Pregare fa bene alla salute

   

     Pregare fa bene alla salute. Non è un dogma, ma semplicemente un’esperienza mia e credo di molti altri.  Fra pochi giorni inizia il mese di maggio, nella tradizione cattolica dedicato alla Madonna. Fin dai nostri primi anni tutti noi credenti siamo imbevuti della devozione a Maria, la nostra fede in Cristo è strettamente congiunta alla devozione mariana, Cristo richiama Maria e Maria ci rimanda a Cristo.

     Uno dei più bei ricordi che ho conservato dei cinque anni trascorsi nel Seminario diocesano di Moncrivello (Vercelli) per il ginnasio (1940-1945) è l’appuntamento serale alla Grotta di Lourdes al fondo del grande orto e cortile. Dopo la cena e la ricreazione, si andava tutti assieme alla Grotta dove dicevamo “le preghiere della buona notte” a Maria. Con breve fervorino mariano e canto finale nell’ora del tramonto e nel silenzio e pace della campagna, col frinire dei grilli in sottofondo, che invitava alla riflessione e alla commozione pregando e pensando alla Mamma del Cielo.

     Erano anni di guerra e il seminario sorgeva a poche decine di chilometri da Torino: a volte di sera e di notte andavamo in terrazza a vedere i lampi e tuoni dei bombardamenti e pregare per quei poveri torinesi che morivano sotto le bombe; e poi eravamo in zona di guerriglia partigiana fra le risaie vercellesi e le colline del Canavese. Sentivamo racconti di violenze, vendette, fucilazioni, torture, agguati, perquisizioni notturne, di giorno e di notte passavano in seminario gruppetti di partigiani o di militi fascisti che suscitavano in noi ragazzini un senso di paura e di pietà. Anni di scarso e a volte disgustoso cibo (le amarissime rape bianche bollite coltivate nell’orto, che dovevamo mangiare!). E poi, alla sera, il  rifugio della preghiera fra le braccia della Mamma, che ci mandava a letto sereni e pacificati con la vita.

 

     Dobbiamo riprendere le devozioni del mese di maggio: il Rosario e il “fioretto” quotidiani, cioè la mortificazione che ci si impone per controllare la nostra volontà e sensibilità e orientarle a Dio. “Bisogna mortificarsi nelle cose lecite – diceva mio padre Giovanni – per poter resistere alle cose illecite”. L’amore e la devozione a Maria devono crescere perché, come diceva Paolo VI in un discorso del 1971, “occorre introdurre il ricordo di Maria, il suo pensiero, la sua immagine, il suo sguardo profondo nella cella della religiosità personale, della pietà segreta e intima dello spirito”.

       In altre parole, non basta una devozione formale, il mese di maggio può portare ciascuno di noi ad amare Maria con cuore sincero e filiale, in modo che diventi davvero il nostro rifugio nell’ora della tentazione, della stanchezza, della depressione, della sofferenza e sostenga la nostra volontà nella scelta del meglio, nella costanza dell’impegno, nella capacità del sacrificio. E’ un’esperienza molto concreta che ciascuno può fare, impegnandosi nel mese di maggio a dare un po’ del nostro tempo e della nostra preghiera a Maria.

     Perché il Rosario? Per tanti motivi, ma per me è la preghiera più facile e immediata, più meditativa e affettiva, che mi permette in ogni momento della mia giornata di elevarmi a Maria e a Cristo e praticare quella “preghiera continua” che è indispensabile per giungere a sentire vivamente la presenza di Dio in noi. Questo sentimento fa bene alla salute, perché relativizza le cose materiali, ci fa vivere, pur immersi nel mondo e nelle fatiche quotidiane, in una dolce unione con Dio che ci mantiene sereni in tutte le vicende della vita.         

     Ogni tanto, qua o là, si legge di un ritorno al devozionalismo, si critica il Papa perché, così dicono alcuni, vuole tornare al passato e far risorgere pratiche tradizionali considerate alienanti. Così il Rosario è spesso bollato per devozionalismo o conservatorismo. Ma nessun santo ha praticato un cristianesimo senza devozioni, né la Chiesa ha mai insegnato questo. Il Rosario non è certo essenziale alla fede, ma si manifesta ancor oggi come uno strumento importante per portare i fedeli a vivere la fede. Diceva Giovanni XXIII, che del Rosario era devotissimo: “Il Rosario è un esercizio avvincente, insostituibile di preghiera”.

