Il missionario monaco Leopoldo Pastori, diventerà Beato?

La domenica di Pentecoste (27 maggio), nella parrocchia di Sant’Alberto a Lodi si è celebrata la professione di fede di una trentina di adolescenti che tre anni fa hanno ricevuto la Cresima e si è pregato padre Leopoldo Pastori, il “missionario monaco” del Pime (1939-1996), che ha lasciato una bella “fama di santità” a Lodi e in altre diocesi italiane e poi, soprattutto, nella Chiesa nascente della Guinea Bissau, dov’è ancora venerato e pregato. Subito dopo la sua morte c’era stato un movimento di popolo che chiedeva la sua beatificazione, poi per vari motivi e difficoltà, l’ipotesi non si è concretizzata. Ma molti hanno continuato a pregarlo e ultimamente il Signore ha voluto che padre Leopoldo tornasse alla ribalta in modo travolgente, per il concorrere di molte voci e richieste, sia in Italia che in Guinea Bissau.

Il parroco di Sant’Alberto, don Giancarlo Marchesi, che l’ha conosciuto bene, mi ha invitato come suo biografo a celebrare la Messa grande nel giorno di Pentecoste ed a ricordare padre Leopoldo ai parrocchiani. Sono andato molto volentieri e, con la grande chiesa strapiena, ho illustrato questo missionario-monaco atipico, particolarmente adatto ai nostri tempi, quando la missione alle genti, soprattutto oggi, necessita sempre più del carburante spirituale, la preghiera allo Spirito Santo. Leopoldo, uomo forte e affascinante, nel seminario al Pime già si manifestavano le sue qualità umane e la sua grande fede e spirito di preghiera. Diventato sacerdote nel 1972 e inviato e parte per la Guinea Bissau con grandi progetti e potenzialità, ma si ammala di epatite che diventa ben presto cronica.

Un prete di trent’anni, colpito da costante debolezza fisica e umiliazione di cure continue, poteva diventare un prete scontento, un peso per sé e per gli altri. Leopoldo pregava molto e Dio gli concede la grazia di sopportare con pazienza e umiltà la sua gravissima menomazione, ma continuava anche, nei limiti del possibile, ad impegnarsi nell’apostolato delle confessioni, direzione spirituale, predicazioni di ritiri ed esercizi, composizione di canti sacri in criolo (suonava e cantava bene), diventando ben presto, in Guinea e in Italia dove doveva tornare spesso, un prete ricercato da molti e rimpianto da tutti. La sua vita dimostra che l’efficacia dell’attività sacerdotale non dipende tanto dalle molte opere che si debbono fare e si fanno, ma dalla preghiera e dall’amore appassionato a Cristo e dalla donazione totale al popolo al quale un missionario è inviato. In Guinea, padre Leopoldo è rimasto in tutto circa dieci anni e non sempre nello stesso posto. La fama di santità che continua in molti è un chiaro segno che la sua breve e travagliata vita in missione ha lasciato un segno profondo di fede e di amore nelle anime e nei cuori.

La Chiesa di Lodi, ha scritto il vescovo mons. Giuseppe Merisi nella Prefazione alla sua biografia, “l’ha sempre sentito come un lodigiano in Africa, ha sempre ammirato il suo grande impegno per l’evangelizzazione e la promozione umana… Ciò che colpisce nella sua testimonianza è la consapevolezza di essere missionario soprattutto per accompagnare all’incontro con Gesù persone di qualunque condizione e credo. A suo giudizio nessuno, mai e per nessun motivo, può essere privato dell’Annunzio, a partire sempre dall’impegno di conversione per la nostra vita”.

Dopo la S. Messa di Pentecoste nella parrocchia di Sant’Alberto, più di cento devoti di Leopoldo hanno dimostrato la verità di queste parole del vescovo, fermandosi in chiesa fin dopo le 13, per sentire e discutere cosa si può fare per iniziare la causa di beatificazione di padre Leopoldo. Più tardi, mons. Gabriele Bernardelli, cancelliere della diocesi e incaricato delle Cause dei Santi, è intervenuto per dire che il vescovo è favorevole alla Causa che la parrocchia di Sant’Alberto (in particolare il gruppo missionario parrocchiale) vuole iniziare. Attende che glie lo chiedano i vescovi delle due diocesi di Bissau e di Bafatà, il superiore generale e il superiore regionale del Pime in Guinea. Poi si faranno i passi necessari per l’inizio ufficiale della Causa. La Pentecoste è stato, a Lodi, un grande giorno di festa. Molti hanno visto e festeggiato, in tutto questo, un autentico (e anche imprevisto dopo tanti anni) intervento dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

