Il divorzio 40 anni dopo

Quarant’anni fa, il 22 maggio 1974, il referendum abrogativo della legge sul divorzio approvata dal Parlamento nel dicembre 1970 (proposta dal socialista Loris Fortuna e dal liberale Antonio Baslini), venne approvato solo dal 40,7% dei votanti; il 59,3% aveva bocciato il referendum. Quel voto ha segnato l’agonia lenta ma costante del matrimonio e della famiglia tradizionali in Italia. Ricordo benissimo la compagna contro il divorzio a cui anch’io, per quel poco che contavo, mi sono impegnato, avendo sperimentato la bellezza e gioia di una famiglia unita e soprattutto, leggendo e meditando i testi di Paolo VI e dei vescovi italiani, mi rendevo conto che, col divorzio diventato legge di stato, iniziava il dissolvimento della famiglia e quindi della società italiana.

Ancora una volta si è avverato il detto dei latini “Lex creat mores”, la legge crea il costume. Oggi, 40 anni dopo, possiamo vederlo con chiarezza. Le famiglie regolari sono minoritarie, diminuiscono i matrimoni religiosi e civili, diminuiscono in modo drammatico i bambini. aumentano le libere convivenze e un numero sempre maggiore di giovani non si pongono più la meta di unire la propria vita ad una donna o a un uomo, per creare una famiglia stabile; rimandano la scelta decisiva e a 40 anni si ritrovano “singoli”. Trionfa “il sesso libero” invocato dai sessantottini, e nel Parlamento italiano sono in cammino le leggi del matrimonio fra i gay, le adozioni di bambini da parte di sposi o conviventi gay, le inseminazioni artificiali, l‘utero in affitto, il “divorzio breve” che risolve tutto in sei mesi, l’omofobia, ecc.

Le conseguenze sono tutte negative: si formano meno famiglie, nascono pochi bambini, e soprattutto i genitori precari danno vita a persone che portano dentro il tarlo della precarietà. Una giovane insegnante di scuola elementare qui a Milano mi dice che dopo pochi mesi di scuola già si possono individuare almeno alcuni dei bambini che non hanno genitori stabili, i cui genitori non sono uniti, bisticciano; l’insegnante non si può dire: “Obbedite ai vostri genitori” perché qualche bambino risponde: “Io due papà e mamma, a chi obbedisco?”. L’Italia manca di bambini (noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità all’anno!) e un certo numero dei giovani che ci sono, secondo Riccardo Gatti di una Asl milanese, “il 24% di ragazzi abusa di alcool e droghe” (Avvenire, 25 maggio 2014). Invece di andare all’oratorio, oggi molti giovani vanno in discoteca e certamente la loro formazione umana e morale non ci guadagna.

Il divorzio non è un problema dei cattolici. Lo diceva con forza il giurista prof. Gabrio Lombardi, laico non credente che presiedeva il “Comitato nazionale per il referendum sul divorzio”. Leggo in un suo ritaglio stampa di quel tempo questa profezia: “Se gli italiani approvano la legge sul divorzio, distruggono la famiglia tradizionale e la stessa società italiana, poichè la società si fonda sulla famiglia prima che sullo stato”. Aveva ragione, e con lui il Papa, i vescovi italiani e numerosi deputati Dc, compreso il segretario del Partito, on.le Amintore Fanfani, che si spese generosamente nella campagna contro il divorzio. “Ma il fronte cattolico si presentò diviso di fronte al divorzio – scrive lo storico Gianpaolo Romanato dell’Università di Padova (Avvenire, 25 maggio) – ma non bisogna dimenticare che era già diviso da prima, si era spaccato nell’immediato postconcilio”.

So bene che il problema è complesso. “E’un problema di diritti e di libertà, dicevano i divorzisti. L’amore dura fin che dura, se due sposi non si amano più è meglio che si separino e si sposino di nuovo”. Il Sessantotto ha lanciato il tema dei “diritti”, tutto era diritto, ma di “doveri” non si parlava e non si parla quasi più. Papa Francesco ha detto recentemente: “Ogni bambino ha il diritto di avere un papà e una mamma”. Ma questo diritto non si ricorda mai, non esiste più. Come al solito prevale il diritto (o il capriccio, l’egoismo) dei più forti. Il sessantotto ha imposto alcune delle tante ideologie di cui ancora soffriamo: il relativismo, l’individualismo e si perde il senso della vita. Se non esiste più una verità assoluta non esistono più valori assoluti, quindi nulla per cui valga la pena di spendere la vita. Il quotidiano cattolico “Avvenire” ha pubblicato un articolo intitolato: “Quella legge che cambiò l’Italia” (25 maggio 2014). Non so cosa ne pensano i lettori, per me l’ha cambiata in modo estremamente negativo.

Piero Gheddo

 

I frutti del Martirio di Mario e Isidoro

“Sanguis martyrum semen cristianorum”. La storia della Chiesa prova la verità di questo detto di Tertulliano, il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani. L’ultima dimostrazione è nella beatificazione dei due martiri padre Mario Vergara missionario del Pime (1910-1950) e il suo catechista Isidoro Ngei Ko Lat (1918-1950), martirizzati il 25 maggio 1950 e beatificati oggi, 24 maggio 2014 nella Cattedrale di Aversa (Caserta) dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione dei Santi.

