Genesi laboriosa e contrastata dell'Ad Gentes

Il Decreto “Ad Gentes” è stato l’ultimo documento approvato nell’ultimo giorno di lavoro del Vaticano II, il 7 dicembre 1965. I molti temi discussi e la loro complessità si presentavano già prima dell’inizio del Concilio come una montagna difficile da scalare. Al termine della prima sessione del Concilio (ottobre-dicembre 1962), sebbene i risultati concreti nel campo missionario fossero ancora pochi, il Concilio aveva però manifestato le sue finalità più importanti, le mete a cui tutti i lavori tendevano: il rinnovamento pastorale per la ricristianizzazione del mondo cristiano, il riavvicinamento ai Fratelli separati in vista dell’Unione e una chiara “apertura missionaria” data a tutti i problemi in discussione.

Per il decreto Ad Gentes, nella fase anti-preparatoria al Concilio (17 maggio 1959 – 5 giugno 1960) si sono consultati tutti coloro che avevano diritto di esprimere il loro parere, con i loro “voti” stampati in grossi volumi (quello sull’Asia di 662 pagine, sull’Africa di 580 pagine). La commissione “De missionibus” si riunisce la prima volta il 24 ottobre 1960 con 57 membri, sotto la presidenza del card. Pietro Agagianian prefetto di Propaganda Fide: si formano cinque sottocommissioni.

Nel 1961-1962 la commissione preparatoria lavora attivamente e stampa sette schemi di testi per altrettanti argomenti da discutere nell’aula conciliare. Nel 1962 Giovanni XXIII nomina i membri della commissione missionaria del Concilio (16 eletti e 9 nominati), con i “periti” (una trentina, fra i quali anche il sottoscritto), che partecipano alle riunioni plenarie della commissione, la prima il 28 ottobre 1962, la seconda dal 20 al 29 marzo 1963 per il completo rifacimento dello schema, ecc.

Il decreto “Ad gentes” ha avuto un cammino quanto mai laborioso e contrastato. Seguendo il suo “iter” e parlandone con diversi membri della commissione, molto più esperti di me, concludevamo dicendo: chissà come faremo a venirne fuori! Le proposte erano così tante e contrapposte, i tempi così stretti… Arrivavano continuamente suggerimenti nuovi e contraddittori, in aula i vari testi erano rimandati alla commissione con molti “iuxta modum” da inserire (testo approvato, ma con richieste di cambiamenti); in commissione pochi lavoravano a tempo pieno, la maggioranza non avevamo tempo o competenza sufficiente. Le difficoltà per la redazione venivano soprattutto da cinque dati di fatto:

1) Già a partire dal primo schema, tutto era provvisorio: si doveva attendere lo svolgimento e l’approvazione di altri schemi (sulla Chiesa, la liturgia, i vescovi e il clero, l’ecumenismo, le religioni non cristiane, ecc.) per poter orientare e concludere il lavoro sulle missioni.

2) La missione “ad gentes” si esercita (in dipendenza da Propaganda Fide) in ogni continente, comprese alcuni parti d’Europa (Albania per esempio), in una varietà quasi infinita di situazioni. Non era facile stilare un documento che andasse bene per tutti: le esigenze e le soluzioni proposte dai padri conciliari erano molto diverse a seconda dei continenti. Per fare solo un esempio che ricordo bene: dalle Chiese asiatiche, ricche di vocazioni e con un’antica tradizione celibataria nelle religioni locali, si insisteva nella richiesta di mantenere il celibato sacerdotale; dall’America Latina e dall’Africa, c’era invece la richiesta di discutere il tema e alcuni episcopati ne chiedevano l’abolizione o l’ammissione di clero sposato a certe condizioni. Invece, l’inculturazione e il dialogo interreligioso interessavano soprattutto l’Asia, molto meno gli altri continenti.

3) Nel tempo del Concilio si verificavano cambiamenti molto rapidi e radicali nel mondo non cristiano, che rendevano problematico il futuro delle missioni: indipendenza delle giovani nazioni, presa di coscienza delle loro culture e religioni, forti opposizioni ai missionari stranieri, moltiplicazione dei vescovi indigeni, urgenza di misure forti per “inculturare” il Vangelo, rapporti difficili fra Chiesa e autorità politiche, mancanza di norme per la partecipazione delle diocesi dei paesi d’antica cristianità all’attività missionaria (la “Fidei Donum” aveva suscitato un grande fervore missionario nelle diocesi, ma i vescovi delle missioni si lamentavano di vari inconvenienti), ecc. Lo schema da discutere in aula, preparato prima del Concilio, secondo una visione tradizionale delle missioni, prestava scarsa attenzione ai problemi nuovi. Era troppo diverso da quello che i padri conciliari indicavano nei loro interventi. Si ebbero forme di protesta di singoli vescovi e anche di due o tre conferenze episcopali (mai giunte alla ribalta della stampa), che avevano impressionato i membri della commissione, a quel tempo non abituati a forme ruvide di “contestazione”.

4) Le difficoltà aumentano quando il 23 aprile 1964, fra la II e la III sessione conciliare, la segreteria del Concilio manda una lettera alla nostra commissione delle missioni: lo schema deve essere ridotto a poche proposte. Non più un testo lungo e ragionato, ma un semplice elenco di proposte! Il tentativo era di semplificare i lavori del Concilio e farlo terminare con la III sessione (14 settembre – 21 novembre 1964). Alcuni testi basilari potevano essere abbastanza ampi; altri, ritenuti meno importanti, dovevano limitarsi a poche pagine di proposte. Era voce comune che le spese per i padri conciliari (circa 2.400 in tutto) e la macchina del Concilio erano del tutto insostenibili per la S. Sede. Pare siano poi intervenuti gli episcopato più ricchi, specie quello americano e il card. Spellman di New York, espansivo e simpatico personaggio simbolico della potenza americana, sul quale e sui suoi interventi in latino (la lingua del Concilio) giravano aneddoti gustosi.