In tempo di crisi, la famiglia cristiana dà speranza

Fra pochi giorni (il 30 maggio) avrà inizio a Milano l’Incontro mondiale delle Famiglie, di cui ho già dato notizia (vedi il Blog del 10 maggio), che sarà chiuso domenica 3 giugno da Benedetto XVI con la S. Messa delle 10 nel Parco Nord di Bresso. Ancora una volta la Chiesa chiama a raccolta il Popolo di Dio per portare alla ribalta il tema della famiglia, che “è la cellula fondamentale della società”, ma poi nella cultura mediatica in cui siamo tutti immersi, l’attenzione alla famiglia viene dopo l’economia, la politica, i diritti individuali, il divertimento, lo sport, ecc. Non solo, ma nella cultura dominante c’è la forte spinta per adottare anche in Italia quelle leggi che penalizzano la famiglia: il riconoscimento delle coppie di fatto, dei matrimoni fra persone dello stesso sesso, il “divorzio breve”, ecc.

Viviamo in un inverno demografico che non ha precedenti, che è la radice della crisi dell’Europa e dell’Italia. In estrema sintesi: negli anni sessanta in Italia nascevano un milione di bambini l’anno, oggi meno di mezzo milione. Allora gli italiani erano giovani e producevano sviluppo economico, oggi diminuiamo di numero, siamo in maggioranza anziani, viviamo di pensione e produciamo recessione. Ma dagli anni settanta si è creato il mito della “bomba demografica”, con l’imperativo proclamato sui tetti: “Fate meno figli!”. Oggi economisti e demografi spiegano che le politiche malthusiane di riduzione delle nascite hanno provocato un vero disastro economico e civile, da cui si può uscire solo riscoprendo la cultura della vita. Benedetto XVI, nella “Caritas in Veritate”, al termine di una lunga disamina del problema ha scritto: “L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo” (n. 28) e spiega perché.

La “questione antropologica” sulla quale tanto insistono Benedetto XVI e la CEI, diventa a pieno titolo “questione sociale” (Caritas in Veritate 28, 44, 75). Nella CV i temi di bioetica sono letti in relazione allo sviluppo dei popoli. Il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono severamente condannati non solo per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, corrodere la famiglia e rendere difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti.

Da sempre la Chiesa dà le sue indicazioni e i suoi aiuti spirituali, ma non si limita a condannare il male, propone anche esempi concreti di come si può vivere con eroismo evangelico nell’amore coniugale e familiare. Giovanni Paolo II diceva spesso alla Congregazione dei Santi di proporgli coppie di sposi per la beatificazione. Infatti il 21 novembre 2001 ha beatificato i primi due coniugi in tutta la storia della  Chiesa: Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi. Poi sono venuti i genitori di Santa Teresa del Bambino Gesù e oggi altre coppie di sposi sono in cammino verso la beatificazione.

Una di queste è formata da Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, che noi tre figli (Piero, Franco e Mario) abbiamo sempre venerato e pregato come santi autentici. Che bello, cari amici lettori, crescere in una famiglia in cui mamma e papà sono dei «santi» (fra virgolette, perché il giudizio spetta alla Chiesa). Ti senti sempre, anche da piccolo, nel calore dell’amore e della benedizione di Dio. Hai davanti degli esempi formidabili e quando diventi anziano ti commuovi e ringrazi il Signore di aver avuto una mamma e un papà come Rosetta e Giovanni: la prima morta di polmonite e di parto nel 1934 a 32 anni (con due gemelli non sopravvissuti), il secondo a 42 anni (1942) durante la guerra in Russia con un atto di eroica carità cristiana che ricorda san Massimiliano Kolbe! Due esistenze del tutto normali vissute a Tronzano, un piccolo paese della pianura vercellese,  senza miracoli né visioni né misticismi. Due militanti dell’Azione cattolica che hanno creato la loro famiglia, allevato i tre figli (ne volevano dodici!), aiutato i poveri e percorso assieme la difficile ma esaltante via all’unione con Dio già su questa terra.


L’Arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, che ha iniziato la Causa di beatificazione nel 2006, ha scritto la Prefazione alla loro biografia (“Questi santi genitori”, San Paolo 2005) in cui si legge: “Dopo aver gettato lo sguardo dentro la loro singolare vicenda, ne sono rimasto affascinato e ancora una volta ho intuito che la santità è l’unica parola profetica che la Chiesa del nostro tempo ha da gridare in un mondo confuso. Non perché abbia avvertito odore di straordinario o di miracolo. Ma perché ho incontrato il volto di una santità possibile, con il sapore della novità e della profezia.

“Quattro punti-luce mi sembra di aver incontrato nel percorso della vita esemplare di Rosetta e Giovanni: anzitutto la straordinarietà nel vivere la ordinarietà della vita quotidiana, volata via rapidamente (31 anni lei, 42 lui) anche se vissuta intensamente. Il rosario della loro vocazione, sgranato nell’esistenza feriale, racconta una storia di vigorosa fedeltà evangelica, tessuta di bontà, di misericordia, di amore ai poveri, di assiduità alla preghiera e alla vita comunitaria della parrocchia. La sorgente della loro serenità e gioia di vivere i misteri gaudiosi anche in mezzo alle oscurità delle prove e della sofferenza (i misteri dolorosi), era l’amore per Dio, per la famiglia, per il prossimo. Era la fede adamantina vista come il tesoro da conservare , innanzi tutto e soprattutto.