Della loro e del martirio si è già scritto molto. Isidoro è il primo cristiano nato in Birmania che diventa Beato e questo è un forte segno per la Chiesa di Myanmar e specialmente per la diocesi di Loikaw e dello Stato di Kayah, che nell’ultimo mezzo secolo ha conosciuto un incremento straordinario di battezzati e di catecumeni. Il Myanmar è uno Stato federale e Kayah è lo stato dei cariani (karen), l’etnia evangelizzata dai missionari del Pime che sono in Birmania dal 1867. Oggi, su circa 300.000 abitanti, i cattolici battezzati sono 80.000, circa il 25% della popolazione in gran parte animista (il culto degli spiriti), ma anche appartenenti a varie Chiese e sette protestanti.

In tutta la Birmania, su 53 milioni di abitanti, i cattolici sono circa 500.000, meno dell’1%. Quale il segreto di questo movimento di conversioni a Cristo fra le tribù? Lo spiega la storia delle missioni in Birmania, che hanno avuto un glorioso passato (1721-1830) di cui furono protagonisti i Barnabiti italiani, inventori e stampatori dell’“Alphabetum Barmanum” e avevano convertito alcuni membri della famiglia reale dell’Impero birmano che si estendeva anche all’attuale Thailandia. La missione moderna inizia nel 1834 con i Missionari di Parigi, che si fermano all’etnia dominante del paese, i birmani, di religione buddista. Ma i birmani sono circa il 60% degli abitanti, gli altri appartengono e numerose etnie tribali di religione animista.

Quando il Pime entra in Birmania nel 1867 all’inizio della colonizzazione inglese, vista l’impossibilità di convertire i buddisti, i missionari attraversano il fiume Sittang ed entrano nelle regioni tribali, contro il parere del governatore inglese che dice: “Se passate il fiume, noi inglesi non possiamo più proteggervi”. Il capo missione, padre Eugenio Biffi, risponde: “Ma noi siamo protetti da Gesù Cristo”. Così nasce la Chiesa del Myanmar, anche oggi formata in gran parte dalle popolazioni primitive che allora vivevano ancora in un tempo preistorico. Attraverso le scuole e l’assistenza sanitaria delle missioni cristiane (anche protestanti), oggi i tribali hanno acquisito una buona promozione sociale e una forte identità delle loro etnie e culture.

I missionari del Pime hanno evangelizzato la Birmania Orientale fondandovi una arcidiocesi e cinque diocesi (su 16), che complessivamente hanno poco meno della metà dei cattolici del paese; e hanno portato nel paese le due principali congregazioni femminili: le Suore della Riparazione (presenti dal 1895) e le Suore di Maria Bambina (dal 1912). Importante anche il metodo missionario: non aspettare in città i tribali che volevano convertirsi (come facevano i missionari protestanti), ma mettere missionari residenti sul posto nei punti più importanti di quei vasti territori; e poi visitare i villaggi, fermarsi a mangiare e dormire, vivere con la gente più umile, promuovere il loro sviluppo umano anche attraverso il Vangelo, insomma donare veramente la vita per il popolo, che infatti rispondeva bene. Nei primi50 anni della missione in Birmania, l’età media in cui morivano i missionari italiani era sui 35 anni, morivano denutriti e di stenti perché non avevano soldi per acquistare cibo sostanzioso. Quando il Beato padre Paolo Manna visita la prefettura apostolica di Kengtung (1928), dice a mons. Bonetta: “Se ti muore ancora un missionario sotto i trent’anni, non ti mando più nessuno”. Il povero Bonetta, anche lui strapelato, visitando i missionari quando ne trovava uno troppo magro, lo mandava per un mese nella casa episcopale “perché là potrai mangiare meglio”. E il Beato Clemente Vismara, che allevava galline e anitre, quando veniva a trovarlo un confratello gli dava da bere due uova sbattute con un po’ di zucchero, come ricostituente; una volta, un suo fratello gli manda un scatola di dolci italiani e lui ringrazia ma scrive: “Non mandarmene più, è meglio che io dimentichi che esistono queste dolcezze”.

Ho scritto la storia del Pime in Birmania (“Missione Birmania”, Emi 2007) e leggendo le lettere dei missionari, spesso mi sono commosso fino alle lacrime, quando raccontano eroismi oggi per noi impensabili come fatti ordinari della loro vita, avendo anche visitato più volte quelle montagne e foreste ai confini con Laos, Cina e Thailandia. Le conversioni a Loikaw e nelle Birmania orientale vengono dai cinque martiri del Pime e dai tanti martiri fra i preti, i catechisti e i laici indigeni, ma anche da questo metodo di fare missione, vivere fra il popolo. Papa Francesco non lo conosce, altrimenti l’avrebbe citato nella sua “Evangelii Gaudium”, dove insiste molto sulla povertà della Chiesa e dei pastori del gregge di Cristo.

Piero Gheddo

 

L'islam condanni la violenza sull'uomo

Negli ultimi tempi sono troppe le notizie che riportano con forza alla ribalta il terrorismo, l’estremismo di radice islamica, ma scivolano come acqua sulla pietra, senza suscitare dibattiti, proposte, prese di posizione, incontri, dialogo con i fratelli musulmani in Italia. Pare quasi che discutere dell’islam, come si fa del cristianesimo, sia uno dei tanti tabù che il “politicamente corretto” ha imposto all’informazione e alla cultura italiana. Non si può parlare male dell’islam, si dice, perché è una grande religione praticata da un miliardo e 300 milioni di fedeli, in più di trenta stati a maggioranza islamica. Sono convinto anch’io di questa affermazione che ho sostenuto spesso. Ma di fronte a questa serie di notizie non solo negative, ma tragiche, che esprimono una crudeltà e una ferocia disumane e la mancanza assoluta della misericordia e del perdono, vedo che molti ormai, tacitamente, si convincono di questo: l’islam stesso è una religione imbevuta di violenza.