La commissione delle missioni lavora a spron battuto (nottate di lavoro) per aderire a questa richiesta, formulando 13 proposte. Poi, appena la notizia si diffonde fra i vescovi, arrivano le proteste, alcune veementi come quella del card. Frings di Colonia, che manda lettere ai vescovi tedeschi e ad altri, sollecitandoli a protestare: “Ma come! Si afferma che lo sforzo missionario è essenziale per la Chiesa e poi si vuol ridurlo a poche pagine? Incomprensibile, impossibile, inaccettabile”.

Vista la situazione, un gruppo di vescovi chiedono di abolire il documento sulle missioni, integrando il materiale nella costituzione “Lumen Gentium” (sulla Chiesa); altri invece, più numerosi e agguerriti (c’erano dentro missionari di foresta, che solo al vederli non si poteva dir loro di no), procedono a contatti personali, uno per uno, con tutti i padri conciliari, conquistando seguaci. La battaglia in aula si conclude in modo felice: solo 311 padri conciliari si pronunziano a favore del documento sulle missioni ridotto a 13 proposte, 1601 chiedono che il decreto missionario sia salvato nella sua interezza. Il Concilio non termina con la III sessione, ma si prolunga nella IV, la più lunga di tutte: 14 settembre – 8 dicembre 1965.

Come si è giunti al testo finale con tante altre difficoltà lo dirò in un prossimo Blog.

Piero Gheddo

Concilio Vaticano II (1962-1965): c'ero anch'io

L’11 ottobre prossimo si celebrano i 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II. Avevo 33 anni ed ero nel giornalismo cattolico da dieci anni. Ho partecipato al Concilio come giornalista dell’Osservatore Romano e come “perito” delle missioni, nominato da Giovanni XXIII nel febbraio 1962 a far parte della commissione che ha preparato prima la bozza di lavoro e poi il Decreto missionario Ad Gentes. A Milano ero direttore di “Le Missioni Cattoliche”, ma nei mesi del Concilio vivevo quasi sempre al Pime di Roma e con rapidi viaggi notturni in treno venivo a Milano e tornavo a Roma.

Nel Radiomessaggio della Pasqua 1962 Giovanni XXIII aveva detto: “Il Concilio sarà come una novella Pentecoste, da cui riprenderanno vigore le energie apostoliche della Chiesa in tutta l’estensione del suo mandato e del suo giovanile vigore”. A questa visione ottimistica noi giovani aderivamo con entusiasmo. Cosa ricordo di quei tempi? Ripensandoci, mi pare che il mondo cattolico fosse del tutto impreparato al Concilio, cioè a quei cambiamenti radicali, che lo Spirito ha ispirato e quasi imposto ad una Chiesa che stava chiudendosi in se stessa. Fra l’altro, si pensava che sarebbe durato due o tre mesi, invece durò quattro anni.

A quel tempo noi, preti giovani, l’abbiamo accolto con entusiasmo e lo stesso movimento missionario italiano viveva una stagione di fervore oggi inimmaginabile: in Italia c’era un pullulare di vocazioni e iniziative missionarie, unità e collaborazione tra le forze missionarie. Nel 1955 avevamo iniziato assieme la EMI (Editrice missionaria italiana) e l’équipe di missionari animatori dei seminari diocesani per l'”Unione missionaria del clero”; la Fesmi (Federazione stampa missionaria, 1956), il Suam (Segretariato unitario animazione missionaria, 1957) e altri organismi di collaborazione tra animatori e docenti dei seminari missionari; i Congressi missionari nazionali (il primo a Padova nel 1958) e la “Settimana di studi missionari” con l’Università cattolica (1960). Giovanni XXIII diffondeva ottimismo e dichiarava spesso di amare molto le missioni.

Negli anni cinquanta tre encicliche missionarie: due di Pio XII, la “Evangelii praecones” (1951) e la “Fidei Donum” (1957), poi la “Princeps pastorum” (1959) di Giovanni XXIII. Nella Chiesa italiana si respirava un’atmosfera di fervore missionario; nei seminari e nel giovane clero c’era disponibilità a partire per le missioni. Nella preparazione al Vaticano II, la commissione delle missioni aveva iniziato i suoi lavori il 24 ottobre 1960. Io ci sono entrato nel febbraio 1962 come uno dei “periti”, mentre Raimondo Manzini mi invitava nella redazione dell’Osservatore Romano durante i mesi autunnali, incaricandomi di preparare le 2-3 pagine conciliari quotidiane con mons. Benvenuto Matteucci e don Paolo Vicentin.

Il lavoro stressante che mi richiedevano l’Osservatore e “Le Missioni Cattoliche” a Milano mi impedì di dare il tempo necessario alla commissione delle missioni. Però, andavo a qualche incontro, avevo in mano i testi prodotti e intervistando vescovi ed esperti membri della commissione, mi ha permesso di seguire passo passo i contrasti e la maturazione del decreto missionario del Concilio.

