Come nasce una vocazione missionaria

 

     Il 16 settembre 2010 la città e le parrocchie di Erba hanno celebrato la festa di Santa Eufemia, martire locale del IV secolo d.C. nella chiesetta a lei intitolata nella Piazza del Mercato. Dopo la morte di Dom Aristide, questa celebrazione e festa cittadina è stata destinata a ricordare mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore e primo vescovo della diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana, di cui si sta iniziando la causa di beatificazione.

     Nella chiesa strapiena degli amici di dom Aristide e di molti erbesi, alle ore 20  hanno celebrato il parroco don Giovanni Afker e due padri del Pime, Piero Gheddo e Marco Bennati, missionario a Manaus. Padre Marco così ha raccontato la sua vocazione sacerdotale e missionaria:

 

    “Sono nato a Milano in una famiglia religiosa e quell’anno avevo fatto le ferie estive con la parrocchia, ma non ero contento fra l’altro perché il cibo che prendevamo da un ristorante ci aveva intossicati. Anni prima avevo sentito che si poteva andare un mese in estate a lavorare in una missione e papà allora non mi aveva lasciato andare, perchè avevo solo 15 anni. Mi sono rivolto al parroco che mi ha messo in comunicazione con padre Luciano Lazzeri, che era a Milano nel seminario teologico del Pime.

     “Gli ho spiegato che volevo aiutare le missioni e l’anno dopo mi hanno mandato a Marituba col vescovo mons. Pirovano, che non conoscevo. E’ venuto a prendermi all’aeroporto, ci siamo fermati per strada per un furioso temporale e abbiamo chiacchierato di cosa potevo fare nel lebbrosario e lui mi ha raccontato un po’ la sua vita. Poi sono stato un mese con la comunità del padri a Marituba. C’erano anche padre Consonni e padre Marcato e mi rendevo utile nelle infermerie perché ero già volontario sulle auto ambulanze. Quel mese mi è piaciuto e ho fatto quel che mi dicevano di fare. A poco a poco sono entrato nella vita di quei missionari e nel loro lavoro e ho visto che erano sempre allegri, soddisfatti di dare la vita per gli altri, come pure le missionarie dell’Immacolta che li aiutavano.

     “Una delle ultime sere a Marituba ero seduto in veranda ad ammirare il tramonto sul grande fiume, con la Croce del Sud che brillava come non mai. Io sentivo una pace nel cuore che, nella vita turbinosa di Milano, non avevo mai provato. Pensavo che a casa avevo tutto, una bella famiglia con due ottimi genitori e il fratello minore, un bel lavoro in una multinazionale americana dove controllavo la produzione, aiutavo anche in parrocchia, facevo volontariato sulle ambulanze e avevo la morosa. Mi dicevo: cosa vuoi di più? E ringraziavo il Signore.

      “Passa il Pirovano, mi vede pensieroso, si siede accanto a me e mi dice:

         La conosci la storia del giovane ricco che va da Gesù e vuole seguirlo?

          Io ho detto: “No, non la ricordo”.

          Allora lui mi ha raccontato che Gesù dice a quel giovane che era buono e chiedeva di seguirlo: “Ti manca una cosa sola: vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e poi vieni e seguimi”.

         Il Vangelo continua: “Quel giovane si allontanò triste, perché aveva molte ricchezze”.

         E Aristide mi dice: “Non vorrei che anche tu fossi triste perché non hai dato tutto al Signore. Ti manca ancora il coraggio di scegliere”. E se ne va a dormire.

 

      “Una bella batosta per uno che credeva di essere a posto, le sberle a volta fanno bene. Si è accesa in me una luce e sono rimasto con questo grande interrogativo dentro. Sono poi tornato in Italia e ho ripreso la mia vita abituale, il lavoro, la famiglia, la parrocchia, gli amici, la morosa e tante altre cose. Però tutte queste cose avevano perso un po’ il senso di una vita piena e soddisfatta. Anche perché a pensarci bene, ti alzi al mattino e devi correre per arrivare a tempo in fabbrica, timbrare il cartellino che ritimbravo alla sera, lavori tutto il giorno ripetendo sempre le stesse cose. I giorni passano, gli anni passano e mi chiedo: la mia vita è utile a chi e per che cosa? E’ vero che avevo la morosa e volevo sposarla, ma quella vita mi pareva che mi andasse stretta, in confini ristretti. E pensavo ai missionari con i quali avevo vissuto un mese, sempre tra la gente, in contatto con la gente, facendo mille cose per aiutare i più poveri, con giornate piene e orizzonti senza confini. Là i caboclos vengono a cercarti, mentre in fabbrica, in fondo, ero benvoluto e stimato, ma se io non ci fossi stato erano in dieci pronti a prendere il mio posto.

      “E poi mi stava sullo stomaco il perbenismo di oggi, quella marmellata di buonismo che, a parole, trova tutti d’accordo: la pace, l’amore, la solidarietà, ma poi facciamo tutti una vita egoistica. Insomma, io sognavo un’altra vita perché non avevo un ideale per cui valesse la pena di donare tutto me stesso, dando il mio piccolo contributo affinchè il mondo fosse un po’ migliore di com’è oggi. Quasi senza accorgermene, pregando e riflettendo, ho visto che la vocazione missionaria era proprio quello che sognavo.

      “Sono entrato nel Pime, ho fatto gli studi teologici, sono stato ordinato prete a 32 anni nel 1994 e lo stesso anno sono partito per la Costa d’Avorio dove ho lavorato per quattro anni, poi mi hanno spostato in Amazzonia e sono 11 anni che sono a Manaus, parroco a Rio Preto da Eva, una cittadina lontana da Manaus sulla via che va a Itacoatiara. Ringrazio ogni giorno il Signore per la scelta che ho fatto”.

 

     Fin qui padre Marco Bennati. Mi chiedo: è proprio vero che mancano le vocazioni, oppure si può dire che, almeno in alcuni (o in  molti?) casi, manca la proposta di impegnare tutta la vita a servizio di Gesù Cristo e del Regno di Dio?

 

                                                                       Piero Gheddo