Il divorzio 40 anni dopo

Quarant’anni fa, il 22 maggio 1974, il referendum abrogativo della legge sul divorzio approvata dal Parlamento nel dicembre 1970 (proposta dal socialista Loris Fortuna e dal liberale Antonio Baslini), venne approvato solo dal 40,7% dei votanti; il 59,3% aveva bocciato il referendum. Quel voto ha segnato l’agonia lenta ma costante del matrimonio e della famiglia tradizionali in Italia. Ricordo benissimo la compagna contro il divorzio a cui anch’io, per quel poco che contavo, mi sono impegnato, avendo sperimentato la bellezza e gioia di una famiglia unita e soprattutto, leggendo e meditando i testi di Paolo VI e dei vescovi italiani, mi rendevo conto che, col divorzio diventato legge di stato, iniziava il dissolvimento della famiglia e quindi della società italiana.

Ancora una volta si è avverato il detto dei latini “Lex creat mores”, la legge crea il costume. Oggi, 40 anni dopo, possiamo vederlo con chiarezza. Le famiglie regolari sono minoritarie, diminuiscono i matrimoni religiosi e civili, diminuiscono in modo drammatico i bambini. aumentano le libere convivenze e un numero sempre maggiore di giovani non si pongono più la meta di unire la propria vita ad una donna o a un uomo, per creare una famiglia stabile; rimandano la scelta decisiva e a 40 anni si ritrovano “singoli”. Trionfa “il sesso libero” invocato dai sessantottini, e nel Parlamento italiano sono in cammino le leggi del matrimonio fra i gay, le adozioni di bambini da parte di sposi o conviventi gay, le inseminazioni artificiali, l‘utero in affitto, il “divorzio breve” che risolve tutto in sei mesi, l’omofobia, ecc.

Le conseguenze sono tutte negative: si formano meno famiglie, nascono pochi bambini, e soprattutto i genitori precari danno vita a persone che portano dentro il tarlo della precarietà. Una giovane insegnante di scuola elementare qui a Milano mi dice che dopo pochi mesi di scuola già si possono individuare almeno alcuni dei bambini che non hanno genitori stabili, i cui genitori non sono uniti, bisticciano; l’insegnante non si può dire: “Obbedite ai vostri genitori” perché qualche bambino risponde: “Io due papà e mamma, a chi obbedisco?”. L’Italia manca di bambini (noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità all’anno!) e un certo numero dei giovani che ci sono, secondo Riccardo Gatti di una Asl milanese, “il 24% di ragazzi abusa di alcool e droghe” (Avvenire, 25 maggio 2014). Invece di andare all’oratorio, oggi molti giovani vanno in discoteca e certamente la loro formazione umana e morale non ci guadagna.

Il divorzio non è un problema dei cattolici. Lo diceva con forza il giurista prof. Gabrio Lombardi, laico non credente che presiedeva il “Comitato nazionale per il referendum sul divorzio”. Leggo in un suo ritaglio stampa di quel tempo questa profezia: “Se gli italiani approvano la legge sul divorzio, distruggono la famiglia tradizionale e la stessa società italiana, poichè la società si fonda sulla famiglia prima che sullo stato”. Aveva ragione, e con lui il Papa, i vescovi italiani e numerosi deputati Dc, compreso il segretario del Partito, on.le Amintore Fanfani, che si spese generosamente nella campagna contro il divorzio. “Ma il fronte cattolico si presentò diviso di fronte al divorzio – scrive lo storico Gianpaolo Romanato dell’Università di Padova (Avvenire, 25 maggio) – ma non bisogna dimenticare che era già diviso da prima, si era spaccato nell’immediato postconcilio”.

So bene che il problema è complesso. “E’un problema di diritti e di libertà, dicevano i divorzisti. L’amore dura fin che dura, se due sposi non si amano più è meglio che si separino e si sposino di nuovo”. Il Sessantotto ha lanciato il tema dei “diritti”, tutto era diritto, ma di “doveri” non si parlava e non si parla quasi più. Papa Francesco ha detto recentemente: “Ogni bambino ha il diritto di avere un papà e una mamma”. Ma questo diritto non si ricorda mai, non esiste più. Come al solito prevale il diritto (o il capriccio, l’egoismo) dei più forti. Il sessantotto ha imposto alcune delle tante ideologie di cui ancora soffriamo: il relativismo, l’individualismo e si perde il senso della vita. Se non esiste più una verità assoluta non esistono più valori assoluti, quindi nulla per cui valga la pena di spendere la vita. Il quotidiano cattolico “Avvenire” ha pubblicato un articolo intitolato: “Quella legge che cambiò l’Italia” (25 maggio 2014). Non so cosa ne pensano i lettori, per me l’ha cambiata in modo estremamente negativo.

