Le suore di clausura pregano per la Chiesa in Cina


Le notizie che giungono dalla Cina sulla situazione in cui si trova la Chiesa sono preoccupanti. Due missionari del Pime, i padri Angelo Lazzarotto e Piero Gheddo, a nome del Pime (che lavora nell’”Impero di mezzo” dal 1858), hanno preso l’iniziativa di coinvolgere i circa 530 conventi femminili di clausura in Italia per una campagna di preghiere, mandando in omaggio il volume “Una vita per la Cina” (EMI 2011, pagg. 363) con le lettere del martire padre Cesare Mencattini (1910-1941) commentate da padre Lazzarotto e inviando due lettere che spiegano alle sorelle il perché di questa iniziativa.
La Chiesa di Cina “oggi è una bella speranza per la Chiesa universale e soprattutto per la missione in Asia, il continente in cui vivono l’80-82% dei non cristiani di tutto il mondo!”, ma “attraversa il più difficile e decisivo momento della sua storia recente, perché corre il pericolo di dividersi e di cadere in uno scisma, una parola drammatica che ricorda altri tristi tempi nella storia millenaria della Chiesa di Cristo”, scrive padre Gheddo che da trenta e più anni manda ai conventi femminili  di clausura i suoi libri sulle missioni e altri dell’Ufficio storico del Pime.
Padre Angelo Lazzarotto, già missionario ad Hong Kong e profondo conoscitore della Chiesa di Cina attraverso decine di viaggi, illustra brevemente, secondo la sintesi di “Asia News”, una crisi “innescata il 20 novembre 2010 quando le autorità comuniste decisero di imporre una ordinazione episcopale nella città di Chengde (provincia Hebei) senza l’accordo del Papa”. “Nell’estate del 2011, il governo ha imposto due altre ordinazioni episcopali, il 29 giugno a Leshan (prov. Sichuan) e 14 luglio a Shantou (prov. Guangdong), anche se gli erano stati comunicati i motivi per cui il Papa non poteva dare la sua approvazione. Così la Santa Sede ha dovuto dichiarare che i due sacerdoti che accettarono di farsi ordinare vescovi contro le leggi della Chiesa sono incorsi automaticamente nella scomunica. La Cina ha protestato”.
“Purtroppo – osserva padre Lazzarotto – il governo comunista non esita ad usare le lusinghe e anche la violenza fisica per raggiungere i suoi scopi. Nell’ultimo anno ha mandato addirittura la polizia per costringere vari vescovi sia a partecipare all’Assemblea del dicembre 2010, che ad eseguire quelle Ordinazioni episcopali. Il governo ha creato per questo l’Associazione Patriottica dei cattolici, che finisce per emarginare i vescovi. Questo assurdo uso della forza per imporre specifiche scelte religiose disonora il prestigio della Nuova Cina di fronte al mondo. Non pochi osservatori e studiosi dicono che ci sono fazioni di estrema sinistra che stanno tentando di prendere il sopravvento nell’apparato governativo: non dimentichiamo che si sta preparando un importante congresso del Partito comunista, che dovrà rinnovare i vertici del potere.
Quanto alle prospettive per la Chiesa in Cina, “c’è bisogno, certo, di nuovi vescovi. Ma la Chiesa di Cina si trova in una vera emergenza perché per 30 anni, con la chiusura di tutti i seminari, non era stato ordinato alcun prete. Oggi i possibili candidati all’episcopato sono tutti giovani sui 35-40 anni, che mancano spesso di esperienza. Così, accanto a numerosi vescovi e altri delegati che hanno cercato in tutti i modi di rifiutare la partecipazione ai fatti sopra ricordati, non mancano di quelli che non hanno saputo opporre resistenza. E’ difficile sapere quanto spontaneamente lo abbiano fatto, perché spesso sono preoccupati di assicurare il funzionamento delle strutture indispensabili alla vita ecclesiale, dato che il controllo sulle finanze diocesane spesso è in mano ai membri dell’Associazione patriottica. E’ noto che molto denaro fluisce attraverso l’Associazione a un numero crescente di diocesi, seminari e parrocchie, per cui chi non coopera col governo deve pagare un grosso costo finanziario. E, come sempre accade, accettare denaro significa una perdita di indipendenza”.
In questo quadro, “vari tentativi del passato di trovare un’intesa anche con le autorità della Cina comunista sono falliti per il sabotaggio di forze interessate a mantenere lo stato di conflittualità. Ma Benedetto XVI, come già i suoi predecessori, non perde occasione per esprimere la sua fiducia nella Chiesa che vive in Cina, come pure la grande stima che nutre per il popolo cinese e il suo rispetto per il governo che lo guida”. E “anche le autorità di Pechino non ignorano il notevole prestigio di cui gode sul piano internazionale la figura del Papa. Per cui anch’esse ripetono di essere disponibili a migliorare le relazioni col Vaticano”.
“Un dialogo costruttivo va cercato, a mio avviso, sul terreno pratico. Le comunità cattoliche desiderano collaborare alla pace sociale e prodigarsi per il bene comune. Ma bisogna che sia assicurata alla Chiesa la possibilità di operare secondo le proprie tradizioni. E nella scelta di candidati all’episcopato è indispensabile che si tratti di sacerdoti idonei sul piano dei requisiti personali ed ecclesiali; e non si può accettare che alcuni organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, si pongano al di sopra dei vescovi stessi nella guida della comunità ecclesiale. Lo ha detto chiaramente anche Papa Benedetto XVI”.
Per raggiungere un accordo valido e duraturo, a giudizio di padre Lazzarotto, “occorre, credo, un vero miracolo. C’è bisogno, quindi, di una crociata di preghiere, sapendo che ‘nulla è impossibile a Dio’. Per questo Papa Benedetto XVI ha chiesto più volte ai cattolici di tutto il mondo di unirsi all’invocazione dei loro fratelli e sorelle della Repubblica Popolare Cinese. Essi hanno una grande fiducia nella Vergine Maria, che venerano in molti santuari; specialmente a Sheshan (vicino a Shanghai) la invocano come Aiuto dei Cristiani. In particolare, il Papa raccomanda di chiedere che l’intercessione di Maria possa “illuminare quanti sono nel dubbio, richiamare quanti hanno sbagliato, consolare quanti soffrono, e dare forza a quanti sono attratti dalla lusinghe dell’opportunismo”.

