A rischio anche il Nord Camerun

In Italia si pubblicano poche notizie sul Camerun, uno dei pochi paesi africani che vive in pace da mezzo secolo, con un regime paternalista alleato con la Francia, che assicura libertà di stampa, di religione e di partiti politici; quindi, i 18 milioni di camerunesi godono di un reddito annuo medio procapite di circa 1.250 dollari USA, fra i più alti nell’Africa nera. Negli ultimi tempi il Camerun deve affrontare una grave emergenza: nella Nigeria del Nord si sta diffondendo l’estremismo islamico di “Boko Haram”, che proclama di voler distruggere “l’educazione occidentale”, cioè le scuole e le chiese cristiane, con molti morti e la fuga dei cristiani verso il Sud Nigeria. Nel febbraio scorso, Boko Haram ha sequestrato un’intera famiglia francese (compresi i 4 bambini), liberandoli due mesi dopo, forse con pagamento di un riscatto. Il 15 novembre scorso, l’agenzia Fides pubblica la notizia del sacerdote francese fidei donum padre Georges Vandenbeusch sequestrato da Boko Haram nella sua missione nel Nord Camerun ai confini con la Nigeria. Fino al 2011, in quella missione c’era don Felice Cantoni, “fidei donum” della diocesi di Como.

E’ una regione a rischio, dice don Cantoni e aggiunge: “Ho rischiato anch’io di essere ucciso, ma nel mio caso erano banditi comuni. Alle grida delle suore sono uscito dalla mia casa per vedere quello che succedeva e i banditi mi hanno sparato, ho sentito la pallottola fischiare vicino alla mia testa! Siamo sul confine con la Nigeria, ma finora il problema era il banditismo locale. La missione delle suore della Santa Famiglia di Bordeaux è stata rapinata a più riprese. Più volte ho dovuto seppellire dei poveri contadini che avevano cercato di opporsi al furto di bestiame ed erano stati uccisi. Adesso ci troviamo di fronte alla setta islamica di Boko Haram, che dal 2009 sta mettendo in ginocchio il nord-est della Nigeria. Il conflitto nigeriano già si avvertiva per la presenza di diversi rifugiati provenienti da oltre confine, che scappavano dalle violenze della setta” aggiunge don Felice.

Nel Nord Camerun sono presenti numerosi missionari, suore e volontari italiani, di varie diocesi e istituti (fra i quali il Pime e le suore del Pime, Missionarie dell’Immacolata). Finora le notizie sono buone, nelle città e villaggi la vita si svolge normalmente. Sono invece preoccupate le autorità del Camerun, che hanno preso misure adeguate (ad esempio, i viaggi lunghi fra le cittadine ai confini si fanno con la scorta di due o tre militari), per controllare il territorio e le eventuali infiltrazioni di Boko Haram; tanto più che in tre province del Nord Nigeria non c’è più la Nigeria, ma le tre province completamente nelle mani di Boko Haram. Tutte le forze dell’ordine se ne sono andate, la gente fugge dove può. L’esercito nigeriano sta tentando di riprendere il “suo” nord-est. Molti sono coloro che si stanno rifugiando in Camerun, dopo aver perso case, terre e raccolti. E in Camerun, i poveri che abitano le zone di confine stanno mostrando una solidarietà inimmaginabile, accogliendo nelle loro case e nutrendo “fratelli” che hanno bisogno di tutto.

Subito dopo il sequestro della famiglia francese, il governatore del Nord Camerun aveva disposto che tutti i bianchi che abitano nelle vicinanze della frontiera nigeriana ripiegassero su Maruà o, meglio ancora, rientrassero in Patria. I missionari, però, si erano opposti, dicendo che non si abbandona la gente quando il bisogno si fa più grande. Infatti, è arrivato l’insperato contrordine: sembra che il Papa stesso sia intervenuto a chiedere che sia permesso ai missionari di restare al loro posto. La missione della Chiesa è accanto a chi ha bisogno.

Un sacerdote italiano scrive: “La “crisi” attuale nel nord del Camerun non è destinata a passare velocemente. L’Islam estremista è sempre più armato e sempre più intenzionato ad allargare il suo territorio. Purtroppo qui la maggior parte della gente è troppo “semplice” per rendersi conto che aprire la porte a questo Islam non porterà a nulla di buono. Qui non c’è la possibilità di informarsi come da noi, di capire la differenza tra Islam e Islam. Il vescovo di Maruà è da sempre un indefesso promotore del dialogo e della pace tra le religioni, della convivenza fraterna. Ma, si sa, con gli estremisti le vie del dialogo raramente portano da qualche parte. Da quanto si capisce, Boko Haram vuole colpire il Camerun proprio nel suo “punto di vanto”: Paese in pace da oltre 50 anni, Paese d’integrazione religiosa, Paese aperto al mondo. E così fa di tutto per creare destabilizzazione. In queste ore, sono colpito e toccato dal coraggio di tanti confratelli e consorelle missionari, che non vogliono fare un solo passo indietro. Nessuno è incosciente. Nessuno ha voglia di lasciarci le penne. Ma nessuno intende neanche abbandonare il campo.

“Ieri sera – continua il sacerdote italiano – un padre francese mi raccontava che sta ricevendo molte chiamate da giornalisti del suo Paese per avere dettagli sul sequestro. In molti casi ha dovuto “difendersi” da accuse del tipo: Perché rimanete lì? Volete proprio andarvela a cercare? E se poi vi sequestrano, chi paga? Il Vaticano? Preti, suore, laici che la Chiesa manda in missione non partono per il gusto dell’avventura. E neanche perché sono dei disadattati nel loro Paese d’origine. Si parte perché Gesù ha detto : “Voi sarete miei testimoni fino agli estremi confini della terra”. Testimoni di Gesù attraverso l’annuncio della sua Parola, e, molto più, attraverso una vita spesa al servizio degli ultimi. Sul Suo esempio. Questo è tutto.