                                                                   Piero Gheddo

Saigon 23 aprile 1975 – Fuga avventurosa dal Vietnam

 

              

 

     Il 25 aprile ricorre il 35° anniversario della conquista del Vietnam dal Sud da parte dei nord-vietnamiti e dei vietcong. Sono a Roma per scrivere la biografia di padre Augusto Colombo, apostolo dei paria in India (1952- 2009) che ha costruito, fra l’altro, le prime due Università per i fuori casta nella diocesi di Warangal (Andhra Pradesh). Nella primavera del 1975, padre Augusto, in compagnia del confratello padre Luigi Delissandri, tornando per vacanza in Italia riesce a realizzare uno dei sogni della sua vita, visitare le missioni in Asia e in altri continenti; e passa da Saigon proprio mentre il Vietnam del Sud stava crollando. In Archivio trovo due sue lettere a me indirizzate, che raccontano brevemente questa avventura.

     Giunti a Saigon il 20 aprile 1975, con i vietcong e nord-vietnamiti alle porte della città, nella grande confusione di quei giorni visitano la capitale del Vietnam del sud e alcuni campi profughi: “La faccia bianca e il passaporto italiano sono un automatico lasciapassare”. Si spingono fino a 40 chilometri a nord sulla “Strada numero uno”, che da Saigon porta a Danang, Hué e Hanoi. Padre Augusto scrive:

 

    “Visitiamo un campo profughi, un accampamento di poverissima gente priva di tutto. Pur percorrendolo in auto, non riusciamo a visitarlo tutto. Ci dicono che Saigon è circondata da campi come questo. Centinaia di migliaia di famiglie fuggite davanti alla rapida avanzata dei nord-vietnamiti. Inoltrandoci  in questo campo stiamo  entrando in un mare di sofferenze: saranno dieci o più chilometri quadrati di miseria. Eppure al nostro passaggio non ci sono grida, invocazioni di aiuto. C’è una dignità silenziosa che impressiona.

     “Mi dicono che questo campo ha 50.000 profughi, ma certo nessuno li ha contati e poi ne arrivano continuamente di nuovi. A quanto mi pare di capire, attorno a Saigon ci sono almeno un milione di profughi dalle regioni del nord e del centro Vietnam…. In grande maggioranza sono donne, vecchi e bambini, poichè di uomini se ne vedono pochissimi. Migliaia di famiglie accampate sulla nuda terra, sotto tettucci di paglia, di rami, di tela, di fogli di plastica. Hanno accanto i loro averi con cui sono fuggiti: un sacco di roba, una bicicletta, un motorino, qualche vestito, pentole, valigie, un maialino, galline qua e là. Fanno una pena immensa.

     “Quelli con i quali riusciamo ad intenderci, in francese o in inglese, ci dicono che sono scappati per non vivere nelle zone conquistate dai comunisti, ma ormai i comunisti sono a pochi chilometri e fra qualche giorno credo prenderanno anche questo campo.

     “Alla fine del nostro viaggio troviamo un capannone che è diventato una chiesa. Oggi è domenica e c’è un prete che celebra la Messa. Anche qui tutto è assurdo: i canti ben fatti, la pulizia dell’altare, le centinaia di Comunioni distribuite, un nugolo di ragazzini che servono la Messa, tutti ben allineati al fianco e attorno al tavolo diventato altare; e poi la gente che si inginocchia per terra e non si distrae né per i rombi dei cannoni, né per i sibili dei reattori che passano bassi sulle nostre teste. Ci fermiamo anche noi in preghiera assieme a questa fila dolente di fratelli  nella fede con una fede profonda. Non riusciamo poi a parlare con il prete vietnamita, che va subito in un’altra parte del campo per un’altra Messa.

     “Quando a sera torniamo a Saigon, ci avvertono che durante la giornata i nord-vietnamiti hanno bombardato il campo d’aviazione e non si sa se domani il nostro aereo potrà partire! Rimanere in trappola a Saigon spiacerebbe davvero!”.

