“Fame di pane e fame di Dio”

 

                              

      Caro Padre Gheddo, mi chiamo José Cruz di nome, Echezarreta di cognome. Sono spagnolo (basco) e vivo a Roma da circa 35 anni. Sposato con italiana e figli e nipoti. Questa mattina mentre ero in macchina ho ascoltato su Radio Maria “Storia della Spiritualità Cattolica” a cura di Enrico Chiesura, oggi sulla missionarietà, in cui il sig. Chiesura ha citato spesso lei e i suoi libri. Ho preso poi parte al colloquio telefonico e mi sono congratulato con lui perché ha sottolineato con grande chiarezza che lo scopo principale della missione non è portare il benessere alle popolazioni da evangelizzare, bensì quello di soddisfare la fame di Dio che l’uomo ha, in qualsiasi condizione si trovi, certo senza trascurare i bisogni umani fondamentali, come parte integrante del messaggio evangelico.

      Gli dicevo che mi scandalizzano i sacerdoti (missionari o no) che quando predicano non fanno trasparire quella tensione interiore per la dimensione trascendente, eterna della verità evangelica e si limitano a mostrarci il loro sapere storico-filosofico-teologico-culturale cristiano, se si vuole con grande padronanza accademica e logica, ma ad un livello razionale. Se fosse questo il messaggio cristiano: razionalità e attivismo, io non ci andrei in chiesa. Studierei i libri e agirei secondo coscienza e basta. (Sinceramente, io sto vivendo questo travaglio interiore, anche se sono un cristiano “fedele” e sono nato e vissuto in una famiglia religiosissima. Non mi basta la “fedeltà”. Cerco la pienezza, quell’acqua che appaga la sete…come nell’episodio della Samaritana.

 

     E domandavo: se non è questo il messaggio, si deve dimostrare e insegnare qual è il quid del cristianesimo. Se la religione cristiana non è come le altre religioni, anch’esse nobili, anch’esse alla ricerca di una consapevolezza della verità, dell’amore trascendente, cosa la distingue da esse? (Se non si fa chiarezza e si martella con convinzione, con conoscenza e sensibilità interiore su questo, penso che le chiese si svuoteranno).

     Rispondendomi, Chiesura ha ribadito il concetto della priorità spirituale e mi ha rimandato a uno dei suoi libri (non ricordo quale) in cui troverei risposta alla mia domanda, perché, diceva, è un argomento che richiede uno spazio più ampio della brevità di una risposta telefonica. Incuriosito, sono andato a cercare in Internet e ho visto nel suo sito (www.gheddopiero.it) un elenco interminabile di libri. Quindi chiedo a lei cortesemente se mi può indicare quale. Cordiali saluti, suo José Cruz Echezzareta.

 

      Caro amico, Il libro che Chiesura citava era “La Missione Continua” (San Paolo, 2003), basato sui documenti della Chiesa e sulle mie esperienze in 50 anni di sacerdozio. Ma in questi giorni l’editrice Lindau di Torino ha pubblicato “Meno male che Cristo c’è”, nel quale rispondo appunto alle sue domande, a quelle che  mi ha fatto Gerolamo Fazzini, mio successore alla direzione di “Mondo e Missione”, e ai dubbi che non pochi laici esprimono sulla fede e la Chiesa.

     Le rispondo con una sentenza della Santa Madre Teresa in occasione di una campagna contro la fame nel mondo: “L’uomo ha fame di pane, ma soprattutto ha fame di Dio”. E lei, con le sue suore, si preoccupava di sfamare, curare e aiutare in ogni modo i poveri, ma, appunto, riteneva che c’è una fame molto più profonda e diffusa, che è quella di conoscere e amare Dio. E questa “fame di Dio” non è solo dei non cristiani, ma anche dei cristiani che “vivono come se Dio non esistesse”, vittime della cosiddetta “secolarizzazione” che fa considerare la fede e le sue manifestazioni come un qualcosa di assolutamente intimo e privato, una specie di “hobby” (sfizio) personale, di cui, per essere educati, non bisogna parlare.

      Benedetto XVI scrive nella “Caritas in Veritate”(enciclica del 2009): “La religione cristiana e le altre religioni possono dare il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento alla dimensioni culturale, sociale….”. Quel che lei dice è vero. Lo “spirito secolarizzante” entra a volte anche nella Chiesa e nei suoi ministri, missionari compresi, per cui la missione alle genti è presentata a volte come un’opera di beneficenza, di solidarietà, e il missionario finisce per apparire più un “operatore sociale” che un uomo mandato ad annunziare la “Buona Novella” del Vangelo a tutte le genti, convinto che tutti i popoli hanno bisogno Cristo (si veda il Blog del 29 ottobre 2011).                                                                              

                                                                                         Piero Gheddo