Nell'omelia comunicare l'esperienza della fede

 

 

 

     Monsignor Mariano Crociata, segretario della Conferenza episcopale italiana (CEI), ha lamentato che le prediche delle Messe domenicali troppo spesso si trasformano per i fedeli in “una poltiglia insulsa, quasi una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente”, nel corso di un intervento sulla Liturgia fatto a Roma (“L’Osservatore Romano”, 30 dicembre 2009).

      Cos’è la predica, l’omelia domenicale nelle nostre chiese? Anzitutto “comunicazione” del messaggio cristiano. Qual è la prima regola del comunicare? Ricordo quando volevo collaborare con i giornali laici (scrivevo già su “L’Italia”, oggi “Avvenire” e “L’Osservatore Romano”), il primo che nel 1958 mi ha invitato è stato il cattolico Edilio Rusconi, mitico direttore e fondatore di ”Oggi” per la Rizzoli (1946); poi si era messo in proprio e aveva fondato “Gente” (1958). Gli portavo articoli sui missionari e i popoli non cristiani, li pubblicava volentieri e una volta mi dice: “Tu scrivi cose interessanti, ma non hai ancora capito la prima regola del giornalismo”. Quale? “Il giornalista deve farsi leggere. Se non ti leggono è inutile che tu scrivi. All’inizio dell’articolo devi dare la notizia, il fatto, agganciare l’attenzione del lettore distratto del  nostro tempo. Tu invece parli come il prete parla dal pulpito: parti dalle idee generali, dai principi e poi scendi e fai il tuo racconto. Sbagliato, devi capovolgere l’impostazione”.

 

     La predica è insegnamento di una dottrina o comunicazione di un’esperienza? E’ ambedue le cose, ma credo che, specialmente nel nostro tempo, per farsi ascoltare è molto valida la seconda ipotesi, non certo in senso assoluto (la dottrina è indispensabile), ma in senso relativo. In genere, il breve tempo dell’omelia (10-12 minuti al massimo) non permette di sviluppare un insegnamento compiuto, ma consente di provocare chi ascolta, far riflettere sulla propria vita confrontandoci col modello di Cristo. Il Vangelo è sempre provocatorio, indica che Gesù non è solo da pregare, ammirare, studiare, approfondire, ma soprattutto da amare e imitare. Il grande predicatore televisivo mons. Fulton Sheen, vescovo ausiliare di New York che negli anni cinquanta e sessanta spopolava alla televisione americana, diceva: “Se quando parlo a milioni di ascoltatori non arrivo a commuovermi ed a commuovere chi ascolta, ho fatto un buco nell’acqua. Di parole se ne dicono e se ne sentono tante. Nei pochi minuti che ho a disposizione debbo toccare il cuore dello spettatore medio, orientandolo a convertire la sua vita al modello di Cristo”.

 

    La predica deve comunicare la fede, l’esperienza che la fede porta ad una vita più umana, più serena, più pacifica, piena di gioia; deve provocarci e farci riflettere su quanto siamo distanti, noi cristiani, dal modello divino-umano di Gesù Cristo.

     Nel settembre 2002 ho pranzato, nel “Convento della Pace” di Assisi, col superiore provinciale dei francescani conventuali giapponesi, padre Pietro Sonoda, col quale ho avuto una interessante conversazione sul primo annunzio di Cristo in Giappone, reso difficile dalle differenze fra cultura occidentale e cultura giapponese.  

    Padre Pietro è vissuto otto anni in Italia, parla bene italiano. Mi dice: “Uno degli ostacoli all’annunzio del Vangelo in Giappone è che il giapponese è un uomo molto concreto, pratico, non ama e non capisce il linguaggio filosofico, astratto, staccato dalla vita. Ma nella Chiesa noi usiamo questo linguaggio: tutto è dogma, verità schematica, belle riflessioni teologiche. In Giappone il Vangelo è uno dei libri più letti, ma appunto perchè il Vangelo racconta fatti e parabole, dà notizie. I documenti della Chiesa, sono basati su ragionamenti non su fatti concreti. Quando vengo in Italia e sento le omelie che i preti fanno alla Messa domenicale, penso: se parlassero così in Giappone, nessuno li ascolterebbe”.

     Dico a padre Sonoda che non si preoccupi, forse anche buona parte dei fedeli italiani che vengono in chiesa molto spesso non sentono o non ascoltano o non capiscono quel che il sacerdote dice nella sua omelia. 

 

     Oggi è difficile farsi leggere in libri e giornali, ma difficilissimo farsi ascoltare dal pulpito. Credo che chi parla in chiesa debba anzitutto preoccuparsi di farsi ascoltare e capire, debba interessare chi ascolta. Se non ti fai leggere – mi diceva Edilio Rusconi – perchè scrivi? Ogni predicatore deve dirsi: se non mi sentono o non mi ascoltano o non mi capiscono, perchè parlo?