I ricordi più belli del tempo conciliare riguardano gli incontri con i vescovi, che intervistavo per il quotidiano vaticano: le migliori interviste le ho pubblicate in “Concilio e terzo mondo” (Emi 1966), tradotto in francese (“Le Concile du Tiers Monde”, Centurion). Intervistavo i vescovi emergenti delle missioni: Zungrana, Gracias, Rugambwa, Gantin, Malula, Helder Camara, Lokuang, Zoa, Khoreiche, Mar Gregorios, Raymond, Cordeiro, Nguyen Van Binh, Larrain, Nagae, Gopu, Yamaguchi, Busimba, ecc.; inoltre, molti vescovi missionari di nazionalità italiana o europea e personalità del Concilio (Agagianian, Gilroy, Bea, Koenig, Lercaro).

Al lettore d’oggi questi nomi dicono poco ma a quel tempo erano personalità conosciute, a volte sorgevano problemi per pubblicare le loro interviste sull’Osservatore: alcuni tagli e due le interviste non pubblicate, al card. Bea e a mons. Helder Camara (che ho poi inserito nel libro). Quelle interviste ai vescovi del Concilio, lunghe e accurate, avevano buona risonanza nella stampa internazionale, portavano alla ribalta i problemi delle missioni.

Alcuni vescovi mi invitavano a visitare le loro Chiese, per scrivere sui giornali italiani, aprendomi orizzonti universali: Indonesia, India, Vietnam, Sud Africa, Angola, Cile, Congo, ecc. L’arcivescovo di Saigon, Nguyen Van Binh, mi dice: “Molti giornalisti italiani ed europei vengono in Vietnam per la guerra, ma nessuno intervista noi vescovi cattolici. Vieni in Vietnam per conoscere la nostra situazione, ti faremo visitare il paese e portare in Europa la voce dei vescovi e dei cattolici vietnamiti”. Poi, attraverso mons. Sergio Pignedoli, mi arriva una lettera d’invito da parte della conferenza episcopale vietnamita, che ha dato inizio alle mie avventure in Vietnam e Cambogia. Scrivevo articoli soprattutto su “L’Italia” (poi “Avvenire”) e un amico giornalista italiano a Saigon mi diceva: “Il tuo giornale ti pubblica queste realtà che vediamo anche noi. Ma se le mando al mio giornale non le pubblica, in Italia non si possono dire”.

Una delle personalità che più mi hanno impressionato durante il Concilio era mons. Helder Camara di Recife (Brasile), del quale sono stato fra i primi, credo, a scrivere articoli sulla stampa italiana. Mi ha invitato e sono andato a visitarlo nell’estate 1966: mi ha portato in giro nella sua archidiocesi; poi noi del Pime l’abbiamo chiamato a parlare in Italia e ho tradotto (con padre Luigi Muratori) il suo primo libro: “Terzo mondo defraudato” (Emi, 1968). Erano testi di suoi discorsi che mi aveva dato: bisognava completarli e aggiustarli perchè scritti in modo approssimativo (per poter parlare). Camara non voleva che il libro fosse pubblicato: poi ha accettato, è stato tradotto in 12 lingue e l’ha lanciato nell’opinione pubblica mondiale. Come è nato il decreto “Ad Gentes”? Lo dico nel prossimo Blog.

Piero Gheddo

 

Dov’è finita la primavera araba?

Ormai da giorni e giorni giornali e telegiornali portano alla ribalta le proteste del mondo arabo-islamico contro gli Stati Uniti per un filmaccio offensivo del profeta Maometto prodotto in America. E’ solo un aspetto minimo della rabbia feroce che coinvolge i popoli islamici contro l’Occidente cristiano. Al Quaida ha dato l’ordine di attaccare le Ambasciate americane in tutto il mondo e uccidere gli ambasciatori. Notizie assurde quando pensiamo alle speranze suscitate dalla “primavera araba” sbocciata nel gennaio-febbraio 2011 a sud del Mediterraneo. Tre punti di riflessione:

1) La grande novità positiva oggi è questa: in Nord Africa e Medio Oriente i governi eletti in modo democratico si sono diffusi dall’Iraq alla Tunisia, all’Egitto e Libia e ben presto anche in Yemen e Siria. I capi politici di questi paesi devono ascoltare le piazze. Prima della “primavera araba” potevano liberamente arrestare, torturare, uccidere gli oppositori che davano fastidio. Oggi non più o sempre meno. Finalmente l’opinione pubblica conta anche nel mondo islamico. E’ senza dubbio un fatto positivo per l’evoluzione del miliardo e 300 milioni di musulmani in tutto il mondo. Non possiamo pensare che la democrazia e la libertà di stampa e di pensiero siano positive solo per noi cristiani.

2) Oggi però l’Occidente assiste attonito e impotente all’emergere dell’ideologia islamico-salafita nelle masse popolari, che travolge tutti i “moderati” filo-occidentali e i giovani illusi che hanno dato origine alla primavera araba. Questo ci scandalizza, ma ci costringe a formarci un’immagine più realistica del mondo musulmano e della sua storia. In estrema sintesi, l’islam ha avuto una storia gloriosa, che le masse islamiche ricordano e ne sono spesso richiamate dalla scuola, dai media e dall’istituzione religiosa (moschee, madrasse, università). Per un millennio (dal 600 al 1600 dopo Cristo) l’islam ha trionfato nel mondo allora conosciuto. La religione di Maometto si diffondeva con la spada ma anche dando origine ad una civiltà di grande splendore, ammirata anche da saggi e viaggiatori cristiani. Questa espansione violenta venne bloccata a Lepanto (1571) e a Vienna (1683) dalle forze cristiane unite dai Papi di quei tempi.

