nostra Ambasciata, un ingegnere torinese, in Libia con la moglie da una quindicina d’anni, mi diceva: “Gheddafi ha fatto molto per evolvere la società libica: le bambine vanno a scuola, le giovani all’università e quando c’è il divorzio l’uomo se ne va e la casa rimane alla donna, mentre nella tradizione islamica l’uomo ripudia la donna che abbandona la sua casa. La Libia ha fatto notevoli passi in avanti negli ultimi vent’anni e questo spiega come il consenso popolare a Gheddafi è in aumento. Oggi Gheddafi è dedicato a sviluppare il suo popolo e sa venire incontro alle aspettative e ai bisogni della gente. In pratica però lo stato è lui, tutto è basato su di lui. Non c’è nemmeno la Costituzione, c’è lui e il suo “Libretto verde”. Non c’è un partito, ma tutto è basato sul popolo che decide e su Gheddafi che rappresenta il popolo: la sapienza del popolo decide. Il Libretto Verde spiega tutta la teoria di Gheddafi, vale la pena di conoscerlo. L’islam è la base, l’anima di tutto. Non l’islam fondamentalista, ma un islam che vada d’accordo con l’evoluzione dell’umanità verso una vita più umana per tutti”.
In Libia il benessere si vede in Libia, strade, auto, vestiti, cibo, lavoro, ecc. C’è ancora molta povertà ma ad esempio non ci sono baracche a Tripoli, anche in periferia: case povere sì, ma vere baracche no. C’è ancora povertà, ma non miseria. Anche chi non lavora o non sa cosa fare, se la cava in qualche modo. La sanità purtroppo funziona poco e male, specialmente fuori delle città, perché lo spirito di dedizione al malato. Per questo in molti ospedali ospedali (a Tripoli sono quasi tutte loro) ci sono le suore e le infermiere cattoliche (più di 10,000 in tutto, specie filippine e indiane, ma anche italiane) che danno esempio di dedizione al malato. Le strutture sanitarie ci sono, ma manca il personale preparato e manca lo spirito di servizio.

Ma c’è un altro motivo che spinge noi italiani a collaborare con la Libia. Nel vasto panorama dei circa 30 paesi a maggioranza islamica, oggi la Libia è forse quello che sta facendo i più rapidi passi in avanti verso il mondo moderno e l’educazione popolare in tutti i sensi, anche a superare l’estremismo islamico. Il governo controlla i fondamentalisti (che non mancano) mandando in anticipo il testo dell’istruzione religiosa che gli imam tengono ogni venerdì nelle moschee, preparato da un comitato di saggi musulmani: debbono leggere quel testo senza aggiungere né togliere nulla. Sono controllati e chi sbaglia viene dimesso. Secondo, le madrasse (scuole coraniche) sono strettamente controllate, è quasi impossibile che il fondamentalismo islamico si radichi e venga trasmesso ai giovani. Nei primi tempi del governo di Gheddafi i Fratelli musulmani, di provenienza egiziana (in Libia ci sono due milioni di egiziani che lavorano), avevano una forte presenza ed influsso nel paese. Oggi sono scomparsi. E’ chiaro che nessuno di noi può approvare i metodi di governo e di repressione in uso in, ma un attento osservatore italiano in Libia da molti anni mi diceva: “Noi speriamo che Gheddafi duri a lungo e riesca a cambiare la tradizione e la mentalità dei suoi compatrioti. Senza di lui, oggi,la situazione sarebbe senza dubbio molto peggiore in tutti i sensi”.

Piero Gheddo 18 giugno 2009

Un pensiero su “Gli italiani in Libia

  1. ho letto con grande interesse il suo articolo ed essendo interessato ad un investimento farmaceutico in Libia
    poss chiederle qualche informazione sul sistema sanitario
    grazie
    sandro morelli

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