In tempo di crisi, la famiglia cristiana dà speranza

Fra pochi giorni (il 30 maggio) avrà inizio a Milano l’Incontro mondiale delle Famiglie, di cui ho già dato notizia (vedi il Blog del 10 maggio), che sarà chiuso domenica 3 giugno da Benedetto XVI con la S. Messa delle 10 nel Parco Nord di Bresso. Ancora una volta la Chiesa chiama a raccolta il Popolo di Dio per portare alla ribalta il tema della famiglia, che “è la cellula fondamentale della società”, ma poi nella cultura mediatica in cui siamo tutti immersi, l’attenzione alla famiglia viene dopo l’economia, la politica, i diritti individuali, il divertimento, lo sport, ecc. Non solo, ma nella cultura dominante c’è la forte spinta per adottare anche in Italia quelle leggi che penalizzano la famiglia: il riconoscimento delle coppie di fatto, dei matrimoni fra persone dello stesso sesso, il “divorzio breve”, ecc.

Viviamo in un inverno demografico che non ha precedenti, che è la radice della crisi dell’Europa e dell’Italia. In estrema sintesi: negli anni sessanta in Italia nascevano un milione di bambini l’anno, oggi meno di mezzo milione. Allora gli italiani erano giovani e producevano sviluppo economico, oggi diminuiamo di numero, siamo in maggioranza anziani, viviamo di pensione e produciamo recessione. Ma dagli anni settanta si è creato il mito della “bomba demografica”, con l’imperativo proclamato sui tetti: “Fate meno figli!”. Oggi economisti e demografi spiegano che le politiche malthusiane di riduzione delle nascite hanno provocato un vero disastro economico e civile, da cui si può uscire solo riscoprendo la cultura della vita. Benedetto XVI, nella “Caritas in Veritate”, al termine di una lunga disamina del problema ha scritto: “L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo” (n. 28) e spiega perché.

La “questione antropologica” sulla quale tanto insistono Benedetto XVI e la CEI, diventa a pieno titolo “questione sociale” (Caritas in Veritate 28, 44, 75). Nella CV i temi di bioetica sono letti in relazione allo sviluppo dei popoli. Il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono severamente condannati non solo per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, corrodere la famiglia e rendere difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti.

Da sempre la Chiesa dà le sue indicazioni e i suoi aiuti spirituali, ma non si limita a condannare il male, propone anche esempi concreti di come si può vivere con eroismo evangelico nell’amore coniugale e familiare. Giovanni Paolo II diceva spesso alla Congregazione dei Santi di proporgli coppie di sposi per la beatificazione. Infatti il 21 novembre 2001 ha beatificato i primi due coniugi in tutta la storia della  Chiesa: Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi. Poi sono venuti i genitori di Santa Teresa del Bambino Gesù e oggi altre coppie di sposi sono in cammino verso la beatificazione.

Una di queste è formata da Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, che noi tre figli (Piero, Franco e Mario) abbiamo sempre venerato e pregato come santi autentici. Che bello, cari amici lettori, crescere in una famiglia in cui mamma e papà sono dei «santi» (fra virgolette, perché il giudizio spetta alla Chiesa). Ti senti sempre, anche da piccolo, nel calore dell’amore e della benedizione di Dio. Hai davanti degli esempi formidabili e quando diventi anziano ti commuovi e ringrazi il Signore di aver avuto una mamma e un papà come Rosetta e Giovanni: la prima morta di polmonite e di parto nel 1934 a 32 anni (con due gemelli non sopravvissuti), il secondo a 42 anni (1942) durante la guerra in Russia con un atto di eroica carità cristiana che ricorda san Massimiliano Kolbe! Due esistenze del tutto normali vissute a Tronzano, un piccolo paese della pianura vercellese,  senza miracoli né visioni né misticismi. Due militanti dell’Azione cattolica che hanno creato la loro famiglia, allevato i tre figli (ne volevano dodici!), aiutato i poveri e percorso assieme la difficile ma esaltante via all’unione con Dio già su questa terra.


L’Arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, che ha iniziato la Causa di beatificazione nel 2006, ha scritto la Prefazione alla loro biografia (“Questi santi genitori”, San Paolo 2005) in cui si legge: “Dopo aver gettato lo sguardo dentro la loro singolare vicenda, ne sono rimasto affascinato e ancora una volta ho intuito che la santità è l’unica parola profetica che la Chiesa del nostro tempo ha da gridare in un mondo confuso. Non perché abbia avvertito odore di straordinario o di miracolo. Ma perché ho incontrato il volto di una santità possibile, con il sapore della novità e della profezia.

“Quattro punti-luce mi sembra di aver incontrato nel percorso della vita esemplare di Rosetta e Giovanni: anzitutto la straordinarietà nel vivere la ordinarietà della vita quotidiana, volata via rapidamente (31 anni lei, 42 lui) anche se vissuta intensamente. Il rosario della loro vocazione, sgranato nell’esistenza feriale, racconta una storia di vigorosa fedeltà evangelica, tessuta di bontà, di misericordia, di amore ai poveri, di assiduità alla preghiera e alla vita comunitaria della parrocchia. La sorgente della loro serenità e gioia di vivere i misteri gaudiosi anche in mezzo alle oscurità delle prove e della sofferenza (i misteri dolorosi), era l’amore per Dio, per la famiglia, per il prossimo. Era la fede adamantina vista come il tesoro da conservare , innanzi tutto e soprattutto.

