Avventura all’ospedale Gemelli a Roma

Cari amici del Blog “Armagheddo”, ho avuto una difficile avventura all’ospedale Gemelli di Roma ed ho pensato, da buon giornalista, di fare una bella relazione di quel che mi è capitato per parenti e amici, fra i quali ci siete anche voi tutti. Vi chiedo una preghiera affinchè possa riprendermi in fretta. L’entusiasmo di lavorare ancora per Gesù Cristo, la Chiesa e la missione non mi manca. Adesso mi mancano le forze, ma torneranno. Da tre giorni sono al Pime di Roma e mi sento rinascere. Ma i medici mi dicono di procedere con molta calma, poco per volta, riposando molto, mangiando cibo semiliquido (frullati, frutta cotta…), ecc. Per cui pensano che ci vorrà circa un mese per tornare quello di prima. Abbiate pazienza e scusatemi del mio ritardo. Vi ricordo tutti nel Signore e anche voi pregate per me.

Vostro padre Piero Gheddo

Carissimi tutti, parenti e amici,
mi pare giusto raccontarvi in breve la batosta di 20 giorni in ospedale, al Gemelli di Roma, dall’8 al 27 ottobre 2009. Sono tornato da due giorni al Pime di Roma, debolissimo ma guarito. Debbo riprendermi da 20 giorni senza mangiare e senza bere. Ben nutrito dalle flebo, infatti non avvertivo appetito, ma diminuito di peso dai 74-75 dell’8 ottobre ai 67 di oggi! Questo dice tutta la mia debolezza. Però adesso mangio poco e digerisco, mi hanno detto che debbo procedere con molta calma e una dieta semi-liquida per 10 giorni e poi mangerò di tutto ma poco per volta. Vado con i confratelli del Pime per la Messa e le preghiere, il pranzo e per leggere il giornale, passeggio un po’ in corridoio, ma poi sto in stanza, su e giù dal letto. Mi è rimasto un leggero mal di schiena che non ho quasi mai avuto, credo a causa del letto ospedaliero e delle lunghe nottate e giornate passate a letto pancia in su, quasi senza potermi muovere!

Premessa – Nel febbraio-marzo 2003, con padre Carlo Torriani del Pime (è missionario in  India dal 1969), ero stato in Indonesia a visitare i missionari Saveriani e tutte le mattine vedevo aumentare la mia pancia senza sentire dolore. All’ospedale dei Saveriani di Padang a Sumatra (dove c’è stato lo tsunami recente) mi hanno detto di andare in Italia a farmi operare, che loro non potevano aprirmi!
A Roma sono stato operato alla Columbus (vicina e collegata al Gemelli) e mi hanno estratto dai muscoli addominali un cancro grosso come un melone! La mia segretaria suor Franca Nava (Missionaria dell’Immacolata in Bangladesh e India), che aveva chiesto come infermiera il permesso di assistere all’operazione, mi diceva poi che si era attaccata a un’altra infermiera perchè credeva di svenire quando aveva visto quell’orrore nero e puzzolente  uscire dalla mia pancia!

Così mi avevano tagliato tutti i muscoli addominali e in seguito mi avevano messo una retina di plastica non biodegradabile per contenere i visceri. Il prof. Magistrelli mi diceva che avrei dovuto fare 6-8 mesi di chemioterapia pesante, quindi di trovare una casa di riposo per stare tranquillo! Tornato al Pime di Roma, con suor Franca abbiamo telefonato a molti amici e conoscenti e conventi di clausura femminili (sono 545 in Italia, ai quali da trenta e più anni mando tutti i miei libri in omaggio), per pregare Marcello Candia (morto di cancro al fegato) per il sottoscritto, che aveva un avvenire non facile. Il prof. Magistrelli mi diceva: “Speriamo caro padre che possa cavarsela!”.

15 giorni dopo mi richiamano alla Columbus e Magistrelli mi consegna il responso istologico dicendomi: “Abbiamo fatto fare l’esame istologico a due istituti diversi e ambedue hanno detto che non c’è cancro. Mi pare strano, ma era solo una ciste!”. Comunque non ho fatto nessuna chemioterapia e per sei anni sono andato bene con la mia retina che non sapevo più di avere. Ho però sempre tenuto una fascia elastica addominale che porto facilmente.