Poi l’Occidente si evolve, mentre l’islam rimane bloccato sotto il dominio dell’Impero ottomano, che era un’autorità religioso-politica. L’invasione dell’Egitto da parte di Napoleone (1798-1801) pone fine all’epoca gloriosa dell’islam e dà inizio al trionfo dei paesi cristiani. Infatti seguono l’occupazione di Algeria, Marocco e Tunisia da parte della Francia (1849-1871), della Libia da parte dell’Italia (1911-1912); e poi, dopo la prima guerra mondiale, l’Occidente interviene nell’Impero ottomano e ne distrugge il mito religioso-politico con il “protettorato” imposto a varie nazioni che si stavano formando: Siria, Egitto, Iraq, Libano, Giordania e Terrasanta; fin che nel 1923 il generale Kemal Ataturk manda in esilio il Califfo e fonda la moderna Turchia su principi laici. I musulmani rimangono senza guida e l’islam stesso, unica forza identitaria che unisce molti popoli, rischia di esserne travolto. Con la fondazione dei Fratelli Musulmani nel 1928 in Egitto, nasce la reazione: l’Occidente è all’origine della decadenza islamica e va combattuto. Dopo la seconda guerra mondiale, con la fondazione di Israele nelle terre dell’islam (1947) e la istituzione del “martirio per l’islam” da parte di Khomeini, salito al potere in Iran (1979) dopo la rivolta vittoriosa del popolo contro lo Scià Reza Pahevi (che tentava di occidentalizzare il paese), si compie la parabola che prepara l’attualità.

3) Le violenze endemiche e l’instabilità dei paesi islamici vengono da queste radici storiche, che non bisogna mai dimenticare. Noi siamo nel 2000 dopo Cristo, l’islam vive ancora, come cultura, religione e culto del suo passato, nel 1400 dopo Maometto. Non si è ancora adattato alla modernità. I popoli islamici ne sono attratti, le autorità politiche e religiose tentano in ogni modo di strumentalizzare l’islam per salvare il loro potere.

Non solo, ma ci sono difficoltà oggettive per salvare nel mondo moderno il molto di buono che c’è nell’islam: la lettura storico-critica del Corano che lo renderebbe contestuale all’oggi non è ammessa perché è parola di Dio in senso letterale; nell’islam non c’è nessuna autorità paragonabile al Papa e ai Vescovi, ciascuna moschea o madrassa va per conto suo; nel diritto islamico manca il concetto dell’assoluta dignità di ogni uomo e donna, che rende tutte le creature eguali nei loro diritti; infine manca la distinzione fra religione e politica.

Le parole chiave del coraggioso e provvidenziale viaggio in Libano di Benedetto XVI sono state: dialogo, comunione e perdono. Il Papa ha parlato ai cristiani del Medio Oriente, ma anche a noi dell’Occidente cristianizzato. Il senso di questa visita deve far riflettere. E’ importante anche, oltre alla preghiera, il nostro atteggiamento di fondo per creare in Italia e in Occidente un’atmosfera contraria ad un’opinione pubblica che si augura interventi militari occidentali, come si è verificato in Afghanistan e in Iraq. Il mondo islamico senza dubbio evolverà, ma dovrebbe trovasi di fronte una civiltà animata dalla fede religiosa e non popoli praticamente atei e senz’anima come purtroppo loro ci vedono.

Piero Gheddo

 

 

Media cattolici in Amazzonia

Padre Enrico Uggé, sacerdote del Pime dal 1970 (veniva dal seminario diocesano di Lodi), è a Parintins dal marzo 1972 ed ha lavorato soprattutto fra gli indios Sateré-Mawé, studiandone la lingua e la cultura, evangelizzando e fondando la scuola tecnica San Pietro nel territorio riservato a questa tribù. E’ un convinto promotore dei mezzi moderni di comunicazione per diffondere il Vangelo e formare i cristiani. L’ho intervistato il 10 settembre 2012 a Milano. Ecco l’intervista:

– Quando nel 1990 mons. Risatti mi chiamò dai villaggi degli indios e mi ha affidato la Radio Alvorada, per me è stata una sfida che mi ha subito appassionato, per gli indios nelle foreste e lungo i fiumi la radio era quasi l’unico mezzo per tenersi in contatto col resto del mondo. Ho preso sul serio l’impegno e ringraziando Dio c’è stato un progresso rapido. Alla Radio con le onde medie abbiamo aggiunto le onde corte. Abbiamo un raggio d’ascolto di circa 400 chilometri e con le onde corte ci prendono anche i radio-amatori della Finlandia.

In Amazzonia c’è la rete cattolica “Radio Notizia dell’Amazzonia” che con 20 radio copre da Manaus a Macapà, a dà notizie amazzoniche, che in quell’immensa regione sono importanti; siamo anche uniti con la Onda, la rete delle 800 radio cattoliche brasiliane, e possiamo riprendere programmi e notiziari che vengono dal R.C.R. (Centro Rete Cattolica delle Radio). In Brasile la Chiesa cerca di potenziare i suoi strumenti di comunicazione e noi a Parintins siamo ben sistemati e ci teniamo alla qualificazione dei nostri giornalisti. A Belem un altro missionario del Pime padre Claudio Pighin ha una importante e stimata scuola di comunicazioni.

– La vostra è una radio generalista? E quante ore trasmette al giorno?

