Come la Chiesa aiuta gli indios dell’Amazzonia

Padre Piero Belcredi è in Amazzonia dal 1996, nella parrocchia di Barreirinha diocesi di Parintins, fondata dai missionari del Pime nel 1955, estesa come l’Italia settentrionale con circa 250.000 abitanti, in grande maggioranza battezzati ma ancora scarsamente evangelizzati. Parintins ha il quarto vescovo italiano dagli inizi (mons. Giuliano Frigeni, vescovo dal 1999), ma ormai la diocesi ha un buon numero di giovani sacerdoti locali (14 + 14 missionari stranieri). L’immenso territorio è tutto foresta e fiumi, i due terzi sono “riserve” degli indios, dove si può entrare solo con il permesso del governo. In queste sterminate pianure amazzoniche si combatte la “guerra delle terre”, che è stata la prima battaglia di padre Piero Belcredi. L’ho intervistato a Milano in questo novembre, mentre sta ritornando in Amazzonia dopo una breve vacanza in Italia. Mi dice:

– La mia parrocchia ha 30.000 abitanti, di cui 10.000 nella cittadina, gli altri in villaggi dispersi lungo i fiumi e nelle foreste. Sono quasi tutti battezzati. Poi ci sono circa 8.000-9.000 indios (che stanno crescendo molto perché c’è un’assistenza sanitaria abbastanza buona), quindi la parrocchia ha 30.000 abitanti. Nella riserva degli indios Sateré-Maué c’è la scuola tecnica e agricola di San Pedro con i due padri Enrico Uggé (che è spesso a Parintins per altri impegni) e il prete diocesano don Rivaldo da Costa. In parrocchia a Barreirinha sono l’unico prete. La mia parrocchia è fra due fiumi, il Rio Ramos e l’Andirà, con in mezzo l’isola di Parintins, sede della diocesi, che dista circa 320 km. da Manaos e il battello del servizio da Manaos a Parintins ci mette 24 ore. Da un punto all’altro della mia parrocchia ci metto in media sette ore di barca, poi c’è la riserva degli indios molto più estesa. In Amazzonia le distanze si misurano a ore di barca, non a chilometri, perché la barca è l’unico mezzo di trasporto”.

– Chiedo a padre Pedro se c’è deforestazione nella sua parrocchia.

– Io sono un uomo pacifico, anzi ho iniziato un movimento carismatico che insegna la preghiera per la pace e le virtù che ci vogliono per vivere in pace. Però mi sono visto arrivare a Parintins una dimostrazione di popolo indio, hanno percorso le vie della città e si sono fermati davanti alla chiesa, agitando cartelli e striscioni: “Noi indios ringraziamo padre Pedro perchè si interessa dei nostri problemi”. Venivano da Ariaù, un grosso villaggio indio (300 famiglie) a sette ore di barca, li ho visitati e mi sono interessato per risolvere i loro problemi. Mi hanno detto che si è presentato nel villaggio un tale Manfredini (figlio di italiani da molto tempo in Brasile), accompagnato dalla Polizia, ha mostrato al capo villaggio e altri l’atto del governo che lo rende proprietario di tutta la terra da lui comperata e pagata. Manfredini voleva mandar via gli indios e disboscare la foresta. Alle proteste degli indios, la Polizia ha bruciato alcune case, distruggendone altre. La gente si è spaventata ed è venuta da me perché non si fidano di nessun altro, dato che le autorità hanno firmato quella vendita. Sono venuti a chiedermi cosa fare perchè si trattava di difendersi con le armi.

– E tu cosa hai fatto?

– Anzitutto ho fondato anche a Parintins la “Commissione della pastorale della terra”, che esiste già a Manaos e in altre missioni. Abbiamo fatto una riunione là nella foresta, io ho fatto venire da Manaos dei laici ben preparati, avvocati e altri della Commissione per la terra diocesana di Manaos, e poi è venuto il sindaco di Barreirinha e altri. La riunione è durata ore e ore e abbiamo scoperto che anche il sindaco e altre autorità statali erano d’accordo con quel Manfredini che aveva comperato il terreno degli indios. Abbiamo poi scoperto che quel tale italo-brasiliano aveva dato soldi a questo e quello per le loro campagne politiche.

– Com’è finita la riunione fiume?

– Abbastanza bene. Loro hanno dimostrato che Manfredini è il proprietario, cioè ha comperato legalmente i terreni e il governo gli ha dato la proprietà. Ma noi abbiamo dimostrato il diritto degli indios di occupare la terra che hanno da sempre, quindi non si può pretendere di mandar via chi è sul posto da decine e decine di anni. Ragionando, si può affermare le proprie ragioni senza ricorrere alla violenza e alle armi. Insomma, per il momento la cosa si è fermata, cioè la distruzione della foresta adesso è ferma. Hanno visto che c’è un popolo pronto a ribellarsi, la Chiesa lo appoggia e fa propaganda a livello locale e nazionale contro questa ingiustizia. Il problema non è risolto: prima si trattava di stabilire chi è il proprietario della terra; adesso è stabilito che il proprietario è Manfredini, ma le autorità hanno riconosciuto che non può fare quel che vuole. Però la distruzione delle foreste continua in modo più parziale e nascosto.

