Le festose giornate delle famiglie a Milano

Ho seguito con interesse, preghiera e partecipazione diretta “le cinque giornate di Milano”, non quelle del Risorgimento (18-22 marzo1848), ma la Festa della Famiglia che si è svolta dal 30 maggio al 3 giugno nella capitale lombarda, il primo convegno ecclesiale mondiale in Italia, dopo quelli della capitale del cristianesimo. Mi è capitato spesso di pensare: ma guarda che bello pensare alla famiglia, vedere in giro tanti bambini e tanti giovani da ogni parte del mondo, tanti sposi che si tengono per mano, tanta gioia, tanti canti, tanto entusiasmo e anche commozione. Mi sono sentito parte della “grande famiglia” che è l’umanità ed è la Chiesa, da sempre preoccupata di sostenere la famiglia, cellula fondamentale della società, che nel 1994 con Giovanni Paolo II istituì (e si celebra ogni tre anni) questo Incontro mondiale per riaffermare il valore sociale e religioso della Famiglia e chiedere a Dio la grazia che i credenti in Cristo si ispirino sempre più al modello proposto dal Vangelo e dalla Sacra Famiglia di Nazaret.

Ho partecipato all’incontro con Benedetto XVI in un Duomo strapieno di preti, suore e persone consacrate al mattino di sabato 2 giugno. Dopo tanto parlare di “crisi delle vocazioni”, ti ritrovi nel Duomo di Milano con centinaia e migliaia di preti, di suore, di diaconi, di membri delle famiglie religiose. Un’atmosfera di gioia, di famiglia, nel ritrovarci assieme in attesa del Padre comune della nostra fede. La crisi delle vocazioni c‘è perchè c’è la crisi delle famiglie cristiane, lo sappiamo tutti e ce lo diciamo, ma il Papa viene per farci riflettere sulla nostra vita di consacrati e per dirci, in sostanza, che non importa il numero, se noi che siamo stati scelti da Cristo lo rappresentiamo in modo autentico e trasparente agli uomini. Gesù ha bisogno di noi, ha bisogno di me, ed è bello sentircelo dire dal Papa, suo Vicario in terra.

Quando Papa Benedetto entra in Duomo, scrosciano gli applausi, i flash fotografici, la commozione ci tocca nel profondo, tanti i tentativi di elevarsi sopra la propria altezza per vedere il corteo papale che scorre al centro della maestosa Cattedrale. Il Papa riscalda i nostri cuori quando parla della felicità della persona consacrata, dicendo che “non c’è opposizione tra il bene della persona del sacerdote e la sua missione; anzi, la carità pastorale è l’elemento unificante di vita, che parte da un rapporto sempre più intimo con Cristo nella preghiera, per vivere il dono totale di se stesso per il gregge”. E dedica una parte della sua meditazione alla vocazione consacrata, sottolineando parole come “celibato”, “celibe”, “verginità”, “vergine”, “donazione totale”, ripetute per decine di volte in un breve discorso, perchè sono “il segno luminoso della carità pastorale e di un cuore indiviso”. E ancora: “Se Cristo, per edificare la sua Chiesa, si consegna nelle mani del sacerdote, questi a sua volta si deve affidare a Lui senza riserve: l’amore per il Signore Gesù è l’anima e la ragione del ministero sacerdotale, come fu la premessa perché Egli assegnasse a Pietro la missione di pascere il proprio gregge: «Simone …, mi ami più di costoro? … Pasci i miei agnelli (Gv 21,15)»; la testimonianza delle persone consacrate” mostra “al mondo la bellezza della donazione a Cristo e alla Chiesa” e rinnova “le famiglie cristiane secondo il disegno di Dio, perché siano luoghi di grazia e di santità, terreno fertile per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata”.

Papa Benedetto cita una schiera di “sacerdoti ambrosiani, di religiosi e religiose che hanno speso le loro energie al servizio del Vangelo, giungendo talvolta fino al supremo sacrificio della vita”. Fra essi egli elenca i beati sacerdoti Luigi Talamoni, Luigi Biraghi, Carlo Gnocchi, Serafino Morazzone, Luigi Monti e le religiose Maria Anna Sala ed Enrichetta Alfieri; e cita anche  i beati Giovanni Mazzucconi e Clemente Vismara, due sacerdoti del Pime, il primo martire in Oceania (Papua Nuova Guinea), l’altro missionario in Birmania (l’attuale Myanmar).

Nei primi due giorni dell’Incontro, il Congresso teologico-pastorale ha studiato e approfondito il tema della famiglia “quale patrimonio principale dell’umanità, coefficiente e segno di una vera e stabile cultura dell’uomo”, come ha detto Papa Benedetto; alla sera di venerdì, le note festose dell’”Inno alla gioia” di Beethoven sono risuonate solenni e gioiose alla Scala e il mattino di sabato, nello stadio di San Siro, la festa dei cresimandi e molti altri giovani, che hanno dato il benvenuto al Papa in una fantastica festa coreografica coinvolgente, ricca di colori, di canti, di movimento (persino la “ola” nel tempio del calcio e dei concerti rock). Il nostro caro Papa, che tra l’altro ha il pregio della chiarezza e delle parole che diventano facilmente slogan, ha risposto: “Cari ragazzi, puntate in alto! Siate santi, perchè la santità è la via normale del cristiano”.

Tutto questo è solo un assaggio di queste giornate, che hanno lasciato nei cuori la gioia e la speranza di un futuro migliore per tutti, anche per chi le ha seguite solo in televisione, con quella sfilata continua e commovente, di lattanti, di bambini trotterellanti, di ragazzini e ragazzine, di giovani, di mamme e papà. Che spettacolo, che gioia, mai se ne sono visti tanti nelle nostre città, nelle nostre società e televisioni. E non si è mai visto tanto interesse per la famiglia sui nostri giornali, con qualche eccezione incomprensibile e assurda: un quotidiano nazionale come “La Repubblica”, domenica 3 giugno ha dedicato due pagine ai “corvi” del Vaticano e solo mezza pagina (su 62 del giornale nazionale) alla Festa della Famiglia a Milano, tra l’altro con la foto di un contestatore in Piazza Duomo con una specie di copricapo da clown con su scritto: “Inquisizione”! Cari amici lettori, inutile lamentarsi, ma mi sono chiesto com’è possibile che tanti cattolici continuino a comperare un giornale come questo!

La Festa della Famiglia si è chiusa con la S. Messa al Parco Nord di domenica mattino 3 giugno. A più d’un milione di fedeli il Papa ha detto fra l’altro queste parole memorabili: “«Cari sposi, nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera. E il vostro amore è fecondo innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare. È fecondo poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente. È fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione». «Cari sposi – ha proseguito – abbiate cura dei vostri figli e trasmettete loro, con serenità e fiducia, le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e sostenendoli nelle fragilità».

Piero Gheddo