Musulmani in Italia – La visione del card. Biffi

        

 

    Dopo i due Blog dell’8 e 20 gennaio 2010, sul tema “E’ possibile integrare i musulmani in Italia?”, pubblico in due Blog successivi come il card. Giacomo Biffi, aveva proposto una visione realistica e cristiana del problema quando era arcivescovo di Bologna (1984-2003). Il primo testo è una sintesi, fatta dal cardinale stesso (il 20 settembre 2001), di quanto aveva scritto un anno prima, il 30 settembre 2000, per inquadrare il tema dell’immigrazione di terzomondiali. Ecco il testo del card. Biffi Vedi il suo volume “Pastoralis bononiensis” (EDB, 2002, pagg. 868), che raccoglie le sue 12 “note pastorali” e altri sei “interventi”. I testi citati alle pagine 771-773).Pubblico questi documenti senza commento perché sono testi di valore e di molto buon senso con i quali è difficile non concordare, che vale la pena di leggere e di discutere, mentre invece sono stati totalmente dimenticati. Per capire il pensiero del card. Biffi bisogna leggere anche il prossimo Blog del 9 febbraio. Grazie. Piero Gheddo

 

    Il 30 settembre 2000, nella “nota pastorale” “La città di San Petronio nel terzo millennio”, proponevo tre persuasioni semplici ed essenziali sul problema dell’immigrazione”, che qui riassumo.

    1 – Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente.

    2 – Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto e il suo necessario messaggio di salvezza. E’ un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: “Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne che ai musulmani, agli ebrei, e al Dalai Lama”.

    3 – Allo stesso modo è nostro dovere l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte ad un uomo in difficoltà – quale sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.

 

    Tre convincimenti esprimevo anche nei confronti dello Stato Italiano.

    1 – Di fronte del fenomeno dell’immigrazione, lo Stato non può limitarsi a subirlo passivamente: ha il dovere di regolarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, l’abitazione, l’inserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.

    2 – Poiché non è pensabile che si possano raccogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. Ma la responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato Italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza.

    3 – I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto sociale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un “ecumenismo politico “ (per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue.

 

    Ho la presunzione di avere con ciò enunciato in termini estremamente chiari delle proposte del tutto ragionevoli (anzi, se si vuole, “laicamente” ragionevoli). E moltissimi le hanno intese ed apprezzate.

    Mi sfugge invece come sia stato possibile muovere a questa posizione, da parte di altri, accuse come quelle di integralismo, di prevaricazione clericale, di intolleranza, di atteggiamento antievangelico, eccetera. L’ipotesi più misericordia che mi si presenta è che, da parte dei miei critici, per il brigoso e impellente impegno a parlare non si sia trovato il tempo di leggere ciò che io avevo scritto.

    Una sola osservazione è qui il caso di aggiungere. La questione “islamica” – che nel settembre 2000 appariva abbastanza trascurata almeno in Italia – oggi, soprattutto dopo il tremendo crimine perpetrato a New York (l’11 settembre 2001), purtroppo non può più essere ignorata da nessuno, anche se dai più si cerca di eluderla con comprensibile prudenza “politica”, e di risolverla nella pura questione del “terrorismo”; un terrorismo che ci si illude di poter pensare evitando ogni qualifica e ogni attribuzione quasi esso fosse senza radici e senza precise matrici culturali.

 

3 pensieri su “Musulmani in Italia – La visione del card. Biffi

  1. Credo che le due affermazioni più difficili a comprendersi, anche per il cattolico medio, siano le seguenti:

    1) “Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali …”;
    2) “La responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato Italiano, non di altri”.

    Il contrasto è fra responsabilità individuale che è assoluta e senza deroghe (ama il prossimo tuo come te stesso) e doveri dello Stato il quale deve scegliere e dunque, per dirla senza mezzi termini, rifiutare alcuni.
    Credo che ognuno di noi senta con imbarazzo questo contrasto. Per alcuni diventa così intollerabile (“ma lo Stato non siamo noi?”) che respingono questa “distinzione” come farisaica e propugnano uno Stato che, per legge, deve accogliere tutti, di fatto passando sopra agli effetti collaterali di una tale drastica scelta.
    Credo che, finché durerà il mondo, ci terremo questo senso di colpa.

  2. Caro amico, è necessaria una distinzione:

    1) Il compito della Chiesa non è di risolvere i problemi sociali o economici o politici di un paese, questo è evidente. Compito della Chiesa è di evangelizzare, di convertire gli uomini a Cristo. Da questa conversione all’amore del prossimo vengono o verranno o dovrebbero venire le soluzioni ai vari problemi sociali. Come la storia millenaria del cristianesimo dimostra.
    2) Anche le singole comunità cristiane come tali (parrocchie, associazioni, movimenti) non hanno il compito di risolvere i problemi della società. Di contribuire a risolvere sì, con la solidarietà e la carità, con la cultura e la formazione, ecc. Ma non di risolvere.
    3) La soluzione spetta allo Stato. E lo Stato siamo noi, è vero, ma in un regime democratico lo Stato rappresenta tutti i cittadini, anche quelli che non sono d’accordo con le decisioni prese. Altrimenti, dove va a finire l’ordine pubblico e la nazione? Esempio. Anche con la legge sull’aborto noi cattolici ci siamo fortemente opposti, convinti che questo sia un omicidio riconosciuto per legge dal mio Stato. Ma in fondo abbiamo obbedito. Come potevamo fare diversamente? Onestamente non vedo dov’è il problema. Grazie, Piero Gheddo

  3. Sono contrarissimo alla idea che LO STATO SIAMO NOI, nonché all’idea che LO STATO RAPPRESENTI QUALCUNO, tanto meno TUTTI I SUOI CITTADINI. Queste idee conducono diritto al capolinea dello STATO TOTALITARIO, condannato dal Papa Pio XI.

    Ciò che chiamiamo “Stato” è semplicemente un complesso di organismi, cui sono affidati certi servizi: essenzialmente la giustizia, la pubblica pace, la protezione della vita e dei beni (materiali e morali) delle persone. Lo “Stato” sarà democratico nella misura in cui i gestori di tali servizi sono scelti personalmente dalla intera cittadinanza e sono ad essa personalmenter responsabili della loro gestione; ciò non significa che tali gestori rappresentino i cittadini – non più di quanto il tranviere rappresenti i passeggeri del tram.

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