– La nostra va dalle 5 del mattino alle 10 di sera, il nostro logo è “Informare – Formare – Divertire”. Io sono direttore della programmazione, il mio compito è di seguire e orientare i programmi, dando molta importanza alle notizie ben fatte, controllate, interessanti. L’Amazzonia è ancora una regione isolata, la gente vuol sentire anzitutto le novità. Poi viene la formazione perché siamo una radio cattolica, ma non tutta rosari e preghiere. Ogni domenica c’è la Messa trasmessa, poi ci sono le preghiere, le catechesi, le conferenze religiose. Alle sei del mattino di domenica ho una breve registrazione che spiega il Vangelo della giornata, molto sentita specie dai catechisti che debbono andare nei villaggi senza prete a radunare la gente, pregare e spiegare il Vangelo. Non è tanto una spiegazione dottrinale, ma un discorso per animare i villaggi e i catechisti alla Parola di Dio, alla bellezza della fede. La nostra radio è una delle più importanti fra quelle cattoliche in Brasile perché è fatta da professionisti e ben orientata nella fedeltà alla Chiesa e nella lettura cristiana degli avvenimenti.

– Come mai dalla radio sei passato al giornale?

– Nel maggio 1994 ho incominciato il settimanale Novo Horizonte per avere gente che studia, scrive, prepara per iscritto i nostri programmi e fa il giornale che in genere ha 12 pagine settimanali. Nei primi tempi della Prelazia con mons. Cerqua c’era un giornale, ma poi si era fermato. Oggi ci sono scuole ovunque, i brasiliani leggono più che in passato e si sentiva il bisogno di uno strumento che conserva le notizie e i testi importanti ed è letto. Radio e giornale sono nella stessa sede e si aiutano a vicenda.

Poi è nata la televisione cattolica a Parintins. Siamo collegati con le due televisioni cattoliche brasiliane, Cançào Nova (dei carismatici) e Rede Vida (della CNBB, la Conferenza episcopale brasiliana) e anche con Nossa Senhora De Nazaré, la televisione di Belem che ci ha aperto degli spazi per fare dei programmi nostri. Siamo diventati quasi una succursale della Tv di Belem che ci dà più spazi per diventare la Tv di Parintins che ormai ha 120mila abitanti, e questo è importante perché la regina delle comunicazioni è la televisione. E’ una Tv molto ascoltata specie dalle 11 all’una fa molto caldo e in Amazzonia la gente se ne sta tranquilla a casa e vede la Tv.

La nostra importanza è a livello regionale. Il telegiornale lo facciamo noi. La Tv richiede più del giornale e della radio, bisogna avere gente preparata a parlare alla Tv e non è facile. Ci seguono molto perchè ci sono notizie locali. Alla fine abbiamo tre minuti per il commento di una notizia che ha colpito. Io sono convinto dell’importanza di una Tv come la nostra (come della radio del resto). In chiesa vengono il 20% e tutti gli altri? Gran parte vede la televisione cattolica e questa è vera evangelizzazione. Fino ad oggi siamo l’unico telegiornale locale di Parintins.

– Voi coinvolgete anche chi vi segue alla radio, televisione e giornale?

– Noi lavoriamo con passione, non solo io, ma redattori e collaboratori, cerchiamo di trasmettere la fede e la visione di fede della vita. Abbiamo iniziative per coinvolgere la gente, ad esempio abbiamo fatto il Natale dei bambini, organizziamo dei tornei di calcio e calcetto anche per tirar fuori dalla strada molti ragazzi. Radio Tv e giornale sono della Fondazione “Evangelii Nuntiandi”, giuridicamente staccata dalla diocesi, se si chiudesse va tutto alla diocesi. Ma ci sono anche dei programmi religiosi durante la settimana, per la famiglia, gli sposi, i fidanzati, gli ammalati, preparati da collaboratori anche religiosi fuori della redazione. Ogni giorno abbiamo mezz’ora dedicata ai bambini. Pensa alle migliaia di bambini che sono nei villaggi, lungo i fiumi, isolati, che non vedono mai niente per loro. E’ un programma vivace che insegna qualcosa ai bambini. C’è una maestra che per parla, racconta una favola, oppure parla di Gesù e della Mamma del Cielo oppure spiega le belle maniere, poi i bambini scrivono, vengono a trovarci, mandano i loro compitini. Noi valorizziamo i momenti importanti della comunità, accompagniamo la vita della gente e questo è il segreto per farci sentire.

– Fate anche pubblicità a pagamento?

– Facciamo parlare un po’ tutti. Per sostenerci, affittiamo qualche mezz’ora a qualche ente o gruppo che hanno interesse a far sentire la loro voce, ad esempio il Comune, gli enti statali che lavorano a Parintins e informano di quel che fanno. C’è un regolamento per chi parla, non offendere o accusare nessuno, dire la verità ecc. Diciamo al sindaco: guarda che se dici che hai asfaltato la strada e poi non è vero, noi lo diciamo agli ascoltatori. Non affittiamo a partiti politici, ma enti pubblici e anche privati, poi diamo tempi gratuiti alle scuole, ospedali, associazioni di volontariato, campagne per la vaccinazione. I politici possono parlare un certo tempo, però registrano prima in modo da controllare quel che dicono e farlo finire nel tempo stabilito. Per legge dobbiamo tenere per un mese grandi nastri di registrazione di tutto quel che trasmettiamo, poi si possono riusare. Questo perchè qualcuno potrebbe lamentarsi di una trasmissione e bisogna risentirla. Anche la parte tecnica di radio e televisione è difficile. Noi siamo proprio isolati, la città più vicina è Manaus a 500 chilometri sul fiume.

