Superare le dvisioni della Teologia della Liberazione

 

    Un amico mi chiede come mai non si parla più di “Teologia della Liberazione”. Perché ha prodotto i suoi frutti positivi e oggi altri temi e problemi sono venuti alla ribalta, in America Latina e nel mondo. Però, il 7 dicembre 2009, Benedetto XVI ha ricevuto i vescovi del Sud Brasile in visita “ad limina” ed ha lanciato un accorato appello a superare le divisioni suscitate nella Chiesa dalla Teologia della Liberazione che si ispirava al marxismo. Il Pontefice ha affermato che le comunità ecclesiali in Brasile devono sperimentare l’esperienza del perdono perché le ferite delle polemiche possano finalmente cicatrizzare.

 

     Nell’agosto scorso (2009) – ha ricordato Benedetto XVI – sono stati commemorati i 25 anni dell’Istruzione Libertatis nuntius della Congregazione per la Dottrina della Fede, su alcuni aspetti della Teologia della Liberazione. In essa – ha spiegato il Papa – “si sottolineava il pericolo che comportava l’accettazione acritica da parte di alcuni teologi di tesi e metodologie provenienti dal marxismo”. In realtà, come affermava nel 1984 il Cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Teologia della Liberazione ci sono molte correnti, perché la liberazione è uno dei messaggi centrali della Rivelazione, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.

 

     Una di queste correnti, soprattutto negli ultimi tre decenni del XX secolo, ha preso come elemento di interpretazione sociale ed economica l’analisi marxista – il materialismo storico – per cercare di comprendere la complessa e ingiusta, a volte scandalosa, realtà sociale che si vive in America Latina. Questa corrente è stata chiamata Teologia  della Liberazione (di analisi marxista). Secondo quanto ha spiegato Benedetto XVI ai Vescovi brasiliani, “le sue conseguenze più o meno visibili, fatte di ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia, si fanno ancora sentire, creando nelle vostre comunità diocesane grande sofferenza e una grave perdita di forze vive”. 

     Per questo, ha supplicato “quanti in qualche modo si sono sentiti attratti, coinvolti e toccati nel proprio intimo da certi principi ingannatori della Teologia della Liberazione, di confrontarsi nuovamente con la suddetta Istruzione, accogliendo la luce benigna che essa offre a mani tese”. Citando Giovanni Paolo II, ha dichiarato che la “regola suprema” della fede della Chiesa non deriva dall’analisi marxista, ma “dall’unità che lo Spirito ha posto tra la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il magistero della Chiesa in una reciprocità tale per cui i tre non possono sussistere in maniera indipendente”.

     Per questo motivo, Papa Benedetto si è rivolto a quanti vedono ancora una risposta nella Teologia della Liberazione ai problemi sociali, auspicando che “il perdono offerto e accolto in nome e per amore della Santissima Trinità, che adoriamo nei nostri cuori, ponga fine alla sofferenza dell’amata Chiesa che peregrina nelle terre della Santa Croce”, cioè il Brasile.

 

     Come ho detto all’inizio la Teologia della Liberazione ha prodotto anche frutti positivi. Quando sono andato la prima volta in Brasile, mi ha stupito il fatto che la Chiesa era ben impiantata nelle regioni costiere del paese-continente, mentre nelle regioni interne si trattava spesso di una missione o prima evangelizzazione. Quando i padri del Pime sono giunti in Amazzonia e nel Paranà nel 1946 e pochi anni dopo in Mato Grosso, hanno trovato popoli che avevano ricevuto la fede qualche secolo prima, una fede dai “missionari itineranti”, ma di cristiano avevano proprio poco. L’attenzione creata nelle Chiese latino-americane dalla Teologia della Liberazione per le situazioni a volte disumane in cui vivono  i più poveri e isolati ha spinto le diocesi, i missionari e gli istituti religiosi verso le regioni e i popoli non ancora evangelizzati, con risultati molto positivi. Basti dire che nel 1946 il Brasile aveva un’ottantina di diocesi, oggi circa 350! Se crediamo che il messaggio di Cristo è il miglior messaggio di liberazione dell’uomo, questo è un fatto straordinario. E ne ringraziamo il Signore.