Queste le premesse. Sei anni dopo il prof. Armando Antinori, assistente e poi successore di Magistrelli, mi ha chiamato a Roma per un controllo. Sono venuto a settembre ed è risultato che la retina si è spostata e quindi bisognava metterne un’altra. Il 30 settembre e 1° ottobre mi ricoverano al Gemelli per tutti gli esami. L’8 ottobre al mattino ancora al Gemelli e mi operano al pomeriggio dalle 14,30 circa alle 19,30. Cinque ore di operazione senza aprirmi il ventre, ma con cinque buchini (1 cm.) attraverso i quali il chirurgo agiva! La nuova retina, più ampia, è attaccata con vitine piccolissime all’osso pubico: pensate le meraviglie della chirurgia moderna, con il chirurgo che vede il campo d’azione non direttamente, ma attraverso una minuscola camera televisiva e una piccola luce elettrica introdotta nell’addome!

Anestesia generale di sei ore pesantissima per uno di 80 anni. Il chirurgo Antinori poi mi diceva: “Se lei aveva 70-75 anni se la cavava in fretta, ad 80 l’intestino si è bloccato, non digerisce l’anestesia”.
Infatti giorni dopo l’operazione mi hanno dato da bere del te e rigettavo. La prima volta solo tè, la seconda con tre biscottini. Rigettavo! Così si è svolta la mia “agonia” di giorni e notti senza mangiare  e senza bere, coricato a letto a pancia in su, facendo piccoli passeggini in corridoio, col professore che diceva: “Padre speriamo e preghi che l’intestino si muova, altrimenti dovremo ancora intervenire!”. Una seconda operazione non so se l’avrei sopportata. Ho poi saputo dal fratello Mario, che zia Fiorenza, prima sorella di mamma Rosetta, è morta nel 1975 (a 75 anni) proprio per il blocco dell’intestino dopo una banale operazione di appendicite!

Mai ho pregato e meditato tanto come in questi giorni ed ho capito meglio di tutte le prediche e riflessioni che la nostra sofferenza, qualunque essa sia, fa parte della nostra vita di cristiani e missionari, è proprio un atto missionario per la salvezza dell’umanità, unita alla Passione di Gesù. E’ stato un corso di esercizi spirituali sul valore salvifico della sofferenza.

Adesso grazie a Dio, e a Marcello Candia che ho pregato molto (assieme a mamma Rosetta e papà Giovanni), sono a casa, mangio e digerisco da cinque giorni (due in ospedale e tre a casa)! Ce ne vorranno altri 20-25 per riprendermi del tutto, ma grazie a Dio anche questa è andata. Sto bene, ma sono debole e stanco. Con l’aiuto di Dio, mi riprenderò.

Grazie a tutti voi che avete pregato e mi avete scritto, Dio vi benedica. Continuate a pregare e io prego per voi tutti.

Un abbraccio dal vostro padre Piero Gheddo.

«Noi musulmani siamo spontaneamente missionari»

Padre Gheddo è in ospedale, convalescente dopo un intervento chirurgico. Per alcuni giorni, dunque, non potrà aggiornare questo blog. Chiede ai suoi amici lettori di accompagnarlo con la preghiera.

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Nel 1982 a Lahore, capitale del Punjab in Pakistan, ho incontrato dai missionari di Mill Hill di cui ero ospite un docente islamico laico della famosa Università islamica (la più antica nell’islam dopo quella del Cairo), il prof. Kausar Jatoi. Gli chiedo perché l’islam ha così poche società e associazioni missionarie, mentre cattolici e protestanti ne hanno molte. Eppure l’islam si diffonde molto più facilmente del  cristianesimo. Risponde: “Noi musulmani siamo tutti spontaneamente missionari, perché abbiamo un senso profondo della nostra identità e della bontà dell’islam. Non abbiamo bisogno di missionari “professionisti”. Tra voi cristiani non c’è entusiasmo per la vostra fede, la vivete come un fatto privato personale, quindi avete prodotto molti organismi e istituti missionari, inviati  anche nelle regioni islamiche per convertire i musulmani a Cristo. Questo, diceva, indica chiaramente che la religione cristiana è straniera in Asia”. E insisteva su questo concetto: “Noi non abbiamo i “missionari” stranieri, le conversioni all’islam avvengono attraverso il commercio e l’emigrazione di credenti in Allah. Inoltre l’islam crea una forte comunità fra i credenti, che protegge, sostiene e accompagna; voi cristiani siete individualisti e la comunità dei credenti in Cristo esiste solo quando andate in chiesa, poi ciascuno va per conto suo”. Naturalmente ho ribattuto dicendo che il cristianesimo, specialmente oggi, è una libera adesione alla fede, mentre l’islam è una costrizione, una violenza sull’individuo. In parte Jatoi mi dà ragione ma aggiunge: “Voi mettete in primo piano l’individuo, noi la comunità e senza il sostegno di una comunità, di una famiglia, è molto difficile mantenere viva la fede”.
Ho ritrovato in questi giorni gli appunti di quella conversazione. Oggi la situazione è molto cambiata anche per l’islam, ma quelle vecchie carte mi fanno riflettere. La Giornata Missionaria Mondiale che si è celebrata domenica 18 ottobre, in tutte le parrocchie cattoliche del mondo (o almeno lo spero), ha anche questo significato: ricordare ai battezzati e credenti in Cristo che il battesimo è la consacrazione di una vita alla fede in Dio e l’impegno di testimoniare, cioè di annunziare Cristo con la propria vita, e quando è possibile e opportuno anche con la parola. Insomma, anche tutti noi dovremmo essere “spontaneamente missionari”

