Avventura all’ospedale Gemelli a Roma

Cari amici del Blog “Armagheddo”, ho avuto una difficile avventura all’ospedale Gemelli di Roma ed ho pensato, da buon giornalista, di fare una bella relazione di quel che mi è capitato per parenti e amici, fra i quali ci siete anche voi tutti. Vi chiedo una preghiera affinchè possa riprendermi in fretta. L’entusiasmo di lavorare ancora per Gesù Cristo, la Chiesa e la missione non mi manca. Adesso mi mancano le forze, ma torneranno. Da tre giorni sono al Pime di Roma e mi sento rinascere. Ma i medici mi dicono di procedere con molta calma, poco per volta, riposando molto, mangiando cibo semiliquido (frullati, frutta cotta…), ecc. Per cui pensano che ci vorrà circa un mese per tornare quello di prima. Abbiate pazienza e scusatemi del mio ritardo. Vi ricordo tutti nel Signore e anche voi pregate per me.

Vostro padre Piero Gheddo

Carissimi tutti, parenti e amici,
mi pare giusto raccontarvi in breve la batosta di 20 giorni in ospedale, al Gemelli di Roma, dall’8 al 27 ottobre 2009. Sono tornato da due giorni al Pime di Roma, debolissimo ma guarito. Debbo riprendermi da 20 giorni senza mangiare e senza bere. Ben nutrito dalle flebo, infatti non avvertivo appetito, ma diminuito di peso dai 74-75 dell’8 ottobre ai 67 di oggi! Questo dice tutta la mia debolezza. Però adesso mangio poco e digerisco, mi hanno detto che debbo procedere con molta calma e una dieta semi-liquida per 10 giorni e poi mangerò di tutto ma poco per volta. Vado con i confratelli del Pime per la Messa e le preghiere, il pranzo e per leggere il giornale, passeggio un po’ in corridoio, ma poi sto in stanza, su e giù dal letto. Mi è rimasto un leggero mal di schiena che non ho quasi mai avuto, credo a causa del letto ospedaliero e delle lunghe nottate e giornate passate a letto pancia in su, quasi senza potermi muovere!

Premessa – Nel febbraio-marzo 2003, con padre Carlo Torriani del Pime (è missionario in  India dal 1969), ero stato in Indonesia a visitare i missionari Saveriani e tutte le mattine vedevo aumentare la mia pancia senza sentire dolore. All’ospedale dei Saveriani di Padang a Sumatra (dove c’è stato lo tsunami recente) mi hanno detto di andare in Italia a farmi operare, che loro non potevano aprirmi!
A Roma sono stato operato alla Columbus (vicina e collegata al Gemelli) e mi hanno estratto dai muscoli addominali un cancro grosso come un melone! La mia segretaria suor Franca Nava (Missionaria dell’Immacolata in Bangladesh e India), che aveva chiesto come infermiera il permesso di assistere all’operazione, mi diceva poi che si era attaccata a un’altra infermiera perchè credeva di svenire quando aveva visto quell’orrore nero e puzzolente  uscire dalla mia pancia!

Così mi avevano tagliato tutti i muscoli addominali e in seguito mi avevano messo una retina di plastica non biodegradabile per contenere i visceri. Il prof. Magistrelli mi diceva che avrei dovuto fare 6-8 mesi di chemioterapia pesante, quindi di trovare una casa di riposo per stare tranquillo! Tornato al Pime di Roma, con suor Franca abbiamo telefonato a molti amici e conoscenti e conventi di clausura femminili (sono 545 in Italia, ai quali da trenta e più anni mando tutti i miei libri in omaggio), per pregare Marcello Candia (morto di cancro al fegato) per il sottoscritto, che aveva un avvenire non facile. Il prof. Magistrelli mi diceva: “Speriamo caro padre che possa cavarsela!”.

15 giorni dopo mi richiamano alla Columbus e Magistrelli mi consegna il responso istologico dicendomi: “Abbiamo fatto fare l’esame istologico a due istituti diversi e ambedue hanno detto che non c’è cancro. Mi pare strano, ma era solo una ciste!”. Comunque non ho fatto nessuna chemioterapia e per sei anni sono andato bene con la mia retina che non sapevo più di avere. Ho però sempre tenuto una fascia elastica addominale che porto facilmente.