                                                

                                                                                   Piero Gheddo

 

Perchè l'abisso fra Haiti e Santo Domingo

 

 

 

     In seguito alla trasmissione su Radio Maria (ore 21-22,30) che ho fatto il terzo lunedì del mese 18 gennaio su Haiti (vedi il testo sul mio sito: www.gheddopiero.it), ho ricevuto alcune telefonate e messaggi che chiedono perchè la grande differenza fra i due stati in cui è divisa l’isola di Hispaniola, Haiti e Santo Domingo.

     Oggi Haiti è distrutto dal terremoto ma l’abisso che separa i due paesi era evidente già prima di questo tragico avvenimento.  Alcuni dati dell’Onu degli ultimi anni.

         Haiti è al 149° posto su 182 nazioni nell’Indice di sviluppo umano, Santo Domingo al 92° posto.

         Prodotto nazionale lordo (Pil) pro capite 698 e 3.772 dollari.

         Il 72% degli haitiani vive con meno di due dollari al giorno, contro il 15% dei cittadini di Santo Domingo.

         La speranza di vita alla nascita è di 55 anni ad Haiti, 65 anni a Santo Domingo.

         Analfabetismo: 53% ad Haiti, 13% a Santo Domingo.

 

     Per capire le diverse situazioni di due paesi in un’unica isola, bisogna conoscere la storia. L’isola di Hispaniola, scoperta da Cristoforo Colombo nel 1492, era colonia spagnola ma trascurata dagli spagnoli che avevano occupato tutta l’attuale America Latina (eccetto il Brasile), dal Messico al Cile e all’Argentina. Nel 1625 la Francia incomincia a colonizzare la parte orientale dell’isola e nel 1664 la Spagna riconosce la sua proprietà sull’attuale Haiti. La Francia si impegna a colonizzare la sua parte dell’isola con numerosi coloni francesi, importando molti schiavi dall’Africa e coltivando canna da zucchero, caffè, cacao, banane e altra frutta tropicale. Nel 1700 Haiti era la più ricca delle colonie dell’emisfero occidentale (allora chiamata “La perla dei Caraibi”), grazie, soprattutto, alle notevoli esportazioni di zucchero e cacao, mentre Santo Domingo, rimasto spagnolo, era povero, poco abitato e quasi abbandonato.

 

     Durante e dopo la Rivoluzione francese del 1789, le nuove idee sui diritti dei popoli si diffondono nelle colonia francesi e anche ad Haiti si verifica una rivolta di popolo, non più come a Parigi contro i re e i nobili, ma la rivolta dei neri contro i francesi. Dopo  varie vicende di guerra civile, nel 1804 Haiti dichiara la sua indipendenza, il secondo paese indipendente del continente americano dopo gli Stati Uniti. Ma mentre gli Stati Uniti (la cui nascita ufficiale è del 1798) conobbero un rapido sviluppo politico-economico, per Haiti l’indipendenza formale dalla Francia segna l’inizio di due secoli di guerre civili e dittature. Nel 1800 Haiti è guidata da una serie di presidenti, la maggioranza dei quali rimane in carica solo per pochi anni o mesi. E anche in seguito non ha più avuto stabilità politica, eccetto nel breve periodo di occupazione da parte dell’esercito americano (1915-1934) per mettere fine al caos in cui il paese era precipitato.

    Al contrario, Santo Domingo ottiene l’indipendenza dalla Spagna in modo abbastanza pacifico nel 1844 con un popolo unito e, anche se nella sua storia vi sono stati periodi turbolenti e di dittature, da tempo gode di una discreta stabilità politica. Oggi a Santo Domingo i bianchi e mulatti sono l’88% dei 9 milioni di abitanti, ad Haiti i neri sono il 94% e i mulatti il 5% degli otto milioni di haitiani. Ma la maggioranza nera di Haiti è divisa in tante etnie e fazioni, secondo il luogo e la lingua d’origine degli antenati schiavi. Fino ad oggi in Haiti l’unità di popolo e la stabilità politica, condizioni indispensabili per lo sviluppo economico, sono sconosciute.

 

    Questa la radice etnico-storica che spiega la differenza fra due paesi vicini. La storia dimostra che anche quando un popolo ha diritto all’indipendenza, se questa viene concessa quando quel popolo non è unito e preparato a governarsi, si rivela dannosa per il popolo stesso. Cioè, le guerre o guerriglie di liberazione africane del secolo scorso (e anche quella di Haiti di due secoli fa) falliscono sempre o quasi sempre, perché violenza chiama violenza e nelle guerre o guerriglie civili le ideologie e gli uomini più violenti inevitabilmente prevalgono.

