Il Beato Clemente e le vocazioni missionarie

 

    Il superiore generale del Pime, padre Gianni Zanchi, dopo un recente incontro con i superiori degli altri istituti missionari, ha scritto sul bollettino interno dell’istituto (Il Vincolo): “Oggi si parla molto di ”crisi di vocazioni”. Forse è meglio dire che sono in crisi certi modi di vivere la vocazione. La vera crisi è questa: l’affievolirsi dell’entusiasmo, della capacità di innovazione e di creatività… I giovani questo lo percepiscono subito, hanno antenne sensibili e quindi non si sentono attratti….. Con molta franchezza e anche dolore, devo confessare che anche all’interno delle nostre comunità ci sono confratelli “mezzi-morti”, svuotati interiormente… Certamente non è la situazione generale delle nostre comunità. Tuttavia anche pochi casi sono sufficienti per rendere l’atmosfera di comunità pesante e dura”.

      Parole forti che richiamano l’ultimo capitolo dell’enciclica “Redemptoris Missio” di Giovanni Paolo II (1990), intitolato “La spiritualità missionaria”, dove si legge: “Il vero missionario è il santo…. Ogni missionario è autenticamente tale solo se si impegna nella via della santità” (n. 90).

     La beatificazione di Clemente Vismara è esemplare per tutta la Chiesa, per  la missione alle genti e la nuova evangelizzazione dei popoli cristiani. Clemente era un normale missionario, non ha fatto nulla di straordinario, ha vissuto la vita di tutti gli altri suoi  confratelli. Anzi non emergeva in nulla: non era vescovo né biblista né teologo né liturgista né canonista, non sapeva suonare nè cantare, non era un predicatore rinomato e nemmeno un superiore, non era un amministratore avveduto (non faceva bilanci né preventivi), non contava mai i suoi soldi e non conosceva bene le lingue.

     Verrebbe da dire: insomma, peggio di così! Calma! Clemente infatti pregava molto (oltre a tutto il resto, tre Rosari al giorno) e viveva in modo eroico le virtù evangeliche. Ecco perché, con l’aiuto di Dio, ha fondato e avviato cinque distretti missionari (Monglin, Mong Phyak, Kenglap, Mong Ping e Tongtà) e convertito più di cento villaggi. Lui vivente, in 65 anni dai cristiani da lui battezzati sono usciti cinque sacerdoti e 14 suore. Ecco perché la sua “fama di santità” in Birmania ha convinto il vescovo di Kengtung mons. Abramo Than, a iniziare la sua causa di beatificazione.

     Ma non basta. Scriveva molte lettere e articoli, ma anche altri scrivono tanto. Però i suoi scritti, che riflettevano la sua intimità con Dio, hanno suscitato decine e decine di vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie, non solo nel Pime ma in numerosi altri ordini e congregazioni maschili e femminili. Lo dico perché lo so, ne sono sicuro. Nel suo paese natale, Agrate Brianza, i suoi scritti hanno suscitato una tale  “fama di santità” che una settimana dopo la sua morte il gruppo missionario parrocchiale, con l’approvazione del parroco, ha scritto una lettera al Pime chiedendo la sua beatificazione. E un anno e mezzo dopo, nella piazza della chiesa è stata inaugurata la sua statua di “protettore dei bambini” con un bambino in braccio!

      In Italia mancano le vocazioni sacerdotali, religiose e missionarie. E’ vero, la crisi di fede è anzitutto una crisi delle famiglie e quindi mancano i giovani. Ma noi, consacrati al Signore Gesù, dobbiamo chiederci: abbiamo conservato l’entusiasmo della nostra vocazione? La nostra vita, di noi preti, fratelli, suore, è ancora affascinante per i giovani d’oggi? Noi missionari, siamo ancora annunziatori di Cristo ai popoli o diamo di noi una diversa immagine?

                                                                                            Piero Gheddo