“Come si fa a parlare di “Uno” che ha dato la vita per il mondo, se, al sopraggiungere del pericolo, si dice: “Beh, adesso io ho finito: cavatevela da soli”? Il Vangelo, amici miei, non è una bella storia. Bella da raccontare, bella da ascoltare. Il Vangelo è programma di vita. Che credibilità avrebbe, se coloro che sono venuti ad annunciarlo (e qui la Chiesa ha solo 50 anni!), se ne andassero non appena il prezzo comincia ad alzarsi? Francamente i missionari non lo vogliono il martirio (di sicuro, non io!), ma quando parli di Gesù in mezzo a gente che la vita ha tenuto sempre schiacciata a terra, senti tutto il peso della Parola che stai portando. E capisci che non puoi scaricarlo. Detto questo, bisogna anche che vi tranquillizzi un po’. Onestamente non mi sembra che nella mia missione siamo esposti più di tanto. La frontiera nigeriana in linea d’aria è parecchio distante. Di più, l’esercito camerunese sta davvero mobilitandosi per proteggere le missioni. Quindi, vi invito a non avere particolari preoccupazioni per noi. Ma questa lettera andava scritta perché non può accadere che non si sappia! Il mondo deve sapere quello che accade. Raccomando di pregare per padre Georges, per noi e il nostro popolo. Il mondo è pieno di violenti, ma, grazie a Dio, la vita continua”.

Piero Gheddo

La Chiesa nella Libia d’oggi

La stampa italiana riporta spesso notizie sulla Libia, quasi sempre negative. Il grande paese (cinque volte l’Italia), con circa 6 milioni di abitanti, ha nel sottosuolo immense ricchezze naturali, che permetterebbero ai libici di avere un livello di vita paragonabile a quelli del Kuwait, Bahrein, Emirati arabi uniti, Brunei. Ma, dopo la caduta e il massacro di Gheddafi nell’ottobre 2011, il governo non controlla tutto il territorio, per le molte milizie armate che si contendono il potere nazionale o locale. La pagina di Riccardo Redaelli su “Avvenire” (“Libia, ostaggio delle milizie – Nel paese del petrolio manca l’elettricità”, 27 ottobre 2013) descrive in modo esauriente la situazione politico-militare del paese. Ma scarseggiano le notizie sulla situazione della Chiesa cattolica e dei cristiani. L’Annuario Pontificio del 2012, per i due vicariati apostolici di Tripoli e di Bengasi registrava 70.000 e 10.000 cattolici; l’Annuario del 2013 ne registra 10.000 e 3.000. Qual’è la situazione della Chiesa cattolica in Libia?

Anzitutto va detto che i libici sono tutti musulmani, non ci sono libici cristiani. Fino a due anni fa c’erano in Libia circa un milione di cristiani, soprattutto copti egiziani emigrati in Libia per lavoro; i cattolici erano tutti stranieri, dirigenti e lavoratori nei pozzi di petrolio, impresari e tecnici in numerose industrie create in Tripolitania (specialmente da italiani), operatori nel campo sanitario (medici e infermiere); e anche molti immigrati dall’Africa nera, con il proposito di attraversare il Mediterraneo e venire in Europa, ma che dovevano restare 3-4 anni in Libia a lavorare, con buoni stipendi. Da informazioni dirette risulta che molti stranieri in Libia sono ritornati quasi tutti in patria. Nel 1986 Gheddafi, che aveva creato una rete di ospedali e dispensari medici ma con pochi medici e infermiere locali, scriveva a Giovanni Paolo II chiedendo suore infermiere, dato che due suore francescane italiane avevano assistito con amore e dedizione suo padre nell’agonia e nella morte, in seguito ai bombardamenti di Reagan alle sei caserme in cui viveva la famiglia del capo libico. Nel 2010 il personale sanitario cattolico era di circa 10.000 medici e infermiere (90 suore, un migliaio di medici e 9.000 infermiere filippine, indiane, libanesi, italiane, francesi, polacche e spagnole). Il vescovo di Tripoli Giovanni Innocenzo Martinelli mi diceva: “Stanno cambiando l’immagine del cristianesimo nel popolo libico”.

Oggi la Chiesa sopravvive in Libia. I molti filippini che c’erano sono scappati durante la guerra, poi qualcuno è ritornato, ma sono poche le infermiere rimaste. In Tripolitania non c’è persecuzione, ma l’unica chiesa aperta a Tripoli è quella di San Francesco col vicario apostolico e vescovo mons. Giovanni Innocenzo Martinelli e quattro preti francescani minori (Ofm). A Tripoli i cristiani sono ancora abbastanza numerosi, anche filippini e altri stranieri. Ma le altre chiese aperte a Tripoli, Misurata e Sirte sono chiuse. Hanno abbandonato la Tripolitania due congregazioni femminili, quelle maltesi perché mancano di personale e quelle di San Vincenzo uscite durante la guerra. Sono rimaste le suore di Madre Teresa e poche altre. L’anno scorso, le Piccole sorelle di Gesù del De Foucauld sono morte in tre in un incidente stradale.

A Sebha nel deserto, a 800 km a sud di Tripoli (dove il padre Giovanni Bressan, dottore nell’ospedale cittadino, aveva fondato la parrocchia nel 1990), ci sono ancora i cattolici dalla Nigeria, Niger, Burkina Faso, Camerun che lavorano in quella grande città (90.000 abitanti) e tengono aperta la chiesa, la scuola, l’oratorio, si riuniscono per pregare e fare la catechesi. Ogni due settimane va un padre da Tripoli a celebrare la Messa, rimane con loro due-tre giorni e torna indietro. L’orientamento della Libia è ormai chiaramente di radicalismo islamico anche in Tripolitania, più o meno sotto il controllo del governo nazionale, che nel febbraio 2013 ha varato la legge che legalizza la poligamia, abolita da Gheddafi. Altro segno forte di una tendenza generale è che anche nelle città la maggioranza delle donne portano il burqa o il velo, mentre solo pochi anni fa specialmente le giovani vestivano all’occidentale.