“Un altro aspetto dell’esperienza straordinaria di Rosetta e Giovanni, tessuta sull’ordito di una vita normale, è la testimonianza del loro matrimonio, costruito sulla salda roccia dell’amore vero e fecondo. Non ci sono sentieri monastici per vivere fino in fondo il Vangelo: c’è la consapevolezza granitica di essere sposi e genitori, chiamati da Dio ad amare la propria famiglia sempre, anche nella dolorosa prova della vedovanza e della distanza a motivo della guerra per papà Giovanni. Una famiglia fedele alla preghiera, ai sacramenti, aperta con amorevole dedizione e discrezione verso i poveri.

“Di qui un terzo aspetto nella vicenda familiare dei coniugi Gheddo, la grande fiducia in Dio e nella Sua Provvidenza. Ci sono espressioni che riassumono la sapienza evangelica di Rosetta e di Giovanni: parole che forse costituiscono il segreto di quella attrazione interiore verso la perfezione. La cosa più importante, ricordava sovente mamma Rosetta è “fare la volontà di Dio”, perché “siamo sempre nelle mani di Dio” diceva papà Giovanni. Quando la volontà di Dio diventa il filo conduttore nella trama del quotidiano, la normalità delle cose che attraversano i giorni viene straordinariamente segnata dalla grazia, che accompagna, purifica, eleva e santifica l’esistenza dei figli di Dio. Perché “questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (I Ts. 4,3). La ricerca affettuosa della volontà di Dio genera quella testimonianza luminosa di carità, al di sopra di ogni cosa: la carità che è via alla santità ed è il volto dei discepoli del Signore; è strada e meta.

“Sta qui forse un’altra caratteristica dei genitori Gheddo: testimoni della carità di Cristo e portatori di pace. Mamma Rosetta è ricordata dalla sorella Emma perché “non parlava mai male di nessuno”, era pronta ad aiutare tutti. Il papà era chiamato “paciere”, “conciliatore” in paese, perché chiamato in modo del tutto informale a mettere pace tra le famiglie e all’interno di famiglie dove c’erano l’inimicizia e il dissacordo. Aveva ragione G. Bernanos quando scriveva che “i santi sono i più umani… perché hanno il genio dell’amore”.

“Ecco dunque la “straordinaria ordinarietà” dell’avventura umana e cristiana dei genitori Gheddo, che io considero come un dono singolare per gli uomini e le donne di questo tempo; un esempio di vita evangelica possibile a tutti, una testimonianza incoraggiante sopratutto per tanti genitori in affanno di fronte alle tante violente aggressioni di una cultura attraversata dai venti contro la famiglia: “In un’epoca di crisi, o meglio, nel cuore di una crisi epocale, non è permesso ai cristiani di essere tiepidi. I cristiani non hanno altro compito che la santità” (Simone Weil)

“Pertanto anche l’avvio della fase diocesana del processo di beatificazione dei due genitori Gheddo non ha, innanzi tutto, lo scopo di mettere sul candelabro delle persone, una comunità o un paese; ma semmai vuol essere un’obbedienza all’invito di Gesù: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, Perché vedano le vostre opere buone e rendano grazie al vostro padre che è nei cieli” (Mt. 5,16). E forse i coniugi Gheddo con la luce della loro testimonianza radicalmente fedeli ad un Vangelo “sine glossa”, preso alla lettera, giorno dopo giorno, nel lavoro e nella prova, nella croce e nella gioia, nella speranza e nell’amore, hanno un compito di “rappresentanza”, che è quella di dare voce a tante figure splendide di genitori cristiani forgiati dalla grazia che hanno portato fino in fondo il sigillo dello Spirito Santo.

“Nella logica del Regno di Dio è necessario che alcuni testimoni vengano ricordati e proposti come esempio, per dire che la santità non è privilegio di pochi: è il destino, la tua vocazione, la parola più vera che esprime quel desiderio di realizzazione che sta nel profondo del cuore umano. Insomma, la santità è possibile per te, per noi: è una sfida meravigliosa per tutti. Rosetta e Giovanni erano membri ferventi e impegnati dell’Azione cattolica, l’associazione che ha creato in Italia una grande “scuola di santità” laicale: oggi occorre ravvivare, far rifiorire questa scuola di santità, nella ferma convinzione, come ho già detto, che la santità è l’unica parola profetica che la Chiesa del nostro tempo ha da gridare, per rievangelizzare in profondità il nostro popolo… E sono contento che tra gli amici di Dio, a cui raccomando tutti i giovani che pensano al matrimonio cristiano e tutte le nostre famiglie, ci siano due sposi, due genitori, innamorati della vita perché innamorati di Dio”.

La Causa di beatificazione, giunta a Roma nel 2009, oggi è bloccata dalla scarsa documentazione sulla loro santità scritta nei tempi in cui Rosetta e Giovanni sono vissuti.  Non importa. I Servi di Dio possono essere venerati, pregati, imitati e tanto basta. E la devozione per Rosetta e Giovanni è cresciuta in pochi anni, tanto che il bollettino di sei paginette che la diocesi di Vercelli pubblica tre volte l’anno, “Lettera agli Amici di Rosetta e Giovanni”, viene inviato in omaggio a 9.371 indirizzi di famiglie che ne hanno fatto richiesta. Che rispondono con preghiere, lettere grazie ricevute, offerte, pellegrinaggi alla tomba di Rosetta nel Cimitero di Tronzano. La santità è contagiosa e i buoni esempi che vengono conosciuti ci pensa lo Spirito Santo a farli fruttificare. Il 30 giugno prossimo, il Comune di Tronzano inaugura, nel giardino all’esterno del Cimitero di Tronzano, un cippo marmoreo dedicato al ricordo dei coniugi Servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo.

Piero Gheddo