Noi abbiamo fatto un esposto al governo nazionale e locale dell’Amazzonia denunziando che la distruzione va avanti. Sono venuti, li abbiamo accompagnati a vedere, ma loro dicevano che tutto è regolare. Vedevano ma dicevano che tutto è a posto, non si sono nemmeno fermati a vedere tutto il fronte della distruzione. Arrivati sul posto hanno chiesto a chi dirigeva i lavori se c’erano difficoltà, hanno detto di no e sono tornati a casa! Era chiaro che a loro non interessavano i diritti degli indios, a loro interessava che tutto fosse a posto e la gente non piantasse più grane.. Allora, con la Commissione della pastorale della terra siamo andati là, abbiamo fotografato di nascosto col pericolo di buscarci una fucilata, abbiamo fatto anche un filmino, poi trasmesso dalla televisione cattolica e da altre. Abbiamo visto un fronte di circa 20 chilometri con decine e decine e decine di moto-seghe che stavano buttando giù sistematicamente tutta la foresta; e c’erano circa 200 montagnette di tronchi già pronti per essere portati via, con dei loro barconi a motore. Ci sono molti fiumi e affluenti e sanno come fare per far arrivare questi tronchi in un porto attrezzato per caricarli sulle navi che li portano fuori del Brasile o nel Brasile del sud senza pagare niente. Là in foresta sono attrezzatissimi. Hanno dei grandi trattori che portano via i tronchi con tutti i rami, poi tagliano e buttano via il materiale inutile, mettono i tronchi su chiatte e di notte li fanno passare in questi fiumi.

Noi ci siamo dati da fare e abbiamo fatto un documentario nel quale abbiamo dimostrato che la distruzione è totale, tagliano anche alberi protetti che non si potrebbero tagliare. Tagliando tutto, lasciano il deserto, una terra fragile che causerà inondazioni e altri mali. Un altro crimine è che chiudono gli igarapè, che sono i piccoli affluenti dei fiumi, da dove passano i pesci per andare a deporre le uova; buttano olio bruciato e altro veleno nei fiumi. Abbiamo filmato tutto questo, con molti rischi, presentato alle autorità denunziando la rovina dell’Amazzonia. Vediamo cosa decideranno.

– Ma tu sei impegnato in questa battaglia per difendere indios e foreste?

– Sì, sono impegnato nel senso che se dietro tutto questo non ci fosse la Chiesa, nessuno là nelle foreste amazzoniche avrebbe la fiducia del popolo, l’autorità e il peso mediatico di fare quello che facciamo noi missionari. Certo non posso fare tutti i passi e le azioni necessarie, ma ci sono i laici che si impegnano e anche volontari. Io cerco di mantenere in me lo spirito di Gesù Cristo, di perdonare le offese, di vivere in pace, di voler bene anche ai peccatori pur denunziando il peccato, però il delitto rimane. Tra l’altro, l’irruzione violenta e disumana del mondo moderno in un ambiente tradizionale come quello del popolo amazzonico, crea anche altri problemi.

Lo stato brasiliano vicino al nostro, il Para, ha distrutto completamente tutta la sua foresta e adesso passano alla deforestazione del resto dell’Amazzonia. Dopo aver distrutto le foreste, vogliono fare una coltivazione enorme di soia.

– Sono molti i volontari che ti aiutano?

– Quando un popolo è cosciente di una grave ingiustizia, se è educato a questo si impegna, io però ci tengo che mantengano uno spirito evangelico di pace e di amore a tutti. C’è sempre il pericolo che diventino a loro volta violenti, incomincino a odiare ed a pensare che con le armi si risolvono i problemi, mentre si peggiora la situazione. Un esempio. Il dottor Renato Soto di Manaos è un medico vero ma ha incominciato ad interessarsi dei diritti umani, l’hanno minacciato di morte e gli hanno mitragliato la casa dicendogli: “O smetti di interessarti di queste cose oppure ti ammazziamo”. Mesi fa l’hanno preso per strada e gli hanno dato una bastonata tale che ha dovuto farsi ricoverare in ospedale. E’ scappato ed è venuto a casa mia, è ancora là in parrocchia, ogni tanto gli telefono dall’Italia. Tra l’altro è un ragazzo giovane, non arriva ai quarant’anni e mi dice: “Il lavoro che sto facendo per i diritti umani non mi permette nemmeno di sposarmi: non posso mettere una donna e dei figli in pericolo di vita”. E’ una persona, e ce ne sono altre, che sanno di rischiare la vita, ma continuano a fare questo lavoro. Ma per capire la situazione ti parlo della mia comunità cristiana. (Continua in un prossimo Blog).