 

     Giunto ad Hong Kong il 23  aprile, padre Colombo mi scrive un’altra lettera nella quale si legge: “E’ stato un viaggio avventuroso. Partendo da Saigon, il  cannone  tuonava vicinissimo, tremavano tutte le finestre dell’aeroporto e si vedevano incendi a poca distanza!  Ti assicuro che quando l’aereo, dopo molto ritardo, si è levato in volo, ho pregato con tanto fervore, come raramente avevo fatto in vita mia. Giunti  ad Hong Kong, abbiamo saputo dalla televisione che i voli passeggeri fra Saigon e Hong Kong  e viceversa sono sospesi da oggi! Siamo partiti con uno degli ultimissimi voli. Il Signore ci ha veramente protetti!”.

 

     Un ricordo di quei giorni tragici per i vietnamiti e soprattutto per i cattolici del Vietnam del sud, poiché al nord erano già sotto regime comunista dal 1953. E’ l’inizio della persecuzione che dura tuttora e della fuga, nei mesi e anni seguenti, di circa due milioni di “boat people”, 3.200 dei quali accolti in Italia dalle tre navi della Marina militare mandate nel 1978  dal Governo Andreotti, proprio per raccogliere quei profughi su imbarcazioni precarie, al largo delle coste vietnamite.

 

                                                                     Piero Gheddo

"Le culture? Una vale l'altra"

 

 

      E’ proprio vero che una cultura vale l’altra? Parecchi lo credono, ma avendo visitato molti popoli interessandomi delle loro credenze religiose e culturali so che non è vero. Un esempio concreto.

     Nel 1980 sono stato in Papua Nuova Guinea (Oceania) e anche nelle Isole Trobriand, paradisi terrestri per bellezze e vita naturali degli indigeni. Una rapida visita però dice poco, ma in questi giorni ho ritrovato due ritagli di “Venga il Tuo Regno”, rivista del Pime di Napoli (maggio 1991 e febbraio 1994), nei quali padre Giuseppe Filandia scrive sul tema “Tradizioni ed evangelizzazione” e parla del matrimonio tradizionale proprio nelle meravigliose Isole Trobriand. Ecco cosa scrive dopo anni di esperienza sul posto:

    “Un giovane e una ragazza si sposano non per attrazione reciproca ma per interesse. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che praticano, anzi devono praticare fin dall’età di sette-otto anni…. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. Così si svuota il senso dell’affetto, della donazione reciproca completa, della bellezza stessa della vita matrimoniale, quando giunge il momento di costituire una famiglia… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali a dare i bambini alle donne, attraverso la testa. Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione.

     “Il matrimonio è un problema di interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’adulterio, molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne…

     “Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quando meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Il valore del matrimonio monogamico mentre qui c’è la poligamia (almeno per i capi). Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea”.

      Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

 

                                                                                                 Piero Gheddo

 

Cristiani e musulmani in Nigeria

 

 

     Dopo i massacri di cristiani nel gennaio e febbraio scorsi, la Nigeria è scomparsa dalle prime pagine dei giornali, ma continua a vivere una situazione difficile che ogni tanto esplode in lotte e scontri violenti con decine di morti fra popolazioni del Nord e quelle del Sud, di etnie e soprattutto di religioni diverse, musulmani al Nord e cristiani (o animisti) al Sud. La Nigeria è comunemente definita “il gigante dell’Africa”, con circa 150 milioni di abitanti, con un tasso di crescita del 2,2% (tre milioni l’anno), seguita da Egitto (73 milioni), Sud Africa (48) e Congo (42). Un paese esteso tre volte l’Italia con tante risorse naturali (l’ottavo produttore di petrolio al mondo), ma purtroppo anche uno di quelli a maggior rischio di violenze inter-etniche, con una delle Chiese locali più vive e in maggior crescita.

 

    La storia dell’indipendenza nigeriana dall’Inghilterra (1960) è fra le più tormentate, con nove colpi di stato in 50 anni, una sanguinosissima guerra civile (Biafra, 1967-1970, un milione e mezzo di morti) e un sistema democratico che funziona poco, anche se la Nigeria, con le sue università, ha una élite intellettuale e politica di primo piano. Lo stato non riesce ad imporre la sua autorità poiché, con un popolo diviso a metà fra musulmani e cristiani, lo Stato conta poco, più importante l’appartenenza alla propria etnia e religione.