Non so se è vero, spero e prego di no, questo è comunque un pericolo grave anche per la nostra amata Patria. Non è più possibile tacere, non possiamo più far finta di niente. Ecco cosa dicono le cronache quotidiane: crocifissione di cristiani in piazza a Maalula, l’antico villaggio cristiano della Siria, dove si parla ancora l’aramaico; in Sudan una donna musulmana condannata a 100 frustate e all’impiccagione per aver sposato un cristiano; 200 e più studentesse rapite da Boko Aram in un villaggio cristiano in Nigeria e vendute come schiave del sesso; il progresso militare dell’islam violento in Niger, Nord Nigeria, Ciad, Repubblica Centroafricana; da due anni e mezzo la Siria è distrutta dalla guerra civile fra opposte fazioni dell’islam; la guerra civile sta esplodendo anche in Libia, dopo il massacro del dittatore Gheddafi due anni e mezzo fa; l’Egitto è tornato alla dittatura militare, dopo la breve esperienza democratica che aveva mandato al potere i Fratelli musulmani; i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente stanno riversando ogni giorno sull’Italia migliaia di profughi disperati, che nessuno è in grado di fermare; in Brunei, il paese più ricco del mondo per il petrolio, il Sultano ha annunziato che torneranno gradualmente alla Sharia, la legge islamica applicata integralmente; in Turchia, il presidente “islamico moderato” Erdogan sta riorientando il paese verso un’islam sempre meno democratico.

L’elenco potrebbe continuare. Nessuno si interroga: dove sta la radice di queste violenze e crudeltà che sembrano caratterizzare i popoli che praticano l‘islam? Nel colonialismo europeo e americano? Un certo “terzomondismo” datato ancora lo sostiene. Domenica scorsa 18 maggio, in Tv un “esperto” italiano ha detto che il sequestro delle 200 e più studentesse in Nigeria è colpa anche dell’Occidente, perchè la Nigeria galleggia sul petrolio, ma le ricchezze che questo “oro nero” produce finiscono allo 0,7% dei nigeriani e il popolo rimane nella miseria, che è la radice del terrorismo! Affermazione a cui nessuno crede, ma bisogna dirla per stare nel “politicamente corretto” di cui stampa e Tv sono protagoniste e vittime. Capisco che la paura dell’arroganza integralista e del terrorismo di radice islamica ci condizionano pesantemente, ma non è un buon motivo per tacere quando si tratta di difendere l’uomo e i suoi diritti.

Benedetto XVI, che parlava con sincerità, nella famosa conferenza all’Università di Ratisbona (13 settembre 2006) ha detto che l’islam, per entrare nel mondo moderno, deve “confrontarsi con la violenza sull’uomo per Dio, che non esiste, non può esistere”. Il 19 marzo 2009, lo stesso Benedetto XVI, incontrando nella Nunziatura di Yaoundé 22 rappresentanti dell’islam, che rappresenta il 20% della popolazione camerunese, ha detto: Le religioni debbono collaborare per “rendere manifesto il vasto potenziale della ragione umana, che è essa stessa un dono di Dio… Ciò che è ‘ragionevole’ va ben oltre ciò che la matematica può calcolare, la logica può dedurre e gli esperimenti scientifici possono dimostrare”. Il “ragionevole”, ha spiegato il Papa, “include anche la bontà e l’intrinseca attrattiva di un vivere onesto e secondo l’etica”. Questa visione della religione, ha aggiunto, “rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo: non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione. In realtà, religione e ragione si sostengono a vicenda, dal momento che la religione è purificata e strutturata dalla ragione e il pieno potenziale della ragione viene liberato mediante la rivelazione e la fede”. Il Pontefice ha concluso il suo discorso auspicando che “l’entusiastica cooperazione tra musulmani, cattolici ed altri cristiani in Camerun sia per le altre Nazioni africane un faro luminoso sul potenziale enorme di un impegno interreligioso per la pace, la giustizia e il bene comune”.

E’ anche l’augurio che ogni uomo di buona volontà esprime oggi e che si può realizzare anche entrando davvero in dialogo con i musulmani di casa nostra (non solo personale, ma di enti culturali e altre associazioni), senza tabù e ipocrisie, interrogando i musulmani su questo tema, disposti ad accettare i valori dell’islam e della tradizione islamica, che sono tanti e di cui anche noi cristiani abbiamo bisogno.

Piero Gheddo

 

 

L'avventura di scrivere l'enciclica missionaria

Nel settembre 1989, mentre ero a Mondo e Missione a Milano, squilla il telefono: «Sono il segretario del Papa. Guardi la sua agenda: lei è libero il 3 ottobre prossimo?». «Sì, sono libero, perchè?». «Il Papa la invita a un incontro con lui e a pranzo, per discutere della nuova enciclica missionaria che ha programmato».

Così è nata la mia collaborazione alla “Redemptoris Missio”. Abitavo nella casa generalizia degli Oblati di Maria Immacolata (OMI) col superiore generale padre Marcello Zago. Avevo diversi schemi dell’enciclica e le note preparate da una commissione che aveva interrogato Conferenze episcopali, facoltà teologiche, istituti missionari, altri enti interessati; e alcune pagine di Giovanni Paolo II su cosa intendeva dire.