Piero Gheddo

Violenze anticristiane marchio infame in Siria

Nella guerra civile in Siria, per l’opinione pubblica occidentale i protagonisti sono chiari: da un lato la sanguinaria dittatura di Assad, dall’altro il popolo oppresso che si ribella con una resistenza eroica contro il tiranno. La realtà è ben diversa da come ci è presentata e non è la prima volta che i mass media occidentali prendono solenni cantonate, di cui poi nessuno si pente. Pochi ricordano che nella lunga “guerra di Corea” (1950-1953), gli americani che aiutavano il Sud a non farsi travolgere dal Nord erano colonialisti e imperialisti, i cinesi che aiutavano il Nord erano eroici “volontari” in soccorso dei fratelli. Chi allora aveva ragione oggi si vede. Nella guerra civile di Cuba (1955-1959) i “barbudos” di Fidel Castro e Che Guevara erano i “partigiani” contro i “fascisti” del regime di Batista e nasce la più lunga dittatura del mondo moderno. Nella guerra del Vietnam (1963-1975) e della Cambogia (1968-1975), Vietcong e Khmer rossi erano i “liberatori” dei popoli in rivolta contro le dittature filo-americane. E potrei continuare ricordando altri casi, ad esempio quando l’Occidente osannava Khomeini al potere in Iran (1979) perché aveva sconfitto il “Satana americano” e liberato il suo popolo dal tirannico Scià Reza Pahlevi. Ma da Khomeini è nato “il martirio per l’islam” e la “jihad” (guerra santa) contro l’Occidente che hanno portato al crollo delle Due Torri nel 2011, e non solo.

In Siria si sta verificando lo stesso schema? Nessuno lo sa, ma certo il racconto della guerra che ne fanno i media internazionali è ormai “politicamente corretto” nel senso che i ruoli sono segnati e non è facile dire il contrario. Mondo e Missione pubblica (dicembre 2012) un articolo di Giorgio Bernardelli che può aiutare a fare luce su questa che è stata definita “la guerra con meno informazioni dirette sulle due parti in campo”. Protagonista è una suora carmelitana siriana (64 anni), superiora del monastero di San Giacomo di Qara (cittadina presso Damasco), la voce più conosciuta di denuncia delle violenze subite dai cristiani in Siria e fondatrice del movimento «Mussalaha» che lavora per la riconciliazione, approvato e sostenuto dal patriarca greco-melkita Gregorio III Laham. Agnese Maria della Croce non prende posizione fra le due parti in lotta, ma usa parole scomode lamentando che le violenze delle milizie islamiste contro i cristiani hanno dato un volto nuovo agli oppositori di Assad. Suor Maria Agnese (siriana di 64 anni), minacciata dai ribelli e ora fuggita in Francia, cita dati e fatti precisi: “Ci sono più di duemila gruppi che operano in Siria, la maggior parte sono legati ad “Al Qaeda”, ai Fratelli Musulmani e ai salafiti. Non sono venuti per instaurare la democrazia, ma la legge coranica in nome di Allah…. Conosciamo il regime e il suo aspetto dittatoriale, le sue azioni non ci sorprendono. Ma che un’opposizione ufficialmente presentata come promotrice dei diritti umani, della democrazia e della libertà, agisca con violenza ancor più sanguinosa rispetto al regime, è un fatto che sciocca”.

Soprattutto suor Maria Agnese cita i fatti di Homs (vicina al monastero di Qara), città in cui vivevano migliaia di cristiani fuggiti nelle campagne e all’estero, l’ultimo dei quali ucciso all’inizio di novembre, un anziano che era rimasto nella sua casa per accudire il figlio disabile. La verità della guerra siriana a poco a poco viene a galla. Senza alcun dubbio il regime di Bashar al-Asad è totalitario e non ammette opposizione di sorta. Ha reagito con violenza inaudita alle prime manifestazioni popolari nel marzo 2011, che nel quadro della Primavera araba chiedevano libertà, democrazie, sviluppo. Ma è altrettanto vero che, in un anno e mezzo di guerra civile, i fanatici dell’islam, a livello di base come di guida strategica e tattica della guerra, hanno già preso il potere fra gli oppositori di Assad. In un appello reso noto il 26 ottobre 2012, il capo di “Al Qaeda” successore di Bin Laden, Al Zawahiri, è tornato a incitare i musulmani “di tutto il mondo a sostenere i loro fratelli siriani in tutti i modi possibili”, auspicando la fine del regime di Assad.

I cristiani non sostengono affatto la dittatura di Assad, ma non vorrebbero nemmeno che in Siria nascesse un altro regime estremista dell’Islam. La piccola grande carmelitana Agnese Maria ha vissuto sulla sua pelle il dramma dei profughi palestinesi e della guerra in Libano e per questo ha fondato il “Movimento della Riconciliazione” (Mussahala) che aveva in Siria un certo seguito. Oggi è costretta ad essere la voce credibile dei cristiani siriani e di molti musulmani che condannano le violenze anti-cristiane. La mia denunzia, ci tiene a precisare, “non è un complotto pro-Assad, ma una via per superare la violenza e dare voce al popolo siriano. Per scegliere il suo futuro ha bisogno di un minimo di sicurezza e stabilità, dopo aver assicurato la coesione del suo tessuto sociale gravemente colpito da tentativi di settarie frammentazioni, alimentate da sanguinosi attacchi da entrambe le parti».