In Cirenaica sono sempre stati più battaglieri dei tripolitani. A Benghazi è peggio che a Tripoli. Nell’autunno 2012 sono tornate in patria una quarantina di suore impegnate negli ospedali, perché minacciate di morte. Sono rimaste solo le Immacolatine di Ivrea, a servizio nell’ospedale di Benghazi, hanno la loro casa dentro l’ospedale, quindi sono al sicuro; e le tre suore indiane che sono nell’ospedale dei bambini, della congregazione svizzera Figlie della Santa Croce. A Benghazi c’è ancora il vicario apostolico e vescovo mons. Silvestro Magro con due padri francescani, nella Cattedrale minacciata più volte di essere saccheggiata e bruciata. Ma loro restano per assicurare una presenza cattolica nella capitale della Cirenaica, mantenere un rapporto con le autorità locali e assistere le suore in ospedale. Alcune volte il vescovo e i due frati vanno ad abitare con le suore dell’ospedale, quando le minacce sono credibili. A Benghazi, dove è stato ucciso l’ambasciatore americano, l’Italia ha tentato di aprire il Consolato italiano, ma hanno visto che è troppo rischioso; sempre a Benghazi, la chiesa dei copti egiziani è stata bruciata dagli estremisti, che hanno sequestrato il parroco qualche mese fa. La città di Derna e altre della Cirenaica sono oggi in mano ai quaedisti, ai fondamentalisti. Nella città di El Beida, fra Benghazi e Derna vicino a Cirene, dove è iniziata la rivolta contro Gheddafi, è rimasto un francescano polacco, che ha preso la casetta delle suore ed è rimasto per assistere la ventina di filippini che lavorano nell’ospedale. Questo padre cura diverse iniziative in città per aiutare la popolazione e finora ha potuto rimanere, in accordo con l’autorità locale.

Scomparso Gheddafi, è crollata l’unità del paese e la pace interna. Adesso molti lo rimpiangono, con lui c’era la pace, lo sviluppo, il commercio con l’estero, il turismo, il benessere che stava crescendo e l’islam moderato (Gheddafi controllava le correnti estremiste e salafite) stava conquistando a poco a poco la maggioranza dei libici. Adesso l’islam salafita è tornato alla ribalta vittorioso e domina facilmente nelle varie “kabile” (come in Libia chiamano le tribù) e nelle confraternite religiose.

Piero Gheddo

Luigi Pezzoni, medico e missionario dei lebbrosi in India

Il 12 novembre scorso è morto ad Hyderabad, capitale dello stato di Andhra Pradesh, il padre dott. Luigi Pezzoni (1931-2013), per 47 anni missionario in India, fondatore della prima parrocchia a Nalgonda (oggi diocesi) e del “Leprosy Health Centre”. E’ riuscito ad entrare in India nel 1966 perchè infermiere diplomato e specialista per la cura dei lebbrosi; più avanti, con studi ed esami in India, è poi diventato dottore in medicina. Sacerdote del Pime nel 1958, giunto in missione a Warangal nel 1966, dopo tre mesi di studio dell’inglese nella casa del vescovo, mons. Alfonso Beretta lo manda a Nalgonda con fratel Pasqualino Sala a imparare il telegu, lingua locale dell’Andhra. C’era già una chiesetta costruita da padre Carlo Bonvini e una piccola casa parrocchiale, ma Pezzoni era il primo prete residente a Nalgonda, dove c’erano già quattro suore indiane “Little Flowers” (fondate da padre Silvio Pasquali), cinque famiglie di battezzati e vicino alla città tre piccoli villaggi di cristiani.

Padre Luigi sapeva poco l’inglese e quasi nulla di telegu, ma non era uomo da starsene chiuso in casa a studiare. Aveva un carattere aperto, gioioso, un volto sorridente e il carisma di fare amicizia con tutti e di farsi voler bene. Con Pasqualino pregavano molto e si butta subito in moto a visitare i villaggi, adattandosi a mangiare come gli indiani, a dormire per terra su una stuoia di bambù nelle capanne di paglia e fango, a bere acqua di fiume; aveva recepito la tradizione missionaria del Pime con grande spirito di sacrificio. Soprattutto suona la fisarmonica e richiama bambini e ragazzi. In villaggi poverissimi, dove non succede mai niente, il passaggio del padre bianco è un avvenimento straordinario da ricordare, commentare, raccontare ad altri. Ai più poveri, cioè i fuori casta (i “paria”) il missionario porta medicine, visita i lebbrosi e li cura per quanto può.

Fin dall’inizio padre Pezzoni, con l’aiuto di fratel Pasqualino, parla di Gesù e di Maria, porta la Buona Notizia che è nato il Salvatore dell’uomo. In quell’ambiente di villaggi e di Chiesa nascente, Luigi è un vulcano di novità e di iniziative per la promozione umana della sua gente, grazie anche ai generosi aiuti che gli venivano dall’Italia e dal suo paese natale di Palosco (Bergamo), dov’è ancora molto ricordato e il 17 novembre scorso ho celebrato una Messa di suffragio nella grande chiesa parrocchiale strapiena. Veniva da un famiglia profondamente religiosa: tre sorelle tutte suore e quattro maschi, uno sposato e tre sacerdoti, uno dei quali è missionario in Nicaragua. I risultati dei suoi primi dieci anni di Nalgonda (1966-1976) sorprendono i confratelli missionari. Aveva trovato un migliaio di cristiani e ne lasciava 10.000 in 53 villaggi, con 70 catechisti da lui formati. Il catecumenato di tre anni lo facevano le suore catechiste “Little Flowers” di p. Silvio Pasquali. Nel 1966 Nalgonda è eretta in diocesi e nel territorio evangelizzato da padre Luigi il primo vescovo indiano, mons. Matthew Cheriankunnel del Pime, erige tre nuove parrocchie. Oggi la diocesi di Nalgonda ha 74.150 cattolici su 6.025.347 abitanti e un’estensione di 32.161 kmq; 65 parrocchie, 80 chiese (in muratura), un centinaio di sacerdoti diocesani, 17 sacerdoti religiosi, 362 suore. La forza di questi numeri, per una diocesi che non ha ancora 50 anni, rivela la bontà della semina fatta dai missionari del Pime.