Piero Gheddo

“Che posto ha l’islam nei piani di Dio?”

Una domanda che spesso si fanno gli studiosi dell’islam è questa: “Che posto ha l’islam nei piani di Dio? E’ possibile che l’islam sia nato e si sia diffuso così rapidamente senza avere un suo ruolo storico nei piani di Dio?”. Naturalmente nessuno conosce o può conoscere il pensiero di Dio. Ma è possibile proporre e discutere varie ipotesi, per chiarificarci le idee e avere di fronte all’islam un atteggiamento che favorisca “il dialogo”, come il Papa e i vescovi continuamente raccomandano, e non “lo scontro di civiltà” (o la “III guerra mondiale” come alcuni pessimisti immaginano).

Nel 2007 in Libia, il vescovo di Tripoli mons. Giovanni Innocenzo Martinelli mi diceva: “Ritengo che l’islam abbia un significato nella storia e nei piani dì Dio. Non è nato per caso. Io penso che oggi l’islam ha il compito storico di richiamare in modo forte e anche scioccante, contraddittorio a noi cristiani occidentali, secolarizzati e laicizzati (viviamo come se Dio non esistesse), il senso della presenza di Dio in ogni momento della vita dell’uomo e della società, il dovere di essere sottomessi a Dio, il forte senso di appartenenza ad una comunità religiosa universale, il coraggio di essere testimoni di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare – mi diceva mons. Martinelli – molte famiglie musulmane amiche. Una volta non era prevista la mia visita ed era il tempo della preghiera: in una stanza c’erano sette uomini in ginocchio che pregavano rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. Noi in Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Non approviamo certamente uno stato teocratico e meno che mai il terrorismo o “la violenza per Dio”), ma nemmeno lo spirito prevalente nella società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo”.

Il Card. Carlo Maria Martini nel suo “L’lslam e noi” (1990) si poneva anche lui questa domanda: “Cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? che cosa significa per un cristiano, dal punto di vista della storia della salvezza e dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perchè Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religione storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana?… In un mondo occidentale che ha perso il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli ad un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”.

Nella intervista al padre Davide Carraro del Pime, giovane missionario che ha studiato l’arabo per due anni in Egitto ed è già stato in Algeria dove tornerà presto, mi dice: “Ho visto in Algeria che quando risuona la voce del muezzin, si fermano i pullman, i mezzi pubblici, per consentire a chi vuole di fare la sua preghiera in pubblico. In Egitto no, ma anche in Egitto il richiamo pubblico alla preghiera  è molto forte tre volte al giorno e molti si fermano a pregare. Il senso della presenza di Dio nella giornata lavorativa è forte e richiama anche noi cristiani, i copti egiziani e gli operatori occidentali nei pozzi di petrolio in Algeria

