Perchè il Giappone ha bisogno di Cristo?

 

 

      Negli istituti missionari italiani impegnati in Giappone, come il Pime e i Saveriani, si discute sulla missione nel Paese del Sol Levante: è proprio necessario continuare a mandare missionari in un paese dove la Chiesa è ormai fondata e ha un buon numero di vocazioni alla vita consacrata? Domanda interessante, alla quale i missionari che sono in Giappone rispondono dicendo che la missione giapponese è, come dire, profetica per il nostro Occidente e in tutto il mondo, che sarà sempre più secolarizzato e laicizzato.

      Chiedo a padre Alberto Di Bello (40 anni in Giappone intervistato a Milano due mesi fa) se pensa che il Giappone ha ancora bisogno di Gesù Cristo. Risponde: “Il giapponese è un grande popolo, lavoratore, unito, obbediente alle autorità. E’ un popolo religioso, che crede in Dio, ma non lo conosce. Lo immagina come un qualcosa di vago, inafferrabile, inconoscibile, che è nella natura, nel bello, nell’armonia delle cose. Ha bisogno della fede che Dio è persona, che si è rivelato in Gesù Cristo. Capiscono bene il comandamento di amare il prossimo, non capiscono quello di amare Dio. I cristiani, a poco a poco, entrano in questa visione, ma è un messaggio difficile da fare accettare. Per loro tutto è divinità e poi magari niente è divinità.

 

    “Per i giapponesi la vita dopo la morte è come una goccia d’acqua che ritorna nel mare. L’uomo non è la persona vivente oggi che rimane tale e quale e gode della vita eterna con Dio. Ma è un elemento della natura, quando muore ritorna alla natura e perde la sua individualità, la sua identità. Quindi la persona umana ha un valore relativo, non assoluto. Oggi serve alla società, ma domani non servirà più. Per questo è difficile capire che Dio ci ama. Possibile che quel Dio che ha creato tutto possa amare il piccolo uomo, i miliardi di uomini che passano come tutte le cose della natura che sono state create?

     “Questo nulla toglie all’intelligenza e ai buoni sentimenti del popolo giapponese: ad esempio il servizio al bene comune, l’onestà nel lavoro, il senso della fedeltà alla parola data, il rispetto e la devozione per gli anziani, anzi il culto degli antenati, il senso di disciplina nella scuola, nella ditta, nello stato. Il contributo fondamentale che il cristianesimo e la modernità portano al Giappone è il valore assoluto della singola persona umana. Lo sviluppo tecnico-scientifico del Giappone ha portato benessere e innalzamento del livello di vita, ma ha un grosso limite che riguarda la persona, spesso sacrificata alla società e allo sviluppo. In Giappone, più che una società per l’individuo, c’è l’individuo che lavora per la società.

      “Lo si vede anche nell’impianto urbanistico delle grandi città, che non hanno luoghi dove la gente si possa incontrare o anche solo riposarsi, pensare, pregare, chiacchierare. I centri di incontro sono le stazioni ferroviarie e della metropolitana, i grandi magazzini, i ristoranti, i luoghi di divertimento. Il giapponese, super-impegnato, ha poco spazio per coltivare se stesso e spesso spreca in modo banale e alienante le poche ore libere, giocando ad esempio nelle sale di “pachinko” (bigliardini elettronici) o con tutte le altre novità elettroniche che portano in un mondo virtuale e non reale. Soprattutto i giovani che studiano o lavorano vivono spesso lontani  dalla famiglia, hanno poche possibilità di incontrare amici, di socializzare. Le chiese cattoliche e le parrocchie sono apprezzate e ricercate, anche perché offrono spazi e occasioni per l’incontro fra amici, la riflessione, la preghiera, la cultura.

     “Il contributo del cristianesimo diventa così un’esigenza di vita. Il Giappone moderno, sorto dalla macerie della seconda guerra mondiale, non sarebbe quello che è se non ci fossero le Chiese cristiane. E questo vale soprattutto perchè il cristianesimo ha portato in Giappone il concetto del valore assoluto della singola persona umana e di uno sviluppo materiale che deve servire ad ogni persona non solo per il benessere e l’abbondanza dei beni materiali, ma per l’elevazione culturale e spirituale.