Piero Gheddo

Eugenio Biffi vescovo in Colombia beato?

Una buona notizia dalla Colombia. Il 9 novembre scorso mons. Carlos Ruiseco vescovo emerito di Cartagena (la prima diocesi del Sud America sul Mar dei Caraibi fondata nel 1534) mi scrive che l’attuale arcivescovo di Cartagena, mons. Enrique Jimenez, ha deciso di iniziare la Causa di beatificazione  di mons. Eugenio Biffi (1829-1896), uno dei primi missionari del Pime mandato in Colombia da Pio IX e vescovo di Cartagena dal 1882 al 1896.

Per noi del Pime e per la Colombia un’ottima notizia. Il milanese mons. Biffi è stato uno dei grandi vescovi dell’Ottocento, quando la Colombia aveva una dozzina di diocesi (oggi ne ha un’ottantina) per un paese vasto quasi quattro volte l’Italia, che hanno salvato la fede del popolo dalle ideologie anti-cristiane in arrivo dall’Europa (massoneria, illuminismo, socialismo, liberalismo, radicalismo laicista). Morì lasciando una grande fama di santità, che ancor oggi sopravvive. E’ ricordato per lo spirito di sacrificio e di amore ai poveri che lo distinse nella sua missione in Colombia, prima tra il 1856 ed il 1862 come missionario, poi capo missione del Pime in Birmania, quindi vescovo di Cartagena dal 1882 al 1896, a quel tempo diocesi vasta come il Nord Italia. Un immenso territorio che Biffi visitava a piedi, a cavallo o in barca, spingendosi fino a villaggi sperduti che mai avevano visto un vescovo e nemmeno un  rappresentante dell’autorità politica. Le sue Visite pastorali, due all’anno, duravano due-tre mesi senza tornare a Cartagena e poter dormire in un vero letto. Eppure nonostante le avversità del territorio, la povertà della gente, il clima costantemente caldo umido e il fisico debilitato fin dai tempi della Birmania, questo era per mons. Biffi il momento più bello del suo mandato episcopale, tanto da fargli scrivere in una lettera del 1893: “Questa vita che si somiglia assai a quella del Missionario, si conforma di più al mio spirito”.

Biffi giunge a Cartagena nel 1882 accompagnato dal chierico ambrosiano Pietro Brioschi (poi suo successore come vescovo fino al 1943!) e trova la diocesi, da cinque anni senza vescovo, “in uno stato miserevole… Fra i 42 sacerdoti solo nove sono bastantemente buoni, ma anche tra questi vi sono alcuni di un carattere tale che non possono vivere in pace con nessuno e mi danno già più tribolazioni degli stessi concubini”. Non si perde d’animo, cerca con successo sacerdoti e suore con lettere accorate in Italia e in Francia, inizia quasi subito il seminario (allora inesistente), soprattutto incomincia a visitare la diocesi risvegliando la fede addormentata del suo popolo con la parola, la carità e il grande esempio della sua vita austera fino all’esaurimento delle forze. Le lettere che scriveva in Italia durante queste visite sono esemplari del suo spirito missionario e della sua vita totalmente dedicata al ministero sacerdotale.

Biffi fu anche uomo impegnato per la giustizia e lo sviluppo sociale della sua Cartagena e della stessa Colombia. Grazie anche ai suoi interventi,  il 4 agosto 1886 il Presidente Nunez (di Cartagena e amico di Biffi) dà alla Colombia la nuova Costituzione che inizia con la formula: “En nombre de Dios, fuente suprema de toda autoridad” e dedica il IV Titolo alla  Chiesa cattolica, riconoscendo i suoi diritti e il ruolo positivo che esercita nella storia colombiana. Questo document trasforma la vita della Colombia e sostituisce la precedente Costituzione radicale del Presidente Mosquera (1863) che penalizzava in ogni modo la Chiesa. Nel 1887 segue la firma del Concordato con la Santa Sede.

Ricordiamo ancora la rocambolesca fuga del Presidente della Repubblica Mariano Ospina nel 1861, incarcerato e condannato alla fucilazione dai radicali, resa possibile da un intervento ingegnoso del padre Biffi, allora semplice missionario, come ancor oggi riportato nei libri di storia di quel paese; oppure quando nel 1884, mettendo a repentaglio la propria vita, egli non esitò a far da paciere tra gli opposti schieramenti politici che si scontravano con le armi, all’indomani delle elezioni che avrebbero trasformato la realtà politica colombiana. Un comportamento super partes che nel 1885 provoca il bombardamento della sua abitazione da parte  degli assedianti di Cartagena. Il “vescovo santo” si salva uscendo in strada pochi minuti prima che la dimora episcopale crolli, per andare da una donna anziana e sola che aveva chiesto il suo aiuto!