“Un altro aspetto dell’esperienza straordinaria di Rosetta e Giovanni, tessuta sull’ordito di una vita normale, è la testimonianza del loro matrimonio, costruito sulla salda roccia dell’amore vero e fecondo. Non ci sono sentieri monastici per vivere fino in fondo il Vangelo: c’è la consapevolezza granitica di essere sposi e genitori, chiamati da Dio ad amare la propria famiglia sempre, anche nella dolorosa prova della vedovanza e della distanza a motivo della guerra per papà Giovanni. Una famiglia fedele alla preghiera, ai sacramenti, aperta con amorevole dedizione e discrezione verso i poveri.

“Di qui un terzo aspetto nella vicenda familiare dei coniugi Gheddo, la grande fiducia in Dio e nella Sua Provvidenza. Ci sono espressioni che riassumono la sapienza evangelica di Rosetta e di Giovanni: parole che forse costituiscono il segreto di quella attrazione interiore verso la perfezione. La cosa più importante, ricordava sovente mamma Rosetta è “fare la volontà di Dio”, perché “siamo sempre nelle mani di Dio” diceva papà Giovanni. Quando la volontà di Dio diventa il filo conduttore nella trama del quotidiano, la normalità delle cose che attraversano i giorni viene straordinariamente segnata dalla grazia, che accompagna, purifica, eleva e santifica l’esistenza dei figli di Dio. Perché “questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (I Ts. 4,3). La ricerca affettuosa della volontà di Dio genera quella testimonianza luminosa di carità, al di sopra di ogni cosa: la carità che è via alla santità ed è il volto dei discepoli del Signore; è strada e meta.

“Sta qui forse un’altra caratteristica dei genitori Gheddo: testimoni della carità di Cristo e portatori di pace. Mamma Rosetta è ricordata dalla sorella Emma perché “non parlava mai male di nessuno”, era pronta ad aiutare tutti. Il papà era chiamato “paciere”, “conciliatore” in paese, perché chiamato in modo del tutto informale a mettere pace tra le famiglie e all’interno di famiglie dove c’erano l’inimicizia e il dissacordo. Aveva ragione G. Bernanos quando scriveva che “i santi sono i più umani… perché hanno il genio dell’amore”.

“Ecco dunque la “straordinaria ordinarietà” dell’avventura umana e cristiana dei genitori Gheddo, che io considero come un dono singolare per gli uomini e le donne di questo tempo; un esempio di vita evangelica possibile a tutti, una testimonianza incoraggiante sopratutto per tanti genitori in affanno di fronte alle tante violente aggressioni di una cultura attraversata dai venti contro la famiglia: “In un’epoca di crisi, o meglio, nel cuore di una crisi epocale, non è permesso ai cristiani di essere tiepidi. I cristiani non hanno altro compito che la santità” (Simone Weil)

“Pertanto anche l’avvio della fase diocesana del processo di beatificazione dei due genitori Gheddo non ha, innanzi tutto, lo scopo di mettere sul candelabro delle persone, una comunità o un paese; ma semmai vuol essere un’obbedienza all’invito di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, Perché vedano le vostre opere buone e rendano grazie al vostro padre che è nei cieli” (Mt. 5,16). E forse i coniugi Gheddo con la luce della loro testimonianza radicalmente fedeli ad un Vangelo “sine glossa”, preso alla lettera, giorno dopo giorno, nel lavoro e nella prova, nella croce e nella gioia, nella speranza e nell’amore, hanno un compito di “rappresentanza”, che è quella di dare voce a tante figure splendide di genitori cristiani forgiati dalla grazia che hanno portato fino in fondo il sigillo dello Spirito Santo.

“Nella logica del Regno di Dio è necessario che alcuni testimoni vengano ricordati e proposti come esempio, per dire che la santità non è privilegio di pochi: è il destino, la tua vocazione, la parola più vera che esprime quel desiderio di realizzazione che sta nel profondo del cuore umano. Insomma, la santità è possibile per te, per noi: è una sfida meravigliosa per tutti. Rosetta e Giovanni erano membri ferventi e impegnati dell’Azione cattolica, l’associazione che ha creato in Italia una grande “scuola di santità” laicale: oggi occorre ravvivare, far rifiorire questa scuola di santità, nella ferma convinzione, come ho già detto, che la santità è l’unica parola profetica che la Chiesa del nostro tempo ha da gridare, per rievangelizzare in profondità il nostro popolo… E sono contento che tra gli amici di Dio, a cui raccomando tutti i giovani che pensano al matrimonio cristiano e tutte le nostre famiglie, ci siano due sposi, due genitori, innamorati della vita perché innamorati di Dio”.