                                                                                               Piero Gheddo

Ancora sui musulmani in Italia

                                

 

          L’8 gennaio scorso ho pubblicato il Blog “E’ possibile integrare i musulmani in Italia?” e ringrazio chi mi ha scritto e telefonato. Terminavo dicendo che “una soluzione forse esiste”. Ho parlato con un mio confratello che conosce l’Islâm molto meglio di me, il dott. padre Paolo Nicelli: ha vissuto una decina d’anni in missione di cui cinque a Mindanao (sud delle Filippine) fra i musulmani e poi ha fatto studi universitari sull’Islâm pubblicando alcuni volumi. Cito l’ultimo che mi pare significativo per il nostro tema: “Islâm e modernità nel pensiero riformista islamico” (San Paolo 2009, pagg. 276, Euro 19,00), volume non facile, perché l’Islâm è una realtà complessa e non monolitica. Il libro rappresenta una profonda lettura del mondo musulmano attuale con tutte le sue tendenze e correnti.

         Padre Nicelli pensa che il mio Blog è “interessante e realista” e pone il problema di fondo: “Qui in Italia la maggioranza dei musulmani vogliono rimanere e non se ne vogliono andare, perché hanno trovato quelle opportunità di vita e di libertà che a casa loro non gli venivano garantite. Questi immigrati musulmani sono le prime vittime dell’intolleranza e della violenza da parte di istituzioni o di poteri che non sono rispettosi della persona umana e dei suoi diritti”.

       Secondo padre Nicelli, “Il tema dell’integrazione deve essere accompagnato da una seria applicazione della legge sull’immigrazione, che preveda i rimpatri per gli extracomunitari, musulmani e non, che sono illegali o che dimostrano con le parole e i fatti delle posizioni anti-occidentali e anti-europee. Tali persone non vogliono realmente integrarsi in un sistema democratico, perché non ne riconoscono i valori di fondo. Mi riferisco qui in Italia a coloro che, non rispettando e non riconoscendo le nostre leggi e i nostri valori italiani, vogliono riprodurre in tutto gli stili di vita e le leggi dei loro paesi d’origine. Il problema tocca anche il tema dell’educazione scolastica (vedi il caso di via Quaranta a Milano)”.

       “Una situazione permissiva da parte di gruppi e istituzioni italiane verso questo atteggiamento, ha in passato creato e crea tutt’oggi ulteriori problemi contro l’integrazione sociale, culturale e religiosa, perchè più che integrare i diversi gruppi in una realtà culturale, presente da millenni in Europa e in Italia, genera ghetti all’interno delle grandi città europee. Tuttavia, la sola applicazione della legge non è sufficiente per garantire l’integrazione. Si rende necessario un progetto educativo che, partendo dalla persona, dai suoi bisogni e dalle sue aspirazioni, favorisca l’incontro tra gruppi diversi, nel rispetto della dignità umana”.

       “La soluzione del conflitto tra Islâm e modernità, – continua padre Nicelli – può avvenire solo a partire da un giudizio di valore che rompa con l’integralismo islamico e l’eccessiva autoreferenzialità. Questo sarà possibile attraverso una nuova interpretazione della stessa tradizione islamica, più spirituale e meno giuridico-politica, che tenga conto dei valori e delle tradizioni europee. In questo senso, è necessario che i musulmani rispondano sinceramente alle seguenti domande fondamentali: è possibile rimanere fedeli al messaggio di Dio in un mondo moderno, che in senso positivo promuove lo sviluppo tecnologico e il progresso scientifico, ma in senso negativo lo fa svilendo la dignità della persona umana e relegando la religione a un fatto privato? La modernità è compatibile con la fedeltà alla rivelazione divina? Tali domande propongono un lavoro di verifica personale e comunitaria, evidenziando il senso identitario musulmano assieme a un lavoro di autocritica della propria storia. Un’autocritica positiva che coinvolga anche il vissuto religioso, ponendo la persona umana, i suoi bisogni, ma ancora di più la sua dignità al centro di ogni vera riforma della tradizione”.