     Sono stato in Nigeria nel 1985 e 25 anni fa cristiani e musulmani convivevano con difficoltà (nelle regioni islamiche i cristiani erano cittadini di serie B), ma senza gravi violenze di massa. La situazione è andata peggiorando negli ultimi tempi, da quando si è esteso anche nella Federazione nigeriana l’influsso dell’estremismo islamico espresso dall’ideologia di “Al Qaida” ed è particolarmente grave nei 12 stati del Nord (su 36 federati) che hanno adottato la “Sharia” (legge islamica) come legge di stato

      La situazione è complessa e anche i cristiani hanno le loro colpe, specialmente l’avventata e indebita propaganda religiosa di sette cristiano-pagane (più di cento), che predicano Cristo ma nelle regioni e fra le popolazioni islamiche battezzano facilmente (la Chiesa cattolica richiede due anni di catecumenato) e usano gli aiuti economici come strumento di penetrazione cristiana, come d’altronde fanno i musulmani in Africa.

 

     In queste difficili situazioni, i cattolici sono circa 21 milioni (più numerosi i protestanti delle varie Chiese e sette), con un buon numero di conversioni dall’animismo e numerose vocazioni sacerdotali e religiose. In Nigeria c’è maggior il seminario cattolico nel mondo, quello teologico di Enugu con più di 600 alunni! Il presidente della Conferenza episcopale, mons. Felix Adeosin Job ha dichiarato  all’Osservatore Romano: “Siamo una Chiesa povera, ma grazie a Dio stiamo vivendo un periodo luminoso di crescita. Molte persone sono giunte a conoscere e amare Cristo e ad accettarlo come loro Dio. I nostri cristiani lo sono di fatto. Quelli che alla domenica non vengono in chiesa sono una minoranza”. I giovani cristiani della Nigeria aprono il cuore alla speranza. La Chiesa attraversa una crisi nel nostro paese e in Europa, ma fiorisce specialmente nel mondo non cristiano. Lo Spirito Santo non dorme mai, non va mai in pensione e neppure in vacanza.

 

     Segnalo agli amici lettori che lunedì prossimo parlerò della Nigeria in una catechesi su Radio Maria (ore 21-22,30) e qualche tempo dopo si potrà trovare il testo della conversazione nel mio Sito (vedi qui sotto).

                                                                                       Piero Gheddo

 

I dubbi di Tommaso sono i nostri

 

     La Liturgia e le letture alle Messe del tempo dopo Pasqua sono centrate sulle apparizioni di Gesù risorto che confermano la sua Risurrezione e gli Atti degli Apostoli che raccontano la nascita della Chiesa fondata da Cristo e i suoi primi passi nel mondo e nella storia. I due aspetti della fede cristiana, la Risurrezione di Cristo e la Chiesa che nasce dal Risorto, e quindi è la via per la salvezza per coloro che credono e vivono la fede, sono strettamente uniti, uno non sta senza l’altro.

     I dubbi di Tommaso (II domenica di Pasqua – Anno C) sono anche i nostri dubbi, quelli del mondo moderno. Tommaso chiede al Signore prove concrete della sua Risurrezione e Gesù glie le dà, ma dice: “Beati coloro che senza aver visto crederanno”.

 

     Noi crediamo fermamente che Gesù è risorto, ma nella cultura del nostro tempo la fede non è facile. Siamo abituati al discorso della scienza: si crede solo in quello che si vede e si tocca con mano, si sperimenta. Non è un atteggiamento del tutto negativo, l’uomo moderno ha bisogno di concretezza. Quante volte, parlando con persone serie che non hanno il dono della fede mi dicono: “La fede è illogica. Dio mi ha dato la capacità di ragionar e poi pretende da me che io non ragioni più ma creda ciecamente a quello che mi dice la Chiesa, anche senza capire”.