La Causa di beatificazione, giunta a Roma nel 2009, oggi è bloccata dalla scarsa documentazione sulla loro santità scritta nei tempi in cui Rosetta e Giovanni sono vissuti.  Non importa. I Servi di Dio possono essere venerati, pregati, imitati e tanto basta. E la devozione per Rosetta e Giovanni è cresciuta in pochi anni, tanto che il bollettino di sei paginette che la diocesi di Vercelli pubblica tre volte l’anno, “Lettera agli Amici di Rosetta e Giovanni”, viene inviato in omaggio a 9.371 indirizzi di famiglie che ne hanno fatto richiesta. Che rispondono con preghiere, lettere grazie ricevute, offerte, pellegrinaggi alla tomba di Rosetta nel Cimitero di Tronzano. La santità è contagiosa e i buoni esempi che vengono conosciuti ci pensa lo Spirito Santo a farli fruttificare. Il 30 giugno prossimo, il Comune di Tronzano inaugura, nel giardino all’esterno del Cimitero di Tronzano, un cippo marmoreo dedicato al ricordo dei coniugi Servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo.

Piero Gheddo

"La famiglia che prega unita, rimane unita"

L’11 maggio scorso, Benedetto XVI, parlando alle Pontificie opere missionarie ha detto: “La missione ha oggi bisogno di rinnovare la fiducia nell’azione di Dio, ha bisogno di una preghiera più intensa”. E ha incoraggiato il progetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e delle Pontificie Opere Missionarie, per sostenere l’Anno della Fede: “Tale progetto prevede una campagna mondiale che, attraverso la preghiera del Santo Rosario, accompagni l’opera di evangelizzazione nel mondo e per tanti battezzati la riscoperta e l’approfondimento della fede”.

Perché recitare il Rosario? Perché la Mamma di Gesù porta le anime a Cristo. L’ho visto tante volte nelle missioni, fra i popoli non cristiani Maria è venerata e onorata da tutti e attraverso lei lo Spirito porta l’amore e la pace di Cristo.

Nel febbraio 1964 ero a Vijayawada, una delle diocesi fondate dal Pime in India, che oggi ha circa 5 milioni di abitanti e 270.000 cattolici. Il missionario padre Paolo Arlati, nel 1924 portò dall’Italia una grande statua della Madonna di Lourdes e i Fratelli del Pime la posero sul punto più alto della collina di Gunadala, che domina la città di Vijayawada, costruendo le strade e le scalinata che portano fin sotto ai piedi di Maria, posta in una grotta aperta per cui si vede anche da lontano. A poco a poco, prima i cristiani e poi indù e musulmani sono andati sulla collina di Gunadala a pregare Maria, che è venerata come la protettrice della città perché, nell’anno 1947, poco prima dell’indipendenza dell’India (15 agosto), le lotte sanguinose fra indù e musulmani insanguinavano l’India (circa cinque milioni di morti) e portarono alla divisione fra India e Pakistan. Vijayawada, città con molti musulmani, venne salvata da quelle stragi fratricide dalla Madonna di Gunadala, alla quale tutti accorrevano in preghiera. I pellegrinaggi avevano creato un clima di fraternità.

L’11 febbraio 1964 si celebrava, come ogni anno, la festa della Madonna di Lourdes. Per tutta la giornata precedente e nel giorno della festa, nelle strade che portavano sulla collina un continuo sali e scendi di devoti che vogliono toccare i piedi della Madonna, pregano, offrono incenso, qualcuno si fa tagliare i capelli in quel giorno, adempiendo il voto che aveva fatto. Un mare di gente che invade Gunadala, con lebbrosi, handicappati, ammalati portati su barelle fino ai piedi di Maria. In due giorni, circa 150.000 devoti di Maria, non pochi dei quali col Rosario al collo, anche i non cristiani, perché il Rosario è il segno sacro della “Bella Signora di Gunadala” che protegge la città e le famiglie. Ancor oggi, più di mezzo secolo dopo, la statua di Maria è sulla collina e si ripetono anche durante l’anno i pellegrinaggi anche da lontano verso la Madonna di Lourdes. Le voci popolari parlano di guarigioni miracolose e il primario dell’ospedale di Viajayawada mi diceva, nel 1964, di poter testimoniare la guarigione di almeno due lebbrosi e di altri malati. Ma il miracolo più grande è di aver portato indù e musulmani a vivere insieme in pace.