       “Oggi in Iran, personaggi autorevoli quali Khatami, il defunto Montazeri, Soroush e i leaders dell’opposizione al regime degli Ayatollah lo stanno facendo a prezzo della loro stessa vita. In Iran c’è un popolo che dice basta alle interpretazioni fondamentaliste della tradizione e delle scuole di pensiero giuridico. Essi chiedono una riforma politica, sociale e religiosa che tenga conto del desiderio di libertà e di democrazia; chiedono di vivere da musulmani in un mondo moderno, dove la persona umana abbia il suo riconoscimento e i suoi spazi democratici. E qui che il messaggio spirituale dell’Islâm e quello del Cristianesimo possono insieme collaborare per favorire l’integrazione, se vissuti in un contesto di dialogo-confronto circa il tema della verità su Dio, sulla persona umana e nel perseguimento del bene comune. A partire dalle generazioni che verranno formate a questo dialogo-confronto si verrà a creare un nuovo «meticciato pluralistico», attraverso cui potranno essere sconfitti gli integralismi di ogni genere. Io ho speranza che questo avvenga, perchè ne vedo, anche se in misura ancora insufficiente, i segni evidenti”.

 

          Padre Nicelli, pensa che “sotto l’influsso della modernità e della testimonianza delle comunità cristiane anche i musulmani europei potranno cambiare. Per noi cristiani occidentali, il punto in questione è quindi quello di porci due domande fondamentali: siamo ancora capaci di testimoniare la nostra fede? Siamo cioè capaci di vivere da cristiani nel mondo moderno e testimoniare a chi non è cristiano quanto Cristo ha vinto il pregiudizio e la violenza, incontrando nella carne l’uomo bisognoso di redenzione e di salvezza? Dalla risposta a queste domande dipenderà tutto il dialogo-confronto con i musulmani. Più ancora, dipenderà il futuro dell’integrazione in Europa e in Italia.”

 

         Mi ritrovo anch’io in queste parole, ma ci vorrà tempo, molto tempo per una religione-cultura come l’islam che non ha un’autorità centrale ed è diventata identitaria per un miliardo e 300 milioni di persone! Ma “come integrare i musulmani nella società italiana” è un problema che in Italia si pone oggi. In un prossimo Blog parlerò di un’altra soluzione molto concreta e immediata, anche se ipotetica quanto alla sua applicazione.

 

                                                                                    Piero Gheddo

Africa un miliardo di abitanti

Secondo la stima dell’organismo dell’ONU Unpf (United Nations Population Fund) alla fine del 2009 è nato il miliardesimo africano, cioè l’Africa ha raggiunto un miliardo di abitanti. In genere si dice e si scrive che ha circa 900 milioni di abitanti (il “Calendario Atlante De Agostini 2009” dice 929 milioni) e invece sono un miliardo, quasi il doppio dell’Europa comunitaria (circa 600 milioni).

Il miliardo di africani crescono di 24 milioni all’anno e possono raddoppiare entro il 2050, raggiungendo i due miliardi. L’Africa è il continente con il più alto tasso di natalità del mondo, i bambini e gli adolescenti con meno di 15 anni sono 400 milioni, il 40% del totale. In Italia i nostri minorenni con meno di 15 anni sono il 17% dei 60 milioni di italiani, circa 10 milioni! Africa continente dei giovani, Italia (ed Europa) paese e continente degli anziani.

Queste moltitudine di giovani africani hanno diritto di avere l’istruzione, un impiego gratificante e un’adeguata assistenza sanitaria: le condizioni sociali ed economiche del mondo globalizzato saranno in grado di soddisfare le loro crescenti aspettative? Nel mondo globalizzato questo sarà tra i principali problemi sociali dei prossimi decenni. I giovani africani sono un potenziale enorme di crescita dell’intera umanità, ma oggi rimangono in buona parte nell’ignoranza e nella povertà e domani saranno una bomba demografica pronta ad esplodere.

Spesso si dice e si scrive che l’Africa è povera perchè sovraffollata. Menzogna colossale. Il continente africano ha 31 abitanti per chilometro quadrato, l’Europa comunitaria 61, il Giappone 343. Europa e Giappone non hanno quasi nulla delle immense risorse dell’Africa. Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari nel recente volume “Le bugie degli ambientalisti” (ed. Piemme), scrivono che “dei 21 paesi più poveri del mondo solo 7 hanno una densità superiore ai 100 abitanti per kmq. e i 5 paesi africani fra i più colpiti dalla fame (Etiopia, Sudan, Somalia, Mozambico e Liberia) il più popolato ha una densità di 41,8 abitanti per kmq.”. L’India, con più d’un miliardo di abitanti, è estesa poco più di Sudan ed Etiopia sommate assieme con soli 120 milioni di aitanti. Eppure Sudan ed Etiopia soffrono la fame, l’India esporta cibo anche in Africa e da vent’anni è in pieno sviluppo economico, con un indice dì crescita del Pil del 6-8% l’anno. Ci sono i poveri e gli affamati anche in India, ma per insufficiente distribuzione della ricchezza, non per mancanza di produzione di cibo. L’Africa produce poco cibo. I paesi a sud del Sahara importano circa il 30% del cibo di base che consumano (riso, grano, mais).