Piero Gheddo

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«Possibile che la categoria dei giornalisi…?»

Alcuni giorni fa mi sono sentito in dovere di recitare un Rosario e celebrare una Santa Messa per la nostra Italia, per il governo e il Parlamento, per i mass media e la scuola, le famiglie e i nostri giovani che crescono in un ambiente pieno di veleni e di esempi negativi. Insomma, un paese bello e benedetto da Dio come il nostro (a parte il terremoto dell’Aquila e l’inondazione di Messina, ma queste cose capitano ovunque) non riesce a vivere senza scontri e liti, insulti feroci e accuse badiali, proteste e terrorismi verbali, manifestazioni “contro” più o meno non violente. Alla sera si apre il telegiornale e dopo qualche notizia di attualità che interessa, soprattutto politica ed economica, è tutto un seguito di delitti, rapine, stupri, omicidi, processi, disastri, scandali. Quando leggo che l’80% circa degli italiani traggono principalmente dalla televisione le principali informazioni e orientamenti per la loro vita, mi vengono i brividi. La vecchia norma giornalistica “bad news good news” (cattiva notizia buona notizia!) è diventata regola comune dei mass media. I giornalisti (e i fotografi) sono alla ricerca di “scoop” sempre negativi, sconfortanti, deprimenti: non vanno a scoprire la famiglia che ancor oggi ha otto-dieci figli (ce ne sono!) e riesce con l’aiuto di parenti ed amici (e della Provvidenza di Dio) a mantenerli ed allevarli tutti, ma della mamma che uccide il bambino, del marito che uccide la moglie e via dicendo. E’ inevitabile che questa rappresentazione negativa della società italiana rimbalzi abitualmente nelle conversazioni in famiglia, tra amici, tra colleghi di lavoro e di studio. E’ possibile, con un sistema informativo basato sulla ricerca e sulla celebrazione di qualsiasi genere di marciume morale, che nella nostra Italia i giovani crescano ottimisti, impegnati nel bene, sereni, cordiali e fiduciosi come tutti li vorremmo?
Vittorio Messori ricordava che quando era giovane giornalista alla cronaca di Torino del quotidiano “La Stampa”, se in città c’era un delitto efferato, una rapina, uno scandalo, il suo capo-cronaca stappava una bottiglia di spumante e diceva: “Beviamo perché domani venderemo molte copie del giornale!”. E sguinzagliava i suoi cronisti alla ricerca dei particolari orridi e pruriginosi o che comunque suscitassero sbalordimento, meraviglia, scandalo.
Si parla molto di libertà di informazione ed è giusto difenderla, ma quando la libertà diventa, alla lunga, licenza di intossicare l’atmosfera culturale in cui viviamo, non è quasi peggio di chi intossica l’aria con l’emissione di fumi velenosi? Questa è dannosa per i nostri polmoni, quella è dannosa per la nostra psiche e la visione del mondo che ci formiamo; questa porta a malattie fisiche, quella a malattie morali e psichiche, depressione, pessimismo, scoraggiamento di fronte alla vita, con gravissimi danni specialmente per i nostri giovani. Possibile che la categoria del giornalisti (di cui faccio parte dal 1956!) non riesca a darsi delle regole e poi a farle osservare?
Questa sera, lunedì 19 ottobre, a Radio Maria, dalle ore 21 alle 22,30, parlerò di questo tema: “La Giornata missionaria oggi”. Grazie per l’ascolto!