La biografia di mons. Biffi è oggi disponibile nel “Quaderno” n. 7 dell’Ufficio storico del Pime, opera del giovane studioso Paolo Labate: “Cartagena de Indias missione speciale – Eugenio Biffi” (pagg. 244, Direzione generale del Pime, Via Guerrazzi, 11 – 00152 Roma – Tel. 06.58.39.151; oppure la Email: ufficio.storico@pime.org).

Nel novembre 1996, centenario della morte di Biffi, l’allora vescovo mons. Ruiseco organizzò solenni celebrazioni e diede inizio all’ “Anno Biffiano”, invitando anche il Pime. Ci sono andato, assieme a padre Giorgio Pecorari che veniva dal Brasile, visitando la città e alcuni villaggi della diocesi, soprattutto partecipando a diverse manifestazioni e incontri anche con le autorità cittadine, allo scopo di iniziare la Causa di beatificazione di Biffi, che un secolo dopo, in diocesi era ancora ricordato e pregato come “il nostro vescovo santo”. Molte prevedibili difficoltà hanno poi impedito negli anni seguenti l’inizio della Causa. Ma mons. Ruiseco, diventando vescovo emerito, ha continuato a pregare e lavorare per giungere alla meta, che, grazie a Dio, pare vicino.

Cartagena è una città fra le più antiche e belle dell’America Latina, fondata il 1° giugno 1533. Oggi si presenta come una città coloniale spagnola molto ben conservata, meta di tanti turisti specialmente nord-americani, con le “calles” ombrose e lastricate in blocchetti di pietra, le piazze circondate da palazzetti con balconi fioriti di legno intagliato, le chiese ed  santuari in stile barocco con le memorie dei santi, i palazzi delle autorità civili e il “Museo de Oro” densi di storia. Fra queste mura si sono girati numerosi films sulla colonizzazione spagnola dell’America Latina, fra gli altri anche il famoso “Mission” con Robert De Niro, Premio Oscar nel 1987.

«Voi missionari imponete una verità che non esiste»

Il 4 ottobre scorso ho tenuto una conferenza sui cristiani perseguitati in Nigeria nella Sala Filarmonica di Rovereto, cittadina del Trentino che ha una speciale relazione con la Chiesa in Nigeria. Un ascoltatore obietta: “Lei dice che i missionari portano la verità di Cristo e a volte muoiono martiri. Ma nel mondo moderno non esiste una verità assoluta, esiste la dialettica. Ciascuno dice quel che pensa e rispetta gli altri, non può imporre ad altri una verità che non esiste. Ma voi missionari fate proprio questo”. Nel nostro mondo secolarizzato e laicizzato, credo che questa mentalità sia abbastanza diffusa. Rispondo che se non esiste una Verità assoluta, ma tutto è relativo e cambia con i tempi, non c’è nemmeno Dio, che non può cambiare parere ad ogni generazione umana che passa; se non c’è Dio, non c’è nemmeno una legge morale ma ciascuno si fa la sua morale, secondo le proprie idee e tendenze; infine, nei battezzati che hanno perso il senso della loro fede, non esiste più nemmeno la fede in Gesù Cristo Figlio di Dio, la “salda roccia” del Vangelo sulla quale costruire la nostra vita.

Tuttavia, tenendo incontri e conferenze anche in ambienti laici, non raramente mi capita di ascoltare domande, obiezioni, pareri che mettono in dubbio la missione universale della Chiesa. La stessa proposta della fede in Cristo è vista come un attentato alla libertà altrui. L’individualismo radicale che trionfa nella cultura moderna (conta l’individuo, non la famiglia, il bene pubblico) porta a questa visione della libertà umana ed è una delle espressioni “di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l’apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione”, come ha detto Benedetto XVI in un discorso alla diocesi di Roma del 6 giugno 2005. E Giovanni Paolo II, nella sua enciclica “Fides et Ratio” (1999, n. 5) scriveva: “Nelle diverse forme di agnosticismo e relativismo presenti nel pensiero contemporaneo, la legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto ad un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo”.

Ho citato gli ultimi due Pontefici per sottolineare la caratteristica più provocatoria dell’Anno della Fede che stiamo vivendo (11 ottobre 2012 – Festa di Cristo Re 2013): la lotta contro il “relativismo”, che rappresenta la morte della fede e della missione alle genti. E’ una lotta che ciascun credente deve combattere nella propria coscienza prima ancora che nella società. E’ facile infatti che, vivendo in una società come quella attuale, dove in fondo ciascuno fa quello che vuole, con l’unico pericolo di essere beccato nel trasgredire le leggi e pagare la pena in multe, processi e condanne (e magari anche anni di carcere!), si formi anche nel credente una mentalità che a poco a poco scivola verso la deriva del relativismo. Quante volte sentiamo espressioni significative come queste: Fanno tutti così… In fondo, cosa c’è di male?… Ho la mia coscienza, non ho bisogno della Chiesa… Sono un cattolico adulto, non un bigotto…