Noi, ricchi e privilegiati del mondo non vogliamo ammettere che la povertà del’Africa dipende anzitutto e soprattutto, prima di qualsiasi altra causa (e ce ne sono molte altre), dalla scarsezza o mancanza di istruzione. Non è possibile che si sviluppi un continente con il 50% di analfabeti, oltre a circa il 25-30% di “analfabeti di ritorno”, cioè quelli che hanno frequentato qualche classe delle elementari, ma poi non sanno leggere né scrivere perché non hanno mai avuto la possibilità di esercitarsi. Di scuola e di istruzione-educazione, per aiutare l’Africa giovane, si parla e si scrive troppo poco perché chiama in causa i nostri paesi ricchi e cristiani, che dovremmo correre in aiuto ai fratelli e sorelle africani. Invece in Occidente diminuiscono le vocazioni missionarie, i volontari e gli organismi di volontariato internazionale. E’ un segno evidente, fra tanti altri, della crisi di umanità e di vita cristiana del nostro popolo.

Piero Gheddo

Indro Montanelli e i missionari

 

   A quasi dieci anni dalla sua scomparsa, si pubblicano ancora biografie e libri di ricordi sul grande Indro Montanelli (22 aprile 1909 – 22 luglio 2001). L’ultimo è di Giorgio Torelli: “Non avrete altro Indro”, Ancora editrice, Milano 2009 (pagg. 136, 13 Euro). Il titolo dice bene i contenuti del volume. Indro è stato davvero “il principe e maestro dei giornalisti italiani” della nostra generazione, il giornalista più rappresentativo della categoria nell’ultimo mezzo secolo di dopoguerra. Prima che sorga un altro come lui, scrive l’amico Torelli, passerà chissà quanto tempo. Finora non s’avvistano all’orizzonte suoi delfini, eredi o controfigure.

     Il volume merita di essere letto e gustato come invita lo stile estroso e immaginifico di Torelli, che ricorda in modo appassionato il suo amico e direttore Indro (fu tra i primi ad unirsi a lui per fondare “Il Giornale” nel 1974). Mario Cervi, presentando il volume sul Giornale, scrive che Torelli ricorda Indro come “un laico raccontato con nostalgia cristiana”. Espressione felice, perché questo è proprio il sentimento che ha mosso l’amico Giorgio a scrivere ed a chiedere anche a me un contributo al suo volume. Ripropongo questo ricordo di Montanelli agli amici lettori, diciamo come augurio di Buon Anno:

 

    Non posso dire di aver avuto una vera frequentazione con Indro. Ho collaborato con “Il Giornale” e poi con “La Voce” dal 1986 al 1995 e prima ancora, nel 1972 a Campione d’Italia mi aveva assegnato l‘immeritato “Premio Campione” dei giornalisti italiani, per il volume “Terzo mondo perchè povero?” (Emi). Dopo la consegna del Premio, mi prese in disparte e mi disse (ricordo benissimo queste parole): “Ti ho assegnato con la Giuria questo Premio, perché sei un missionario e parli dei missionari italiani nel mondo, raccontando le loro esperienze di aiuto ai popoli poveri”. E aggiungeva con tono un po’ maligno: “Se eri un prete e parlavi dei preti in Italia, il Premio te lo potevi sognare”.

      Poi, nel 1986 mi chiamò al Giornale, attraverso Giorgio Torelli ed Egisto Corradi, incontrato più volte nel Vietnam in guerra (dal 1967 al 1973). In quegli anni ero direttore della rivista del Pime, “Mondo e Missione” e avevo appena fondato l’agenzia “Asia News”, allora su carta oggi in Internet. Montanelli sapeva che facevo molti viaggi di visita alle missioni e mi chiese di mandargli articoli sulla vita e il lavoro dei missionari italiani. Ecco, quel che posso dire di lui è la sua ammirazione per i missionari, che aveva visto nei suoi viaggi come inviato del “Corriere della Sera” soprattutto in Asia e Africa. Gli mandavo sempre una cartolina dai quattro angoli del mondo e quando ritornavo in Italia portavo alcuni articoli consegnandoli personalmente a lui. Non sempre, ma a volte mi faceva sedere e chiedeva notizia di dov’ero stato e dei missionari che avevo visto.

