Cosa insegna la storia recente

 

    Sono stato due mesi a Roma (aprile-maggio 2010) per esaminare, purificare e portare a Milano i libri che ancora mi possono servire e il materiale scritto accumulato in 16 anni a Roma sul tema missionario.  E’ una pena vedere come, negli ultimi cinquant’anni, sono tramontati tanti modelli e ideologie, che hanno suscitato entusiasmo e dedizione nei popoli poveri e poi sono falliti; e anche in Occidente sono stati sostenuti con foga da non pochi cattolici convinti e praticanti. Per grazia di Dio, mi sono sempre battuto contro questi falsi ideali di “liberazione” che mi apparivano destinati al fallimento per la loro radice pagana e disumana.

    Il crollo di un mito rivoluzionario lascia sempre tanti orfani: orfani di Mao, orfani del Vietnam di Ho Chi Minh e dei Khmer rossi di Pol Pot, orfani di Fidel Castro e di Che Guevara, orfani di altri miti minori ma non meno coinvolgenti: Sandinisti del Nicaragua,  Thomas Sankara del Burkina Faso, Samora Machel del Mozambico, Eduardo Dos Santos dell’Angola, Sekù Turé della Guinea Konakry, Amilcar Cabral e i guerriglieri della Guinea Bissau, Menghistu dell’Etiopia, Afeworki dell’Eritrea, Robert Mugabe dello Zimbabwe, Siad Barre della Somalia, tutti dittatori o movimenti (li ho visto sul posto) che avevano sposato l’ideologia marxista-leninista-maoista, già fallita in Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est, ma ancora capace di suscitare speranze sia nelle élites dei popoli poveri che in Occidente e in Italia.

    Non c’è in me alcune intenzione di irridere alle illusioni generose di tanti fratelli e sorelle. Quei modelli erano palloni gonfiati e si sono sgonfiati, erano sogni e sono svaniti uno ad uno per la logica implacabile della storia, che ci insegna questo: la rivoluzione violenta e le guerriglie di liberazione (ispirate al marxismo-leninismo-maoismo e sostenute  dall’Urss e dalla Cina) quando conquistano il potere diventano regimi peggiori di quelli contro i quali si è combattuto per  “liberare il popolo”. Il cammino della sinistra italiana, in questo quadro globale, sembra sfociare in un orfanotrofio, pieno di orfani di tutte le rivoluzioni violente e delle guerriglie di liberazione. Fra le decine che le sinistre hanno esaltato e appoggiato, non se ne salva nemmeno una! Ho buttato via quasi tutti i ritagli di giornali e di riviste che sostenevano queste “liberazioni” illusorie. “Parce sepultis”, dicevano i latini, “Lascia che i morti seppelliscano i morti” dice Gesù.

     Forse i più giovani fra i miei pochi lettori non mi capiscono. Ma sto parlando di lotte politiche e sociali di popoli lontani che dagli anni sessanta fino ai novanta del Novecento hanno spaccato in due l’opinione pubblica italiana e anche cattolica. Porto un solo esempio per farmi capire. I “sandinisti” in Nicaragua (dal nome di Augusto Nicolàs Sandino (1895-1934) che aveva organizzato una rivolta contro la presenza militare degli Usa negli anni dal 1927 al 1933), erano giunti al potere nel 1980 dopo la rivoluzione vittoriosa contro il dittatore Somoza, uomo nefasto per il paese e il popolo, contro il quale scrissi nei miei articoli su “Avvenire” e in “Mondo e Missione” dopo il viaggio in Nicaragua del 1979.

    Negli anni ottanta, i sandinisti avevano suscitato un entusiasmo non giustificato dal loro governo rivoluzionario, decaduto dopo le elezioni del 1990 quando venne eletto Presidente il rappresentante del partito loro opposto con il 55% dei voti (i Sandinisti ebbero solo il 40%). Ecco alcune espressioni tratte da ritagli della stampa italiana (anche cattolica) di quegli anni ottanta:  “Il Nicaragua è il paese dell’America Latina dove il Vangelo trova le migliori condizioni per essere annunziato e vissuto”; “In Nicaragua, fin che esisterà il Sandinismo esisterà il cristianesimo”; “Sandino ieri, oggi e sempre”; “Chi opta per la rivoluzione dei Sandinisti opta per la vita; chi opta per la controrivoluzione dei Contras opta per la morte e non è cristiano”: “la Chiesa popolare del Nicaragua è per Sandino” .

    Infatti i vescovi condannavano il movimento rivoluzionario che toglieva libertà alla Chiesa e all’opposizione e realizzava un programma chiaramente  ispirato a quello della vicina Cuba comunista. E’ solo un esempio. Ne potrei citare altri simili.

      Concludo. Tutte le ideologie e tutti i sistemi politici, di destra o di sinistra o di centro, sono inevitabilmente caduchi, tramontano in pochi anni o decenni. Il cristiano fa la sua scelta secondo il Vangelo e la propria coscienza  (tenendo anche conto degli orientamenti che dà la Chiesa), per ottenere il maggior bene comune possibile o anche evitare il peggior male. Con passione e dedizione, ma senza assolutizzare nulla, perchè di assoluto c’è solo Dio.