Così, dal 3 ottobre al 7 dicembre 1989 ho lavorato 12-13-14 ore al giorno alla macchina da scrivere, senza leggere giornali o vedere la Tv. Un lavoro faticoso ma appassionante, una corsa contro il tempo interrotta solo dalla preghiera e da una passeggiata alla sera dopo cena nel parco con padre Zago. Quando finivo di scrivere un capitolo, Zago lo portava in Segreteria di Stato e al Papa; alcuni giorni dopo ricevevo le osservazioni del Papa, scritte a matita o con la biro.

Ci mettevo tanta passione e impegno che il lavoro non mi pesava affatto, anzi quel servizio diretto al Papa e alla missione alle genti mi esaltava: non sono mai riuscito ad andare in missione per fare il giornalista e finalmente il Signore mi ricompensava. Abbiamo poi convocato padre Domenico Colombo del Pime, specialista di teologia missionaria ed esperto di ecumenismo e di dialogo con le religioni non cristiane: ha dato un contributo notevole.

Consegnata al Papa la prima stesura dell’enciclica il 7 dicembre 1989, sono stato richiamato a Roma un mese per la seconda stesura (marzo 1990) e una ventina di giorni per la terza (luglio 1990): il primo e il secondo testo mandati alle persone ed enti consultati, che mandavano le loro osservazioni, il Papa poi dava direttive per procedere alla seconda e terza stesura del documento. La Redemptoris Missio porta la data del 7 dicembre 1990, XXV dell’ Ad Gentes, ma presentata il 22 gennaio 1991, per dare tempo alle traduzioni e stampa in varie lingue.

Il mio lavoro è stato molto modesto: trascrivere i concetti e le indicazioni del Papa in uno stile facile, immediato e, come mi ha detto Giovanni Paolo II, «giornalistico». Sono rimasti alcuni slogan spesso citati: «La fede si rafforza donandola» (n. 2); «La missione è un problema di fede» (n. 11); «Dio sta preparando una nuova primavera del Vangelo» (n. 86); «Il vero missionario è il santo» (n. 90).

Qualcuno mi ha chiesto: scrivendo l’enciclica, non ci hai messo dentro qualcosa che volevi metterci? Assolutamente no, l’enciclica è di Giovanni e di nessun altro; ma Marcello Zago, Domenico Colombo e io, un certo influsso l’abbiamo avuto, specie nel modo di impostare i problemi e le soluzioni (il Papa aveva un approccio più dottrinale, noi più pragmatico); e qualche volta anche nel proporre di introdurre temi che gli schemi precedenti avevano trattato in tono minore o sottinteso, e il Papa poi conveniva. Ad esempio, nel Capitolo VI su «I responsabili e gli operatori della pastorale missionaria», i numeri 65 e 66 su «Missionari e Istituti Ad Gentes» sono stati proposti da noi e accettati dal Papa. Nello schema precedente i missionari ad gentes erano inglobati fra i religiosi o fra il clero diocesano in missione. Ho ricordato che la Commissione missionaria al Vaticano II ha distinto bene la ventina di Istituti non religiosi e senza altro scopo che le missioni ai non cristiani. Il Capitolo IV dell’Ad Gentes («I missionari») riafferma la «vocazione speciale» alle missioni estere, mettendo in risalto la specificità degli istituti esclusivamente missionari, che era contestata dai religiosi.

Questa esperienza di impegno con la Santa Sede mi ha lasciato ammirato del lavoro che si svolge per anni attorno ad un’enciclica. Poi il documento è opera del Papa perchè decide lui quel che lui vuol dire e come lo vuol dire. Però con la mediazione e il consiglio di molti. È un fatto notevole, di cui credo pochi hanno notizia. Il che indica che l’organizzazione creata per le encicliche, attraverso la Segreteria di Stato e le Nunziature, è incredibilmente attenta e precisa.

 

“La missione alle genti è ancora agli inizi” (R.M. 30)

 

La Redemptoris Missio è stata giudicata l’enciclica più rappresentativa del pontificato di Giovanni Paolo II, che con i suoi viaggi, fino agli estremi confini del mondo, dava plasticamente l’idea di essere il Pontefice della Chiesa cattolica, cioè universale, missionaria. Diversi ne hanno lodato lo stile semplice e immediato. Il card. Godfried Daneels di Bruxelles ha scritto che è «il programma di lavoro per il prossimo millennio». Il cardinal JosephTomko, prefetto di Propaganda Fide, aveva ottenuto un’enciclica per il XXV dell’Ad gentes, l’unico fra i 16 documenti del Vaticano II aggiornato con un’enciclica. L’idea ricorrente a quel tempo era che un’enciclica per le missioni era troppo: non è più il momento di porre in risalto il valore specifico della missione alle genti, poichè tutta la Chiesa è missionaria e tutti i popoli hanno bisogno di missione.

Anche nell’opinione pubblica occidentale (e cattolica) l’enciclica ha avuto uno scarso impatto. Giovanni Paolo II l’ha firmata il 7 dicembre 1990, ma l’enciclica è stata presentata alla stampa il 22 gennaio 1991, quando infuriava la prima “Guerra del Golfo” fra Stati Uniti e Iraq, il conflitto occupava le prime pagine dei giornali e delle Tv. Secondo i primi affrettati commenti, non diceva nulla di nuovo rispetto all’Ad Gentes. Ricordo che anche parecchio tempo dopo, riviste teologiche cattoliche scrivevano che era una rilettura del Decreto conciliare.