“Sono stato un anno in Algeria come cappellano nei pozzi petroliferi del deserto del Sahara, continua Davide, ad Hassi-Messaoud, una città in pieno deserto dove c’è una chiesa e i lavoratori cattolici del petrolio, italiani, francesi, spagnoli, filippini, ecc. In questa città ci sono una sessantina di Compagnie del petrolio e io andavo a visitarle tutte per invitarle a Messa. In questa città avevo la mia sede e poi a Natale e Pasqua venivo chiamato in altri centri petroliferi per la funzione religiosa e incontrare i petrolieri. Allora con i loro piccoli aerei andavo da una parte e dall’altra del deserto e celebravo la Messa nelle varie Compagnie

Hassi-Messaoud, con 50.000 abitanti, è solo una città petrolifera e ci sono gli uffici delle Compagnie petroliere, con circa 2.000 stranieri e gli altri algerini. E’ una vera città con tutto, ristoranti, prostituzione, discoteche, pensioni, hotel, negozi, ecc.

I cattolici venivano a Messa e dicevano che nel loro paese in Europa a Messa ci andavano pochissimo. Qui, nell’atmosfera che si respira in un paese islamico, sembrava loro naturale andare a chiedere l’aiuto di Dio. Non solo, mi dicevano, ma vedendo la fede dei musulmani siamo provocati e interrogati a ripensare alla nostra fede cristiana”.

Dico a Davide che nel 2007 ero a Tripoli e in una festa degli italiani nei locali dell’ambasciata d’Italia ho incontrato un ingegnere di Torino con la sua signora, in Libia da anni per lavoro, che mi confidavano: ”In Italia a Messa non ci andiamo quasi mai, ma in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti natalizi e devozioni che avvicinano a Dio. Abbiamo tre figli in Italia, due già sposati, e tornando diremo anche a loro questa nostra esperienza”.

Non tiro nessuna conclusione, penso che questo tema, qui appena accennato, dovrebbe essere provocatorio per tutti noi battezzati e credenti in Cristo: quanto e come Dio è presente nella nostra vita quotidiana?

Piero Gheddo

Cosa insegna l’islam a noi cristiani?

Padre Davide Carraro del Pime ha 31 anni ed è stato due anni in Egitto per imparare l’arabo e poi andare in Algeria.  Gli faccio una domanda che mi appassiona: “Tu sei vissuto due anni fra un popolo che in grande maggioranza è musulmano. Dell’islam ormai conosciamo quelli che sono gli aspetti negativi. A te chiedo: quali sono gli aspetti positivi di questa religione? Cosa può insegnare a noi cristiani la vita di un popolo musulmano?”.

Davide risponde: “La vita sociale in Egitto è segnata dalla preghiera, dal richiamo alla preghiera, dalle molte persone che pregano in pubblico, non si vergognano di pregare in pubblico, anzi questo è un gesto ritenuto positivo, una persona che non si vergogna di professare la sua fede. Anche nel loro modo di parlare, ci sono spesso espressioni religiose: Come Dio vuole… Siamo nelle mani di Dio… Dio ci benedica tutti… Dio è sempre presente nel modo di parlare e anche di vestire. Ad esempio, una donna velata è un simbolo religioso, quella donna teme Dio. In Egitto molti uomini hanno sulla fronte un segno nero o grigio che indica la preghiera (“zabiba”), che si fa posando la fronte sulla terra. A volte fanno un piccolo tatuaggio che indica questo.

“Poi c’è il richiamo pubblico alla preghiera tre volte al giorno che è molto forte, lo sentono tutti: “Venite alla preghiera, che è molto più importante del sonno!”. E’ un richiamo che ritma la giornata. Da noi l’orologio della torre o del campanile ritma il tempo che passa, nell’islam il richiamo del muezzin ricorda che siamo sempre con Dio, alla presenza di Dio. Che poi vadano o non vadano alla preghiera è un altro problema, ma la società pubblicamente richiama alla presenza di Dio. Si sente  nell’atmosfera una certa religiosità che non sento in Italia. Che poi sia formale è un’altra cosa, ma per noi occidentali che abbiamo perso il senso di Dio nella nostra giornata, nella nostra vita, questo è un richiamo forte”.

Ricordo a Davide che negli anni trenta e quaranta, quand’ero ragazzo nel mio paese di Tronzano vercellese, quando le campane rintoccavano l’Angelus tre volte al giorno, al mattino, a mezzogiorno e a sera, anche chi lavorava nei campi o camminava per strada si fermava e si faceva il segno della croce dicendo una preghiera. La mia infanzia e giovinezza a Tronzano (sono nato nel 1929) era segnata da quest’atmosfera religiosa nella vita pubblica e nelle famiglie (per esempio il pregare assieme alla sera col Rosario) che oggi in Italia abbiamo perso.

