La bassa natalità è la morte di un popolo

 

 

     Il valore della vita e delle nascite torna alla ribalta in giornali e telegiornali: la nostra Italia ha pochi bambini, gli italiani diminuiscono di più di 100.000 l’anno, sostituiti da altri popoli più giovani, in buona parte musulmani. Il prof. Angelo Bertolo, storico e scrittore, ha pubblicato nel 2007 un volume che merita di essere ripreso perché  rappresenta “una vigorosa testimonianza, mediante constatazioni di carattere storico e scientifico, utili a quanti desiderano approfondire ogni ragione in favore della vita”. Così l’europarlamentare On.le Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita commenta il volume: Angelo Bertolo, “Fertilità e Progresso” (Campanotto editore, Udine 2007, pagg. 142, in italiano e in inglese).

    L’autore conosce bene l’India ed è membro del “Rajiv Gandhi Institute for Contemporary Studies” di New Delhi. Il sottotitolo del libro precisa meglio i contenuti: “L’imminente crollo dell’Occidente”. Previsione che deriva da tutta l’indagine storica condotta nel volume, che si può sintetizzare in queste parole: “Un alto tasso di natalità è indice di progresso. Un tasso di natalità basso è indice di regresso e preannuncia la morte fisica di quella civiltà e la sua scomparsa dalla faccia della terra”.  Una relazione simile è interconnessa con il rafforzamento o

l’affievolirsi del senso morale e religioso in un popolo.

 

    Per dimostrare storicamente la verità di questo assunto, Bertolo esamina il cammino di alcune civiltà umane che si sono succedute in varie parti del mondo. La sua ricerca spazia dalla civiltà greca a quella romana, dall’India, alla Cambogia, alla nostra Italia e ad altre civiltà del mondo, sempre contrassegnate da questo segno caratteristico: il massimo tasso di natalità di un popolo coincide con la massima vitalità e splendore di una civiltà; quando il tasso di fertilità diminuisce, un periodo storico si chiude e una civiltà scompare, travolta dall’arrivo di popoli più giovani e con più alto tasso di crescita demografica. 

     Nel secondo e terzo secolo A. C., quando Roma era in una fase di forte espansione, di progresso inteso nel senso più ampio,  le matrone romane si dimostravano fiere di fronte alle donne etrusche e greche perché esse avevano più figli e perché il loro senso morale era più alto. E Roma, con la spinta in avanti e l’entusiasmo dei molti giovani, conquistava il mondo allora conosciuto.

     Al tempo del suo massimo splendore nel terzo- quarto secolo dopo Cristo, la città di Aquileia  contava più di 100.000 abitanti, forse 200.000, e tutta la zona compresa dall’attuale Friuli poteva avere una popolazione un po’ inferiore a quella attuale, forse metà di quella attuale. Poi Aquileia decade rapidamente, perde la sua carica di vitalità e la popolazione diminuisce. Due secoli dopo, quando i Longobardi arrivano in Friuli nell’anno 558, essi sono un popolo organizzato di circa 250.000 abitanti. Fra le altre cose, Paolo Diacono ci fa notare che le donne longobarde si dimostravano  fiere di fronte alle  donne romane perché esse erano più prolifiche.  E i Longobardi si sono imposti su tutta l’Italia.

    Dopo l’anno mille, si parla di ripresa della civiltà in Italia, dopo il calo demografico che tutti riconoscono dal tempo dell’Impero Romano e dopo le distruzioni causate dalle invasioni barbariche. Villani, contemporaneo di Dante, ci informa che la sua città, Firenze, in 90 anni cresce da  novemila a centomila abitanti. Tutte le città dell’Italia centrale e della pianura padana  dimostrano una crescita vigorosa. Venezia cresce. Milano cresce. Oltre che dall’espansione fisica delle città, dei suoi palazzi, lo deduciamo dalle Rationes Decimarum, i registri delle decime del tempo,  e dalle cronache di Bonvesin de la Riva, i Magnalibus urbis Mediolani.   La rinascita dopo il mille e il progresso delle città italiane è strettamente legato alla crescita demografica e all’alto senso morale e religioso delle popolazioni. 

     Nel 14° secolo  l’Italia ha avuto la grande pestilenza descritta dal Boccaccio. La popolazione dell’Europa diminuisce di un terzo o forse di una metà. In Italia la Maremma toscana con le sue paludi perde circa l’80% della popolazione, mentre Venezia ne perde un terzo. Il 14° secolo dunque, pur con questa pestilenza e con una fortissima diminuzione della popolazione, è un secolo di grande progresso per l’Italia, il secolo dell’Umanesimo e dell’espansione commerciale delle città italiane, un secolo di progresso, caratterizzato però da una forte natalità. La metà della popolazione che era rimasta in vita, per la forte carica dell’aumento dei giovani, ha potuto continuare a vivere e a progredire verso la civiltà del Rinascimento. 