E non è vero. Il card. Joseph Tomko, in una cena con me e padre Colombo, diceva che Giovanni Paolo II aveva scelto di scrivere l’enciclica “per chiarire la confusione teologica sorta intorno alla missione alle genti, al dialogo con le religioni non cristiane e al rapporto fra l’annunzio di Cristo e lo sviluppo dell’uomo e dei popoli”. Infatti la Redemptoris Missio sviluppa questi e altri punti, riportando la missione al suo valore primario, annunziare la salvezza in Cristo a tutti i popoli, con tutte le conseguenze positive per l’uomo e la storia umana che ne discendono. Impossibile sintetizzare l’enciclica, un libretto di 82 pagine, in poche battute.

Invito a rileggerla per capire come il Papa polacco andava contro corrente lanciando un messaggio rivoluzionario per le antiche Chiese d’Europa e del Nord America, valido anche oggi. Il fatto che il Papa abbia voluto un’enciclica specifica sul primo annunzio del Vangelo ai non cristiani, è un segno di come aveva a cuore il tema missionario. Nell’enciclica dice: «Proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo, mi ha convinto ancor più dell’urgenza di tale attività (missionaria)» (n. 1); e aggiunge diverse volte con varie espressioni questi concetti: «Vogliamo nuovamente confermare che il mandato di evangelizzare tutte le genti costituisce la missione essenziale della Chiesa» (n. 14); «La missione ad gentes… (è) un’attività primaria della Chiesa, essenziale e mai conclusa» (n. 31); «L’attività missionaria rappresenta ancor oggi la massima sfida per la Chiesa… La missione alle genti è ancora agli inizi» (n. 40).

 

Quali le novità della Redemptoris Missio

 

Ecco alcune novità della R.M. rispetto all’Ad Gentes e alla Evangelii Nuntiandi:

 

1) Gesù Cristo unico Salvatore. Risponde a quei teologi che in vari modi esprimono l’idea che Gesù è una delle vie che conduce a Dio. La missione comunica alle genti la salvezza in Cristo, la fede e l’amore a Cristo, unico Salvatore dell’uomo, perché “Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini… Gli uomini quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito” (R.M. 5). L’enciclica riafferma la centralità di Cristo nella missione alle genti, non esistono altre vie per andare a Dio, secondo la concezione indù, che paragona le religioni a fiumi che confluiscono tutti nel mare dell’Assoluto, teoria assunta in qualche modo anche da una tendenza teologica del nostro tempo.

2) Il Regno di Dio. Gesù è venuto ad annunziare il Regno di Dio, che dà il senso messianico del cristianesimo, si realizzerà nella vita eterna del Paradiso. E’ un Regno escatologico, che “esiste già e non ancora”. La missione della Chiesa annunzia il Regno di Dio e lavora per la sua progressiva realizzazione nella vita dei popoli. Questo dice il Concilio e la R. M. nota l’errore di separare il Regno da Cristo e dalla Chiesa. I “valori del Regno” (amore, giustizia, pace, fraternità) sono accettati da tutti, ma Cristo fa problema, è la “pietra d’inciampo” che fa difficoltà. L’enciclica dice: “Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha più il Regno di Dio da lui rivelato, ma si finisce per distorcere il senso del Regno che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente umano e ideologico” (RM 17). I contenuti del Regno sono la fede, la vita nuova in Cristo, l’amore, il perdono, ecc.; che, con la grazia di Dio, trasformano la società: sono la rivoluzione portata da Cristo, basata sull’amore.

Nel tempo della R.M., la “Teologia della liberazione” vedeva la liberazione dei popoli in una dimensione sostanzialmente politico-sociale-economica, sposando la teoria marxista del sottosviluppo e dello sviluppo. Non pochi teologi della liberazione e “comunità di base” erano impegnati in campo politico, appoggiavano la Cuba di Fidel Castro e i regimi del “socialismo reale”, le “guerriglie di liberazione”, ecc.

 

3) Lo Spirito Santo protagonista della missione. Se è lo Spirito che fa la missione, il missionario deve pregare molto per essere obbediente alla voce dello Spirito Santo. La missione non è del missionario, ma dello Spirito che guida e illumina la Chiesa. Bisogna obbedire alla Chiesa, non costruire comunità e gruppi paralleli. Inoltre, lo Spirito Santo dà una dimensione di ottimismo e di speranza. Il missionario non deve mai scoraggiarsi quando non vede i frutti del suo lavoro,. Se semina bene, lo Spirito porterà a compimento la sua opera e farà fruttificare e suoi sacrifici, il suo martirio.

4) Dov’è la missione alle genti? E’ anche qui in Italia? Tre criteri per giudicare:

a) Criterio territoriale-geografico, cioè i paesi e i popoli non cristiani, che “anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale sempre” (n. 37). Soprattutto il Papa mette tre volte l’accento sulla missione ad Gentes in Asia, dove i cristiani, tutti assieme, raggiungono a male pena il 3% degli asiatici (il 62% dell’umanità!).

b) Fenomeni sociali nuovi da evangelizzare: le metropoli “Il futuro delle giovani nazioni si sta formando nelle città” (n. 37/b), gli emigrati, i rifugiati politici, gli extra-comunitari, i giovani che sono la maggioranza della popolazione nei paesi poveri.

c) Gli “aeropaghi” moderni, mass media, cultura e scienza, enti ed organismi internazionali (Onu), pace e sviluppo, diritti dell’uomo e della donna, giustizia sociale, i giovani, la cultura moderna creata dalla comunicazione, nuove tecniche e nuovi modi di comunicare un messaggio, ecc. Campi immensi!