    Ammirava sinceramente i missionari e aveva di essi un’immagine mitica. Diceva ad esempio: “Voi missionari siete tutti eroi” e se gli dicevo che anche tra i missionari c’è l’eccellenza ma pure i segni dell’umana debolezza, rispondeva: “No, siete tutti eroi perché abbandonate la nostra bella Italia, per andare a vivere  tra i più poveri dei poveri, spesso in capanne di fango e paglia”. E mi raccontava di aver incontrato parecchi missionari sul campo, in vari paesi ma soprattutto in Etiopia ed Eritrea durante la guerra coloniale italiana, che rischiavano la vita per un ideale di amore alla poverissima gente del posto, vivendo una vita grama più o meno al loro livello.

     Tornando dai miei viaggi extra-europei, andavo a trovarlo e l’incontro con lui mi lasciava un buon ricordo. Era curioso di sapere come vivevano i missionari, cosa facevano, che risultati ottenevano. Quando nel 1990-1991 la Somalia era nel caos e io c’ero stato da poco, Montanelli mi chiese articoli sui missionari in quel paese a cui lui era affezionato e poi scrisse due editoriali invitando i lettori ad “aiutare i missionari di padre Gheddo in Somalia”. Poi volle che precisassi chi erano questi missionari e missionarie, con indirizzi e riferimenti precisi in Italia, per poter orientare i lettori nel mandare aiuti. Le Missionarie della Consolata mi hanno detto di aver ricevuto circa due miliardi di lire, i Francescani milanesi non so quanto, ma anche loro, credo, una bella somma.

    Ho conservato due testi di Indro sui missionari. Il primo è una sua “stanza” sul “Corriere della Sera” di domenica 7 febbraio 1999. Aveva scritto sulle difficoltà che incontrava lo sviluppo in Africa. Dopo avergli telefonato, gli ho mandato una lunga lettera che ha pubblicato integralmente quel giorno, dichiarandosi “d’accordo con padre Gheddo in tutto e su tutto, ma specialmente nei suoi dubbi. Padre Gheddo ha perfettamente ragione nell’indicare cosa il mondo cosiddetto “civile” dovrebbe fare per risolvere, o almeno alleviare, i problemi dell’Africa. Ma che il mondo civile possa tradurli in iniziative concrete, mi pare che sia lui il primo a dubitarne…. Ciò che padre Gheddo dice è tutto vero: tonnellate di rifornimenti e “cattedrali nel deserto” servono a poco. Bisogna insegnare ai somali e ai liberiani a “fare da sé”, come infatti fanno i missionari. Ma quanti missionari e quanti secoli ci vorranno prima di ottenere qualche risultato? Io so che padre Gheddo questo interrogativo se lo pone da trent’anni, ma ciò non gli ha impedito di fare per trent’anni ciò che fa e vuole continuare a fare. Ecco perché ho detto, e ripeto, che per l’Africa non servono né le diplomazie con i loro “protocolli”, né gli eserciti con le loro armi. Servono solo i missionari. Se vogliamo aiutare l’Africa, aiutiamo loro”.

 

     Il secondo testo che ho conservato di Indro, fra l’altro molto significativo anche della fede che aveva e non sapeva di avere, è la prefazione al mio volume “Missionario – Un pensiero al giorno” (Piemme 1997), dove parla ancora degli aiuti all’Africa e scrive: “Per soccorrere quei popoli disgraziati un mezzo ci sarebbe. Dare la gestione dei miliardi di “aiuti” ai missionari, di cui padre Gheddo scrive in questo libro: quelli che da anni e decenni vivono laggiù, peones tra i peones, sfidando lebbra e colera e tutto il resto, combattendo la fame non con la distribuzione di farina, ma insegnando alla gente – nella sua lingua – come si coltiva il grano, come si scavano i pozzi e i canali, condividendone, giorno dopo giorno, rischi e privazioni. E’ tra questi ultimi grandi Crociati della civiltà cristiana che la Chiesa dovrebbe reclutare i suoi nuovi santi, perché sono i missionari, figli del nostro mondo ricco e arido, che indicano ai giovani la via per stabilire con i popoli poveri ponti di comunicazione e di aiuto fraterno.