Il Rosario è la preghiera più semplice, più facile e più, diciamo, contemplativa, perchè propone, uno ad uno, i misteri della vita di Cristo. E’ la preghiera che unisce grandi e piccoli, colti e incolti, ricchi e poveri, sani e ammalati. E’ la preghiera che unisce e tiene unite le famiglie. Una volta si diceva: “La famiglia che prega unita, rimane unita”. Il più bel ricordo che ho dei miei genitori e della mia famiglia sono i Rosari che recitavamo alla sera, dopo cena, seduti attorno al tavolo di cucina; oppure, nelle sere d’inverno (con le case non riscaldate), si andava nella stalla più vicina a dire il Rosario con altre famiglie, cantare il Salve Regina e le litanie, seduti sulla paglia e riscaldati dalla presenza di mucche e buoi, cavalli e capre, vitelli, conigli, anitre, galline. Allora non c’era né radio, né televisione né tanto meno discoteche e vita notturna. Si pregava assieme e si creava, nelle famiglie, nei vicini, nel paese, una comunità di vita e di fede.

Oggi prevale l’individualismo, tutti ci lamentiamo che ci sono troppe famiglie divise, troppe liti e violenze familiari. Quando si sfascia la famiglia, la società va in crisi e si sfascia anche lei. Contro questa deriva che porta all’auto-distruzione della nostra Italia, si invocano aiuti economici dallo stato, leggi, provvedimenti di assistenza sociale, si consultano psicologi e avvocati matrimonialisti. Tutto giusto. Ma bisogna anzitutto fare qualcosa per unire gli spiriti, i cuori, le volontà, altrimenti tutto diventa inutile. L’egoismo individuale non si vince con le leggi e gli aiuti economici, ma con l’amore, con la preghiera, perché solo l’aiuto di Dio in molti casi è efficace: Lui sa cosa c’è nel cuore dell’uomo e della donna. Ecco il Rosario che educa all’amore e all’unità, da recitare assieme, specialmente in questo mese di maggio e per il prossimo “Incontro Mondiale delle Famiglie” (Milano, 30 maggio – 1° giugno prossimi).

Ai tre pastorelli di Fatima, Lucia, Giacinta e Francesco, la Madre di Gesù, presentandosi come ‘la Madonna del Rosario’, raccomandò con insistenza di “recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la pace e la fine della guerra”.Accogliamo anche noi questa materna richiesta della Vergine, impegnandoci a recitare con fede la corona del Rosario per la pace nelle famiglie, nelle nazioni e nel mondo intero.

Piero Gheddo

"Perchè hai fiducia in me che sono un prete?"

Alcuni giorni fa esco dal Pime alle 9 del mattino per andare in centro città a Milano con la Metropolitana. Una ragazza mi viene incontro e mi ferma:

Mi scusi, lei è un prete… Vorrei chiederle un favore. Dica per me una preghierina perché sono in difficoltà.

Va bene, prego per te, ma posso sapere come ti chiami e quale grazia chiedi al Signore?

Mi chiamo Tiziana (nome fittizio) e chiedo a Dio tante grazie perché non me ne va bene una. Il mondo oggi è proprio una….

Non dire più queste parole.

Ma questa è la verità, tutti pensano solo a se stessi.

Ti sei mai chiesta perché? Te lo dico io. La nostra società, le nostre famiglie, le singole persone si sono allontanate da Dio, l‘unico che può aiutarci a combattere il nostro egoismo. Senza la preghiera e l’aiuto di Dio diventiamo tutti egoisti. Comunque stai tranquilla, prego per te, ma tu preghi?

Non vado più in chiesa, qualche volta faccio un pensierino alla Madonna, ma non mi va più di pregare.

Senti, Tiziana (nome fittizio), perchè tu hai fiducia in me?

Perché voi preti e anche le suore siete in contatto con Dio e Dio vi ascolta.

Dio ascolta tutti quelli che si rivolgono a lui, perché è il Padre di tutti, ti ha creata Lui e ti vuole bene. Tu devi ritornare alla fede, alla preghiera. Guarda, ti do l’immaginetta di mio papà e mia mamma, Rosetta e Giovanni, che se Dio vuole, diventeranno Beati. Pregali perché loro sono proprio vicini a Dio.

Tiziana guarda un po’ l’immagine e dice: “Hanno proprio gli occhi buoni” e intanto si mette a piangere lì, sulla strada. La gente ci passa di fianco ma lei non la vede  nemmeno. Le sue sono lacrime vere che le scorrono sulle guance. Povera e cara donna! Le dico:

Tiziana, non piangere, mi sei simpatica perché vedo che soffri e commuovi anche me. Il tuo problema è di riprendere il contatto con Dio, con Gesù e la Madonna. Questa sera, siediti e metti sul tavolo l’orologio. Per un quarto d’ora prega. Devi pregare, cioè parlare con Dio. Non basta un pensierino di sfuggita, devi dare a Dio il suo tempo e anche a te il tempo di ascoltare Dio che ti parla. Quanto più preghi con sincerità, tanto più senti che Dio ti è vicina,ti ama, ti aiuta, ti conforta, ti ispira. Lo sai il Padre Nostro e l’Ave Maria? Lo leggi il Vangelo? Hai mai recitato il Rosario?