Nel 1974 padre Pezzoni porta in India le prime due suore spagnole (conosciute in Spagna dove aveva studiato leprologia) e poi due nuove ogni anno. “Questo permesso straordinario l’ho ottenuto – mi raccontava nel 2005 – incontrando la primo ministro Indira Gandhi nel 1974, attraverso una sua amica di Hyderabad. Indira mi ha chiamato a Delhi e le ho spiegato il mio piano di formare suore e tecniche indiane per i lebbrosi. E’ stata contenta e mi ha dato otto visti per le spagnole, venivano due all’anno. Le suore Francescane dell’Immacolata di Valencia oggi hanno 300 suore anziane in Spagna e più di 70 suore giovani in India; una di queste, suor Ambika, sta imparando l’italiano, già scrive lettere ai benefattori e mi fa da segretaria”.

Pezzoni ha fondato a Nalgonda una cittadina cristiana, con molte opere caritative ed educative. Il villaggio di Shanti Nagar (Villaggio della Pace) con 100 casette per i lebbrosi ed ex-lebbrosi, casa e noviziato per le suore, casa per gli ospiti, un ospedale di 200 letti, una bella e grande chiesa (usata anche come aula comunitaria dai lebbrosi), una fattoria con campi coltivati e allevamento di animali da macello, quattro officine che danno lavoro a uomini e donne ex-lebbrosi (falegnameria, meccanica, calzoleria, artigianato e fabbricazione di arti artificiali per handicappati), un “boarding” (ostello) per un centinaio di studenti che vengono dai villaggi, una scuola con 500 alunni, molti figli di lebbrosi, ma ormai la lebbra guarisce, se presa a tempo. Diceva Pezzoni: “Con l’aumento dell’igiene e della nutrizione, la lebbra è molto diminuita: si usa una combinazione di varie medicine e il bambino che ha qualche macchia sul corpo guarisce in un anno e non gli rimane più niente. Abbiamo due-tre nuovi casi al mese, una volta erano decine”. Inoltre, p. Pezzoni ha esteso il suo servizio anche ad altri villaggi dell’Andhra Pradesh, aiutando 3.500 ragazzi e 5.000 malati di lebbra. Quest’anno circa 5.000 bambini poveri e figli di pazienti hanno ricevuto dal missionario una borsa di studio. Uno degli ultimi progetti lanciati da p. Pezzoni è la costruzione di un nuovo ospedale per la cura dell’Aids. Esso ospiterà 100 posti letto, darà possibilità di day-hospital con assistenza e distribuzione dei farmaci ai malati esterni, e comprenderà anche un ostello per studenti in visita o tirocinio presso la struttura. Iniziati nel 2012, i lavori saranno terminati nel 2015.

Fin dall’inizio, p. Pezzoni ha combinato il lavoro sanitario con quello pastorale, costruendo una trentina di chiese e cappelle e altre opere. Dal 1977 padre Luigi ha optato per rimanere nel lebbrosario, riconosciuto e premiato dal governo dell’Andhra Pradesh, e si è dedicato totalmente a lebbrosi ed ex-lebbrosi, sostenuto dal finanziamento dei suoi progetti da parte degli amici e del Pime e dell’Ufficio aiuto missioni (Uam) del Centro missionario Pime di Milano. Altri generosi aiuti dalla rete dei suoi amici in Italia, ai quali mandava frequenti lettere e relazioni sulle sue attività; e soprattutto dal segretario di Paolo VI, mons. Pasquale Macchi, suo grande amico, che gli ha mandato anche due statue di Manzù, una di Paolo VI e una di Gandhi, poste in due nicchie sulla facciata della grande chiesa che ha costruito nella sua cittadella. Dal 2003 padre Pezzoni ha costruito per la diocesi di Nalgonda i primi edifici del “Junior College Paolo VI” (Università cattolica), anche questo finanziato da mons. Macchi, che funziona con 500 alunni, a capo del quale c’è un giovane sacerdote diocesano. Anche quest’opera ha lo scopo di offrire ai cristiani e ai fuori casta una Università, perché in quelle statali è difficile per loro trovare posto. In una delle sue ultime lettere, datata agosto 2013, p. Pezzoni scriveva: “Continuiamo con gioia e amore il nostro servizio a tutti coloro che hanno bisogno del nostro aiuto. Non solo: ogni sera recitiamo il S. Rosario per tutti in modo che Dio doni il suo aiuto a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Piero Gheddo

Uruguay: un paese di cultura atea e socialista

Uno dei peggiori mali fisici, psichici e sociali che affliggono i popoli evoluti e ricchi, è la droga, tutte le droghe, che aumentano artificialmente le potenzialità psichiche e fisiche dell’uomo, ma ne distruggono il sistema neuro-vegetativo riducendo a poco a poco il drogato ad una larva d’uomo. La lotta contro la droga e gli spacciatori di droghe è una delle priorità di tutti i governi. L’Uruguay entrerà presto nel “Guinnes” dei primati, poiché è il primo governo della storia a liberalizzare le “droghe leggere”. Il presidente dell’Uruguay, Josè Mujica, ha spiegato perché sostiene e approva questa riforma: il proibizionismo e la lotta senza quartiere a livello continentale e mondiale contro il commercio delle droghe non sono riusciti a estirpare questo “vizio sociale”. Occorre combattere le droghe legalizzandone l’uso e statalizzando la distribuzione regolamentata di “droghe leggere”. Alle persona con più di 18 anni sono permesse al massimo 40 sigarette di marijuana al mese, i consumatori che superano tale quantità saranno costretti a sottoporsi a trattamento riabilitativo.