5) Per la prima volta la R. M. parla in modo articolato del dialogo con le altre religioni, mentre l’Ad Gentes vi accenna in modo generico e la Evangelii Nuntiandi non lo nomina nemmeno; d’altra parte, come dimenticare gli incontri con le altre religi0ni a partire da quello di Assisi nel 1986? E come dimenticare quando nel febbraio 1986, visitando l’India, si inginocchiò dinanzi alla tomba e mausoleo di Gandhi e vi rimase per 4-5 minuti e poi affermò: “Gandhi mi ha insegnato molto”?

L’enciclica destina tre paragrafi a questo tema (nn. 55-57) e altri tre alle culture dei popoli e a come incarnare il Vangelo in esse (52-54).

6) La R.M. è l’enciclica che ha gestito il passaggio “dalle missioni estere alla Chiesa locale”, valorizzando le forze locali anche per la missione alle genti. La Chiesa universale, senza che ce ne accorgiamo, sta cambiando proprio per influsso delle giovani Chiese. Fra i giovani battezzati, l’entusiasmo della fede è il motore della vita cristiana che sta maturando. Il Papa è stato geniale quando ha scritto (R.M. 2) che vuole impegnare “le Chiese particolari, specie quelle giovani, a mandare e ricevere missionari” (n. 2); e ha dato piena fiducia alle giovani Chiese stimolandole con queste parole: “Siete voi oggi la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni; essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… e sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese più antiche” (R.M., 91).

7) La R.M. lega strettamente l’annunzio di Cristo all’umanizzazione. Nei numeri 58 e 59 Giovanni Paolo II sviluppa questo concetto: con la missione alle genti la Chiesa aiuta i popoli a svilupparsi, certo anche con gli aiuti economici e materiali, con le opere sanitarie e di educazione, ma soprattutto annunziando Cristo, perché “lo sviluppo dell’uomo viene da Dio e dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra missione evangelica e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (n. 59). E aggiunge che “il contributo della Chiesa e della sua opera evangelizzatrice per lo sviluppo dei popoli riguarda non soltanto il sud del mondo, per combatterli la miseria materiale e il sottosviluppo, ma anche il nord, che è esposto alla miseria morale e spirituale causata dal super-sviluppo”.

Questo messaggio è fondamentale per capire i meccanismi dello sviluppo di un popolo (n. 58): ”Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. Queste parole sono rivoluzionarie per capire lo sviluppo e il sottosviluppo dei popoli, che non è solo o quasi solo di soldi, di macchine, di tecniche, di commerci, ma di formazione col Vangelo, che rende l’uomo più uomo e lo sviluppa in tutti i sensi.

Piero Gheddo

 

San Giovanni Paolo II, il centravanti della missione

Così mi diceva padre Schiavone, un missionario domenicano toscano, che nel 1982 era in Pakistan da una quarantina d’anni. L’ho incontrato a Faisalabad e mi raccontava la visita che il Papa aveva fatto l’anno precedente a Karachi, allora capitale del Pakistan, e dell’entusiasmo che aveva suscitato nello stadio cittadino pieno di giovani musulmani ad applaudirlo. Diceva: “Noi missionari che siamo in questo paese da decine d’anni, tollerati e a volte perseguitati, non avevamo mai nemmeno immaginato di poter essere testimoni di una scena simile: una folla di musulmani che applaudiva il nostro Papa! Abbiamo pianto di gioia”. E concludeva dicendo: “Noi missionari abbiamo trovato il nostro centravanti!”.

Nell’ottobre 1978 entra in scena il secondo Santo Pontefice, Giovanni Paolo II, che veniva dalla Polonia, una Chiesa del tutto diversa da quelle dell’Europa occidentale, Il Sessantotto l’aveva vissuto col popolo polacco come uno stimolo per la liberazione dal comunismo, l’opposto da quanto avveniva in Italia, dove esistevano addirittura i “Cristiani per il Socialismo”. Infatti, fin dall’inizio, grazie anche alla carica vitale dei suoi 58 anni, dimostra una forza e un coraggio che spiazza tutti.

L’esempio più eclatante è quello di cui sono stato testimone a Puebla in Messico nel gennaio 1978, quando ha aperto l’Assemblea del Celam (dei vescovi latino-americani). Il documento di preparazione era impostato sul tema “Vedere, Giudicare, Agire”, che portava attenzione ai temi economico- politico-sociali: vedere la situazione dei popoli d’America Latina, giudicare di chi è la colpa, poi agire per liberare i popoli da ogni oppressione. Il Papa, nel discorso iniziale dice che lo schema di preparazione va cambiato: “Per liberare i popoli latino-americani, ripartiamo da Cristo”.

Riaffermava chiaramente che la missione della Chiesa è di natura religiosa, portare la salvezza in Cristo, liberando l’uomo prima dal peccato personale e poi cambiando la società oppressiva attraverso l’azione e la testimonianza dei credenti in Cristo. Era una forte critica alla prima “Teologia della Liberazione” che politicizzava l’azione sociale della Chiesa e aveva diviso le Chiese e i credenti d’America Latina. Ma il Papa polacco non negava affatto l’aspetto positivo di quel movimento teologico; la Parola di Dio è strumento di liberazione dell’uomo da ogni male, il peccato personale e sociale. E’ stata l’impostazione di fondo dei molti viaggi nei paesi non cristiani: “I miei viaggi in America Latina, in Asia ed in Africa – ha scritto nel messaggio per la giornata missionaria del 1981 – hanno una finalità eminentemente missionaria. Ho voluto annunziare io stesso il Vangelo, facendomi in qualche modo catechista itinerante e incoraggiare tutti coloro che sono al suo servizio”. Giovanni Paolo II era profondamente innamorato di Gesù Cristo, di cui parlava come una persona viva che egli aveva incontrato e di cui si era innamorato. Diceva: “Tu sei veramente uomo nella misura in cui ti lasci penetrare, coinvolgere, illuminare e cambiare dall’amore di Cristo”.