L’Anno della Fede è anzitutto un appello ad interrogarci sulla nostra fede, sul nostro modo di essere discepoli di Cristo, convinti che la fede può essere un lucignolo fumigante e vacillante e può diventare il sole di mezzogiorno che illumina, riscalda, rende gioiosa la vita e quindi si trasmette facilmente agli altri. Il Sinodo episcopale in Vaticano del 7-28 ottobre 2012 era intitolato “La Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, che è un impegno di tutta la Chiesa e di tutti i credenti in Cristo. Ma per questo occorre che la fede sia vissuta in pienezza e porti ad una vita cristiana autentica che testimonia la verità di Cristo. I primi missionari della fede sono tutti i battezzati che, vivendo la vita nel mondo ma senza essere del mondo, mostrano in concreto come la fede vissuta nella stessa situazione di tutti è fonte di serenità, di gioia e di speranza, dà una marcia in più nella vita.

Tutto parte dal ricupero di una fede convinta, che sconfigge il relativismo: lo diceva il card. Ratzinger pochi giorni prima di diventare Papa Benedetto XVI, nella “Missa pro eligendo Pontifice” del 18 aprile 2005, quasi un anticipo di quello che avrebbe caratterizzato il suo Pontificato: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo”.

Piero Gheddo

 

Obama e i valori irrinunciabili della Chiesa

Si accusano come “di destra” i valori del matrimonio, della nascita, della morte naturale. Per la Chiesa questi sono “valori irrinunciabili” per lo sviluppo dei popoli. Aborto, sterilizzazione, controllo delle nascite, eutanasia, matrimoni gay hanno conseguenze nefaste per la soluzione dei problemi sociali.

Nelle elezioni americane del 6 novembre 2012, com’è noto, ha vinto Barack Obama e tutti auguriamo al Presidente USA di poter adempire il suo secondo mandato facendo scelte ispirate alla pace e allo sviluppo solidale del suo paese e dell’intera umanità. AsiaNews riporta la notizia con il titolo: “La vittoria di Obama preoccupa i mercati, ma potenzia il matrimonio gay”. E spiega che Obama è il primo Presidente a sostenere il matrimonio fra le coppie gay (cambiando la posizione che aveva nel 2008): “Nel Maine e nel Maryland si è andati alle elezioni per approvare (nel referendum) il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Finora i matrimoni gay erano riconosciuti in Massachusetts, Iowa, New York, Connecticut, New Hampshire, Vermont e District of Columbia, ma come decisione della Corte suprema. La vittoria alle urne mostra un profondo cambiamento nella mentalità della popolazione Usa. Secondo alcuni exit poll, i tre quarti di coloro che volevano il voto sul matrimonio gay sono sostenitori di Barack Obama”.

Mi chiedo: perché, in genere,  nei paesi dell’Occidente cristiano, i partiti e le coalizioni di sinistra sono favorevoli a molte soluzioni in campo sessuale e familiare, che la Chiesa cattolica condanna? Di per sé, quando la Chiesa, il Papa e i vescovi, parlano dei problemi che riguardano la visione cristiana della vita e del matrimonio, sono totalmente al di fuori delle dispute politiche fra destra e sinistra. Ma perché i partiti e le coalizioni di sinistra approvano quello che la Chiesa condanna in questo campo?

L’enciclica “Caritas in Veritate” (CV) di Benedetto XVI (2009) congiunge il diritto alla vita allo sviluppo di ogni popolo e dell’umanità (n. 28). La “questione antropologica”, su cui tanto insistono la Santa Sede e la Conferenza episcopale italiana, diventa a pieno titolo “questione sociale” (nn. 28, 44, 75). Nella CV i temi di bioetica sono letti in relazione allo sviluppo dei popoli. Il controllo delle nascite, l’aborto, le sterilizzazioni, l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono severamente condannati (sono “valori irrinunciabili” n.d.r.) non solo per la loro intrinseca immoralità, ma soprattutto per la loro capacità di lacerare e degradare il tessuto sociale, corrodere la famiglia e rendere difficile l’accoglienza dei più deboli e innocenti: “Nei paesi economicamente sviluppati – scrive Benedetto XVI (CV 28) – le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi… L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo…”. L’enciclica spiega che per lo sviluppo dell’economia e della società occorre impostare programmi di sviluppo non di tipo utilitaristico, ma che tengano “sistematicamente conto della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito”.

Spesso l’insistenza del Papa e dei vescovi, dalla “Humanae Vitae” di Paolo VI (1968) ad oggi, non è compresa nemmeno dai cattolici, una parte dei quali pensano che la difesa della vita e della famiglia passa in secondo piano di fronte alle drammatiche urgenze della fame, della miseria disumana, delle ingiustizie a livello mondiale e nazionale. Non capiscono il valore profetico di quanto dicono il Papa e i vescovi, che vedono nella cultura che rifiuta la vita la rottura sostanziale fra l’uomo e la Legge di Dio, con conseguenze nefaste anche per la soluzione dei problemi sociali.