La nuova legge è approvata solo dal 38% e condannata dal 62% degli uruguayani, ma la riforma è stata varata con 50 voti a favore su un totale di 96 seggi dalla Camera dei deputati. L’opposizione ha tentato di ostacolare questa operazione, ma il “Frente Amplio”, coalizione di sinistra al governo, ha approvato il disegno di legge; e al Senato i filogovernativi hanno una buona maggioranza. Lo Stato “assumerà il controllo e la regolamentazione” dell’intero ciclo produttivo della cannabis e dei suoi prodotti, dall’importazione dei semi delle piante fino alla commercializzazione della marijuana, che verrà venduta al consumatore attraverso le farmacie.

Così l’Uruguay, dopo aver depenalizzato l’aborto e approvato, primo fra i paesi latino-americani, il matrimonio fra i “gay”, è il primo paese al mondo che liberalizza la droga, in modo più ampio di quanto hanno fatto Olanda e California. La storia di questo piccolo paese sud-americano spiega, almeno in parte, questo primato poco appetibile. Vi sono stato nel 1992, invitato per una relazione sul rapporto ecclesiale fra Italia e America Latina, ad un congresso delle Chiese latino-americane. Dall’inizio del Novecento fino a dopo la seconda guerra mondiale, l’Uruguay era definito “la Svizzera del Sudamerica” e “Il paradiso degli emigranti”. Un paese di solida democrazia, senza analfabeti, economicamente prospero, con leggi sociali molto avanzate, più di quelle dell’Europa a quel tempo. Oggi è un popolo deluso, precipitato in basso nella classifica del reddito pro capite, dopo aver occupato i primi posti per più di mezzo secolo. Come per la vicina Argentina, la prosperità dell’Uruguay era basata sulle esportazioni di grano, prodotti della pastorizia e carne di manzo. Dal 1950 in avanti è scoppiata la crisi di questi prodotti, perché Stati Uniti ed Europa hanno cominciato ad essere autosufficienti, tagliando le importazioni. Lo “stato sociale” uruguayano è crollato, aprendo la strada alla guerriglia dei “tupamaros” e ad una crudele dittatura militare (1973-1985).

Oggi il paese sta riprendendosi, ma nel 1992 ho viaggiato, accompagnato dai missionari italiani OMI (Oblati di Maria Immacolata) fino a Rivera, Tacuarembo, Paso de los Toros, Cardona, Mercedes e Punta del Este, per incontrare missionari italiani e ovunque mi hanno detto che il paese non ha ancora trovato una via autonoma allo sviluppo e attraversa una profonda crisi d’identità, che è anche quella delle ideologie dominanti dall’indipendenza ad oggi: l’ateismo e il socialismo. Va ricordato che l’Uruguay, esteso due terzi dell’Italia con soli 3,5 milioni di abitanti (il 50% dei quali vivono a Montevideo!), è una sconfinata prateria a perdita d’occhio (la “pampa”), con acque e terre fertili ma quasi disabitata. L’Uruguay è nato nel 1828 come stato cuscinetto fra Argentina e Brasile (cioè fra spagnoli e portoghesi) con soli 60.000 abitanti, che alla fine del secolo erano già 600.000 per i molti immigrati dall’Europa spesso scampati alle repressioni delle monarchie europee e della restaurazione dopo la Rivoluzione francese: carbonari, socialisti, repubblicani, radicali, rivoluzionari di ogni genere avevano fatto dell’Uruguay il loro rifugio, fra i quali anche Giuseppe Garibaldi. Questo spiega l’irrequietezza politica del paese, tormentato da numerose guerre civili, e il suo radicalismo progressista e anticlericale.

All’inizio del Novecento il presidente José Ordònez fonda uno stato politicamente democratico e socialmente avanzato: abolizione della pena di morte (1905), insegnamento e assistenza sanitaria gratuiti, pensione sociale ai nullatenente sopra i 60 anni, legge sul divorzio favorevole alla donna, il “Codice dei diritti dei lavoratori” (1920) che era considerato un modello dai paesi europei dopo la prima guerra mondiale. Lo “Stato assistenziale” dell’Uruguay ha funzionato bene fino agli anni cinquanta del Novecento, quando le esportazioni sono crollate e il paese, pur con forte tradizione socialista e progressista, è rimasto immobile, bloccato dalla mentalità conservatrice e dalla “crescita zero” demografica. Un piemontese, Rolando Passani che ha una piccola azienda tessile, mi diceva: “Quando sono immigrato in Uruguay nel 1953 con moglie e tre figli piccoli, questo paese era molto più avanzato della nostra Italia, politicamente ed economicamente. C’era un’atmosfera di libertà e di vivacità culturale che a me, dopo il fascismo, la guerra e le lotte ideologiche del nostro dopoguerra, mi sembrò straordinaria. Invece, negli anni sessanta il mondo è cambiato e qui tutto è rimasto immobile, per cui oggi molta gente vive in miseria e senza lavoro”.

In questo panorama, la povertà del popolo uruguayano che più mi ha colpito è quella spirituale. Un popolo scoraggiato, abbattuto, senza speranza e senza gioia di vivere. Oltre alla crisi economica soffre anche una forte crisi di identità nazionale. C’è un aspetto della tradizione e cultura uruguayana che spiega molte cose: l’ateismo e l’anticlericalismo che dominano la cultura e le istituzioni. L’Uruguay è il solo paese dell’America Latina nel quale un buon numero di persone non sanno che il 25 dicembre si celebra il Natale di Gesù Cristo. Infatti nel Calendario nazionale e nelle TV e giornali il Natale è segnato come “La Fiesta de los Ninos”, la Pasqua è “La Fiesta del Turismo”, l’8 dicembre “El dia de la Playa” (Il giorno della spiaggia quando inizia la stagione balneare). Dal 1919 il governo ha abolito i nomi religiosi di città e paesi: Santa Isabel è diventata Paso de los Toros (sebbene gli abitanti continuino a chiamarsi Isabeliti), San José è “Primero de Mayo”; nei giornali Dio si scrive dio, con la minuscola, la Costituzione proibisce tutti i segni religiosi in luogo pubblico. La Chiesa è stata pesantemente penalizzata e oggi la maggioranza della popolazione è senza assistenza religiosa, specie nelle campagne, per mancanza di sacerdoti. Nel 1992 a Montevideo la pratica religiosa, secondo dati ufficiali, era dello 0,5%, però nel censimento del 2011 il 54% degli uruguayani si dichiarano cattolici e il 26% atei.