“Ecco – continua Davide – in Egitto è ancora molto forte. Anche i cristiani copti egiziani si fanno tatuare sul polso, fin da bambini, una piccola croce che si vede sempre quando allunghi la mano per salutare, per prendere qualcosa. I copti, a vedere che i musulmani pregano o nel mese di Ramadan vanno in giro col Corano in mano, dicono che sono segni di ipocrisia, perché poi buttano le bombe contro di noi.

Ma qui andiamo in un altro discorso. Per dialogare con questi fratelli islamici, dobbiamo vedere anche i loro aspetti positivi. Se guardiamo all’altro guardando gli esempi positivi, si può costruire un dialogo, un’amicizia”.

“Un’altra cosa che mi ha impressionato in Egitto è il grande rispetto che loro hanno per il Corano, sempre, non solo pubblicamente, ma anche in privato. Il senso del sacro e del Libro sacro. Non si mette ad esempio, nessun libro sopra il Corano, che va tenuto in un posto onorato, elevato, isolato. Questo indica il senso della presenza continua di Dio nella nostra vita e nella vita della società.

“E’ vero che vivono una religione diversa dalla nostra, ma proprio questo fatto, incontrandoli, ci dà l’occasione di capire il valore della nostra fede e del nostro Libro

“Ad esempio, io, come straniero, nel piccolo commercio, al ristorante, ho avuto più delusioni dai cristiani copti che dai musulmani, i musulmani sono stati più onesti dei cristiani. Forse perché  noi come cristiani insistiamo sempre, ed è giusto, su Dio che è amore, Dio ci vuole bene, Dio ci perdona, abbiamo un po’perso il timore di Dio. I musulmani no. Hanno il senso della continua presenza di Dio che vede e giudica tutto, forse hanno paura,ma non hanno perso il timore di Dio. In Egitto e in Algeria, in contatto con la gente del popolo, ho avuto impressioni positive. La violenza che ogni tanto esplode non l’ho mai vista. In Egitto, andando in giro, ho visto le chiese bruciate dai musulmani e ho conosciuto un padre Comboniano al Cairo che hanno ucciso quando hanno bruciato una chiesa. Però nella strada, nei contatti con la gente, non si respira questo clima”.