Piero Gheddo

Cartoline dall'Algeria

Un bell’esempio di dialogo interreligioso, esercitato con un certo successo (il “dialogo di vita”, non quello teologico), si sta svolgendo in Algeria, paese tormentato da una strisciante guerra civile e da atti di terrorismo che rendono difficile lo sviluppo del paese. I cristiani algerini sono solo poche decine in tutto, in un paese esteso sette volte l’Italia con 36 milioni di abitanti, ricchissimo di risorse naturali, ma bloccato nel suo sviluppo dall’instabilità politica e con più del 30% di analfabeti. Vi sono alcune migliaia di cattolici fra i tecnici e i lavoratori del petrolio nei pozzi del deserto
Nei primi tempi cristiani, com’è noto, l’Algeria era cristiana, nei tempi moderni i Padri Bianchi (“Missionari d’Africa”) del Card. Carlo Marziale Lavigerie (1825-1892) arcivescovo di Algeri, hanno rifondato la Chiesa in Algeria, che oggi è presente con quattro diocesi: Algeri, Costantina, Orano e Laghouat-Ghardaia. Dietro invito del vescovo di quest’ultima, “la diocesi del deserto del Sahara”, i missionari del Pime hanno assunto la parrocchia di Touggourt, dove risiedono anche le Sorelle del beato padre De Foucauld. Padre Silvano Zoccarato, già missionario in Camerun per trent’anni, è presente dal 2006 ed oggi con due giovani sacerdoti missionari, Emanuele Cardani (della diocesi di Novara, associato al Pime) e Davide Carraro.
Padre Silvano, dopo tre anni passati in una cittadina islamica tradizionale, pubblica un piccolo libro di notevole forza espressiva sulla sua ancor breve esperienza di vita fra i musulmani algerini: “Cartoline dall’Algeria”, Pime, Milano 2009 (pagg. 64, 5 Euro). Non il racconto organico della sua esperienza, ma quasi piccoli Blog che raccontano la sua giornata, gli incontri con la gente, la visita ai capi islamici e alle famiglie, l’insegnamento del francese e dell’italiano a giovani desiderosi di conoscere e di imparare, le Sante Messe all’alba con tre-quattro suore del Beato De Foucauld, anch’esse presenti a Touggourt nella casa dove venne fondata la loro congregazione. Pagine di sapienza evangelica nel deserto del Sahara, vivendo con un popolo accogliente e disposto al dialogo e all’aiuto, naturalmente senza poter annunziare chiaramente Gesù, il Vangelo, il cristianesimo e meno che mai la “conversione” a Cristo, per non correre il rischio di essere accusato ed espulso per “proselitismo”.
Silvano viene dal Camerun, dove ha sperimentato per trent’anni le gioie a volte piene ed esplosive della vita missionaria, fra popoli che accolgono Cristo e si lasciano conquistare dal Vangelo, manifestando apertamente anche con canti e danze travolgenti l’entusiasmo per il dono della fede ricevuta. Giunto in Algeria sta sperimentando un altro tipo di presenza missionaria fra i non cristiani ed ha, come dire, l’umiltà e la flessibilità di accettarlo con semplicità e con gioia, senza rimpiangere il passato. Lui sa, e lo racconta in queste “Cartoline dell’Algeria”, che anche il seme gettato nel deserto (del Sahara) produce buoni frutti per opera dello Spirito Santo.
Un grande insegnamento per tutti noi, sacerdoti, suore, diaconi, operatori pastorali nell’ Italia secolarizzata che vive come se Dio non esistesse. Siamo tentati di scoraggiamento, depressione, abbandono, ci pare di essere inutili. Un parroco un giorno mi diceva: “Che ci sto a fare fra questo popolo? Ho tentato di tutto e quasi nessuno mi segue!”. Anche Silvano ha avuto questi dubbi e tentazioni, però ha sperimentato che la fede nell’azione misteriosa ma reale dello Spirito Santo gli dà serenità e gioia per continuare nella sua missione. La sua vita è preghiera, studio, accoglienza, relazioni, amicizie e aiuto vicendevole con la gente di Touggourt. Infine “il dialogo della vita” e poco più. Dice di sentire “il richiamo ad una preghiera più profonda” e fa tutto quello che può in quella situazione, lasciando allo Spirito di fare il resto.