– Tu sei direttore e animatore?

– Direttore è una donna, una bella figura, Raimunda Ribeiro, 45 anni di vita nella radio e non si è sposata per dedicarsi totalmente alla radio. Quando è nata la Radio Alvorada, il vescovo mons. Arcangelo Cerqua l’aveva mandata a Rio de Janeiro a fare studi, si è appassionata al suo lavoro, è ben orientata nella fede. Io faccio la parte del prete, animatore e orientatore dei programmi, lei affronta e risolve tutti i problemi, giuridici, di rapporti con le autorità e con il pubblico. Per le leggi che ci sono la dott.sa Ribeiro è l’ideale. Bisogna sempre essere in regola perché siamo controllatissimi, per esempio per i diritti d’autore delle canzoni che trasmettiamo e alla fine del mese paghiamo i diritti. Poi anche il lavoro amministrativo. Questa signora è provvidenziale ma ha un lavoro difficile. Adesso è affiancato da due collaboratrici che da dieci anni lavorano alla radio e alla televisione.

– Quelli che lavorano nella vostra azienda sono tutti cattolici?

– In genere sì, ma abbiamo avuto anche un battista e alcuni altri che non credevano. L’ultimo sabato del mese i dipendenti fanno con me un piccolo ritiro spirituale dalle 8 alle 11, si prega, di legge la Parola di Dio e si riflette su un tema; poi ci sono le riunioni dei programmatori, poi c’è lo spazio per il vescovo che tutte le settimane dà il suo messaggio pastorale alla Radio e alla Tv, inoltre lo intervistiamo quando ha qualcosa da dire alla gente. Poi ci sono programmi allegri, musica e canti, sport e divertimento.

– Economicamente come ve la cavate?

– Siamo nelle mani della Provvidenza, Riusciamo a non chiudere in passivo, ma non so come facciamo. Una volta era tutto più facile oggi diventa sempre più difficile per la burocrazia e anche per gli aiuti che riceviamo dall’Italia. Il 25% delle spese sono sostenute da aiuti italiani, il resto lo produce la radio stessa. Le offerte diminuiscono perchè se tu chiedi per i lebbrosi, gli orfani o le adozioni arrivano, ma quando parli di radio e di giornale, in Italia si raccoglie poco o niente . Eppure la radio ha un’importanza estrema per l’evangelizzazione e la formazione cristiana di tutti. Come Chiesa non arriviamo più a tutti, mentre la radio non solo arriva a tutti, ma arriva quando sono seduti e possono riflettere.

Anche per la formazione dei bambini, la radio è importante. Abbiamo fatto per due anni, ma poi costa troppo, il Natale dei bambini, i nostri Re Magi hanno 

distribuito 15.000 regalini ai bambini poveri. Un mese prima di Natale ho mandato 800 studenti e studentesse della scuola superiore a visitare le famiglie della periferia più povera di Parintins, ai bambini dai 10 anni in giù hanno dato un cartoncino di invito timbrato e firmato per ricevere il loro regalo a Natale. Abbiamo scoperto che ci sono bambini poveri che non hanno mai ricevuto un regalo!

– Come è avvenuta questa festa dei bambini e chi erano i Re Magi?

– Anche in Brasile sta andando di moda il Babbo Natale che non si sa chi sia e chi rappresenti. Noi abbiamo parlato dei Re Magi che hanno portato i loro doni a Gesù e adesso per Natale li daranno ai bambini più poveri. Alla Polizia della città ho proposto ai poliziotti che vanno in giro a cavallo di dare una giornata prima di Natale ai bambini, vestiti da Re Magi. Tre hanno accettato direi con entusiasmo. La sera prima abbiamo fatto un grande spettacolo di canti, musiche, danze, scenette di teatro e sono venuti in tanti. Il pomeriggio del giorno dopo che era una domenica, abbiamo radunato circa 15.000 bambini poveri e poverissimi con le loro mamme nel grande stadio di Parintins. Ho parlato dei Re Magi che portano i doni a Gesù Bambino e poi ho detto che stavano arrivando ed ecco che arrivano i tre poliziotti a cavallo che sembravano proprio tre Re Magi e dietro di loro la loro scorta di guardie e i furgoni e camioncini imprestati per portare i sacchi dei regalini, mentre la banda musicale della polizia suonava una marcetta. Non ti dico la felicità, gli applausi, le grida, i salti di gioia di quei bambini e ragazzini!

– Che regali avete distribuito?

– Regali poveri ottenuti in parte dai negozi e magazzini di Manaus e in parte comperati con gli aiuti che mi giungono da benefattori di parrocchie in Italia, dove ho un fratello sacerdote, don Abele, parroco nella diocesi di Lodi. Per la distribuzione dei regali sono ancora venuti gli 800 giovani e ragazze che avevano fatto l’indagine nelle periferie, i bambini con le mamme divisi in settori di mille l’uno e per bambini che non potevano venire si presentava la mamma o un’altra familiare che col cartoncino dell’invito ritirava il regalino. Ogni bambino ha ricevuto da un Re Mago o da uno studente delle superiori il suo sacchetto colorato con dentro una bambola, un pupazzo, giochini e altre cose gradite ai bambini. Tutti contentissimi e la gente ci chiedeva: “Come fate a distribuire 15.000 regalini?”.