Piero Gheddo

Haiti due anni dopo il terremoto

Due anni fa, il 12 gennaio 2010, Haiti era devastata da un catastrofico terremoto. Per l’Istituto italiano di vulcanologia era stato molto più grande di quello registrato nel 2009 in Abruzzo. La capitale Port au Prince quasi rasa al suolo, un caos di detriti e fango, distrutti anche il Palazzo del governo, il Parlamento, la sede dell’Onu, l’ospedale maggiore, ecc. I morti furono circa 250.000, altri poi morirono per il colera, che ancor oggi infetta parecchie decine di haitiani per settimana. Il bilancio finale non è nemmeno stato fatto e in strade fuori città vi sono ancora le macerie del terremoto. Gli aiuti e i soccorsi furono immediati e anche copiosi, Il Corriere della Sera afferma (12 gennaio 2010): “Il mondo intero, scosso dalle tremende immagini di quei giorni, tra sms e stanziamenti aveva raccolto 13 miliardi di dollari, con una velocità tale da far dire allora a Bill Clinton che “questa immane tragedia segnerà la rinascita di Haiti”.
In realtà, la ricostruzione, per mille motivi, va a rilento. Il nunzio apostolico, mons. Bernardito Auza, che raccontò al mondo il terremoto del 2010, prima che arrivassero sul posto i giornalisti e i mezzi di comunicazione, dichiara oggi all’agenzia Fides: “Premetto che riprendersi da un disastro naturale é sempre difficile, e ancor più difficile è ricostruire dopo un enorme disastro come quello del terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010. Aggiungerei che ad Haiti la ricostruzione è stata ed è particolarmente difficile e costosa, perché tutto è importato, perfino la sabbia”.
La “Commissione internazionale per la ricostruzione di Haiti”, presieduta dall’ex presidente americano Bill Clinton e dall’ex-premier di Haiti Jean-Max Bellerive, ha terminato il suo mandato nell’ottobre 2011. I commentatori dicono che è servita soprattutto a distribuire gli appalti per la ricostruzione fra le ditte dei paesi che mandavano gli aiuti. Comunque studiava la situazione e orientava gli sforzi distribuendo gli aiuti. Oggi non esiste più alcuna struttura del genere, per cui gli aiuti promessi e programmati rischiano di non arrivare più nel martoriato paese. Il Parlamento dovrebbe rinnovare la Commissione, ma non ha ancora deciso: i problemi di chi gestisce i fondi e di chi prende i contratti sono attualmente in discussione.
Comunque, circa 600.000 abitanti della capitale e dintorni (su circa due milioni) vivono ancora in tende. Persino i seminaristi dei due seminari maggiori dell’isola, filosofico e teologico, in attesa che i seminari siano ricostruiti, sono accampati in modo precario. I gravi problemi di Haiti, che esistevano prima del terremoto, continuano tuttora. Ad esempio l’assistenza sanitaria, che nei tempi dell’emergenza post-terremoto era gratuita per tutti, è oggi tornata a pagamento nelle strutture pubbliche; i bambini non vanno a scuola o ci vanno se la famiglia riesce a pagare le tasse scolastiche: le scuole pubbliche dell’obbligo costituiscono circa il 10% del totale, il 90% sono scuole private e occorre pagare.
Le notizie positive vengono dalle numerose Ong presenti in Haiti, molti i volontari italiani impegnati ad Haiti. Va ricordata la Fondazione Rava, che ad Haiti ha tre ospedali, due centri di riabilitazione per i bambini, 28 scuole di strada, tre orfanotrofi e altro ancora; e la rete del consorzio “Agire” che ha ricostruito 13 scuole, due orfanotrofi, tre centri di salute. Più ancora la Chiesa italiana attraverso la Caritas che due anni dopo il sisma ha documentato in un rapporto (Avvenire, 12 gennaio 2012) di aver aiutato 120.000 haitiani a sopravvivere (circa il 9% delle persone colpite dal terremoto) e soccorso in vario modo un milione e mezzo di terremotati; ha avviato 102 progetti pluriennali, annuali e microprogetti. Paolo Beccegatto, responsabile dell’organismo pastorale della Cei in campo internazionale, afferma: “La situazione è migliorata grazie all’azione del nuovo governo e allo sblocco di meccanismi inceppati per un anno e mezzo. Quasi due terzi degli senza tetto sono usciti dai campi, in parte facendo ritorno alle campagne da cui provenivano, in parte passando dalle tende ormai logore a sistemazioni più dignitose. Subito dopo il sisma, la Caritas italiana in tre mesi raccolse 24 milioni di euro da diocesi, parrocchie e offerenti italiani. Fu una straordinaria dimostrazione di generosità e noi ci siamo mossi subito per impiegarli”.
L’Arcivescovo di Port-au-Prince, Mons. Guire Poulard, ha diffuso un bel messaggio di incoraggiamento rivolto a tutti, invitando a ricordare i morti ed incoraggiando gli haitiani a prendere in mano la situazione, dicendo che “la ricostruzione sarà haitiana o non vi sarà ricostruzione”. La Chiesa locale ha decine e decine di progetti di ricostruzione, ma le fasi preparatorie tecniche sono lunghe e difficili, ci sono progetti che sono quasi pronti, ma che non sono ritenuti come priorità, mentre per quelli prioritari non sono concluse le fasi preparatorie. La Chiesa, dice l’arcivescovo, non si scoraggia, e continua a lavorare a favore dei più piccoli e dei più poveri.
Quando leggo notizie o resoconti di questo genere, mi  commuovo perché sono stato ad Haiti nel 1992 (si vedano i Blog del 2010), il mio animo si rivolge a Dio in preghiera, ma poi debbo chiedermi cosa io, che vivo a 8.000 chilometri di distanza, posso fare per quei fratelli e sorelle, oltre alla preghiera. Non posso essere solo spettatore come per un film dell’orrore, ma debbo coinvolgermi spiritualmente e con l’aiuto materiale alla tragedia di quelle persone che non conosco, ma che sono miei fratelli e sorelle perché figli e figlie dello stesso Padre nostro che sta nei Cieli. Come cattolico, nulla di quanto succede nel mondo mi è estraneo. La tragedia di Haiti mi fa capire in modo provocatorio che la società in cui viviamo non funziona e siamo tutti impegnati a cambiarla. Il Regno di Dio non è di questa terra, ma è possibile, con la buona volontà di tutti, avvicinare l’umanità verso quella meta di giustizia, di pace e di autentica fratellanza.
Piero Gheddo

Meno aborti in Italia, ma sono sempre troppi

L’ultima Relazione del Ministero della Salute italiano sulla legge 194 relativa all’anno 2009 (quella sulla legislazione per l’aborto volontario) riferisce che in quell’anno quasi 117.000 bambini non hanno potuto vedere la luce, mentre nello stesso 2009, 568.857 sono nati vivi. Si è però registrato un calo degli aborti nel nostro paese: passati, nel 2009 rispetto al 2008, da 121.301 a 116.933 (-4368, pari al 3,6%). Nel 1982, anno del triste record (234.801 casi), la diminuzione è di oltre il 50%.