Ricordando la mia visita nel 1992, a Mercedes incontro tre suore italiane “Serve della Divina Provvidenza” di Catania, alle quali è affidata una parrocchia di 10.000 abitanti, con un sacerdote che viene a celebrare una Messa alla domenica e nient’altro. “Abbiamo buoni rapporti con la gente – mi dice la superiora Maria Aurelia Ognibene – ci accettano volentieri nelle case. Il nostro lavoro è di visitare tutti, in città e nella campagna per farci conoscere e parlar loro della fede e della vita cristiana. C’è un’ignoranza spaventosa. Ad esempio, a noi chiedono l’assoluzione dei peccati. Della religiosità popolare c’è rimasto solo il battesimo e due o tre processioni l’anno. Non esiste il funerale religioso, mentre è abbastanza comune la Messa per i defunti. Il problema morale è grave. Ad esempio, le ragazze che vanno con uomini anche anziani per poter mangiare tutti i giorni, qui è considerata cosa normale. Manca assolutamente un sacerdote”. Da più d’un secolo le forze culturali e politiche dominanti hanno lanciato campagne per creare l’”uomo nuovo” attraverso l’ateismo, insegnato nelle scuole, e il socialismo: “Con la ragione e senza dio avremo un uomo felice” dice uno slogan tradizionale. Fin dall’Ottocento l’Uruguay è stato un paese dominato dalla Massoneria.

Padre Quinto Regazzoni, dei Dehoniani, mi dice: “Sono in Uruguay da 13 anni e ho visto il fallimento del razionalismo e della modernità senza Dio. Qui la religione è veramente esclusa dalla vita sociale, politica, culturale, scolastica e si vede fin troppo. Lo dimostrano le famiglie disunite: sette matrimoni su dieci finiscono nel divorzio, l’Uruguay ha la più alta percentuale di suicidi in America Latina, dove in genere il popolo è cordiale, gioioso, ride facilmente, mentre in Uruguay c’è molta freddezza. Il paese è demograficamente depresso dall’inizio del Novecento, solo la massiccia immigrazione dall’Europa ha fatto crescere di poco la popolazione”. I Dehoniani hanno a Montevideo un santuario della Madonna, frequentato da un buon numero di pellegrini. Mi dicevano che una notte hanno visto un’auto di lusso fermarsi davanti alla Grotta di Lourdes e scendere un uomo e una donna che si inginocchiano davanti a Maria. Un padre va a vedere e si trova davanti ad una delle più alte personalità dello Stato, che gli dice: “Per favore non dica a nessuno che mi ha visto qui. Siamo venuti per chiedere alla Madonna una grande grazia per nostro figlio. Se si venisse a sapere, la mia carriera politica sarebbe finita”.

Questo è quel che ho visto nel 1992, quando la situazione religiosa stava già cambiando in meglio, anche grazie ai due coraggiosi viaggi compiuti da Giovanni Paolo II nel 1987 e nel 1988. Mi dicono che oggi la situazione religiosa è migliorata. Ma a me basta quel che ho visto nel 1992, per giudicare come si riduce un paese e un popolo di immigrati, figli o nipoti di immigrati (il 40% di italiani!), in maggioranza formato da cattolici battezzati, con scarsa assistenza religiosa e con la cultura e politica nazionale che sono dichiaratamente atee e anticlericali.

Piero Gheddo

 

Un’alba di speranza per la libertà in Vietnam?

Leggo su “Asia News” una notizia dal Vietnam che mi riempie di gioia, perché significa che la frattura fra Nord e Sud, creatasi dopo la colonizzazione francese, è stata almeno in parte superata. A Saigon (oggi Ho Chi Minh City) si è potuto celebrare all’aperto una S. Messa in memoria di Jean Baptiste Ngo Dinh Diem, primo presidente cattolico del Sud dal 1953 quando l’accordo internazionale di Ginevra stabiliva la nascita dei due Vietnam (Nord e Sud), al 2 novembre 1953, quando venne assassinato assieme al fratello nel colpo di Stato compiuto dai militari sostenuti da Washington. Nazionalista e patriota, egli rappresentava per molti vietnamiti l’alternativa al regime comunista di Ho Chi Minh nel Nord, che già dal 1954 prometteva per radio che avrebbe “liberato” il Sud dai “colonialisti” francesi e americani.

La lunga “guerra del Vietnam”, che infiammò l’Occidente a sostegno del Nord contro il Sud, nacque in quegli anni e durò fino al 1975, quando il Sud, abbandonato dagli americani, venne occupato dal Nord e tutto il Vietnam precipitò nel comunismo di tipo staliniano. E’ solo un esempio di come l’Occidente, cioè l’opinione pubblica occidentale, nei 60 anni che ci stanno alle spalle ha preso spesso solenni cantonate nel giudicare e decidere le politiche da seguire in paesi lontani e diversi dai nostri (come succede quasi sempre ancor oggi riguardo ai paesi islamici). Il caso del Vietnam rimane esemplare e merita di essere raccontato.