      “Le religioni tradizionali giapponesi – continua padre Di Bello – hanno contribuito a preparare una base per lo sviluppo della nazione e della società, trascurando la persona umana. Lo shintoismo ha insegnato al giapponese la divinità della natura, nella quale c’è Dio. Il confucianesimo, ripreso dalla Cina, ha abituato il giapponese ad una visione statica dell’universo e della società, dove la suprema norma morale è quella del rispetto e  dell’obbedienza per mantenere l‘armonia tra cielo e terra, tra superiori e sudditi, tra politica ed economia. Secondo la morale confuciana ciascuno deve svolgere il proprio lavoro col massimo impegno nel posto che gli è stato assegnato. Il buddhismo poi, insegnando il distacco da se stessi, il disprezzo delle passioni e delle idee personali, considerate come perniciose illusioni, rende l’individuo disposto a tutto e oltremodo paziente.

 

     “Il giapponese è figlio di queste religioni che lo rendono  ottimo lavoratore, senza grandi ambizioni, sobrio, obbediente alle direttive. In una società tecnologica, dove tutto deve funzionare come una macchina, il giapponese è l’elemento ideale, perché si muove in gruppo. Anche questo è un aspetto della natura, della vita familiare. La gente ha una forte coscienza unitaria di popolo, ma una scarsa coscienza dei diritti della persona. La vita comune comincia nella famiglia, continua nella scuola e finisce nella ditta, concepita come una grande famiglia. Lo spirito di collaborazione che predomina nella ditta, rende il lavoro altamente efficiente e produttivo. Il successo della ditta per uno lavora è considerato un ideale di vita per il quale vale la pena di sacrificarsi, anche con ore di lavoro straordinario, spesso poco o nulla retribuito.

      “Tutto questo rivela l’influsso delle religioni tradizionali, in gran parte positivo, sul comportamento del giapponese. La morale buddhista ha educato ad una viva coscienza dei propri doveri, più che dei propri diritti. Il cristianesimo, entrando in Giappone attraverso le moderne missioni cristiane e l’influsso dell’Occidente, ha portato in Giappone il concetto fondamentale del mondo moderno, che si esprime ad esempio nella “Carta dei Diritti dell’uomo” varata dall’Onu nel 1948: il valore assoluto della singola persona umana. La società, lo stato, la patria è a servizio della persona umana,  non la persona a servizio della società, dello stato, della patria”.

 

      E’ facile capire perché il Vangelo e la persona di Gesù Cristo sono importanti anche per il Giappone. Maritain diceva, più di 60 anni fa, che lo sviluppo di un popolo dipende essenzialmente del concetto che questo popolo ha di Dio, dal concetto che si fa di Dio. Da questo concetto discende il rapporto con gli altri uomini, con la natura e con la storia. Ecco perché i missionari che sono in Giappone, e la stessa Chiesa giapponese, sostengono che l’invio di missionari dall’estero è ancora e sempre più importante. Specialmente oggi quando più di mezzo milione di lavoratori e famiglie di cattolici vengono in Giappone e hanno assoluto bisogno di assistenza religiosa da parte della Chiesa universale.

 

                                                                                       Piero Gheddo

Giappone: vita austera e la sete di conoscere Dio

 

 

       In estate ritornano a Milano alcuni missionari per un po’ di vacanza. Si incontrano personaggi interessanti. Nel luglio scorso ho intervistato a lungo il padre Alberto Di Bello, in Giappone da quarant’anni, parroco di Shizuoka nella diocesi di Yokohama poco distante da Tokyo. La nostra crisi economico-finanziaria e la prospettiva , per il popolo italiano, di una vita più austera, più povera, mi spinge a chiedergli come vive il popolo giapponese questa stessa crisi. Padre Alberto dice che “c’è molta differenza fra il tenore di vita in Italia e quello in Giappone. Il giapponese è un popolo forte, unito, gran lavoratore. Sebbene il Giappone sia un paese più ricco dell’Italia, il loro livello di vita è inferiore al nostro.

     “Ad esempio, la cultura del cibo che c’è in Italia, non c’è in Giappone. S dice che i  giapponesi mangiano con gli occhi, infatti sono maestri nel presentare nei ristoranti i piatti esteticamente, con varietà di piattini, verdurine e pescetti. Famosi in tutto il mondo sono i sushi e i sashimi. Ma il menu quotidiano tradizionale è quasi sempre più o meno uguale. Mattino, mezzogiorno e sera mangiano riso, pesce (oppure carne, ma poca) e verdure; da bere l’acqua o il tè verde, amaro e senza zucchero. A volte, al posto del riso ci sono gli spaghetti cotti in brodo di verdura, ma non conoscevano fino a pochi anni fa tanti nostri cibi come i salumi, il formaggio, il burro. E’ certo comunque che i giapponesi mangiano meno di noi italiani ed è uno dei misteri di questo popolo, come facciano a lavorare così alacremente mangiando così poco. Forse il segreto è che la loro dieta è scarsissima di grassi e di zuccheri. Poca carne e molto pesce, quasi nessun fritto ma molta verdura e frutta, non c’è il pane ma c’è il riso. Hanno un nutrimento più sano del nostro. Quello che per noi è la carne bovina, di maiale, per loro è il pesce. Ne hanno tante qualità e sono maestri nel cucinarlo. Il vino ce l’hanno ma è considerato bevanda delle donne; gli uomini bevono la birra o il saké, che è l’alcool ricavato dal riso.

