"Le culture? Una vale l'altra"

 

 

      E’ proprio vero che una cultura vale l’altra? Parecchi lo credono, ma avendo visitato molti popoli interessandomi delle loro credenze religiose e culturali so che non è vero. Un esempio concreto.

     Nel 1980 sono stato in Papua Nuova Guinea (Oceania) e anche nelle Isole Trobriand, paradisi terrestri per bellezze e vita naturali degli indigeni. Una rapida visita però dice poco, ma in questi giorni ho ritrovato due ritagli di “Venga il Tuo Regno”, rivista del Pime di Napoli (maggio 1991 e febbraio 1994), nei quali padre Giuseppe Filandia scrive sul tema “Tradizioni ed evangelizzazione” e parla del matrimonio tradizionale proprio nelle meravigliose Isole Trobriand. Ecco cosa scrive dopo anni di esperienza sul posto:

    “Un giovane e una ragazza si sposano non per attrazione reciproca ma per interesse. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che praticano, anzi devono praticare fin dall’età di sette-otto anni…. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. Così si svuota il senso dell’affetto, della donazione reciproca completa, della bellezza stessa della vita matrimoniale, quando giunge il momento di costituire una famiglia… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali a dare i bambini alle donne, attraverso la testa. Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione.

     “Il matrimonio è un problema di interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’adulterio, molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne…

     “Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quando meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Il valore del matrimonio monogamico mentre qui c’è la poligamia (almeno per i capi). Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea”.

      Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

 

                                                                                                 Piero Gheddo

 

3 pensieri su “"Le culture? Una vale l'altra"

  1. Carissimo padre Gheddo,

    è proprio vero che si sta diffondendo un neo-paganesimo nella nostra società.

    A me sembra che la legislazione (pensiamo all’infame legge 194 del 1978, ed alla sua ancora più infame applicazione) ed i mass-media si sforzino di indirizzare le persone ad aderire a questo modo di pensare.

    Faccio un paio di esempi.

    Il primo esempio è l’apologia della famiglia non tradizionale
    Se uno guarda le fiction che la televisione ci propone (io non le guardo, a parte qualche volta “don Matteo”, ma a volte leggo commenti che ne parlano), sia il cosiddetto servizio pubblico, sia le TV private, la famiglia “tradizionale”, santificata dal matrimonio, non “allargata”, né “ricostruita”, non esiste. Esistono queste relazioni “liquide”, che si fanno e si disfano secondo gli istinti e le emozioni dei protagonisti, e sono sempre “simpatiche”, “allegre”, “soddisfacenti”.
    Quanto distacco dalla realtà!
    Perché, nella realtà, vediamo bene che l’incapacità di promettere la propria vita, e quella di essere poi fedeli alla promessa liberamente fatta, produce una grandissima sofferenza, soprattutto nei soggetti più deboli (cioè i bambini, il coniuge tradito e abbandonato, il il più delle volte la donna, gli anziani).
    Nella realtà, le persone che spezzano la loro famiglia si trovano spesso a non riuscire più a sbarcare il lunario, prima ancora di essere colpite dal rimorso e dalle conseguenze morali del loro gesto.
    Nella realtà, ci sono ancora (grazie a Dio!)) le famiglie tradizionali, che vanno avanti, ostinatamente, a volte in mezzo a grandi difficoltà e sofferenze, ma con fedeltà ai propri doveri, pazienza, entusiasmo e passione per la Vita, per l’Umanità, per la Chiesa (e con questo non voglio dire che le famiglie “ricostruite” non possano avere passione per la Vita, l’Umanità, la Chiesa; e però, senza voler giudicare in nessun modo chi lo commette, bisognerà che qualcuno dica che abbandonare o distruggere la propria famiglia per soddisfare le proprie emozioni ed i propri istinti è un atto intrinsecamente immorale).
    Perché la TV deve ingannarci così, mostrarci come “buono” un modo di vivere che sarà magari congeniale ai ricchi protagonisti dello Show Business, ma che può distruggere la vita di chi è più debole e povero?