Piero Gheddo

 

 

 

 

 

2 pensieri su “Cosa insegna la storia recente

  1. scusi padre, ma mettere sullo stesso piano Thomas Sankara e gli altri dittatori africani mi sembra un’esagerazione. definire poi anche quel modello come palloni gonfiati un po’ troppo.
    L’obiettivo di Sankara era la cancellazione del debito internazionale: cancellazione ottenibile soltanto se richiesta all’unìsono da tutte le nazioni africane. Non ebbe successo. Gli riuscì invece l’obiettivo di dare due pasti e 10 litri di acqua al giorno a ciascun abitante. Alla sua morte il Burkina Faso ripiombò nel dramma della povertà.
    Sankara venne ucciso il 15 ottobre 1987 insieme a dodici ufficiali, in un colpo di stato organizzato da un suo ex compagno d’armi (e poi suo braccio destro), l’attuale presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré. Il complotto fu organizzato per consentire a Nazioni fortemente industrializzate di poter continuare ad attingere, a costo bassissimo, alle risorse naturali del Burkina Faso e poter essere così altamente competitive sul Mercato Internazionale.
    Lottò contro la corruzione, promosse la riforestazione, l’accesso all’acqua potabile per tutti, e fece dell’educazione e della salute le priorità del suo governo.
    lungi da farne un santo, ma da quello che scrive ne passa…
    Con affetto

  2. Caro Andrea, rispondo al tuo Blog del 30 giugno su Thomas Sankara e mi scuso per il ritardo. Ero stato in Burkina Faso nel 1985 (l’anno della hrande siccità nel Sahel) e poi mi ero mantenuto in corrispondenza con due missionari italiani e il settimanale cattolico nazionale. Durante la visita, nessuno parlava bene di Sankara che era andato al potere con un colpo di stato il 4 agosto 1983. Appena salito al potere elimina il sistema multipartitico e multisindacale che il paese, tra una crisi e l’altra, era riuscito a conservare per oltre vent’anni.
    Al suo posto ha messo il “Consiglio della Rivoluzione”, animato da tre militari e da tre gruppuscoli comunisti (uno filo-sovietico, uno filo-cinese e uno trotskista) e i molti “Comitati per la difesa della Rivoluzione” che hanno creato il terrore nei villaggi e nelle città. Sankara ha fatto anche buone cose, come le campagne per l’alfabetizzazione e la sanità di base, i progetti per l’agricoltura, la lotta a livello internazionale per la cancellazioje del debito. Era diventato famoso per la sua austerità di vita, aveva rinunziato alla Mercedes di rappresentanza ed era simpatico per il suo parlare franco e il suo contatto con la gente più umile.

    Però, l’indottrinamento politico-ideologico di massa e la violazione dei diritti umani e politici erano la regola del suo regime. Per la prima volta nella storia del paese aveva ordinato l’esecuzione degli autori di tentativi di golpe, dichiarato guerra al Mali per pochi chilometrri quadrati di deserto, licenziato centinaia di insegnanti riammessi dopo aver firmato una dichiarazione di adesione al regime rivoluzionario. I “tribunali rivoluzionari” avevano molto lavoro, centinaia di uomini politici e sindacalisti sono entrati nelle carceri di Sankara, dove le torture erano pane quotidiano. Naturalmente aveva abolito i partiti e i sindacati per fondare il partito e il sindacato unici.

    Sankara è una figura che riassume bene le contraddizioni delle élites politiche africane. Molti leaders seguivano una linea politica moderata, altri sceglievano la linea rivoluzionaria, inevitabilmente cercando il sostegno dell’Urss e degli altri paesi a regime comunista. Sankara aveva scelto questa seconda via, che oggi è abbandonata da tutti o quasi tutti i dittatori africani, dopo il crollo del muro di Berlino e i pessimi risultati ottenuti dai regimi comunisti in Africa (esempi, Guinea Konakry, Guinea Bissau, Mozambico, Etiopia, Eritrea, Angola, Zimbabwe, ecc.).
    Scusami, caro Andrea, ma capisco anche che Sankara sia stato esaltato in Italia, come Samora Machel, Mengistu, Sekù Turé e altri capi africani della via rivoluzionaria (non ultimo, fino a qualhe tempo fa, Robert Mugabe). Negli anni settanta e ottanta, bastava dichiararsi socialista e rivoluzionario, instaurare un regime alleato con l’Urss, che in Italia si scriveva che quei leaders erano coraggiosi e in favore del popolo. Ma la storia, nei tempi lunghi, dimostra sempre dove sta la verità e dove la menzogna. L’Africa ha mille problemi e subisce molte ingiustizie, non c’è dubbio, ma la storia dimostra che la via moderata e democratica è quella che produce frutti positivi, come dimostra il Ghana e lo stesso Sud Africa. Ciao e grazie per la lettera. Tuo padre Piero Gheddo

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