     “In Giappone, continua padre Alberto, il costo del terreno è enorme, gli appartamenti sono piccoli, eccetto in pochi casi. Con qualche amico andiamo qualche volta al ristorante, ma in casa non ti invitano mai perché hanno vergogna di avere appartamenti così piccoli, nei quali ci sta poco o nulla. Ad esempio i vestiti. In Italia una persona normale ha quattro o cinque o più vestiti, molte camicie, pantaloni, scarpe; il giapponese va vestito più poveramente di noi, non ha abiti diversi. Nei loro piccoli appartamenti non ci sta molta roba, debbono liberarsi dei vestiti che non usano perché in casa non ci stanno. Nella mia parrocchia a Shizuoka, noi facciamo raccolte di vestiti che poi  mandiamo alle missioni, in Africa o altrove e ne raccogliamo molti. Loro tengono in casa lo stretto necessario. In campagna le case e gli appartamenti sono più grandi, ma nelle città tutto è piccolo e la maggioranza dei giapponesi vivono in città.

      “Fra noi missionari italiani ci diciamo che in Giappone lo stato è ricco e il popolo povero, in Italia lo stato è povero e il popolo ricco. Cioè, i servizi pubblici, sanità, scuola, trasporti, sicurezza, giustizia, funzionano molto meglio che in Italia, ma il livello di vita è austero. Altro esempio, il Giappone è il maggior produttore di auto del mondo, ma in genere il giapponese medio non ha l’auto privata anche perché, nelle città puoi comperare l’auto se hai il tuo parcheggio privato. Però i trasporti pubblici sono efficienti, loro avevano già l’alta velocità trent’anni fa, noi ci arriviamo adesso; un ponte come quello di Messina l’avrebbero già fato da decenni, noi ne parliamo, ma non lo facciamo mai. Insomma, lo stato c’è e funziona.

 

     “Un altro aspetto da considerare è il lavoro. I giapponesi lavorano molto, devono sempre fare qualcosa, non concepiscono passeggiare senza fare nulla e nemmeno fare delle vacanze. Si vergognano di fare vacanza, andare al mare o ai monti. Anche noi missionari prendiamo le loro abitudini, siamo sempre sotto, sempre al lavoro.  Ad esempio, il Giappone è fatto di molte isole, quindi hanno tantissime spiagge, ma non vanno mai al mare per prendere il sole o nuotare. Noi stessi, missionari del Pime, avevamo nel Kyushu una parrocchia al mare, Karatsu, ma non siamo mai andati in spiaggia a nuotare. Se vai in spiaggia non trovi nessuno. Siamo andati con i bambini per visitare la spiaggia, ma proprio una visita, come visiti il museo. Ci sono anche le gite in comune, pagate magari dalla ditta dove lavorano. La loro passione è fare viaggi all’estero, vedere il mondo, specialmente l’Europa e l’Italia, tanti vengono in Italia, credo sia il paese che attira di più, anche per la musica e il canto. I pensionati che non lavorano più, però trovano sempre qualcosa da fare, poi vedono la televisione, leggono i giornali (i quotidiani in Giappone sono tanti e molto più letti che in Italia), hanno i loro club dove giocano, le loro associazioni che promuovono cultura, concerti  musicali, hobby, oppure visitano i luoghi storici e religiosi del Giappone. Nelle città godono anche entrando nei grattacieli, nei supermercati dove ci sono giochi di luce, giochi per bambini e altri segni della modernità”.

    

      Come si divertono i giapponesi?  “Il loro divertimento è la natura, godono a vedere un giardino fiorito, coltivano piccoli orti o giardini, anche nelle case tengono dei vasi di fiori, nel cortiletto coltivano fiori. La loro passione è la natura, si divertono nel guardare la natura. Attorno ai templi buddhisti c’è sempre un giardino oppure i templi sono in un bosco. Non hanno l’idea di un Dio personale, Dio è la natura, l’armonia della natura, la bellezza dei fiori di ciliegio. Non conoscono Dio e lo vedono nell’armonia della natura, nei fiori, negli alberi, nel fiume, nei monti. Se c’è una cosa che si può dire del Giappone oggi è che il popolo ha un forte senso religioso e ha davvero, nella crisi attuale, la sete di conoscere Dio”.

                                                                             Piero Gheddo