Piero Gheddo

Don Dossetti e il dialogo con le religioni

Una delle obiezioni più comuni all’ad Gentes è quella che in varie forme sostituisce l’annunzio di Cristo con il dialogo interreligioso, cioè con le grandi religioni dell’umanità. Che senso ha annunziare Gesù Cristo come Salvatore di tutti gli uomini, quando tutti i popoli hanno le loro religioni, che in un modo o nell’altro portano allo stesso Dio? E’ meglio dialogare e collaborare per la pace, la giustizia, lo sviluppo dei popoli, lasciando che ciascuno osservi con buona volontà la sua religione e adori Dio come crede.
Dopo il Concilio Vaticano II che ha lanciato il dialogo con le religioni non cristiane, i teologi hanno studiato, discusso e pubblicato una quantità di libri e il dibattito non è affatto esaurito. Essendo un tema nuovo nella teologia (prima del 1960 nessuno parlava di dialogo col buddhismo o l’islam), si è creata una certa confusione di idee percepita anche dal popolo cristiano, che ha contribuito alla crisi dell’ideale missionario (di cui ho scritto nel Blog dell’8 ottobre 2009). Infatti, oltre all’enciclica “Redemptoris Missio” (1989) che ne parla chiaramente, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha pubblicato due importanti documenti: “Dialogo e missione” (1984) e “Dialogo e Annunzio” (1991), quest’ultimo congiuntamente con la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.

Penso sia utile rileggere parte di un testo di don Giuseppe Dossetti, fondatore della “Piccola Famiglia dell’Annunziata” a Bologna nel 1954, approvata dal card. Giacomo Biffi nel 1986 (oggi diffusa in varie regioni italiane e paesi). Questo testo, che ho ricevuto e pubblicato inedito in “Mondo e Missione” (marzo 1991), è una meditazione che nel 1990 don Dossetti tenne ad un pellegrinaggio in Terra Santa di un gruppo di sacerdoti bolognesi. Partendo da San Paolo (Col. 1, 12-20), Dossetti parla delle filosofie e religioni del mondo, che sono vie “per approdare a una conoscenza superiore delle realtà del mondo, non tanto nelle cose conoscibili dalla ragione, ma attraverso una visione della realtà, che si ottiene solo attraverso una iniziazione diversa da quella cristiana del battesimo”.

“Non è possibile – dice Dossetti – una sintesi, una combinazione di questa filosofia trasmessa da questa tradizione e il Cristo, quel Cristo che i Colossesi hanno ricevuto nella Chiesa. Non è possibile nessuna combinazione, si pone in una alternativa assoluta, perché questa è una filosofia degli elementi del mondo….. (che ha) sempre lo stesso schema mentale. Secondo il quale esistono tra noi e Dio, tra noi e la realtà superiore, mediatori più o meno legati a potenze angeliche o astrali o a tutte e due congiuntamente…. Paolo, e come lui tutti gli autori cristiani, ha dovuto optare per questa alternativa precisa tra questi esseri superiori che dovrebbero mediare la nostra esistenza religiosa e Cristo. E ci viene da dire che appunto è impossibile conciliare tutto ciò. Perchè? Semplicemente perchè Gesù Cristo, il Creatore e il Redentore, è Colui che ha l’immagine del Dio invisibile e che la trasmette al mondo…. In Lui – dichiara Paolo – abita la pienezza della divinità e non c’è altro essere, dopo la sua incarnazione, la sua morte e la sua resurrezione, che possa mediare il nostro rapporto con Dio…..
“Una teologia delle religioni che si fondi sulle grandi lettere di San Paolo, e su questa sintesi della Lettera ai Colossesi, – continua Dossetti – mi pare realizzi perfettamente quello che dicevamo, che non solo Cristo è il fine dei tempi, è la fine dei tempi, ma è anche, come afferma la  Lettera ai Filippesi, è la fine di ogni religione, la fine di ogni religione. Ogni rapporto religioso, costruito più o meno completamente attraverso osservanze di tradizioni umane, stando a quanto dice la Lettera ai Colossesi, si può veramente dire che prende fine, non ha più senso ed è distrutto, se noi sappiamo accogliere il messaggio della fede della Chiesa, della fede che Paolo professava, che ha consegnato alla Chiesa e che la Chiesa consegna a noi. Poi potremo anche costruire i rapporti di dialogo e di una certa collaborazione, ma una volta realizzata la perfetta identità del cristiano nuovo: sappiamo chi siamo, sappiamo soprattutto che siamo liberi di fronte a Dio. E sappiamo che come cristiani non abbiamo più nessun altro condizionamento che quello di Cristo e del suo battesimo. Di fronte alle religioni orientali, all’islam e anche all’ebraismo, solo questa lettera ci fornisce i principi supremi…..
“C’è un trionfalismo della Chiesa, di cui si è parlato molto negli anni post-conciliari, che può essere discutibile, ma il trionfo di Cristo, per così dire, è incancellabile, è l’essenza stessa del cristianesimo. Di questo trionfo bisogna che siamo assolutamente sicuri per poter essere cristiani, se no l’errore si insinua nella Chiesa stessa e dal di dentro della Chiesa, come era per i colossesi”.