I dati dicono anche che le lavoratrici sono la categoria che fa ricorso più frequentemente alla IVG (Interruzione volontaria di gravidanza). La Lombardia (con quasi 10 milioni di abitanti) è dove si abortisce di più (19.700 casi, -4,2% rispetto al 2008). Le regioni più virtuose sono la Valle d’Aosta (217 casi, -9,6%) e la Basilicata con un calo di quasi il 10% (700 casi), mentre solo in Molise il dato appare in controtendenza (634 casi, +5,7%).

All’estero stanno decisamente peggio: l’Italia ha infatti valori tra i piu’ bassi dei paesi europei: gli aborti per 1.000 donne in età tra i 15 e i 44 anni (range d’età europeo) sono il 10,3% in Italia, molto meglio di Russia (40,3), Romania (31,3), Svezia (21,3), Inghilterra (17,5), Francia (17,4) e Spagna (11,8). Ci battono solo Belgio (9,6), Olanda (8,7) e Germania (7). Infine, un ultimo dato: il 45,5% delle donne italiane che hanno abortito non avevano figli.

Questi i dati che naturalmente non parlano delle tragedie che l’aborto comporta per i bimbi mai nati, per le giovani donne e i loro uomini, per le famiglie a vario titolo coinvolte. La signora Paola Marozzi Bonzi, nel 1984fondatrice e direttrice del Centro di Aiuto alla Vita (CAV) della clinica Mangiagalli di Milano, che in 27 anni ha salvato 13mila bambini dall’aborto (vedi il Blog dell’11 dicembre 2011), mi dice: “Le donne che hanno scelto di abortire, nella grande maggioranza dei casi subiscono un forte p anche fortissimo trauma fisico e psicologico, del quale spesso non si liberano più del tutto”.

Negli ultimi tempi è venuto sempre più alla ribalta dell’informazione il problema degli aborti, non direttamente per abolire la Legge 194, ma almeno per applicarla con rigore, visto che la Legge afferma e tutti concordano sul fatto che l’aborto dovrebbe essere il più possibile evitato con vari provvedimenti economici di aiuti alle famiglie e anche psicologici di aiuto alle donne in difficoltà di vario genere per partorire. Se non altro perché noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità all’anno, aumentiamo solo grazie ai circa quattro milioni di lavoratori “terzomondiali” che si sono stabiliti in Italia. Insomma, tutti ormai sanno che in Italia nascono troppo pochi bambini italiani! Almeno quelli che sono stati concepiti e stanno giungendo a maturazione, lasciamoli e aiutiamoli ad uscire dal grembo materno!

Il 30 dicembre scorso, in primissima serata dopo il TG di Rai Uno delle ore 20, nella rubrica “Qui Radio Londra” con grande coraggio Giuliano Ferrara ha parlato non dell’aborto, ma della vita di un bambino che nasce, con molto garbo e commozione, in modo del tutto laico. Dato che la sera seguente il Presidente Napolitano avrebbe tenuto nelle reti unificate delle Tv il suo annuale “Discorso agli italiani” per augurare Buon Anno a tutti, Giuliano ha avanzato una proposta che credo rappresenti la grande maggioranza degli italiani. “Caro Presidente, ha detto in sostanza, domani sera, nel suo discorso atteso da tanti italiani parlerà di tanti problemi della nostra Italia e la sua parola ha un notevole influsso sui nostri compatrioti. Ebbene, veda di inserire un cenno al dovere che tutti abbiamo di aiutare una  donna, una coppia che vorrebbero avere un bambino ma si orientano verso l’aborto per vari motivi. Aiutare chi è in difficoltà dovrebbe essere cosa normale per ognuno di noi. Caro Presidente della Repubblica (cito sempre a memoria) perché non mettere in agenda questa battaglia civile per la vita? Lei ne ha fatte tante: la sicurezza sul lavoro, i dissesti idrogeologici, l’immigrazione e la cittadinanza per i figli di immigrati… perché non aggiungere anche questa battaglia per la vita? Molti del popolo si sono già mossi in questo senso con il “Progetto Gemma”, nel popolo c’è già questa sensibilità di far nascere il più possibile tutte le vite. Domani sera, dica qualcosa su questo”.

