Indro Montanelli e i missionari

 

   A quasi dieci anni dalla sua scomparsa, si pubblicano ancora biografie e libri di ricordi sul grande Indro Montanelli (22 aprile 1909 – 22 luglio 2001). L’ultimo è di Giorgio Torelli: “Non avrete altro Indro”, Ancora editrice, Milano 2009 (pagg. 136, 13 Euro). Il titolo dice bene i contenuti del volume. Indro è stato davvero “il principe e maestro dei giornalisti italiani” della nostra generazione, il giornalista più rappresentativo della categoria nell’ultimo mezzo secolo di dopoguerra. Prima che sorga un altro come lui, scrive l’amico Torelli, passerà chissà quanto tempo. Finora non s’avvistano all’orizzonte suoi delfini, eredi o controfigure.

     Il volume merita di essere letto e gustato come invita lo stile estroso e immaginifico di Torelli, che ricorda in modo appassionato il suo amico e direttore Indro (fu tra i primi ad unirsi a lui per fondare “Il Giornale” nel 1974). Mario Cervi, presentando il volume sul Giornale, scrive che Torelli ricorda Indro come “un laico raccontato con nostalgia cristiana”. Espressione felice, perché questo è proprio il sentimento che ha mosso l’amico Giorgio a scrivere ed a chiedere anche a me un contributo al suo volume. Ripropongo questo ricordo di Montanelli agli amici lettori, diciamo come augurio di Buon Anno:

 

    Non posso dire di aver avuto una vera frequentazione con Indro. Ho collaborato con “Il Giornale” e poi con “La Voce” dal 1986 al 1995 e prima ancora, nel 1972 a Campione d’Italia mi aveva assegnato l‘immeritato “Premio Campione” dei giornalisti italiani, per il volume “Terzo mondo perchè povero?” (Emi). Dopo la consegna del Premio, mi prese in disparte e mi disse (ricordo benissimo queste parole): “Ti ho assegnato con la Giuria questo Premio, perché sei un missionario e parli dei missionari italiani nel mondo, raccontando le loro esperienze di aiuto ai popoli poveri”. E aggiungeva con tono un po’ maligno: “Se eri un prete e parlavi dei preti in Italia, il Premio te lo potevi sognare”.

      Poi, nel 1986 mi chiamò al Giornale, attraverso Giorgio Torelli ed Egisto Corradi, incontrato più volte nel Vietnam in guerra (dal 1967 al 1973). In quegli anni ero direttore della rivista del Pime, “Mondo e Missione” e avevo appena fondato l’agenzia “Asia News”, allora su carta oggi in Internet. Montanelli sapeva che facevo molti viaggi di visita alle missioni e mi chiese di mandargli articoli sulla vita e il lavoro dei missionari italiani. Ecco, quel che posso dire di lui è la sua ammirazione per i missionari, che aveva visto nei suoi viaggi come inviato del “Corriere della Sera” soprattutto in Asia e Africa. Gli mandavo sempre una cartolina dai quattro angoli del mondo e quando ritornavo in Italia portavo alcuni articoli consegnandoli personalmente a lui. Non sempre, ma a volte mi faceva sedere e chiedeva notizia di dov’ero stato e dei missionari che avevo visto.

    Ammirava sinceramente i missionari e aveva di essi un’immagine mitica. Diceva ad esempio: “Voi missionari siete tutti eroi” e se gli dicevo che anche tra i missionari c’è l’eccellenza ma pure i segni dell’umana debolezza, rispondeva: “No, siete tutti eroi perché abbandonate la nostra bella Italia, per andare a vivere  tra i più poveri dei poveri, spesso in capanne di fango e paglia”. E mi raccontava di aver incontrato parecchi missionari sul campo, in vari paesi ma soprattutto in Etiopia ed Eritrea durante la guerra coloniale italiana, che rischiavano la vita per un ideale di amore alla poverissima gente del posto, vivendo una vita grama più o meno al loro livello.

     Tornando dai miei viaggi extra-europei, andavo a trovarlo e l’incontro con lui mi lasciava un buon ricordo. Era curioso di sapere come vivevano i missionari, cosa facevano, che risultati ottenevano. Quando nel 1990-1991 la Somalia era nel caos e io c’ero stato da poco, Montanelli mi chiese articoli sui missionari in quel paese a cui lui era affezionato e poi scrisse due editoriali invitando i lettori ad “aiutare i missionari di padre Gheddo in Somalia”. Poi volle che precisassi chi erano questi missionari e missionarie, con indirizzi e riferimenti precisi in Italia, per poter orientare i lettori nel mandare aiuti. Le Missionarie della Consolata mi hanno detto di aver ricevuto circa due miliardi di lire, i Francescani milanesi non so quanto, ma anche loro, credo, una bella somma.

