I cinquant'anni dell'indipendenza africana

 

 

      Il 2010 è l’anno dell’Africa, l’anno simbolico dell’indipendenza africana. Cinquant’anni  fa, nel 1960, 17 paesi africani divennero indipendenti dal colonialismo europeo e, poco prima o poco dopo, tutto il continente acquistò la sua indipendenza, ponendo fine ai 60-70 anni di colonizzazione. Ma le celebrazioni di questa ricorrenza sono state sotto tono, sia negli stessi paesi africani che nei paesi ex-colonizzatori d’Europa. ll motivo è facile da capire. Gli africani, e specialmente le loro élites, nutrivano grandi speranze di potersi liberare dalla povertà e dalla fame, ma questa seconda liberazione pare ancora lontana, anche se negli ultimi tempi ci sono stati passi in avanti verso lo sviluppo economico e il rispetto dei diritti dell’uomo.

      Il passaggio all’indipendenza è stato fondamentale per innescare nei popoli africani la presa di coscienza delle loro responsabilità di fronte alla costruzione di stati moderni, con governi democratici ed economicamente autosufficienti. Il cammino di ogni popolo verso lo sviluppo non solo economico ma umano, rispettoso della giustizia, del bene comune e dei diritti dell’uomo, è lungo e difficile per tutti. Anche noi in Europa, dopo secoli che ci siamo messi su questa strada, ci accorgiamo che più si avanza in campo economico, tecnico, produttivo, democratico, più aumentano le difficoltà, sorgono nuovi problemi. Gli africani sono indipendenti solo da cinquant’anni.

     Gli aspetti negativi dell’Africa sotto il deserto del Sahara sono noti a tutti e spesso la stampa e la televisione informano sull’Africa solo quando ci sono emergenze  negative: fame, sete, dittature, guerriglie, colpi di stato, epidemie. Ma ogni pessimismo è errato, perché l’Africa è un continente giovane, circa il 50% degli africani sono sotto i 18 anni (in Italia il 17%): credono nel futuro, vivono nella speranza di poter  cambiare le troppe situazioni negative che bloccano il loro cammino verso lo sviluppo.  Nel 1991 un missionario in Mozambico mi diceva: “Vivo in Africa da quarant’anni, sono convinto che qui c’è una riserva di umanità di cui l’Europa ha bisogno”.

     La situazione dell’Africa nera è complessa. Ci sono anche non pochi aspetti positivi che vanno sommariamente elencati. Rispetto al 1960, ecco com’è migliorata la situazione dell’Africa nera nel suo complesso:

         L’analfabetismo nel 1960 riguardava circa il 90% degli africani, oggi solo il 45%. In cinquant’anni è dimezzato.

         Soprattutto, sul piano universitario, nel 1960 nell’Africa nera le università erano una decina, oggi se ne contano un centinaio. Tutti i paesi indipendenti hanno la loro università e in certi paesi ci sono anche le università private, in genere  cristiane.

         La speranza di vita alla nascita era di 41 anni, oggi è di circa 55 anni.

         La mortalità infantile è diminuita in modo considerevole. Era del 173 per mille all’inizio degli anni cinquanta, è caduta all’85 per mille all’inizio dei Novanta.

         Il più importante miglioramento è avvenuto nella mentalità dei popoli, che hanno preso coscienza della propria dignità e dei propri diritti. Il mondo si evolve e l’Africa nera è oggi informata soprattutto da radio e televisioni. Sono nati partiti politici, sindacati, cooperative, associazioni studentesche, giornali popolari. Il fatto positivo che si nota visitando vari paesi africani è il moltiplicarsi di associazioni di base, di gruppi che si incontrano, di cooperative che realizzano vari tentativi di sviluppo solidale. Sia nelle città che nei villaggi.

         Dove c’è coscienza di popolo c’è la democrazia. Mentre nel 1960 l’Africa nera era praticamente governata da dittature o, nei casi migliori, da governi paternalisti attorno ai capi carismatici che avevano portato all’indipendenza (Costa d’Avorio, Kenya, Tanzania, Senegal, Ghana, ecc.). Oggi le sei o sette vere dittature totalitarie sopravvivono in pochi paesi, che hanno avuto la sfortuna di essere stati e di essere ancora governati da regimi comunisti (Eritrea, Etiopia, Zimbabwe, Congo ex-francese, ecc.).

 

     “L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo”, ha scritto il grande reporter Ryszard Kapuscinski. E’ vero. Ad esempio, in senso economico, il panorama generale non è positivo, ma nell’ultimo decennio i dati di organismi internazionali affermano che l’Africa sta crescendo anche economicamente. Ad esempio nel rapporto della Banca Mondiale del 2007 si legge: “Molte economie africane sembrano aver voltato pagina e intrapreso il cammino di una crescita economica più veloce e costante” (“Africa Development Indicators 2007”). E si riferisce al tasso medio di sviluppo annuale del 5,4%. Paesi emergenti e virtuosi in questo cammino verso lo sviluppo economico e umano sono il Ghana (l’unico africano visitato dal Presidente americano Obama nel luglio 2009),  il Lesotho, la Namibia, la Liberia, il Kenya e alcuni altri.

      Per concludere dovrei illustrare il contributo positivo che le  Chiese cristiane danno allo sviluppo dell’Africa nera. Sarà il tema di un prossimo articolo. Avvido che lunedì prossimo, 15 novembre, parlerò a Radio Maria, dalle ore 21 alle 22,30, illustrando  questo tema: “Cinquant’anni di indipendenza africana – Luci e Ombre”.

                                                                                        Piero Gheddo