Ecco, la sera del 31 dicembre eravamo molti milioni a sentire il discorso di Napolitano. Non ha parlato della vita che deve nascere e non può per mancanza di solidarietà umana e di sostegno da parte dello Stato italiano. Mi spiace dire che ha deluso molti e ci ha fatto sentire, per quella sera, non pienamente rappresentati dal Capo dello Stato.

Piero Gheddo

Una predica nella festa dell'Epifania in India

Nel 1965, in India, alla festa dell’Epifania, sono stato invitato a parlare nella chiesa di una cittadina dello stato di Andhra Pradesh, dove lavorano i missionari del Pime. Essendo l’unico prete disponibile, ho dovuto celebrare la Messa (ma allora si celebrava in latino!) e anche fare la predica dell’Epifania. Dato che sapevo solo poche parole di telegu, la lingua locale (una delle più importanti delle 18 lingue ufficiali dell’India, parlata da più di 80 milioni di indiani, con una letteratura molto ricca e antica), il vescovo di Warangal monsignor Alfonso Beretta mi aveva fatto accompagnare da un catechista che sapeva bene l’inglese. «Tu parla inglese andando adagio », mi aveva detto, «e lui tradurrà in telegu, frase per frase, parola per parola ».

Così sono andato in quella grande chiesa di Kammameth (che oggi è diocesi), piena di gente, col mio bel discorso scritto in inglese. Dopo la lettura del Vangelo, la gente si è seduta e io ho cominciato a parlare, facendo riflessioni sulla festa liturgica, sul significato teologico dell’Epifania. A ogni frase mi fermavo e lasciavo al catechista il tempo di tradurre. Ma, man mano che andavo avanti nella predica, mi accorgevo che mentre le mie frasi erano brevi, il catechista parlava a lungo; e poi, io non citavo nessun nome proprio, ma lui continuava a citare Baldassarre, Melchiorre e Gaspare.
Dopo la Messa gli chiedo come aveva tradotto la mia predica e mi sento rispondere: «Padre, tu dicevi cose troppo difficili che io capivo poco e i nostri fedeli, gente semplice, non avrebbero capito nulla e non sapevo come tradurre. Allora ho raccontato alla gente la storia dei tre Re Magi, chi erano, da dove venivano e cosa hanno fatto quando sono tornati alle loro case dopo aver visto Gesù.  Forse tu non sai, ma in India c’è la tradizione che i Magi erano indiani. Io li ho ambientati nei nostri villaggi telegu, in modo che tutti li sentissero come loro antenati. Ma non preoccuparti, ai nostri fedeli la tua predica è piaciuta molto, anche perché hanno capito tutto e adesso le vicende della vita di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre le racconteranno anche ad altri».
Quell’episodio mi ha fatto capire una grande verità: il Vangelo è il racconto di un fatto, di un avvenimento, di una notizia; cioè comunica la «Buona Notizia» e usa un linguaggio estremamente concreto, che invita a cambiare vita, a convertirci. Gesù parla con parabole, cioè racconta dei fatti che avrebbero potuto anche essere veri, per dare un’indicazione morale. Non fa come in certe prediche di noi sacerdoti, che la gente non ascolta o non capisce, perchè disincarnate dalla vita quotidiana. Essere cristiani significa vivere la vita di Cristo e offrire agli uomini degli esempi concreti di vite spese per Dio e per il prossimo. Quello che convince o scuote e fa riflettere i non credenti o i non praticanti non sono i ragionamenti o le dimostrazioni filosofiche o teologiche (ci  vogliono anche queste, ma a luogo e tempo debito)., sebbene i buoni esempi delle vite di Gesù, di Maria e dei santi. E anche dei Re Magi che venivano dall’Oriente!
Anche la nostra vita cristiana deve diventare, agli occhi di chi non crede, un annunzio di salvezza, una testimonianza di fede e di bontà. Nessuno riesce mai a essere un vero cristiano, perché il modello di Gesù è infinitamente al di là delle nostre piccole persone: ma quel che importa è la sincera volontà di camminare per la via che Cristo ci ha indicato. Non preoccupiamoci troppo delle nostre cadute, quando sono sinceramente combattute e detestate, quando ripetiamo ogni giorno al Signore il nostro pentimento e la volontà di togliere il peccato dalla nostra vita. «La santità», diceva Santa Teresina del Bambino Gesù, «non è una salita verso la perfezione, ma una discesa verso la vera umiltà» .
Piero Gheddo