Così don Dossetti, dieci anni prima che fosse pubblicata la “Dominus Jesus” (2000), che ha attirato tante critiche dai teologi delle religioni. La Giornata missionaria mondiale ci richiama queste verità della Chiesa, senza le quali la missione alle genti perde di significato e diventa “proselitismo” o “colonialismo religioso”.

Piero Gheddo

Il 18 ottobre Giornata missionaria mondiale

Domenica 18 ottobre prossimo si celebra in tutto il mondo cattolico la Giornata missionara mondiale, nata nella diocesi Sassari all’inizio degli anni venti e nel 1926 estesa da Pio XI a tutta la Chiesa cattolica nella penultima domenica di ottobre di ogni anno e affidata alla Pontificie opere missionarie per l’organizzazione. In un recente passato era una giornata celebrata con molta solennità: messaggio del Papa letto e commentato alle Messe domenicali, missionari invitati a predicare, mostre di libri e fotografie delle missioni, conferenze di preparazione nella settimana precedente, veglia serale di preghiere al sabato sera, raccolta di aiuti economici anche fuori delle chiese (in piazze, stadi, caselli autostradali, ecc.), con grandi cartelloni segnaletici con slogan missionari. Negli ultimi tempi, rincresce dirlo, questa giornata ha perso forza e visibilità nella Chiesa e nelle società italiana. Nessun giornale, almeno negli ultimi anni, pubblica più appelli ed esortazioni su questa ricorrenza, ad eccezione dei quotidiani “L’Osservatore Romano”, “Avvenire” e “L’Eco di Bergamo”. Anzi, parecchie volte ho chiesto ad amici, dopo la giornata, se nella loro chiesa o parrocchia avevano dato notizia e predicato sulla missione alle genti. Diverse volte mi hanno detto di no, al massimo un avviso per dire che le offerte raccolte in quel giorno andavano alle Pontificie opere missionarie per tutte le missioni del mondo.

La missione alle genti è quasi scomparsa dall’orizzonte del fedele comune e delle diocesi, parrocchie e stampa anche cattolica italiane. Un segno evidente di tutto questo sta nel fatto che la “Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione”, preparata dalla Congregazione per la Fede e firmata da Benedetto XVI il 3 dicembre 2007, festa di San Francesco Saverio, è stata ignorata anche dalla stampa missionaria. Eppure tratta proprio della missione alle genti, tra l’altro citando soprattutto il Decreto conciliare “Ad Gentes” (1965) e l’enciclica di Giovanni Paolo II “Redemptoris Missio” (1989). La Nota Dottrinale chiarisce alcuni aspetti del rapporto tra il mandato missionario del Signore e il rispetto della coscienza e della libertà religiosa di tutti e termina con queste parole: “L’azione evangelizzatrice della Chiesa non può mai venire meno, poiché mai verrà a mancarle la presenza del Signore Gesù nella forza dello Spirito Santo, secondo la sua stessa promessa: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Gli odierni relativismi ed irenismi in ambito religioso non sono un motivo valido per venir meno a questo oneroso ma affascinante impegno, che appartiene alla natura stessa della Chiesa ed è «suo compito primario». «Caritas Christi urget nos – l’amore del Cristo ci spinge» (2 Cor 5, 14).

Rimando gli amici che leggono questo Blog alla catechesi che terrò lunedì 19 ottobre (ore 21 – 22,30) a Radio Maria (come tutti i terzi lunedì del mese) proprio sul tema della missione alle genti.