 

     Il motivo che spiega questa falsa illogicità è semplice. Dio ci dà la capacità di ragionare delle cose umane che con la ragione e l’esperienza noi possiamo capire,  dominare e cambiare, ma nel rapporto con Lui, Padre e Creatore di tutto e di tutti, conserva il mistero, ci nega per il momento la visione beatifica, per rendere meritoria la nostra fede. Se capissimo tutto non si sarebbe più la fede. Noi siamo circondati dal mistero di Dio e dell’uomo stesso. Questo è il limite dell’intelligenza umana, arriva fino ad un certo punto, non di più.   

    Alexis Carrel, Premio Nobel per la medicina negli anni trenta del Novecento, scrisse un libro meraviglioso: “L’uomo, questo sconosciuto”, nel quale dimostra che, nonostante gli enormi progressi di tutte le scienze e specialmente di quella medica, l’uomo rimane un mistero e rimanda direttamente al Creatore, cioè a Dio. In quel libro Carrel dimostra concretamente che l’uomo è così complesso e difficile da spiegare, che inevitabilmente chi lo studia ad un certo punto si trova di fronte a molti misteri inspiegabili con la logica e la scienza umana. Più si va avanti a scoprire chi  è l‘uomo e più aumentano i misteri che non riusciamo a capire e spiegare. L’esistenza di Dio Creatore è dimostrabile anche attraverso il mistero dell’uomo. Le teorie evoluzioniste possono studiare e dimostrare tutto quel che vogliono, ma la scintilla della vita divina nell’uomo, che è l’intelligenza, la coscienza dell’io, è indiscutibile che non viene, non può venire da un’evoluzione della materia. Richiede l’intervento di Dio Creatore e Padre degli uomini. Infatti non esiste negli animali.

     Oggi chiediamo a Dio di rafforzare la nostra fede nella Risurrezione di Cristo e che questa fede diventi il motore e la gioia della nostra vita. 

 

     1) Il Servo di Dio dottor Marcello Candia ripeteva spesso questa giaculatoria: “Signore, aumenta la mia fede”. Di fede ne aveva tanta, ma diceva: “La fede non basta mai”. L’assenso dell’intelligenza umana al miste+ro di Gesù che muore e risorge per liberare gli uomini dal peccato e dalla morte può essere superficiale e vacillante come una fiammella di candela, che un soffio spegne facilmente, e può diventare un sole sfolgorante che illumina e riscalda la vita. Se io, con l’aiuto di Dio (poiché la fede è un dono), credo fermamente, che Gesù è Dio, Figlio di Dio, il Messia e Salvatore di tutta l’umanità, che “non c’è al mondo altro nome in cui possiamo essere salvati”, come dice San Pietro” (Atti, 4, 12), allora la mia vita deve cambiare, non può più essere quella di prima.

 

     2) La fede nel Signore Risorto può e deve diventare il principio primo ed ultimo del nostro vivere, il motore della nostra esistenza. Chi crede davvero nella Pasqua di Cristo, acquista le dimensioni esatte della fede, relativizzando tutto quel che mi capita. Ecco perché il credente in Cristo è capace di perdonare, di dimenticare, di essere generoso con gli altri, di superare prove e sofferenze anche gravi.

     Un esempio del Servo di Dio Giorgio La Pira che nel 1930, a 26 anni, diventa incaricato di diritto romano all’Università di Firenze. Poi partecipa ad un concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Ma la cattedra non è affidata a lui, perché non aveva preso la tessera del Partito Fascista. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”.

    Quando la fede nella Risurrezione diventa la luce e il motore della vita, tutte le mie vicende, le ingiustizie e le sofferenze ne sono relativizzate. Soffriamo certo, ma la fede in Gesù risorto, che è il modello e l’anticipo della mia risurrezione, mi impedisce di cadere in depressione, in disperazione. Offro tutto affinchè il Regno di Dio di giustizia e di pace venga fra gli uomini e sani tutte le ferite del peccato.

 

     3) Terza riflessione sulla Liturgia di oggi. Gli Atti degli Apostoli congiungono strettamente la Risurrezione di Cristo con la nascita e i primi passi della Chiesa. La fede in Cristo non sta senza la fede nella Chiesa da Lui fondata.

    Quante volte si sente dire: “Io credo in Cristo, ma non nella Chiesa”. Un’espressione profondamente errata, che porta fuori strada. Il Cristo in cui crediamo è quello che ha fondato la Chiesa e che oggi ci viene riproposto dalla Chiesa,  comunità divino-umana, nella quale gli errori e i peccati dei credenti non possono e non debbono diminuire la nostra fede.