Il coraggio di un prete per il Vangelo

A tutti gli amici lettori del Blog auguro Buon Anno nel Signore Gesù. E incomincio con una “buona notizia”. Nei giorni del Natale sono stato a Torino dal fratello Mario e parlando con i familiari dicevo che nel 2012 si svolgerà a Roma, in ottobre, il Sinodo generale sulla “Nuova Evangelizzazione” dei popoli cristiani, quindi anche della nostra Italia. E chiedevo, per sentire i pareri di laici credenti e praticanti: “Cosa pensate si debba fare per contribuire a riportare la fede e la pratica della vita cristiana nel popolo italiano?”.  La prima risposta della nipote Chiara ha spiazzato un po’ tutti, me compreso: “Secondo me, bisogna anzitutto pregare di più Poi anche tutto il resto, ma l’obiettivo di rievangelizzare i nostri compatrioti è così superiore non solo alle nostre forze, ma alla nostra stessa fantasia, che ci sentiamo tutti impotenti. Ma Dio sa come si può fare e può realizzare questo ideale. Per cui bisogna pregare molto”.

E Chiara citava l’esempio della parrocchia torinese di periferia del Santo Nome di Maria SS., nella quale lei stessa abitava nell’anno 2000. In quell’anno del Giubileo il giovane parroco, don Benito Rugolini, ebbe coraggio e lanciò l’idea dell’adorazione continua per  tutti i giorni e le notti dell’anno giubilare. L’iniziativa suscitò incredulità e risposte negative, all’interno della parrocchia e della città. Nessuno pensava possibile una simile esperienza. Invece si è rivelata un successo”.

Ecco come il Sito della parrocchia ricorda (http://www.parrocchie.it/torino/nomemaria/): “La gente ha bisogno di segni”: da questa riflessione di don Benito è nata un’iniziativa straordinaria che si è protratta per tutto il Giubileo. La proposta rivolta alla comunità era di dedicare l’intero Anno Santo all’adorazione eucaristica continua e di devolvere il corrispettivo di quattro ore di lavoro per la costruzione di una scuola nel Bengala Occidentale.

Aperta dall’Arcivescovo di Torino Severino Poletto il 26 dicembre 1999, l’adorazione continua è stata accolta con entusiasmo: tutti i giorni, 24 ore su 24, senza interruzioni, si è pregato e meditato davanti al Santissimo, per un totale di 8.880 ore e circa 30-40mila fedeli che sono passati in cappella. L’adorazione, organizzata a turni (almeno una persona presente ogni due ore) non ha mai subito battute d’arresto, nemmeno nel cuore della notte o in giorni “critici” come Ferragosto. Con un’opera di passaparola sono arrivati numerosi fedeli anche da altre parrocchie, anche loro pronti ad impegnarsi gioiosamente e costantemente. I maggiori organi di informazione, laici e cattolici, si sono occupati dell’adorazione con toni rispettosi e anche ammirati per una partecipazione così vasta ed assidua.

L’Arcivescovo aveva chiesto di pregare in modo particolare per le vocazioni e… Dio ha risposto con generosità! Infatti, due ragazzi hanno preso i voti, due adulti sono entrati in seminario e una ragazza ha maturato la decisione di farsi suora.

Per quanto riguarda la seconda parte dell’iniziativa, cioè la solidarietà per l’India, sono state organizzate delle serate che hanno permesso di familiarizzare con la cultura, l’arte e anche la cucina indiane. Sono stati raccolti 25 milioni che padre Anselmo Morra ha provveduto a consegnare personalmente, recandosi sul luogo, ai responsabili della costruzione della scuola. Questi ultimi hanno risposto inviando fotografie della scuola in costruzione, lettere e piccoli doni.

La stupenda esperienza dell’adorazione è terminata il 6 gennaio 2001 con una solenne messa dell’Arcivescovo, tornato appositamente per concludere questa iniziativa da lui stesso definita “unica”. La fine dell’adorazione ha creato rammarico tra i parrocchiani, che hanno chiesto con insistenza a don Benito di prolungarla. Adesso è possibile partecipare all’adorazione dal giovedì sera, a partire dalla messa delle 18,30, fino al venerdì notte alle 23,30 quando si canta Compieta, si esegue una processione solenne fino all’esterno della chiesa e si prega per tutte le intenzioni dei fedeli”.

Non c’è nulla da aggiungere, ma ricordo che nel 2000, l’anno in cui il Pime compiva 150 anni, il superiore generale padre Franco Cagnasso propose a tutte le  case e le missioni del Pime un anno speciale di preghiere per l’Istituto e le vocazioni missionarie. Ebbene, si sono prese diverse iniziative comunitarie e proprio in quell’anno abbiamo registrato in Italia un buon aumento di giovani che entravano da noi per studiare e diventare missionari e quattro o cinque sacerdoti di varie diocesi si sono associati all’Istituto per andare in missione e oggi tre di essi sono membri del Pime.

Piero Gheddo