Il Presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca nel 1979, gli diceva: “Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni”. E aggiungeva: “L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici – avere di più anzichè essere di più – ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi”. Il “New York Times” scriveva: “Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”. E’ il più bell’elogio che si possa fare del successore di Pietro.

Giovanni Paolo II viaggiava per dare un messaggio, oltre che di fede e di conversione a Cristo, di fraternità e di solidarietà a livello universale; per portare alla ribalta tutti i popoli e tutte le sofferenze e le ingiustizie del mondo. Questa la vera attenzione all’uomo: non una semplice parola consolatoria o di protesta, ma la forza e il carisma di farsi carico di tutti i problemi dell’uomo, dando ad essi risonanza universale. Quando il Papa parlava ai “favelados” di Rio de Janeiro, ai lebbrosi di Marituba in Amazzonia, agli indios di Oaxaca in Messico o ai pescatori di Baguio nelle Filippine; quando condannava con forza ogni violazione dei diritti dell’uomo davanti a dittatori come Marcos (Filippine), Pinochet (Cile), Stroessner (Paraguay), Mobutu (Zaire), Fidel Castro (a Cuba), i Sandinisti (in Nicaragua); quando parlava del valore della cultura africana (in Benin) e dello “sviluppo dal volto umano” (in Gabon), egli incideva fortemente sulle coscienze dei popoli, ben al di là di quanti stavano ad ascoltarlo in quel momento. Quante volte un popolo sofferente e umiliato (penso alla Guinea Equatoriale appena uscita dalla spaventosa dittatura di Macias Nguema) ha ricevuto dalla visita del Papa il provvidenziale stimolo a riprendere con coraggio la via della riconciliazione e della ricostruzione.

In Messico Giovanni Paolo II ha preso solennemente le difese degli indios. A Oaxaca un indio gli dice: “Santità, noi viviamo peggio delle vacche e dei porci. Abbiamo perso le nostre terre, noi che eravamo liberi, ora siamo schiavi”. Giovanni Paolo II si stringe la testa fra le mani e rispondendo dice: “Il Papa sta con queste masse di indios e di contadini, abbandonate ad un indegno livello di vita, a volte sfruttate duramente. Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo! Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate perchè questo diventi realtà, affinchè il Signore trasformi i cuori ed umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo”. Il massimo quotidiano messicano, “Excelsior”, esponente del laicismo della massoneria messicana, che si era opposto alla visita del Papa, commentava: “Dopo cinque secoli di oppressione dei nostri indios e contadini, doveva venire il Papa da Roma a dirci queste cose. Ci ha fatto vergognare di appartenere alle classi dirigenti messicane”.

Piero Gheddo

 

 

Il Sessantotto e la crisi della Missio ad Gentes

Il Concilio Vaticano II aveva suscitato tanti entusiasmi e speranze, secondo quanto diceva San Giovanni XXIII: “Il Concilio sarà una nuova Pentecoste per la Chiesa”. La storia, com’è noto, è poi andata in senso diverso. Quando finisce il Vaticano II (7 dicembre 1965), Paolo VI pubblica, col Motu proprio “Ecclesiae Sanctae” (6 agosto 1966), le norme per applicare le decisioni conciliari alla vita quotidiana dei fedeli e di diocesi, parrocchie, istituti religiosi. Ma già nascevano convegni teologici, riviste specializzate (ad esempio “Concilium”) e pubblicistica ecclesiale che iniziavano la “fuga in avanti” (o indietro?) non spiegando e invitando ad applicare i documenti del Concilio, ma ipotizzando cosa volevano realmente dire i Padri conciliari. Si scriveva che “lo spirito del Concilio” superava ampiamente i testi conciliari, troppo timidi e incompleti, per colpa soprattutto delle mitica “Curia romana”. Sorgevano “profeti” che annunziavano prossimo il “Concilio Vaticano III”, che avrebbe dovuto completare il Vaticano II, ipotizzando forme nuove di vita cristiana e sacerdotale.

Nell’autunno 1967, inizia in Italia e in Occidente il “Sessantotto”, un miscuglio di grandi ideali (la pace e la giustizia nel mondo), di utopie spesso assurde (l’uguaglianza assoluta fra gli uomini e fra uomo e donna, il disarmo totale) e di comportamenti spesso violenti, che manifestavano la profonda insoddisfazione per la nostra società occidentale. Era una protesta generalizzata di giovani, specialmente studenti, contro la società in cui vivevano, bloccata dai “poteri forti” e dai detentori del potere, i “baroni” delle cattedre, i “padroni” delle industrie e tutte le autorità. Lo spirito sessantottino si è infiltrato anche nella Chiesa cattolica. A molti sembrava un movimento provvidenziale per il bene della politica, della società e della Chiesa.