Sì, le preghiere le so, il Rosario lo diceva mia mamma, ma il Vangelo non l’ho mai letto.

Allora vieni a trovarmi al Pime che è qui vicino e te lo regalo io.

Ho ringraziato il Signore che l’ha messa sulla mia strada. E prego ancora per lei, che lo Spirito Santo la illumini quando prega e legge il Vangelo. Sono le piccole e grandi soddisfazioni che Dio dà a noi preti e suore che andiamo in giro e siamo riconosciuti come tali. E mi coforta il fatto che Rosetta e Giovanni sono convincenti anche a prima vista. Anche questa è “nuova evangelizzazione”.

Piero Gheddo

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La "Festa delle Famiglie a Milano"

Dal 30 maggio al 3 giugno a Milano il VII° Incontro Mondiale delle Famiglie sul tema: “La Famiglia: il lavoro e la festa”, con incontri di preghiera, culturali, di testimonianze, manifestazioni popolari come quella allo Stadio San Siro, Congresso teologico-pastorale, Concerto alla Scala, ecc.

Papa Benedetto verrà a Milano il pomeriggio del 1° giugno e alle 10 del 3 giugno celebrerà la S. Messa conclusiva nel Parco Nord di Bresso,  dove si sta allestendo un palco capace di ospitare fino a mille persone e davanti alla struttura, uno spazio attrezzato per oltre un milione di fedeli.

A Milano e in diocesi, come in Lombardia, c’è un fervore di preghiere e di opere per la buona riuscita di un avvenimento che la Chiesa celebra ogni tre anni in diverse città del mondo (il precedente Incontro a Città del Messico nel 2009). Tutti i credenti sono impegnati a pregare ed a dare il loro contributo alla buona riuscita di una manifestazione di popolo a favore della Famiglia, come l’indimenticabile “Family Day” a Roma del 12 maggio 2007. Con queste due importantissime differenze: quello era di carattere esclusivamente nazionale e aveva principalmente un significato politico (chiedere al governo provvedimenti a favore delle famiglie), questo è un Incontro tra cristiani di tutto il mondo per riaffermare il valore sociale e religioso della Famiglia e chiedere a Dio la grazia che i credenti in Cristo si ispirino sempre più al modello di Famiglia proposto dal Vangelo e dalla Sacra Famiglia di Nazareth.

Fondamentale, in quest’ottica, sarà il Congresso teologico-pastorale, cui sono iscritte circa 5mila persone da tutto il mondo. Il Congresso –spiegano gli organizzatori – rappresenta il momento di sintesi più alto e qualificato della riflessione ecclesiale sulla famiglia. Un grande cantiere di elaborazione del pensiero e valorizzazione delle esperienze che a Milano, in modo più accentuato che nelle edizioni precedenti, cercherà di intercettare anche la sensibilità “laica”, perché “la famiglia è patrimonio di umanità” e perché il Congresso affrontare temi che interpellano non esclusivamente i credenti: il lavoro e la festa, i due ambiti in cui la famiglia si apre alla società e la società s’innesta nella vita delle famiglie.

Sono ben 31 gli eventi in programma, 27 i Paesi rappresentati, oltre 100 i relatori scelti fra gli esponenti più significativi del panorama culturale, politico, associativo internazionale. Tra costoro 4 cardinali, 7 vescovi, 24 professori universitari, tra cui sociologi, psicologi, demografi, economisti, teologi, giuristi, agronomi. Tre giorni di studio e confronto che  Milano vivrà insieme alle altre sette città scelte come sedi decentrate.

Uno degli aspetti più significativi del cammino di preparazione all’evento è rappresentato dalle famiglie che si sono offerte di ospitare nel loro appartamento una famiglia di pellegrini, specialmente quelle che vengono dai continenti extra-europei. “Sono 33mila i posti letto che sono stati messi a disposizione da 10.958 famiglie per il periodo dell’evento”, ha spiegato monsignor Erminio De Scalzi presidente della Fondazione Milano Famiglie 2012 alla conferenza stampa del 30 aprile, precisando che “l’offerta è stata addirittura superiore alla domanda. Il cuore dei milanesi è stato riscaldato, hanno risposto con generosità”. E questo vale anche per l’offerta di volontariato: più di 5mila persone sono state reclutate, tra giovani e adulti. Per far vivere questa esperienza a un ampio numero di persone è stato creato il “Fondo accoglienza famiglie dal mondo” che ha raccolto già oltre 40 mila euro. D’altra parte l’evento è di quelli memorabili vista la presenza di Benedetto XVI: un Papa a Milano si è visto solo tre volte: nel 1418, 1983 e 1984. Non solo: per la prima volta una città italiana (che non sia Roma) ospita un evento ecclesiale a dimensione mondiale.