– Come avete fatto ad avere 15.000 bambini?

– Con la potenza di radio, settimanale e televisione. Sono mezzi che arrivano a tutti e dovevamo spiegare bene cosa è il Natale, i Re Magi, il dono che portano ai bambini e poi convocarli… C’è voluto un po’ di tempo. Questo Natale per i bambini l’abbiamo fatto due anni non di seguito e grazie a Dio ha avuto grande successo. Adesso facciamo una pausa anche perché costa troppo per le nostre misere finanze. Noi Chiesa dobbiamo ancora capire il valore di questi moderni mezzi di comunicazione che influiscono anche sulla cultura popolare.

Piero Gheddo

Martini e la "morale laica"

Leggo sul “Corriere della Sera” (3 settembre) “La morale laica non si insegna, perchè ne esistono molte” di Giuseppe Bedeschi. Ricordo quando il Card. C.M. Martini ha parlato di “morale laica” nella “Cattedra dei non credenti”, una delle sue iniziative più significative: i non credenti (scienziati, filosofi, studiosi, docenti universitari, giornalisti, ecc.) erano invitati a dialogare con l’arcivescovo sulla condizione umana (il senso del dolore, orizzonti e limiti della scienza, l’uomo di fronte al silenzio di Dio, rendiamo ragione della nostra speranza, la preghiera di chi non crede, ecc.). Mi sono riletto il volumetto “In cosa crede chi non crede?” [pubblicato dalla rivista “Liberal”, Roma 1996, pagg. 143], con il dibattito tra Martini e Umberto Eco, a cui si sono aggiunte altre voci: Emanuele Severino, Manlio Sgalambro. Eugenio Scalfari, Indro Montanelli, Vittorio Foà, Claudio Martelli.
Il tema centrale posto da Martini era questo: “Quali ragioni dà del suo agire chi intende affermare e professare princìpi morali che possano richiedere anche il sacrificio della vita, ma non riconosce un Dio personale?”; “Dove trova il laico la luce del bene?”. L’arcivescovo aggiunge: “So che esistono persone che, pur senza credere in un Dio personale, sono giunte a dare la vita per non deflettere dalle loro convinzioni morali. Ma non riesco a comprendere quale giustificazione ultima diano del loro operare”; e soprattutto come la “morale laica” possa risultare convincente per le grandi masse umane. Insomma, “l’etica ha bisogno della verità” per avere una fondazione ferma, sicura, che dà speranza anche al di là della morte; e questa può essere solo trascendente, che supera l’uomo limitato, debole, peccatore che tutti conosciamo e tutti siamo. Gli Autori citati rispondono con testi ricchi di suggestioni filosofiche e culturali, a volte non facili da seguire. Il discorso però rimane su un piano appunto filosofico-religioso. L'”etica laica” può essere sostenuta con ragionamenti abbastanza convincenti, ma i concetti espressi in questo libro andrebbero poi verificati nella realtà dei fatti e soprattutto, come diceva Martini, non si riesce “a capire come la morale laica possa risultare convincente per le grandi masse umane” come invece è quella religiosa.
Nel 2003 sono stato in Indonesia e ho visitato tra le altre anche l’isola di Sumatra, due volte l’Italia, 45 milioni di abitanti quasi tutti musulmani ma divisi in tribù, che di frequente si combattono; piccole guerre locali ma ho visto villaggi bruciati, file di profughi in fuga, ecc. I missionari Saveriani a Padang mi dicevano che per pacificare queste guerre il governo di Giakarta manda un “Comitato di pacificazione” che raduna i capi tribù e villaggio per discutere di pace, prima di far intervenire l’esercito. Il Comitato è composto da tre musulmani e due cristiani (un cattolico e un protestante). A Giakarta sono andato al Ministero degli Interni e ho chiesto a uno dei funzionari che mandava questi Comitati (in Indonesia spesso ci sono queste guerricciole) e ho chiesto perché mandano cristiani a pacificare popoli islamici. Risposta: “Perché voi cristiani avete il principio di perdonare le offese e che siamo tutti fratelli anche se di tribù diverse, i vostri villaggi non fanno mai la guerra, i vescovi parlano spesso di perdono e di pace. Per la nostra tradizione la vendetta è sacra, da qui nascono contrasti e poi gli scontri armati. Quando voi cristiani parlate di perdono e di pace siete credibili”. In Indonesia, oltre ai missionari cristiani ci sono tante istituzioni italiane e occidentali, che insegnano le lingue, le culture, la filosofia, l’arte e la letteratura dell’Occidente, gli scambi universitari. Mi chiedo: come mai nelle masse islamiche (più di 200 milioni in Indonesia), mentre l’influsso della morale cristiana portata dalle missioni e oggi insegnato dalla Chiesa locale è evidente in tanti campi, la ”morale laica” occidentale non si sa nemmeno che esista?
Piero Gheddo