Nel 1953 c’erano due Vietnam riconosciuti internazionalmente (come c’erano le due Coree e le due Germanie): al Nord un regime comunista sostenuto da Russia e Cina che statalizzava l’economia e perseguitava le religioni (specialmente i cristiani), provocando la fuga di circa due milioni di nord-vietnamiti verso il Sud, governato da Ngo Dinh Diem, che all’inizio rispettava le libertà di religione e di stampa, di partiti e sindacati. Nei primi anni il Vietnam del Sud, con gli aiuti francesi e americani, si sviluppava rapidamente, mentre al Nord peggiorava il livello di vita della gente, anche perché la dittatura diventava sempre più insopportabile. Nel 1957 incominciano i boicottaggi e gli attentati terroristici al Sud, dal Nord arrivano i “volontari” e gli aiuti militari per sollevare la gente del Sud contro il governo. Nel 1959 inizia la guerriglia condotta dai vietcong (partigiani locali) e dai militari nord-vietnamiti, che entrano clandestinamente nel Sud Vietnam dal Nord, da Laos e Cambogia. Il presidente Diem limita le libertà democratiche e chiede aiuti e consiglieri militari agli Usa. Nell’ottobre 1953 John Kennedy manda i primi reparti di marines per difendere il Sud, come già gli Usa avevano combattuto la guerra in Corea (1950-1953). E ancor oggi abbiamo due Coree.

In Vietnam succede il contrario. Diem non vuole americani combattenti nel suo paese, ma dopo il suo assassinio il 2 novembre 1963 i generali al potere spalancano le porte alla potenza militare americana. Infatti, gli Stati Uniti, pagando un pezzo altissimo (circa 58.000 morti americani!), hanno condotto in Vietnam una guerra che era impossibile vincere, con aerei, bombardamenti, cannoni e missili, non contro un esercito, ma guerriglieri che terrorizzavano la gente a livello di villaggi, mettevano bombe lungo le strade, compivano attentati terroristici anche nelle città. Il paese era diviso “a macchie di leopardo”, come si diceva. Invitato dall’arcivescovo di Saigon, Nguyen Van Binh, ho potuto viaggiare in quegli anni con missionari francesi o preti vietnamiti, visitando tutto il Sud e ho visto che ovunque la gente scappava dalle zone “liberate” per rifugiarsi in quelle tenute dall’esercito sud-vietnamita! Ho visitato villaggi che i vietcong occupavano per pochi giorni e compivano assassini mirati, impiantando il “tribunale del popolo” e massacrando i “collaborazionisti”, cioè il capo villaggio, i poliziotti, i capi delle cooperative, il catechista, l’infermiera, il giudice di pace, chiunque avesse una qualsiasi autorità! Ma quando Avvenire e Mondo e Missione pubblicavano le mie corrispondenze, anche fra i cattolici c’erano quelli che non mi credevano! Questa era la cultura dominante di quel tempo.

In quegli anni si è affermata la “terza forza” politica del Vietnam del sud, nata dal dialogo fra cattolici e buddisti iniziato nel 1996 per iniziativa di Paolo VI e formata da cooperative, sindacati, partiti, gruppi per i diritti dell’uomo, associazioni studentesche, associazioni di buddisti e di cattolici. La terza forza non voleva la dittatura filo-americana e nemmeno un regime comunista: chiedeva la pace nella libertà e nella giustizia ed ha avuto un peso notevole nel far cessare la guerra, con manifestazioni pacifiche contro il governo. Gli “Accordi di Parigi” del 27 gennaio 1973, firmati dalle due forze combattenti del Nord e del Sud, proclamavano la fine della guerra tra Nord e Sud, riconoscevano la “terza forza” come soggetto politico e assicuravano un governo che doveva rispettare la libertà di stampa e di religione, libere elezioni, pluralità di partiti, libertà di attività economiche, ecc. Nel marzo dello stesso anno gli americani si ritirano, il Nord manda nel Sud l’esercito regolare, la guerriglia diventa guerra totale di eserciti e nell’aprile 1975, l’esercito nord-vietnamita entra trionfante in Saigon, la capitale del Sud, e inizia il secondo grande esodo di circa 1,5-2 milioni di vietnamiti che fuggono dal loro paese ormai entrato, come diceva Solgenitsin “nell’eternità comunista”.

Dopo l’aprile 1975, i bonzi buddhisti, che nel 1963-1964 si immolavano dandosi fuoco nelle piazze contro la dittatura militare filo-americana, hanno continuato a protestare allo stesso modo contro la dittatura del Pcv (Partito comunista vietnamita), ma non hanno più avuto fotografi e televisioni occidentali pronti a riprenderli: il Vietnam era ormai tutto “liberato” e i mass media occidentali non hanno più informato sulle vicende di questo popolo. E quando è iniziato l’esodo dei vietnamiti e dei cambogiani dai loro paesi a rischio della vita, spesso si scriveva che erano i ricchi che fuggivano per non dover sopportare le fatiche della ricostruzione! Con l’aprile 1975 inizia per buddisti e cattolici una vera persecuzione, che continua ancor oggi e per i “montagnards” (i tribali animisti e cristiani delle montagne vietnamita) un vero genocidio etnico, lontano da qualsiasi interferenza straniera (come sta avvenendo in Tibet con la Cina). Dopo la metà degli anni ottanta, il Vietnam ha scelto la via del liberalismo economico congiunto con il pugno di ferro della dittatura e oggi registra un forte tasso di crescita economica. Ne siamo contenti, ma la persecuzione contro le religioni continua fra alti e bassi come prima. La celebrazione della S. Messa in memoria del presidente patriota del Vietnam, Ngo Dinh Diem (sempre demonizzato dal regime di Hanoi), è un piccolo segno positivo che speriamo possa avere seguito e dare al Vietnam quella “pace autentica” secondo gli Accordi di Parigi, firmati anche da Hanoi nel 1973.