Fondamentali, in questi casi, sono la comunicazione e la logistica. Nel settore comunicazione, il Pime è rappresentato dal dott. Gerolamo Fazzini, direttore editoriale di “Mondo e Missione”. Ecco alcune notizie sulla logistica: “Dal Papa si potrà venire in treno e in tram. Venire con i mezzi pubblici sarà più facile, più veloce e più pratico”, ha assicurato don Bruno Marinoni, responsabile dell’area organizzativa. “Grazie agli accordi con Regione Lombardia, Comune di Milano, Trenord e Atm, sotto il coordinamento del Prefetto – ha annunciato don Bruno Marinoni – abbiamo sviluppato un piano che consente di privilegiare il mezzo pubblico”. Tra le novità: l’apertura della Metrò 5, dalla fermata Zara fino al capolinea Bignami, a ridosso dell’area del Parco Nord, e il potenziamento delle linee M1 e M3. In particolare, le linee M1 e M3 resteranno aperte tutta la notte tra sabato 2 e domenica 3 giugno e dalle 4 di domenica mattina implementeranno il servizio. Sarà aumentata anche la frequenza delle corse delle linee tramviarie. I treni sulle dieci linee suburbane e le tre linee regionali direttamente interessate (per Asso, per Bergamo via Carnate, per Lecco via Besana) viaggeranno con orario potenziato, sabato 2 giugno e domenica 3 giugno. Sarà fortemente scoraggiato l’utilizzo dell’auto privata. Anche perchè nell’area ad alcuni chilometri dall’aeroporto sarà introdotta una zona a traffico limitato. Unica deroga sarà fatta ai pullman dei pellegrini autorizzati. Nella zona dell’aeroporto potranno parcheggiare tuttavia solo 520 autobus privati dei 4.200 previsti, scelti tra quelli che vengono da più lontano.

“In questo modo stimiamo che circa tre pellegrini su quattro raggiungeranno l’area di Bresso con un mezzo pubblico o collettivo”, ha sottolineato don Marinoni. Per le persone con disabilità è stato riservato un ingresso e un itinerario attrezzato. L’impegno come si vede è notevole e coinvolge tutti gli interessati, e in modo diretto anche i comuni del Parco Nord. Dai sindaci una frecciatina al governo. È il sindaco di Bresso, Zinni a sollevare la questione: “Abbiamo scritto una lettera al governo chiedendo di poter derogare ai vincoli che le leggi ci impongono, per poter accogliere degnamente il Santo Padre che è anche un capo di uno stato estero”.

Un esempio di partecipazione della gente comune. La signora Elena Terragni, segretaria di redazione della stampa Pime a Milano, ospiterà una famiglia palestinese.  Elena racconta: “Veramente l’idea prima, è venuta  da Francesca, che frequenta la prima elementare in una scuola paritaria. Un pomeriggio, di ritorno da scuola sento che parlotta in giardino col fratellino – Lorenzo quasi 5 anni – e poi raggianti arrivano in casa mentre sto preparando la cena: “Mamma, la maestra oggi, a scuola ci ha detto che il Cardinale chiede di ospitare una famiglia per quando arriva il Papa a Milano. Noi il posto l’abbiamo, tanto  io e Lorenzo dormiamo con te nel lettone e ti aiutiamo a preparare da mangiare …anche papà sarà contento.

“Devo dire che sono ragazzini meravigliosi e da quando il loro papà Pietro se ne è andato in Cielo dopo una lunga malattia  sono molto maturati e spesso mi fanno ragionamenti che mi lasciano sorpresa. Sicuramente mio marito Pietro avrebbe  condiviso con me questa scelta appoggiandola. Accetto la proposta e dopo qualche giorno, contatto il parroco per dare la nostra disponibilità esprimendo che avremmo accettato volentieri una famiglia cristiana israeliana o palestinese. Perchè? Io conosco bene queste realtà , li ho visitati tante volte come volontaria e guida e anche  dopo il matrimonio con Pietro e i bambini abbiamo trascorso tutte le estati presso una congregazione di suore, là ho tante conoscenze e ai bambini piace molto andare in Terra Santa.  Penso sia importante per i bambini venire in contatto con realtà e culture diverse, anche se oggi non è necessario uscire dall’Italia, perché il mondo intero è in casa nostra. Ma questa esperienza, il vivere a contatto con un’altra famiglia per più giorni, condividere insieme momenti della giornata sicuramente potrà essere un’importante tappa nel loro processo formativo. Non le dico la festa quando il parroco ci disse che sarebbe stata nostra ospite una famiglia palestinese: mamma, papà e 2 ragazzi. Anche perché abbiamo in programma di ritornarci la prossima estate e così avremo modo di rivederci”.

Piero Gheddo

Dove sono i musulmani moderati?