 

      Thomas Malthus basava le sue teorie su due premesse:        

      1) La terra è limitata e tutte le risorse sono esauribili. Ma non prendeva in considerazione il fatto che ci possono essere nuove scoperte di risorse naturali (come infatti sta continuamente avvenendo) e non teneva conto dell’ingegno dell’uomo, della sua inventiva.     

      2) Gran parte della popolazione è inutile in quanto non produce niente, anzi consuma beni prodotti da altri. Se quindi si potesse eliminare parte della popolazione, i sopravvissuti avrebbero più risorse a loro disposizione. Questo potrebbe apparire vero oggi per le popolazioni in via di sviluppo, in quanto non riescono a fornire a tutti istruzione adeguata e servizi sanitari. A ben vedere, il problema è di governance, di pianificazione economica, non di aumento della popolazione di per sé.

     Malthus formulava le sue previsioni catastrofiche poco prima dell’anno 1800, quando la popolazione mondiale era meno di un miliardo. I neomalthusiani oggi riformulano le stesse catastrofiche previsioni di due secoli fa, quando la popolazione mondiale è di 6 miliardi. Ma oggi il livello generale della vita si è elevato in modo impensabile due secoli fa e c’è più molto cibo a disposizione per ogni singolo abitante della terra. Il problema non è che mancano le risorse o ci sono troppi uomini, ma di educare i popoli poveri a produrre con metodi moderni e i popoli ricchi a condividere fraternamente con i poveri le loro conoscenze e scoperte. Conclusione: le previsioni demografiche catastrofiche che oggi leggiamo e sentiamo sventolare come spauracchi da molti studiosi e scrittori, in base alla storia dell’umanità sono più o meno credibili quanto quelle di Malthus.

                                                                  Piero Gheddo

 

3 pensieri su “La bassa natalità è la morte di un popolo

  1. Finalmente riesco a rispondere ai blog.
    Non ho grandi studi, ma guardo cosa succede nel mio paesino riguardo alla natalità. Gli abitanti autoctoni del paese si stanno estinguendo perchè sono subentrate tante altre realtà “foreste” – come dicono qui da noi.
    Un problema che limita la natalità – secondo me – è lo stile di vita che abbiamo. Si tende a possedere più che a condividere, ad avere di più di ciò che effettivamente ci necessita, colpevole, anche, le proposte della pubblicità. Oggi in famiglia di solito lavorano tutte e due i genitori, e se una donna rimane grvida c’è il rischio di perdere il posto di lavoro. La legge tutela le madri, questo in teoria, poi in pratica le licenziano con un motivo che riescono sempre a trovare. Il costo della vita è alto, perchè si tende ad avere tutto e “tutto” diventa necessario. Forse si è un po’ perso il valore della persona che è più importante di ciò che possiede.
    Forse c’è da recuperare il valore della persona in sè, non di ciò che ha.
    Stiamo andando verso una europa “nera” e vi dirò che proprio non mi dispiace!!!!
    ciao

  2. Cara Riccarda,
    grazie delal tua lettera. Sei la prima dopo circa un mese o più che nessuno scriveva. Ero un po’ preoccupato, pii tu mi hai telefionato dicendomi che non riuscivi ad entrare nel Blog. Sono andato a vedere e i sono accoirto che era veramente impossibile. Ho protestato e il server del computer ha sistemato la faccenda. Adesso, basta cliccare sulla parola “Commenti”, che compare alla destra del titolo di ogni mio intervento e ricompare, al termine del Blog la finestrella per scrivere il proprio parere.
    Grazie anche di quel che dici, penso che molti la pensino come te. In Italia, in genere, si vive al di sopra del livello di necessità e tutto poi diventa necessario. Mi viene in mente la sentenza di un grande economista americano, Kenneth Galbraith, che era stato per lunghi anni ambasciatore degli Usa in India ed ammirava molto quel gande paese, il quale scriveva: “L’americano medio consuma almeno quattro volte tanto quello che è necessario alla vita. Il di più che consuma lo rende meno uomo, poichè la troppa ricchezza, come la troppa povertà, rendono meno uomini”. Forse la crisi economica che l’Europa e l’America stanno attraversando, ci insegnerà a vivere una vita più austera. Ciao a te ed a tutti. Scrivete i vostri commenti e vi risponderò Grzie, vostro padre Piero Gheddo

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