Piero Gheddo

Leggere la storia con gli occhi di Dio

Ottobre, il mese della Giornata missionaria mondiale (domenica, 18 ottobre)

In questi giorni sto correggendo le bozze del volume “Missione Bengala – I 155 anni del Pime nel Bengala indiano e in Bangladesh (1855-2010)” che la EMI pubblicherà entro dicembre prossimo. E penso alla grande grazia che mi ha fatto il Signore. Dopo 41 anni di giornalismo, mi ha concesso 15 anni di lavoro storico: la ricerca storica in Archivio, lo studio della storia, il produrre volumi di storia del Pime e delle missioni del Pime e biografie di missionari.
Quando nel 1994 sono stato chiamato a Roma da padre Franco Cagnasso allora superiore generale del Pime, per scrivere la storia dell’Istituto e delle sue missioni (in vista dei 150 anni dalla fondazione, 1850-2000), ci sono venuto malvolentieri. Ero nel pieno della “carriera” giornalistica, di viaggi in missione e collaborazioni a giornali cattolici e laici, radio e televisioni, conferenze e interventi in congressi. Chiudermi a Roma in un Archivio, per me, e per tanti altri che mi conoscevano, era una pazzia. E poi non capivo nemmeno bene cosa fosse questo fantomatico Ufficio storico, che esisteva quasi solo di nome. Venuto a Roma, fra i confratelli le battute si sprecavano: “Tu sei un buon giornalista, ma ti mancano tutte le qualità dello storico”; “Dovevi dire di no perché ti hanno incastrato in un compito che non è il tuo”.
Invece debbo dire che scrivere la storia dell’Istituto, delle sue missioni e dei suoi missionari mi ha dato molto. Nella casa generalizia del Pime a Roma mi ha aiutato il grande amico padre Domenico Colombo (1925-2007), che avevo già conosciuto per anni a Milano. Un uomo di vasta cultura che pregava e rifletteva molto, i suoi giudizi erano sempre profondi. Fin dall’inizio, ha orientato il mio lavoro a Roma: “Studia – mi diceva – vai a incontrare degli storici, esamina la letteratura storica, ma l’importante è che tu legga e scriva la storia del Pime e delle missioni con gli occhi di Dio”. Quel discorso mi ha fatto pensare e pregare. Poi l’abbiamo sviluppato assieme secondo il testo costitutivo dell’Ufficio storico già delineato da padre Cagnasso aveva delineato.
Per quarantun anni di sacerdozio avevo viaggiato e scritto l’attualità delle missioni e dei paesi non cristiani Adesso dovevo “leggere la storia con gli occhi di Dio”. Quella storia a cui i giornali e i mass media dedicano scarsa attenzione, perché impegnati a cercare lo “scoop”, a “gonfiare” temi e personaggi che meglio rispondono alle esigenze del mercato! Eppure, questa storia quasi sconosciuta vale veramente la pena di conoscerla. Oltre che la storia “letta con gli occhi di Dio”, posso dire che è una storia “che porta a Dio”.
La crisi morale e spirituale che attraversa la nostra Italia appare anche nei nostri mass media, giornali, radio, televisione, che ci offrono ogni giorno una visione negativa della vita, che produce pessimismo, chiusura, sconforto. La storia delle missioni, vista dalla parte di Dio, per quanto sono riuscito, porta alla ribalta personaggi autentici e positivi,

Perchè illudere i popoli africani?

Nel Blog del 20 settembre scorso  ho riferito che il 4 settembre l’agenzia Zenith ha dato notizia di una lettera che 50 leaders religiosi e direttori di agenzie che aiutano i paesi poveri hanno inviato al segretario delle Nazioni Unite, nella quale si legge che “la corruzione è la maggior causa di  povertà nei paesi in via di sviluppo”. Ho raccontato alcuni esempi riferiti al Camerun, l’ultimo paese africano che ho visitato nell’inverno 2006-2007. Un missionario che ho conosciuto in Africa anni fa, mi telefona per dirmi che quanto scrivo deprime ancor più l’immagine dell’Africa nell’opinione pubblica italiana. “L’afro-pessimismo, dice, non porta risultati positivi, oggi noi italiani dobbiamo aiutare l’Africa, non  deprimerla ancora di più”.

Gli ho risposto che per aiutare gli africani (e bisogna aiutarli!) anzitutto non dobbiamo illuderli. Se 50 Ong religiose che operano in Africa (fra le quali Caritas Internazionale) affermano in una lettera ufficiale che la corruzione è la maggior causa di miseria dei popoli poveri, non posso far finta di niente e consolarmi dicendo e scrivendo che gli africani hanno dei grandi valori umani e culturali (e ci credo anch’io, lo scrivo spesso). Le élites africane debbono rendersi conto che, continuando a quel modo, i loro paesi non possono svilupparsi. Parlando a volte con africani colti, laici cattolici ma anche preti e vescovi, mi capita di sentir dire: “Noi non siamo poveri, ma impoveriti. Fin che i paesi ricchi non ci tratteranno con giustizia, siamo condannati a questa miseria”. Si illudono e illudono i loro popoli.