Queste le premesse. Sei anni dopo il prof. Armando Antinori, assistente e poi successore di Magistrelli, mi ha chiamato a Roma per un controllo. Sono venuto a settembre ed è risultato che la retina si è spostata e quindi bisognava metterne un’altra. Il 30 settembre e 1° ottobre mi ricoverano al Gemelli per tutti gli esami. L’8 ottobre al mattino ancora al Gemelli e mi operano al pomeriggio dalle 14,30 circa alle 19,30. Cinque ore di operazione senza aprirmi il ventre, ma con cinque buchini (1 cm.) attraverso i quali il chirurgo agiva! La nuova retina, più ampia, è attaccata con vitine piccolissime all’osso pubico: pensate le meraviglie della chirurgia moderna, con il chirurgo che vede il campo d’azione non direttamente, ma attraverso una minuscola camera televisiva e una piccola luce elettrica introdotta nell’addome!

Anestesia generale di sei ore pesantissima per uno di 80 anni. Il chirurgo Antinori poi mi diceva: “Se lei aveva 70-75 anni se la cavava in fretta, ad 80 l’intestino si è bloccato, non digerisce l’anestesia”.
Infatti giorni dopo l’operazione mi hanno dato da bere del te e rigettavo. La prima volta solo tè, la seconda con tre biscottini. Rigettavo! Così si è svolta la mia “agonia” di giorni e notti senza mangiare  e senza bere, coricato a letto a pancia in su, facendo piccoli passeggini in corridoio, col professore che diceva: “Padre speriamo e preghi che l’intestino si muova, altrimenti dovremo ancora intervenire!”. Una seconda operazione non so se l’avrei sopportata. Ho poi saputo dal fratello Mario, che zia Fiorenza, prima sorella di mamma Rosetta, è morta nel 1975 (a 75 anni) proprio per il blocco dell’intestino dopo una banale operazione di appendicite!

Mai ho pregato e meditato tanto come in questi giorni ed ho capito meglio di tutte le prediche e riflessioni che la nostra sofferenza, qualunque essa sia, fa parte della nostra vita di cristiani e missionari, è proprio un atto missionario per la salvezza dell’umanità, unita alla Passione di Gesù. E’ stato un corso di esercizi spirituali sul valore salvifico della sofferenza.

Adesso grazie a Dio, e a Marcello Candia che ho pregato molto (assieme a mamma Rosetta e papà Giovanni), sono a casa, mangio e digerisco da cinque giorni (due in ospedale e tre a casa)! Ce ne vorranno altri 20-25 per riprendermi del tutto, ma grazie a Dio anche questa è andata. Sto bene, ma sono debole e stanco. Con l’aiuto di Dio, mi riprenderò.

Grazie a tutti voi che avete pregato e mi avete scritto, Dio vi benedica. Continuate a pregare e io prego per voi tutti.

Un abbraccio dal vostro padre Piero Gheddo.

6 pensieri su “Avventura all’ospedale Gemelli a Roma

  1. Credo di interpretare il pensiero di molti se le dico che la pensiamo e la ricordiamo nelle nostre preghiere.
    Si prenda tempo per riprendersi, senza strapazzarsi.
    Attenderemo con pazienza e fiducia il pieno ritorno ai suoi blog, scritti con tatto e con originalità.
    Con affetto grande.

  2. Forza padre, lei è un grande e la Chiesa ha ancora tanto bisogno della sua acutissima penna! Che il Signore la benedica!

    Cris

  3. oggi festa di tutti i Santi ti faccio gli auguri più belli, riposa, riprenditi e prega per tutti noi. coraggio, ti siamo tutti vicino.
    ciao
    riccarda

  4. Ricordandola nella Preghiera, le auguro una pronta e definitiva guarigione.
    A presto.

    Davide

  5. Carissimo Padre spero vivamente che si riprenda al più presto e che torni ad assistere le persone meno fortunate di noi. Un fortissimo abbraccio da chi le è stato compagno di stanza al policlinico e che ora è a Taranto per continuare la terapia. Un saluto anche dalla mia signora Emanuela e dai miei figli Umberto ed Egidio. La pensiamo sempre

  6. La sua avventura al Gemelli è un invito a meditare sul valore salvico della sofferenza.Il Signore la faccia tornare presto quello di prima. Un ricordo affettuoso nella preghiera. Saluti anche da tanti Amici beneventani di padre Clemente .

    Vincenzo Di Pinto

    Benevento,3 / XII / 2009

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