     “Per aiutare i popoli poveri – aggiungeva Indro – i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari alla Marcello Candia (industriale della Milano opulenta che vende tutto e va in Amazzonia a servire i poveri) e alla Clemente Vismara (eroe della prima guerra mondiale che trascorre 65 anni fra i tribali in Birmania), di cui parla questo libro. Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci dello Stato. Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola, la nostra cultura cristiana. Temo che la vocazione profonda della civiltà cristiana – la carità verso gli altri – sia oggi in ribasso, almeno nelle cronache quotidiane e nelle “filosofia di vita” della nostra società”.

      La stessa prefazione a “Missionario – Un pensiero al giorno”, Indro la chiude ricordando un altro grande cristiano che aveva conosciuto: “Ho visto con piacere che in queste pagine padre Gheddo parla di padre Olindo Marella, che egli definisce “un santo del nostro tempo”. E’ vero, l’ho conosciuto bene come insegnante di filosofia a Rieti e poi a Bologna. Lo si vedeva per le strade a mendicare, completamente dedito alla missione di aiutare i ragazzi sbandati, i barboni, gli anziani abbandonati, i poveri. Mi insegnò una cosa: a vivere per gli altri e a prendere questa vita come un passaggio. Insegnamento che peraltro io non ho seguito. In un certo senso oggi lo invidio. E’ morto ignaro di se stesso, ignaro di essere santo”.

 

    Conservo di Indro un commosso ricordo, per quel che mi ha insegnato nel giornalismo e per le volte che mi bloccava seduto davanti a lui e mi chiedeva perché il Papa dice così o cosà, perché la Chiesa non capisce questo o quel problema, cosa contiene il volume per lui misterioso del Breviario, come si può credere a Dio che si lascia flagellare e crocifiggere… Era un uomo assetato di Dio, voleva parlare e sentire qualcosa di questo inafferrabile Creatore e Signore di tutte le cose, di cui sentiva la presenza ma che non riusciva a incontrare, a parlarci e ad avere risposte ai suoi interrogativi. Quando il 22 aprile 1989 sono andato a fargli gli auguri per i suoi ottant’anni mi dice: “Fra me e te il fortunato sei tu che hai ricevuto la fede. Io invece non ce l’ho. Infatti tu sei sempre sereno e sorridente, mentre io soffro di insonnia e di depressione”. Ma questi sono i palpiti di un’anima che lasciamo alla paterna bontà e misericordia di Dio. Lo ricordo con nostalgia e prego per lui, ma sono sicuro che la sua onestà intellettuale e la sua ricerca di Dio hanno già ricevuto la giusta ricompensa dal Padre nostro che è nei Cieli. Nei pascoli eterni del Paradiso ci incontreremo di nuovo e allora gli chiederò: Indro, quando hai incontrato il Padreterno, gli hai chiesto, come dicevi che avresti fatto: perché a me non ha dato la fede? Mi risponderà, credo, con una risata delle sue: “Ma pensa, chiedevo la fede e non sapevo di averla già!”.

 

                                                                                 Piero Gheddo

 

E' possibile integrare i musulmani in Italia?

La presenza di un milione e mezzo di musulmani in Italia è una minaccia per l’identità italiana oppure una risorsa di dialogo, scambio culturale, integrazione di nuovi cittadini italiani in un paese come il nostro, dove gli anziani ormai sono più numerosi dei giovani? Ambedue i punti di vista hanno qualcosa di vero. Su tutto si può essere d’accordo (accoglienza, aiuto, fraternità, dialogo, confronto, scambio), il termine che fa difficoltà è “integrazione”: è possibile integrare pienamente nel popolo italiano una consistente minoranza musulmana, che tende ad aumentare per le continue immigrazioni e il tasso di crescita demografico? Si noti che nessuno fa difficoltà per integrare in Italia, con la concessione della cittadinanza italiana, immigrati dall’America Latina, dall’Europa dell’Est, dall’Africa nera e anche dai paesi asiatici come Filippine, India, Cina, Sri Lanka, Vietnam, ecc. Ma è possibile integrare nel popolo italiano immigrati musulmani in numero consistente?