    Il grande Paolo VI ha una bellissima frase nella “Evangelii nuntiandi” (1975, n. 41): “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni”. Ma se un predicatore si ferma solo all’insegnamento della dottrina e non comunica un’esperienza e non scende alla vita quotidiana, che testimonianza dà in quei pochi minuti?

                                                                                                  Piero Gheddo

2 pensieri su “Nell'omelia comunicare l'esperienza della fede

  1. C’era un tempo in cui il 90% della popolazione era pressoché analfabeta e non leggeva giornali, non aveva radio, tv e nemmeno, ovviamente, internet.
    Però il 90% frequentava la messa e molti partecipavano agli “extra”: le processioni, le funzioni, i rosari, le predicazioni.
    In sostanza il credente era naturalmente portato a leggere la realtà con gli occhi della fede, sulla base delle categorie che gli venivano dal Vangelo e dalle vite dei santi.
    Ora invece il 90% sa leggere e anche il credente prende le sue informazioni da fonti che nulla hanno più a che vedere col cristianesimo e spesso sono ostili.
    Solo una piccola infinitesima parte del suo sapere arriva dalla chiesa: tipicamente 9-10 minuti di omelia un giorno alla settimana. Tutto il resto è non-cristiano o anti-cristiano e costruisce il sapere di ciascuno di noi 7 giorni su 7, che lo vogliamo o no.
    Questa “nuova” cultura è come un acido corrosivo della fede. L’adulto magari continua a frequentare ugualmente la chiesa ma non ha più gli strumenti per trasmettere agli altri e in particolare ai figli “le ragioni della speranza”. Accade così che le nuove generazioni non sappiano perché i genitori credono e, specie nella fase contestativa-adolescenziale, si allontanino perché in quella fase, per definizione, i matusa non capiscono niente.
    In questo contesto accade che alcuni cristiani non ritengano più fondamentale se Gesù è esistito o sia una leggenda, se è il Figlio di Dio o un profeta qualsiasi. Accade che lo confondano con un programma politico e la “Gerusalemme Celeste”, dono di Dio, diventi conquista umana. Accade che credano che Galileo sia stato messo al rogo, che le “streghe” uccise dall’Inquisizione siano milioni, che i Vangeli siano stati scritti nel IV secolo (e non nel primo). Accade che non sappiano la differenza fra Immacolata Concezione e concepimento verginale. Che per loro S. Giuseppe sia stato il vero padre di Gesù il quale aveva pure dei fratelli. Accade che pensino che a TUTTI i divorziati siano vietati o sacramenti o siano addirittura scomunicati. Accade che pensino che gli abusi avvengano prevalentemente a causa di religiosi e ciò sia dovuto al celibato. Accade che pensino che la Chiesa dovrebbe scomunicare i peccatori ma essere molto tollerante sulla definizione di peccato. Accade che pensino che il rispetto della vita, l’uso corretto della sessualità, la fedeltà coniugale siano magari begli ideali ma decisamente dannosi per la società moderna. Accade che pensino che il Quinto Comandamento vieti di uccidere gli animali o che il proprio gatto sia in Paradiso…
    Ho riunito qui uno “stupidario” che ho potuto personalmente raccogliere tra cristiani praticanti che ho conosciuto in vari decenni.
    Non è difficile concludere che un cristianesimo così distorto non può certamente competere con le scienze moderne.
    Ecco dunque il mio contributo oltre a quanto ha detto Piero Gheddo: le omelie, oltre l’irrinunciabile proposta della testimonianza, dovrebbero essere l’occasione per inserire, ogni volta, un pezzettino di cultura. Poco per volta ma sistematicamente. Per permettere al cristiano di dire la sua con un minimo di competenza, quando se ne presenta l’occasione, senza vergognarsi come se fosse il seguace di riti del passato.

  2. Caro Paolo, grazie della lettera che condivido in pieno, e anche del breve contributo finale a quanto ho scritto. Bisogna vedere cosa vuol dire con “inserire un pezzettino di cultura”. Se è una lettura dei fatti quotidiani secondo il Vangelo, sì, senza esagerare, per non diventare una della tante chiacchierate quotidiane che si fanno. Secondo me, nei pochi minuti dell’omelia domenicale, anche la “cultura” deve essere personalizzata. Non discorsi astratti, ma molto concreti, partendo da esempi e casi che il prete ha visto personalemente e come il Vangelo ha ispirato la loro soluzione. Bisogna “personalizzare” la fede e la cultura, non fare discorsi teorici, ma arrivare alla teoria raccontando esempi, parabole, come faceva Gesù. Anche i problemi “culturali” sono incarnati nell’uomo, in un uomo, in una storia o vicenda. Non è facile, ma occorre interessare chi è presente, affinchè ascolti. Grazie e cordiali saluti a tutti i lettori.

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