Il 27 febbraio 2007 ho intervistato a Bissau (capitale della Guinea Bissau) il suo primo vescovo mons. Settimio Ferrazzetta (1924-1999), francescano veronese di grande valore spirituale e sociale, che ha lasciato in tutti un ottimo ricordo, anche per aver riportato la pace nella guerra civile del 2008-2009. Ha corretto personalmente la sua intervista pubblicata nel volume “Missione Bissau – I 50 anni del Pime in Guinea-Bissau, 1947-1997”, Emi 1997, pagg. 289-292. Gli ho chiesto cosa pensa del suo popolo guineano e risponde:

–  E’ un popolo buono con tante qualità umane, tollerante, sopporta tutto. Pensa che cosa ha sopportato sotto i portoghesi e poi sotto il partito comunista al governo! Umanamente c’è stata una crescita, è un popolo più cosciente, più reattivo, più impegnato: ma economicamente il Paese è un disastro, soprattutto perché è dominato, come tutti i paesi africani da una corruzione enorme, incredibile, spaventosa. La mentalità comune è che chi arriva al potere deve fare denaro, per sé e per i suoi.

–  Come si manifesta questa corruzione?

–  Ad esempio, sono troppe le delegazioni guineane che vanno all’estero, alberghi di prima categoria, aerei, 1000 dollari al giorno da spendere….Le delegazioni ai congressi internazionali vanno negli stessi alberghi dei delegati americani, “perché – mi ha risposto un guineano a cui avevo fatto questa osservazione – siamo anche noi uno Stato sovrano e abbiamo gli stessi diritti degli americani”. Nell’ottobre 1996  c’è stato a Roma un congresso della FAO: vi hanno partecipato 33 persone della Guinea Bissau, naturalmente a spese dello Stato! Ne è venuto fuori uno scandalo, perché oltre al Presidente è andata la moglie del Presidente, poi la sorella della moglie, poi altre signore….Queste dame della Guinea, l’hanno pubblicato con risalto i giornali italiani di cui mi hanno mandato copia, in via Condotti a Roma hanno firmato un assegno di 42 milioni di lire per le loro spese e l’assegno era coperto ! Spendono decine di milioni in alberghi e spese superflue, poi non c’è denaro per pagare medici, infermieri, insegnanti…

–  Ma da dove vengono questi soldi se il paese produce così poco?

–  Dagli aiuti internazionali e da altre fonti, ad esempio da compagnie straniere che pagano per poter pescare nel mare della Guinea. Sono almeno un centinaio di navi e pagano in media dai 150 ai 300 mila dollari l’anno a seconda del loro tonnellaggio. Le compagnie europee firmano il contratto attraverso la Comunità Europea. Vengono da molti paesi anche dall’Italia, da S. Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) e Mazara del Vallo (Trapani). Dicono che il nostro pesce è di primissima qualità. Sono milioni di dollari che arrivano in Guinea: dove vanno a finire? L’Africa è così, c’è una corruzione tremenda che taglia le gambe allo Stato perché la mentalità diffusa è questa: chi va al potere deve guadagnare tanto e in fretta perché può cadere da un momento all’altro .

–   Quindi lei è pessimista sul futuro di questo paese?

–  Assolutamente no, come cristiani abbiamo il dovere di essere ottimisti, di incoraggiare il popolo: questo fa parte dell’evangelizzazione. Fin che c’è qualcuno come noi che dà buon esempio, incoraggia gli onesti, sostiene gli sforzi della gente, aiuta i poveri e i giovani di buona volontà, la baracca va avanti e la gente cresce. D’altra parte, bisogna anche riconoscere che c’è stato un miglioramento in vari settori, assistenza sanitaria, istruzione, case, strade, coscienza politica, ecc. Soprattutto i giovani sono più animati, hanno voglia di imparare e impegnarsi. Quindi non si può che essere ottimisti, ma ci vogliono i tempi lunghi, come in ogni processo educativo perché il progresso è frutto di educazione. La Chiesa per aiutare il paese a crescere è soprattutto impegnata in campo educativo.

Piero Gheddo