La storia ci dice che fin dall’origine dell’islam, un popolo musulmano non si è mai integrato, come consistente minoranza, in nessun paese non islamico. E’ un dato di fatto che non si può negare, non esistono casi contrari. L’esempio classico è quello dell’India. L’invasione e la conquista islamica dell’India inizia col Mahmud di Ghazna (997-1030) che occupa il Punjab, a cui seguono vari principi e condottieri, con la costituzione di altri regni islamici, fino al 1526 quando Baber, un discendente di Tamerlano, sconfigge il sultano di Delhi e dà origine all’impero Moghul (mongolo), che governa l’India fino al 1858. La colonizzazione inglese blocca l’islamizzazione del grande paese asiatico.

Per più di tre secoli popolazioni indù e islamiche, delle stesse etnie o razze e della stessa lingua, convivono negli stessi territori, ma assolutamente non si integrano. E quando nasce nel 1885 il “Partito del Congresso”, subito proclama la sua laicità, assicurando parità e libertà religiosa a tutti. Ma i musulmani creano la “All India Muslim League”, che infiamma il popolo islamico martellando lo slogan: “Fuori dall’India indù per restare fedeli all’islam”. Così i nazionalismi indiani che manifestano e lottano contro l’Inghilterra per l’indipendenza sono due, nonostante che grandi personalità come Gandhi e Nehru promettano ai musulmani piena libertà di diritti, come a tutte le minoranze religiose. Quando il 15 agosto 1947 l’Inghilterra si ritira, l’India si divide in due stati rivali, uno indù (India) e uno musulmano (Pakistan), che finora hanno combattuto tre guerre.

Sappiamo cos’è successo in Kossovo e in Bosnia, dove popolazioni cristiane e musulmane non si sono assolutamente integrate dopo cinque-sei secoli di convivenza. E anche paesi liberi e democratici come Inghilterra, Francia e Olanda, che ospitano consistenti minoranze islamiche concedendo loro tutte le libertà e i diritti di cittadinanza, non riescono ad integrarle nei rispettivi popoli, ormai laicizzati al massimo e in grande maggioranza non più “praticanti” la fede cristiana. Anzi, figli e nipoti dei primi immigrati musulmani mezzo secolo addietro, o anche prima, oggi si scopre che almeno in parte sono seguaci dell’estremismo islamico. Il governo laburista di Gordon Brown ha di fatto riconosciuto la poligamia, riconoscendo gli assegni familiari ai musulmani poligami che sono sposati in paesi dove questa forma di matrimonio è permessa. Sono molti i fatti da citare, che dimostrano come la “Sharia” (legge islamica) sta penetrando ed è riconosciuta in paesi europei (che hanno una forte minoranza islamica). Nella stessa Inghilterra, ad esempio, i tribunali islamici della “Sharia” possono da anni legiferare e giudicare in tema di diritto familiare. E in Germania non pochi verdetti emessi dai tribunali tedeschi citano principi o consuetudini legate al diritto islamico. Ad esempio, un giudice di Dortmund ha stabilito che un padre può picchiare la figlia quindicenne che non vuole indossare il velo; e un altro di Francoforte, sempre facendo riferimento ad un passaggio del Corano, ha stabilito che il marito può picchiare la moglie, “in quanto ambedue sono musulmani”.

Questi sono dati di fatto di cui bisogna tener conto, per dare un giudizio sul tema che interessa oggi la politica italiana e rispondere all’interrogativo di fondo: è possibile “integrare” la consistente minoranza islamica nel nostro popolo, dando loro la cittadinanza italiana? Giovanni Sartori così conclude un editoriale su questo tema (“Corriere della Sera”, 20 dicembre 2009): “Illudersi di integrare (i musulmani) italianizzandoli è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare”. Giudizio esagerato, ma che esprime una mentalità abbastanza diffusa. Però è anche vero che, dopo un certo numero di anni di residenza e di lavoro in Italia, non è possibile negare la cittadinanza ai lavoratori stranieri; e non è pensabile discriminare i musulmani dandola solo a quelli che sono cristiani o buddhisti o indù.

Il problema, come si vede, è molto complesso. Che fare? Una risposta, almeno in teoria, forse esiste, ma vorrei prima sentire il parere di amici lettori. Scrivetemi, grazie e Buon Anno a tutti.

Piero Gheddo