Afghanistan: perchè dobbiamo restare

 

 

     Il tenente alpino Massimo Ranzani è la 37sima vittima del terrorismo talebano, morto anche lui per sottrarre il popolo afghano dal regime dei “talebani”, che governerebbe di nuovo il paese se le forze della Nato si ritirassero. Leggo che l’Afghanistan sta diventando a poco a poco il nuovo Vietnam per le forze alleate occidentali, come il primo lo è stato (1963-1975) per i militari americani e di altri 32 paesi loro alleati in quella guerra. Avendo vissuto il primo Vietnam come giornalista ospite della Chiesa vietnamita, credo fra le due situazioni di guerra ci siano alcune  somiglianze,ma anche forti differenze. Sembrano simili perché anche i vietcong e i nord-vietnamiti tenevano in scacco il potente esercito americano con il terrorismo, come fanno oggi i talebani. Per il resto, tutto era ed è diverso. I comunisti vietnamiti avevano alle spalle Cina e Urss (e gran parte della stampa e dell’opinione pubblica in Occidente), che li sostenevano con armi e politicamente, come “guerra di liberazione” del Vietnam dallo straniero. Gli Stati Uniti intervennero militarmente nell’ottobre 1973 per volere del presidente Kennedy, dietro richiesta del legittimo governo sud-vietnamita (riconosciuto anche dal Vietnam del nord), per ostacolare la diffusione dei regimi comunisti nel mondo. Ma il ritiro americano nel marzo 1973 non ebbe alcun esito positivo per il Vietnam, perché aprì la porta alla dittatura comunista di tipo staliniano, che provocò la fuga di circa due milioni di “boat people” negli anni 1975-1984.

      La stessa sorte capiterebbe agli afghani se la Nato si ritirasse dall’Afghanistan. I talebani tornerebbero al potere per rifare del loro paese la centrale del “terrorismo di matrice islamica”. E poi, in Afghanistan le forze della Nato sono più favorite per una soluzione positiva di quelle Usa in Vietnam, per tre motivi. Primo, i talebani ricevono aiuti molto inferiori a quelli che Urss e Cina potevano dare ai comunisti vietnamiti; secondo, in campo internazionale nessuno appoggia apertamente i talebani, anzi Onu e governi di tutto il mondo, o almeno del mondo libero, li condannano; terzo, proprio in questi mesi le rivolte di giovani e di popolo in 15 paesi del Nord Africa e del Medio Oriente stanno cambiando l’islam e anche i governi fondamentalisti (Iran e Arabia Saudita) sono costretti a fare i conti con i loro popoli che non tollerano più l’islam politico.

    Però, si dice, la nostra Costituzione recita all’Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E’ vero che la Nato è andata in Afghanistan per portare la pace e aiutare il popolo a liberarsi da un governo talebano (già sperimentato). Però stanno rispondendo al nemico in una vera guerra.

     Cosa dire? Ritrovo un articolo del card. Joseph Ratzinger su “Vita e Pensiero” del settembre 2004, intitolato: “L’Occidente, l’islam e i fondamenti della pace”. Anzitutto ricorda che quando il 5 giugno 1944, “iniziò lo sbarco delle truppe alleate nella Francia occupata dalla Wermacht, l’evento rappresentò per il mondo intero, compresa una gran parte dei tedeschi, un segnale di speranza che in Europa presto sarebbero arrivate la pace e la libertà… Se mai si trova nella storia un bellum justum (guerra giusta), è qui che lo troviamo”.

     Subito dopo, il futuro Papa afferma “l’insostenibilità di un pacifismo assoluto” e si pone “con molto rigore… la domanda se oggi sia ancora possibile, e a quali condizioni, qualcosa di simile ad una guerra giusta, vale a dire un intervento militare posto al servizio della pace e, guidato dai suoi criteri morali, contro i regimi ingiusti. La pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente connessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa”.

     Poi si riferisce alla situazione attuale: “Non è possibile  venire a capo del terrore, cioè della forza opposta al diritto e separata dalla morale, con il solo mezzo della forza. Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza”.

                                                                        Piero Gheddo