Quando nelle legislazioni nazionali, come anche negli organismi dell’Onu e della Comunità Europea, prevale l’egoismo dell’uomo, com’è possibile pensare che poi, nell’accoglienza del più povero e del diverso, quest’uomo diventi altruista e animato dalla carità cristiana? Tra opere sociali e difesa della vita non esiste alcuna contraddizione, ma anzi c’è un’integrazione vicendevole, si  richiamano a vicenda, l’una non sta senza l’altra. La protesta per la fame nel mondo e per l’aborto hanno eguale significato e valore. Ma in Italia i No Global (la maggioranza dei quali cattolici) hanno fatto molte proteste contro la fame, nessuna contro gli aborti, nessuna contro le coppie di fatto, i divorzi, le separazioni, i matrimoni tra gay!  Accettiamo tranquillamente che in queste situazioni vinca l’egoismo umano e poi chiediamo che nella lotta contro la fame nel mondo prevalga l’altruismo. Dov’è la logica?

Se nei nostri Paesi occidentali e  cristiani si sfascia la famiglia, si dissolve anche la società, come purtroppo stiamo sperimentando. Non si capisce come mai una verità così evidente è snobbata da chi appoggia altri tipi di famiglia (tra i gay ad esempio) e toglie ai coniugi lo stimolo di un patto d’amore da consacrare di fronte alla società col matrimonio, favorendo le coppie che si uniscono e si separano liberamente, il divorzio, le separazioni, come  il “divorzio rapido” approvato dalla Spagna di Zapatero, che si realizza in 15 giorni.

Gli indici dell’Istat di qualche anno fa (2007) dicevano che le coppie sposate (religiosamente o civilmente) producono in media più figli di quelle conviventi, perché è provato che il matrimonio dà stabilità alla coppia e maggior sicurezza alla donna per fare un figlio. Ora, sappiamo che il popolo italiano è sotto lo zero demografico, cioè diminuisce di numero. Però come cittadini italiani aumentiamo perché i “terzomondiali” fanno molti figli. Come facciamo ad aiutare i popoli poveri, se non aiutiamo nemmeno noi stessi?                                   

 Piero Gheddo

Come Dio sa trarre il bene anche dal male

Cari amici lettori, vi racconto cosa mi è capitato domenica scorsa 28 ottobre. Di buon mattino parto in treno per Bologna, dove vengono a prendermi per andare in auto a Imola alla parrocchia dello Spirito Santo che celebra la festa patronale. Sceso dal treno, sto guardando un avviso dei treni in partenza per la sera, con la borsa ben stretta tra le gambe. Un grido improvviso: “Padre Gheddo!”, una ragazza di Bologna mi chiama da dietro, mi giro di scatto e non crollo dal dolore solo perché quella gentile donzella (che mi aveva conosciuto in una conferenza a Bologna) si è precipitata a sostenermi! Sono poi andato a Imola in auto, ho fatto una giornata di predicazione e catechesi sullo Spirito Santo e alla sera il parroco don Marco Renzi mi ha portato in auto a Milano con Celso Commissari, fratello del nostro padre Filippo, missionario ad Hong Kong. In ospedale l’ortopedico mi dice: “Padre, dopo i 70-80 anni non si fanno più movimenti bruschi!”. Lo terrò presente per la prossima volta.

Il “collegamento crociato” del ginocchio è fortemente infiammato. Se si rompe questo “crociato”, di cui ignoravo l’esistenza, andrebbe ben peggio. Riposo e ghiaccio, dovrebbe passare in 15-20 giorni. Una botta inattesa, continuo a lavorare, ma a rilento e mi accorgo, per un piccolo banale incidente, quanto siamo legati con un filo al tran-tran quotidiano. Siamo dei “precari” in tutta la vita!

Perché vi racconto questo fatto del tutto personale? Anzitutto perché ogni cinque giorni vi trasmetto notizie e riflessioni sulla missione della Chiesa e voi avete la bontà di seguirmi; ecco, questa volta vi trasmetto questa notizia “missionaria” e vi chiedo una preghiera. Grazie.