    Un secondo esempio è la tragedia dell’aborto.
    C’è un’ideologia che dice che l’aborto è la conseguenza di una insufficiente contraccezione.
    È falso.
    Come studi approfonditi hanno mostrato, l’aborto è la naturale conseguenza della mentalità contraccettiva, per cui più si diffonde la contraccezione, più si diffondono le gravidanze indesiderate e gli aborti (perché le persone si cullano in una falsa sicurezza che le porta a ritenere di non essere più responsabili dei propri atti sessuali, che così si moltiplicano ben al di là di quanto la contraccezione sarebbe in grado di “contenere”).
    In Italia, nonostante i (o forse si dovrebbe dire “grazie ai”) grandi mezzi a disposizione della contraccezione, ci sono tuttora 120-130 mila aborti all’anno (senza contare tutti gli aborti clandestini, che ci sono tuttora, e tutti gli aborti ottenuti con le pillole del giorno prima o del giorno dopo e con i contraccettivi abortivi come la spirale). In paesi dove la contraccezione è ancora più diffusa, come la Francia della pillola RU486, sono ancora molti di più.
    Eppure, nelle fiction di cui sopra, nessuno abortisce mai. Nei rarissimi casi in cui gli autori permettono che avvenga una gravidanza indesiderata, naturalmente questa viene portata avanti.
    Perché l’aborto è un tabù.
    La televisione non mostrerà mai l’impressionante video che mostra l’ecografia di un aborto, perché questa visione, e non il fatto in sé, costituirebbe una “violenza” alla psiche delle donne che hanno abortito (ragionando in questa maniera, dovremmo dire che mostrare le immagini di Auschwitz cosituisce una violenza, mentre non era violenza la placida ignoranza, non solo in Germania, di ciò che avveniva nei lager).
    Ci si lamenta che la Chiesa inorridisca di fronte al genocidio censurato (come lo ha chiamato Antonio Socci) dell’aborto, ci si lamenta perché i cattolici continuino ostinatamente a mettere in agenda questo tema, in tempi di elezioni e non, ci si lamenta che noi non ci rassegnamo al fatto che una donna possa essere “libera di” (ma forse dovremmo dire “indotta”, o addirittura “forzata a”) uccidere il proprio figlio (spesso più di uno).
    Ma forse il problema è, al contrario, che non ne parliamo abbastanza, che non abbiamo abbastanza amore per la Verità in quello che diciamo e che facciamo.
    Il sangue di questi nostri fratelli, dalle discariche in cui vengono gettati, negando loro anche la sepoltura, grida a Dio contro di noi.
    Io credo che non ci sia, e che non ci sia mai stato in tutta la storia dell’Umanità, un dramma che, come l’aborto, abbia devastato le coscienze non solo di quanti lo commettono o collaborano ad esso, ma di tutti noi che in qualche misura lo “accettiamo”.
    Madre Teresa diceva che “se una donna può uccidere il frutto del proprio grembo, non dobbiamo più stupirci di nessuna nefandezza”. In particolare, non possiamo stupirci che oggi, nel mondo del lavoro, sempre più l’essere umano sia considerato un costo da abbattere (spesso ad opera dei cosiddetti “tagliatori di teste”), anziché una risorsa da sviluppare.

    Io sono convinto che il neo-paganesimo ci stia spingendo incontro ad una grande sofferenza, come è successo in passato con le guerre mondiali, che ci colpirà tutti. Però nutro la speranza che da questa sofferenza Dio saprà trarre qualcosa di buono e di grande.

    La saluto cordialmente,
    Mario Molinari

  2. Caro Molinari,
    grazie del suo commento al Blog del 24 aprile, spero che lo leggano in molti. Io dico sempre che l’italiano è un popolo, come diceva Montanelli di se stesso, “cattolico credente, ma non praticante”. Cioè c’è la fede come assenso alla presenza e alla verità di Dio, ma la vita non è conforme a quanto si crede. La cultura generale, gli strumenti mediatici, le mode morali e immorali, non fanno che riprodurre questa mancanza o scarsezza di vita cristiana autentica. Questo è il mondo in cui ci tocca vivere, comunque sempre molto migliore di quello del passato, perchè sono fermamente convinto che l’umanità va migliorando in tutti i sensi. Dio agisce misteriosamente in profondità nelle singole anime e porta la storia umana dove vuole Lui!
    Per questo non possiamo mai essere pessimisti sul futuro in genere e specialmente sul futuro della nostra società mondiale e anche italiana. Però ciascuno di noi deve fare la sua parte e trovare non dico la fede, ma l’entusiasmo della fede che porta ad essere fedeli personalmente al Vangelo e cristiani attivi, militanti nella parrocchia e nella società. Grazie a ancora, suonpadre Piero Gheddo

  3. Carissimo padre Gheddo,

    grazie per la sua risposta!

    Ammiro molto il suo incrollabile ottimismo, penso che è proprio ciò di cui c’è bisogno, oggi che le apparenze del mondo ci mostrano una società in profonda decadenza morale. Ma davvero Dio è al lavoro dietro le apparenze.

    D’altra parte, viene anche in mente l’inquietudine di Gesù quando si chiede se troverà ancora la fede sulla terra al suo ritorno. È evidente che ci sono forze al lavoro per ridurre la fede ad una convinzione personale che non ha nessuna rilevanza per la vita, ed in ultima istanza per distruggerla del tutto. Ma Gesù ci ha rassicurato che queste forze non prevarranno sulla Chiesa!

    Le rinnovo l’espressione della mia stima e della mia amicizia.
    Spero di avere prima o poi occasione di incontrarla: se e quando farà un passo a Genova e dintorni, me lo farebbe sapere, magari con un po’ di anticipo, via e-mail? Grazie!

    Pace e Bene!
    Mario Molinari

I commenti sono chiusi.