Nascevano comunità di credenti, con i loro sacerdoti, che vivevano “secondo lo spirito del Concilio” ma non obbedivano al vescovo ed erano motivo di divisione e di scandalo, amplificato dai mass media. Diminuiva la pratica religiosa, non pochi sacerdoti abbandonavano il sacerdozio, per sperimentare “un modo nuovo di essere prete”. Erano tempi di grande confusione, dubbi, incertezze: iniziava il periodo di crisi della fede e della vita cristiana di cui siamo ancor oggi spettatori addolorati.

Una certa teologia disincarnata dalla realtà minava le fondamenta dell’ideale missionario, come inteso dal Vaticano II. Si proclamavano come verità proposte che avevano qualcosa di autentico, ma diventavano, assolutizzandole, nefaste per la missione alle genti. Ad esempio:

– Le giovani Chiese debbono annunziare Cristo ai loro popoli, i missionari sono superflui; nasceva una campagna di stampa per il “moratorium” delle missioni in Africa (ritirare tutti i missionari stranieri), per lasciar libere le Chiese locali.

– I non cristiani sono anche in Italia, la missione alle genti è qui da noi.

– Manchiamo di sacerdoti in Italia, perché voi missionari andate a portare Cristo in altri continenti, quando lo stiamo perdendo noi italiani?

– Non è importante che i popoli si convertano a Cristo, purchè prendano il messaggio di amore e di pace del Vangelo.

– Ogni religione ha i suoi valori e tutte portano a Dio, che senso ha il “proselitismo” missionario in popoli di altre religione?

– Basta conversioni. Facciamo che il cristiano sia un miglior cristiano, il

musulmano un miglior musulmano, un buddhista un miglior buddhista…

 

Il Papa martire del 1900: Paolo VI

 

Paolo VI era il Papa del Concilio, aveva portato avanti con grande saggezza e chiuso bene, con voti quasi unanimi dei 2.500 Padre conciliari, un evento straordinario che apriva orizzonti nuovi alla Chiesa. Uomo colto, mite, umile, che aveva capito i tempi moderni, comunicava in modo comprensibile a tutti (si leggano le sue encicliche!) e con la sua prima enciclica “Ecclesiae Sanctae” (1964) indicava il dialogo col mondo (dare e ricevere) come metodo di annunzio del Vangelo nei tempi moderni. Eppure, all’inizio degli anni settanta, dopo le contestazioni violente e sprezzanti (da parte di cattolici) seguite alla “Humanae Vitae” (1968), che l’avevano ferito nel vivo, di fronte al marasma di quei tempi era intimidito, si sentiva mancare le forze per reagire e riportare il gregge di Cristo a vivere secondo gli orientamenti dati dal Vaticano II. E anche la Chiesa italiana, dialogante e divisa, non aiutava certo Paolo VI. Era orientata verso “il senso religioso”, mentre la società e la cultura italiana erano arate, seminate e devastate dai prepotenti e spesso violenti metodi e ideologie sessantottini. Il messianismo della rivolta studentesca sembrava dare vigore ai fermenti post-conciliari, che interpretavano il Concilio come una rottura con la Tradizione ecclesiale e una rivoluzione totale della Chiesa e della vita cristiana.

Tanto più che non pochi intellettuali e teologi, associazioni e gruppi ecclesiali, seguivano la travolgente onda culturale che portava verso il laicismo, il relativismo, l’individualismo (i “diritti individuali” ma non i “doveri”), la lettura “scientifica” della società (cioè il marxismo). Nessuno più osava dire forte e chiaro che un “mondo nuovo” è possibile, ma solo a partire da Cristo. Paolo VI lo diceva, lo ripeteva, lo proclamava ad alta voce (si vedano i numeri 26, 28, 31 della Octogesima adveniens, 1971 sul socialismo), ma era ascoltato solo dai semplici credenti e da coloro che, nelle mischie dei “talk show”, erano definiti “papalini” in senso negativo.

La crisi dell’ideale missionario nell’Occidente cristiano è nata nella crisi di fede che squassava la Chiesa intera. Ha preso tutti alla sprovvista e ha diviso le forze missionarie (istituti missionari, riviste, animazione missionaria, ecc.). Un esempio significativo (ne ricordo tanti!). Nell’estate 1968, come già diverse volte in precedenza, ho partecipato alla Settimana di Studi missionari a Lovanio (“Liberté des Jeunes Eglises”), organizzata dall’indimenticabile amico gesuita padre Joseph Masson, docente di Missiologia della Gregoriana. Diverse voci non di missionari sul campo, ma di studiosi, teologi, missiologi mi ferivano, perchè esprimevano forti dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti; molto meglio, si diceva, lasciare che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità e si organizzino secondo le loro idee e culture. Ho protestato contro questa ipotesi perché avevo seguito dal di dentro il Vaticano II e testimoniavo che la totalità dei vescovi delle missioni si erano espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari. Anzi, con l’indipendenza dei loro paesi, sentivano la necessità di avere più forti legami con la sede di Pietro e le Chiese cattoliche antiche. E’ solo un esempio della mentalità che si era infiltrata e diffusa nella Chiesa in quel tempo post-conciliare.

La crisi della “missio ad gentes”, e quindi dell’animazione missionaria (e delle riviste e libri missionari), si è manifestata anche nella chiusura delle tre “Settimane di studi missionari” che si tenevano a Milano dal 1960 (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos (1970) e a Lovanio (1975), che venivano da una lunga tradizione (a Lovanio dagli anni venti), per i forti contrasti e divisioni fra i teologi e gli specialisti delle missioni.

Piero Gheddo