Nascono gli “Amici di Leopoldo Pastori” per farlo beato

Il lunedì 27 agosto 2012, si è svolto nel palazzo vescovile di Lodi l’incontro richiesto da mons. Pedro Zilli e padre Gheddo per la causa di beatificazione del missionario monaco padre Leopoldo Pastori, che aveva già preso un avvio nel maggio di quest’anno (vedi il Blog del 30 maggio). Erano presenti il vescovo di Lodi, mons. Giuseppe Merisi, il cancelliere vescovile mons. Gabriele Bernardelli (incaricato diocesano delle cause dei santi), il parroco di Sant’Alberto in Lodi don Giancarlo Marchesi amico di padre Leopoldo Pastori e il direttore de “Il Cittadino” Ferruccio Pallavera; per il Pime siamo andati a Lodi, portati in auto da padre Pietro Pisoni, mons. Zilli vescovo di Bafatà, suor Rachele Recalcati delle Missionarie dell’Immacolata e padre Gheddo.
Si è discusso dell’inizio della causa e il vescovo ha espresso caldamente il suo assenso, facendo però presente che la diocesi ha già altre cause, per cui questa di Leopoldo verrà assunta dalla sua parrocchia di Sant’Alberto, attraverso il gruppo parrocchiale “Amici di padre Leopoldo” che si è praticamente costituito nell’incontro, come già è successo per il Beato Clemente Vismara nella parrocchia di Agrate Brianza. Il gruppo farà riferimento a don Giancarlo Marchesi e al dott. Ferruccio Pallavera direttore de “Il Cittadino”, quotidiano cattolico di Lodi, l’unico quotidiano della città e della provincia, che ha un buon influsso sll’opinione pbblica locale.
Due gli interventi da ricordare. Ha dichiarato monsignor Zilli: “Dopo il 1978 Leopoldo aveva creato ia Bafatà il gruppo “Libertação”: ancora oggi i suoi giovani sono impegnati a livello ecclesiastico e civile, ed erano proprio i suoi giovani. Nel 2006, a dieci anni dalla sua morte, il liceo di Bafatà intitolato a San Francesco Saverio mi ha chiesto di poter essere dedicato a padre Leopoldo Pastori. In quel liceo ogni anno attorno al 26 maggio, anniversario della sua morte, viene organizzata una settimana culturale e distribuita una rivista. Sono sicuro che Francesco Saverio non si offenderà”, ha aggiunto sorridendo il vescovo di Bafatà.
Suor Rachele Recalcati delle Missionarie dell’Immacolata, che è stata vicino a padre Leopoldo in Guinea, ha testimoniato di lui: “Amava molto il centro di spiritualità di N’dame dove ogni anno organizzava una veglia notturna per i giovani e dove arrivavano gli animatori parrocchiali ai quali insegnava nuovi canti da diffondere nelle comunità. Dopo un suo ritiro di quaranta giorni, davvero esperienza di deserto, padre Leopoldo espresse il desiderio emerso dal discernimento: che questo centro di spiritualità diventasse un santuario eucaristico-mariano. Amava l’Eucarestia, la Madonna, i poveri. Si sentiva realizzato con i poveri e animando il centro di spiritualità. È partito per l’Italia il 13 maggio 1996 ed è morto il 26 maggio, giorno di Pentecoste: tra queste due date significative ha giocato tutta la sua vita. Ora padre Leopoldo deve tornare in Guinea, ad una Chiesa che ha bisogno immensamente della sua presenza perché ciò che non è riuscito a fare nel tempo, lo possa continuare ora. In Guinea sono visibili i frutti della sua presenza”.
Al vescovo di Lodi avevano già scritto chiedendo la causa di Leopoldo il superiore generale padre Gian Batista Zanchi con una lunga lettera, mentre i due vescovi di Guinea, Camnate di Bissau e Zilli di Bafatà, con il superiore regionale del Pime padre Davide Sciocco, hanno mandato anche loro una bella lettera, giunta a Milano nei giorni seguenti l’incontro e poi rimandata a mano al vescovo di Lodi.
“Il Cittadino” aveva reclamizzato questo incontro e poi ha pubblicato un lungo articolo, con un appello affinché le persone che hanno voluto bene a Padre Pastori o lo hanno conosciuto diano la propria disponibilità a far parte del costituendo gruppo. Lo stesso dicasi per eventuali testimonianze su padre Leopoldo. Queste ultime, insieme ai nominativi, devono essere fatte pervenire (complete di indirizzo e numero di telefono) al parroco don Giancarlo Marchesi di Lodi (Parrocchia di Sant’Alberto Vescovo, via Saragat 2 – 26900 Lodi) oppure al dott. Ferruccio Pallavera (“Il Cittadino”, via Paolo Gorini 34 – 26900 Lodi). Raccogliere le testimonianze in Guinea e in Italia è dunque il primo passo per iniziare il processo storico diocesano verso la canonizzazione di padre Leopoldo, come ha ricordato monsignor Gabriele Bernardelli, responsabile diocesano del servizio per le cause dei santi.

Anche quest’anno la parrocchia di Sant’Alberto in Lodi organizza un pellegrinaggio alla tomba di padre Leopoldo Pastori. L’appuntamento è fissato per domenica prossima, 9 settembre. Il sacerdote e missionario lodigiano riposa infatti nel cimitero del Pime alla Grugana, località nelle vicinanze del santuario della Madonna del Bosco di Imbersago (Lecco). Il pellegrinaggio alla sua tomba è ormai tradizione per la parrocchia di Sant’Alberto, ma quest’anno, scrive il parroco don Giancarlo Marchesi, lo si vivrà “in maniera più sentita avendo mosso i primi passi per la beatificazione», con la raccolta delle testimonianze di chi ha conosciuto Pastori sia in Italia che in Guinea Bissau, nella diocesi di Lodi e presso il Pime”. Il pellegrinaggio alla tomba di padre Leopoldo partirà da Sant’Alberto alle 13.30 di domenica 9 settembre e il ritorno è previsto tra le 20 e le 21. Chiedere informazioni alla parrocchia al numero 0371.36452.
Piero Gheddo