Piero Gheddo

Eritrea: 5 milioni di eritrei in prigione

La prima colonia italiana, l’Eritrea (1889-1941), è oggi ritenuta il paese africano dove i diritti dell’uomo sono più violati e fornisce il maggior numero dei profughi africani che ogni giorno sbarcano (se non muoiono nel deserto o in mare) a Lampedusa e sulle coste della Sicilia. Non è nel caos politico-militare come Libia e Somalia, vittime di bande tribali o islamiste. L’Eritrea è sotto il tallone di Isaias Afewerki, storico capo del movimento indipendentistico eritreo, presidente dal 1993 (anno dell’indipendenza dall’Etiopia), che ha imposto un regime mono-partitico, eliminato i media indipendenti e schiacciato l’opposizione. Il popolo vive in un regime di terrore e di progressivo impoverimento, fino a denutrizione e fame diffuse, in un paese con 5 milioni di abitanti e 121.000 kmq (più di un terzo dell’Italia), che aveva una fiorente produzione agricola. Ho intervistato un profugo eritreo di 67 anni giunto in Italia all’inizio del 2013. Parla abbastanza bene l’italiano (aveva studiato nella scuola italiana di Asmara). E’ pienamente d’accordo con il “Coordinamento Eritrea Democratica” che nell’ottobre scorso ha promosso una manifestazione a Roma per protestare contro il governo eritreo, che è la causa prima delle migliaia di eritrei che tentano tutte le vie pur di fuggire dal loro paese. Gli chiedo com’è la situazione in cui si trova il popolo eritreo. Ecco la sua risposta:

“Abbiamo combattuto contro gli etiopi per avere la democrazia, la libertà, lo sviluppo e ci ritroviamo con un dittatore che peggio di così non credo sia possibile. Il presidente Afewerki ha studiato in Cina ai tempi di Mao Tze Tung ed è tornato in Eritrea per combattere la guerra di liberazione dall’Etiopia. Aveva una formazione e idee comuniste ed ha combattuto con l’aiuto di Russia e Cina; poi, acquistata l’indipendenza nel 1993, ha continuato con quei legami, consiglieri e aiuti, realizzando in Eritrea un regime maoista o staliniano che sta soffocando il popolo. Il paese è governato da un uomo solo. Anche i suoi collaboratori, se solo sospetta che tramano contro di lui, li fa gettare nelle terribili prigioni dei detenuti politici, dove marciscono migliaia di veri o supposti oppositori, che sono l’élite del paese. Dopo la guerra con l’Etiopia per i confini nel 1998-2000, quasi tutti i ministri del suo governo si sono uniti e hanno protestato col Presidente perché non si doveva fare la guerra (che ha distrutto le poche industrie che esistevano) e perchè era necessario andare verso la libertà di espressione. Il presidente li ha fatti arrestare tutti, mi pare 12 su 15, e gettare in carcere e oggi, con il sistema durissimo di quelle prigioni (dicono sotto terra), almeno la metà sono già morti. Sono migliaia i prigionieri politici, l‘Onu dice (giugno 2012) tra i 5.000 e i 10.000, ma io penso molti di più.

Dopo la guerra con l’Etiopia, Afeworki ha militarizzato il paese rendendolo una vera prigione per tutti. Non ci sono più giornali nè radio libere, chi parla male del governo è arrestato, chi sente radio o TV straniere lo stesso. Nelle famiglia c’è lo spionaggio di quel che si dice, di quel che si fa, di chi si incontra. Tutti si chiudono in se stessi e si cerca di sopravvivere. I giovani e le ragazze che arrivano ai 18 anni devono fare il servizio militare obbligatorio, che si sa quando comincia ma non quando finisce. Non ci sono più università, ne è rimasta una sola del governo, ma è un campus per pochi privilegiati, che fanno gli esercizi militari e studiano. Nessuno può emigrare prima dei 50 anni. Dopo sì, perché hanno interesse a mandare fuori gli anziani che poi aiutano i parenti e quindi l’Eritrea.

Con l’Etiopia non c’è guerra, ma i confini sono bloccati, nessuno passa, nessuno commercia, non si può nemmeno telefonare in Etiopia. Se un eritreo vuole telefonare ad un suo parente in Etiopia,deve telefonare in Italia e pregare qualcuno che telefoni in Etiopia per lui. All’inizio del 2013 c’è stato un tentativo di ribellione. Generali e colonnelli si sono ribellati e dai confini con l’Etiopia sono arrivati fino a Decameré e poi ad Asmara, ma sono stati fermati dai carri armati, ne hanno ammazzato molti, altri sono fuggiti o in prigione. Non c’è persecuzione contro i cristiani, la Chiesa copta, dopo qualche tentativo di ribellarsi, adesso è succube e manovrata dal governo che aveva tentato di fare un altro patriarca, ma poi il popolo si ribellava e hanno fatto marcia indietro. La Chiesa cattolica è l’unica che ha preso posizione con i suoi vescovi denunziando la violazione della libertà e dei diritti dell’uomo. Cinque anni fa il governo varò una legge che penalizzava fortemente le religioni, i vescovi cattolici erano gli unici che dichiaravano di non essere d’accordo e la gente diceva: “Meno male che i cattolici, piccola minoranza, hanno coraggio di resistere alla dittatura”. Poi si unirono anche i copti e i musulmani.

Il governo non ha nazionalizzato l’economia perché chi lavora, chi commercia, chi fa iniziative è sempre il partito. L’Eritrea esporta un po’ di pesce e di prodotti agricoli pregiati e ha un certo numero di turisti. Ultimamente ci sono miniere d’oro che viene esportato. La ferrovia fatta dall’Italia fra Massawa e L’Asmara che passa dal mare ai 2300 metri di altezza della capitale, era una meraviglia di gallerie, ponti,viadotti. Adesso c’è qualche vecchi littorina italiana usata quasi solo per turismo. Asmara è stata definita la più bella capitale dell’Africa ed è vero. Ci sono chiese, palazzi, piazze, viali, dove si vede l’influsso degli anni trenta dell’Italia e dell’Europa di quel tempo. Gli architetti italiani si sono sbizzarriti a costruire secondo tutti gli stili architettonici che c’erano in Europa fra le due guerre mondiali. E poi c’è il sole, il clima meraviglioso in tutte le stagioni, le regioni dell’altopiano eritreo che contengono anche ruderi del passato cristiano di molti secoli addietro, le famose chiese costruite fra le rocce e nelle rocce. Ma oggi tutto è in mano del governo, anche commercianti e negozianti lavorano per il governo a 500 “nafka” al mese (cioè circa 5 Euro), perchè importa solo il governo. L’Eritrea potrebbe vivere bene se fosse libera, ma com’è adesso sta morendo.

Piero Gheddo