Il secondo motivo. E’ proprio vero che non tutto il male viene per nuocere e che la Provvidenza sa trarre il bene anche dal male. Il mio ritmo di vita, come anche il vostro suppongo, è travolgente. Il mondo moderno corre, non riesci più a fermarti: a 83 anni compiuti dovrei essere in pensione, ma ringrazio il Signore che mi tiene così tanto impegnato. Però, ecco che il buon Dio mi ferma con un ginocchio gonfio e dolorante! Che fare? Mi accorgo che ho più tempo per pregare e riflettere, sperando che, con l’aiuto di Dio, questo abbia effetti benefici almeno nella mia vita spirituale. Ciao a tutti e Dio vi benedica, vostro

padre Piero Gheddo

I missionari di Parigi per le vocazioni

In Italia, è una constatazione comune, le vocazioni per la missione alle genti sono drasticamente diminuite egli ultimi vent’anni e ormai ridotte quasi a zero. Quando nel 1995 ho iniziato ad insegnare nel seminario di filosofia e dell’anno di formazione del Pime, a Roma c’erano 21 alunni, di cui 15 italiani e sei stranieri. Quando ho smesso nel 2009, gli italiani erano tre, gli stranieri 12. A padre Alberto Caccaro, da 11 anni missionario in Cambogia (dopo 5 in Italia come animatore vocazionale) e oggi direttore del Centro missionario Pime di Via Mosè Bianchi a Milano, chiedo perchè, secondo lui, in Italia ci sono poche vocazioni missionarie. E’ stato da poco a Parigi in visita all’Istituto missionario MEP (Missione Etragères de Paris), che ha fondato la Chiesa in Cambogia. Personalmente ho conosciuto bene i MEP a Parigi e nelle missioni dell’Asia. Nel 2003 ho consultato a Singapore il loro Annuario ed erano 228 tutti di nazionalità francese, mentre quando andavo in Vietnam quarant’anni fa erano più di 700.

“Oggi, dice padre Alberto, hanno 28 seminaristi di teologia a Parigi tutti francesi.

Hanno aperto le porte delle missioni a tutti quelli che vogliono fare un’esperienza di un anno o due nelle missioni. Specialmente i giovani che hanno una qualche intenzione di diventare missionari, ma anche tutti gli altri, anche coppie sposate. Io ospitato una coppia sposata per un anno e adesso rimangono un altro anno; prima avevo ospitato alcuni giovani tutti sotto i 24 anni. A questi giovani il Mep fa la proposta precisa di diventare missionari. I superiori dell’Istituto seguono e visitano questi volontari laici nelle missioni. Li mandano anche dove non ci sono i Mep, come in Vietnam, dove attualmente ne hanno 24 sempre in parrocchie e con preti locali. A Parigi i MEP hanno un grande istituto, luogo molto aperto e fucina di attività missionarie. Ospitano decine di sacerdoti che vengono dalle missioni, specie dalle chiese dell’Asia, per studiare a Parigi. Quindi hanno tanti contatti con le giovani Chiese nelle quali hanno lavorato e possono mandare i loro volontari, oltre che con i loro missionari, anche con questi preti amici.

“La legge francese, continua padre Alberto, favorisce queste esperienze all’estero, copre le spese previdenziali e al rientro i giovani ricevono aiuti per riprendere il lavoro; anche per chi studia, un anno o due all’estero come volontari, da diritto a crediti formativi per gli studi e accredita per la futura carriera scolastica.

La legge francese ha sempre favorito anche le famiglie quindi la Francia un tasso di natalità nettamente superiore a quello italiano. Questo incide anche sul numero delle vocazioni. I Mep mandano questi giovani in missione dopo una breve preparazione. Dopo i primi contatti, vengono alla casa dei Mep a Parigi una settimana o dieci giorni e partono per la missione, ma sanno già che si tratta di un’esperienza cristiana, di fede, non solo di lavoro umanitario. L’esperienza suppone la convivenza con i missionari e il servizio alla Chiesa locale. Naturalmente poi fanno tutto quello che possono per aiutare i poveri, educare e altri lavori di missione. Ma la molla che li spinge è l’esperienza di fede e l’orientamento cristiano della loro vita. Quindi, chi vuol andare in missione con i Mep deve presentare un giudizio positivo di tre preti diversi, così avviene una selezione che aiuta a chiarire gli obiettivi dell’esperienza: i giovani sanno di dover lavorare in una missione e partecipare alla vita della missione”.

Chiedo a padre Caccaro come fanno i Mep ad avere così tante richieste, se la Francia è più secolarizzata dell’Italia e ha meno preti. Risponde: “I Mep pescano nel nocciolo duro del cattolicesimo francese, cioè quella fascia di cattolici per i quali l’appartenenza alla Chiesa è una scelta ponderata e custodita di generazione in generazione, che si è mantenuta fedele pur senza sottrarsi al confronto con la laicità prevalente nella società d’oltre alpe. Fra questi francesi, che non sono pochi in un paese di 63 milioni di abitanti, i giovani sono sensibili al richiamo delle missioni e i Mep si presentano come missionari e offrono la possibilità di due anni in missione, con tutte le garanzie legali e finanziarie. A quei giovani che con questa esperienza danno buona testimonianza di sé, propongono di entrare nel loro seminario. Se hanno 28 seminaristi francesi di teologia, si vede che hanno trovato la via giusta. Io ho visto che i volontari del Mep venuti in Cambogia, anche con me, i più hanno alle spalle una militanza tradizionale però non chiusi al mondo moderno o antiquati come idee, tutt’altro, proprio perché fedeli alla Chiesa e all’identità cristiana”.

Piero Gheddo