    Ho conservato due testi di Indro sui missionari. Il primo è una sua “stanza” sul “Corriere della Sera” di domenica 7 febbraio 1999. Aveva scritto sulle difficoltà che incontrava lo sviluppo in Africa. Dopo avergli telefonato, gli ho mandato una lunga lettera che ha pubblicato integralmente quel giorno, dichiarandosi “d’accordo con padre Gheddo in tutto e su tutto, ma specialmente nei suoi dubbi. Padre Gheddo ha perfettamente ragione nell’indicare cosa il mondo cosiddetto “civile” dovrebbe fare per risolvere, o almeno alleviare, i problemi dell’Africa. Ma che il mondo civile possa tradurli in iniziative concrete, mi pare che sia lui il primo a dubitarne…. Ciò che padre Gheddo dice è tutto vero: tonnellate di rifornimenti e “cattedrali nel deserto” servono a poco. Bisogna insegnare ai somali e ai liberiani a “fare da sé”, come infatti fanno i missionari. Ma quanti missionari e quanti secoli ci vorranno prima di ottenere qualche risultato? Io so che padre Gheddo questo interrogativo se lo pone da trent’anni, ma ciò non gli ha impedito di fare per trent’anni ciò che fa e vuole continuare a fare. Ecco perché ho detto, e ripeto, che per l’Africa non servono né le diplomazie con i loro “protocolli”, né gli eserciti con le loro armi. Servono solo i missionari. Se vogliamo aiutare l’Africa, aiutiamo loro”.

 

     Il secondo testo che ho conservato di Indro, fra l’altro molto significativo anche della fede che aveva e non sapeva di avere, è la prefazione al mio volume “Missionario – Un pensiero al giorno” (Piemme 1997), dove parla ancora degli aiuti all’Africa e scrive: “Per soccorrere quei popoli disgraziati un mezzo ci sarebbe. Dare la gestione dei miliardi di “aiuti” ai missionari, di cui padre Gheddo scrive in questo libro: quelli che da anni e decenni vivono laggiù, peones tra i peones, sfidando lebbra e colera e tutto il resto, combattendo la fame non con la distribuzione di farina, ma insegnando alla gente – nella sua lingua – come si coltiva il grano, come si scavano i pozzi e i canali, condividendone, giorno dopo giorno, rischi e privazioni. E’ tra questi ultimi grandi Crociati della civiltà cristiana che la Chiesa dovrebbe reclutare i suoi nuovi santi, perché sono i missionari, figli del nostro mondo ricco e arido, che indicano ai giovani la via per stabilire con i popoli poveri ponti di comunicazione e di aiuto fraterno.

     “Per aiutare i popoli poveri – aggiungeva Indro – i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari alla Marcello Candia (industriale della Milano opulenta che vende tutto e va in Amazzonia a servire i poveri) e alla Clemente Vismara (eroe della prima guerra mondiale che trascorre 65 anni fra i tribali in Birmania), di cui parla questo libro. Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci dello Stato. Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola, la nostra cultura cristiana. Temo che la vocazione profonda della civiltà cristiana – la carità verso gli altri – sia oggi in ribasso, almeno nelle cronache quotidiane e nelle “filosofia di vita” della nostra società”.

      La stessa prefazione a “Missionario – Un pensiero al giorno”, Indro la chiude ricordando un altro grande cristiano che aveva conosciuto: “Ho visto con piacere che in queste pagine padre Gheddo parla di padre Olindo Marella, che egli definisce “un santo del nostro tempo”. E’ vero, l’ho conosciuto bene come insegnante di filosofia a Rieti e poi a Bologna. Lo si vedeva per le strade a mendicare, completamente dedito alla missione di aiutare i ragazzi sbandati, i barboni, gli anziani abbandonati, i poveri. Mi insegnò una cosa: a vivere per gli altri e a prendere questa vita come un passaggio. Insegnamento che peraltro io non ho seguito. In un certo senso oggi lo invidio. E’ morto ignaro di se stesso, ignaro di essere santo”.

 

    Conservo di Indro un commosso ricordo, per quel che mi ha insegnato nel giornalismo e per le volte che mi bloccava seduto davanti a lui e mi chiedeva perché il Papa dice così o cosà, perché la Chiesa non capisce questo o quel problema, cosa contiene il volume per lui misterioso del Breviario, come si può credere a Dio che si lascia flagellare e crocifiggere… Era un uomo assetato di Dio, voleva parlare e sentire qualcosa di questo inafferrabile Creatore e Signore di tutte le cose, di cui sentiva la presenza ma che non riusciva a incontrare, a parlarci e ad avere risposte ai suoi interrogativi. Quando il 22 aprile 1989 sono andato a fargli gli auguri per i suoi ottant’anni mi dice: “Fra me e te il fortunato sei tu che hai ricevuto la fede. Io invece non ce l’ho. Infatti tu sei sempre sereno e sorridente, mentre io soffro di insonnia e di depressione”. Ma questi sono i palpiti di un’anima che lasciamo alla paterna bontà e misericordia di Dio. Lo ricordo con nostalgia e prego per lui, ma sono sicuro che la sua onestà intellettuale e la sua ricerca di Dio hanno già ricevuto la giusta ricompensa dal Padre nostro che è nei Cieli. Nei pascoli eterni del Paradiso ci incontreremo di nuovo e allora gli chiederò: Indro, quando hai incontrato il Padreterno, gli hai chiesto, come dicevi che avresti fatto: perché a me non ha dato la fede? Mi risponderà, credo, con una risata delle sue: “Ma pensa, chiedevo la fede e non sapevo di averla già!”.

 

                                                                                 Piero Gheddo