La notizia dei cristiani massacrati in Nigeria dal terrorismo islamico è ormai così frequente che non fa quasi più notizia. Dal Natale 2011 alla fine dell’aprile scorso i morti degli attacchi terroristici nel Nord della Nigeria sono stati circa 600, con picchi di vittime che altrove sarebbero considerati una tragedia nazionale, mentre là aumentano solo l’odio e la voglia di vendetta: il 25 dicembre 25 morti ad Abuja e Jos, il 6 gennaio 17 morti a Mubi, il 20 gennaio 185 morti a Kano, il 20 febbraio  30 morti a Maiduguri, il 6 marzo 45 morti ad Abuja, il 6 aprile 40 morti a Kaduna, ancora 40 morti a Kaduna il 10 aprile, il 29 aprile la follia integralista si è scatenata contro gli studenti, provocando una trentina di morti nel campus universitario, mentre un sacerdote cattolico stava celebrando la Messa. Ma questi sono solo i fatti più gravi, mentre lo stillicidio degli attentati e delle uccisioni mirate anche nei villaggi rurali è notizia quasi quotidiana.

Il terrorismo di radice islamica è contro gli occidentali, i cristiani. Ci sono altri motivi che spiegano questo fenomeno demoniaco nato con Khomeini in Iran nel 1979: economici, culturali, storici, etnici, politici, commerciali, ma la radice è ben espressa dal nome dall’ultima setta islamica responsabile principale del terrorismo nel Nord Nigeria: “Boko Aram”, che nella lingua dei musulmani locali, gli “haussa”, significa: “L’educazione occidentale è peccato”.

Nel mondo moderno, la rivolta dell’islam contro l’Occidente si è manifestata storicamente la prima volta con la fondazione dei “Fratelli musulmani”in Egitto nel 1928; è cresciuta e si è diffusa in tutto il mondo islamico con la fondazione di Israele, il chiodo, il punzone ebraico cristiano nel cuore dell’Islam; è scoppiata quando Khomeini nel 1979 ha cacciato a furor di popolo lo Shah di Persia, Muhammad Reza Pahlevi, che aveva tentato di portare il suo paese verso la modernizzazione, più o meno  secondo il modello occidentale, mandando le bambine a scuola, facendo leggi favorevoli alle donne nel matrimonio, istituendo all’Università di Teheran una Facoltà per il dialogo islamo-cristiano, ecc. Khomeini, assumendo il potere, fece tutto quello che lo Shah voleva abolire e dichiarò la guerra contro il modello culturale dell’Occidente; non potendo combattere i popoli cristiani con le armi, ha ripescato nella tradizione “sciita” il “martirio per l’islam” e il mito dei “martiri per l’islam”, le cui immagini si vedono sui pullman, sui taxi, nelle scuole, nelle madrasse e nei centri culturali di molti paesi islamici.

Negli ultimi 40 anni, la tendenza “salafita” (cioè di estremismo islamico) si è molto diffusa fra i popoli delCorano attraverso le moschee, le scuole statali e i mass media, che dipingono l’Occidente e i cristiani come i nemici dell’Islam. L’Occidente non si rende ancora conto di questo: ucciso un Bin Laden, ne sorgono mille altri, perchè il terreno di coltura, a partire dai bambini che frequentato le scuole, è seminato con i semi dell’opposizione radicale e dell’odio verso l’Occidente.

Gli ultimi Papi, i vescovi e noi cristiani continuiamo a incontrare fraternamente ed a tessere la tela del dialogo con i musulmani.  Negli ultimi anni ho visto che in diversi paese islamici (Libia, Senegal, Nord Camerun, Bangladesh, Indonesia) il dialogo, in condizioni di pace, produce buoni frutti. Ma la domanda che dobbiamo farci è questa: nei momenti di emergenza terroristica, dove sono i musulmani moderati? Non si può generalizzare attribuendo all’islam la responsabilità del terrorismo, ma perché le personalità dell’islam, le università, le moschee-guida di ogni paese non condannano in modo aperto e corale i troppi attentati terroristici fatti in nome dell’islam? Perchè, quando c’è qualche offesa all’islam (le vignette su Maometto ad esempio) o violenze contro i musulmani, nei paesi cristiani siamo tutti uniti a condannare i responsabili, mentre quando vengono massacrati centinaia di cristiani innocenti, come negli ultimi quattro mesi in Nigeria, non si sentono voci islamiche di condanna? Papa Benedetto, nel famoso discorso a Ratisbona nel settembre 2006, fra l’altro ha detto che l’islam deve confrontarsi col problema della “violenza per Dio” che non può esistere. Nel mondo islamico ci sono state proteste, ma si sono anche levate voci di attenzione e di dialogo su quel tema. A distanza di alcuni anni, di fronte ai 600 uccisi in quattro mesi nel Nord Nigeria, cosa dicono quelle personalità di buona volontà e di dialogo?

Piero Gheddo