     La fede è assenso dell’intelletto, ma anche esperienza del cuore, da cui viene l’entusiasmo della fede che troviamo negli Apostoli e in tanti credenti anche oggi. E’ un dono di Dio e un’esperienza personale, che ci fa diventare spontaneamente missionari, come in genere sono i nuovi cristiani del mondo missionario. La Chiesa è la comunità in cui io vivo e mi formo a questa fede che cambia e dà gioia alla vita.

                                                                     Piero Gheddo

Cristiani perseguitati in Pakistan

 

    Pranzo a Roma con uno studente cattolico pakistano in Italia, che sta ancora imparando la nostra lingua. Ho visitato due volte il Pakistan, paese turisticamente e artisticamente affascinante. Nella prima visita (1969) i cristiani erano cittadini di serie B, ma non avevano gravi problemi con i musulmani. Poi la situazione è gradualmente peggiorata ed ora siamo in una situazione di persecuzione. Chiedo all’amico studente se è vero o no.

    “Non si può parlare di vera persecuzione – dice – in quando i governi non approvano e cercano di contrastare la mentalità generale che vede i cristiani come nemici dell’islam e pagani. Si sentono superiori a noi e ci trattano come animali senza diritti. Da quando è stata approvata la legge sulla bestemmia del Corano e di Maometto nel 1986, nessun cristiano si sente sicuro. Possono accusarti di bestemmia e arrestarti e intanto stai in prigione, dove sei meno sicuro che fuori. Poi ti fanno il processo e trovano sempre musulmani pronti a testimoniare contro il cristiano. Puoi essere condannato all’ergastolo o anche alla morte”.

    E racconta un fatto che conosce bene: “Uno studente cristiano si innamora di una ragazza musulmana che corrisponde. La famiglia di lei non vuole e minaccia il giovane, ma questo amore va avanti. Qualche tempo dopo, il cristiano viene accusato di aver bestemmiato, lo arrestano e mettono in prigione, per la testimonianza di tre musulmani. Poi lo trovano in carcere impiccato perché, dicono, si è suicidato”. Quando un cristiano per un motivo o per l’altro dà fastidio (spesso per motivi di interesse), vive sotto questa minaccia. Per capire la gravità della situazione, dice ancora lo studente pakistano, bisogna sapere che i cristiani sono in gran parte povera gente e vivono a livello del popolo più povero, non hanno conoscenze né mezzi per potersi difendere. Tra l’altro i cristiani sono penalizzati in tutti i sensi, nel lavoro, nella scuola, nella società”.

     Ma non esistono in Pakistan associazioni ed enti che difendono i cristiani e altre  categorie più povere? “Sì, esistono, sia da parte cristiana e anche fra i musulmani più sensibili ed evoluti. La Caritas e Giustizia e Pace fanno molto, ma il Pakistan è esteso più di due volte l’Italia ed ha circa 150-160 milioni di abitanti, i cristiani sono una piccolissima minoranza circa l’1% della popolazione e i cattolici ancora meno. Se un cristiano perseguitato vive in una grande città, viene difeso ed ha qualche possibilità di cavarsela. Ma quanto succede nelle vaste province rurali sfugge ad ogni controllo”.

     Ma la Chiesa come tale è perseguitata? “No, ma è penalizzata in ogni modo e non è libera, ad esempio di costruire nuove chiese, di accogliere e battezzare il musulmano adulto che liberamente chiede di entrare, di organizzare manifestazioni pubbliche, ecc. Però debbo dire che la fede rimane ferma nei cristiani e sono sicuro che in questi giorni di Pasqua i fedeli fanno festa, partecipano alle cerimonie, si incontrano, si aiutano a vicenda. Noi ringraziamo il Signore di avere ancora queste minime libertà di vivere il cristianesimo, preghiamo e speriamo in tempi migliori”.

     Assicuro l’amico che i cattolici italiani pregano per i loro fratelli di fede perseguitati. Mi ringrazia dicendo: “E’ il miglior aiuto che potete darci”.

 

                                                                          Piero Gheddo