Piero Gheddo

 

4 pensieri su “Il divorzio 40 anni dopo

  1. Buongiorno, Padre Gheddo.
    Argomento spinoso.
    Io da una parte penso che la famiglia di allora probabilmente stava già marciando verso lo sfascio (spirituale?) e la legge ha solo sancito e forse accelerato il processo.
    Da un’altra angolazione, mi viene da dire che il problema in realtà si trovava e si trova a monte. Perché così tante persone erano e sono interessate al divorzio?
    Risposta: perché si preferisce, in generale, sposarsi “a cavolo”.
    Intendo che ci si sposa senza nemmeno sapere che cosa significa. Ci si sposa con leggerezza e dunque c’è bisogno di una via d’uscita.
    Forse tanta gente si è trovata ad un certo punto in questa situazione e dunque in tanti volevano una legge per poter divorziare.
    Naturalmente parlo in generale perché ci sono certi casi di matrimoni così complicati che nulla hanno a che fare con tutto questo e sui quali proprio non mi permetto di giudicare.

    Caro Padre… lei ha toccato poi un certo tasto: dicevano allora (e dicono) che se l’amore finisce è meglio separarsi.
    Ma quale amore finisce? Quello che non c’è.
    Chissà quanta gente adolescente (anche adolescenti di 50 anni) non sarà d’accordo con me e mi dirà che “oh sì che l’amore c’era ma poi è finito!”.

    Provi lei, se ci riesce, a spiegargli un pò che l’amore vero si costruisce giorno per giorno. Che l’amore si costruisce con i fatti, non con le parole.
    Che l’amore significa incontrare una persona vera. Non l’idea che tu hai di una persona. Che l’amore è “quello che accade ogni giorno” e non “quello che tu pensavi potesse accadere”.
    Che l’amore è un progetto concreto. Non un progettino leggero di carta velina.
    Che l’amore vero non si può distruggere. Se non con la volontà, reiterata, insistita di distruggerlo. Perché l’amore non è una cosa che c’è e poi -magia! – non c’è più!
    Quello lì è l’amore dei bimbetti verso i giocattoli!

    Amore nella gioia e nel dolore??? Ma tra poco se la moglie ama il mare e il marito la montagna…vanno alla Sacra Rota a far esaminare il caso.
    L’amore per tanti, per troppi, oggi è una favoletta rosa. Ed è così facile infrangere la favoletta. Principesse e principi ne passano ogni giorno e si può sempre ricominciare una nuova favoletta.
    (Alcune volte mi viene anche da ridere: c’è chi a 60 o 70 anni si risposa per l’ennesima volta e dell’ultima moglie dice “ho trovato la donna della mia vita” – e certo, per forza, penso io ridendo, a meno che tu non sia immortale quella è proprio la donna della tua vita!)
    Un pò mi fanno pena questi eterni adolescenti, invecchiati, che corrono a destra e a manca… travestiti da ragazzini..
    Non conosceranno mai il vero amore. Quello che è gioia e può essere anche dolore, ma poi il dolore ritorna alla gioia: quella di poter camminare insieme su questa terra. Finché si può. Come si può. Una gioia che non può rimanere confinata alla coppia, tanto è grande – e che quindi va a sostenere anche la comunità e chi ha bisogno.
    C’è gente che non sa nemmeno che esiste questo tipo di amore. E se per caso lo trova gli darà un bel calcio e lo scanserà.
    Come possiamo prendercela o arrabbiarci con loro? Sono bambini… Bambini attempati infelici.
    Che si trovano a crescere e ad “educare” altri bambini, quelli veri, quelli appena nati.
    Ed è qui che mi nasce la rabbia, ora sì. Quei bambini, quelli anagrafici, avrebbero bisogno di genitori veri. Ne hanno il diritto.

    Guardi, io non ne faccio nemmeno una questione “da cattolici”.
    Per me c’è tanta gente che dorme…e che pensa pure di essere sveglia più degli altri.

    Forse alla fine alla legge che ha permesso il divorzio, io non darei troppe responsabilità… Forse perché non posso fare confronti ok è vero, non avendo vissuto nell’Italia precedente.
    Sì, è vero che “poter divorziare” forma un’abitudine mentale, ma a me pare che la questione sia molto più profonda.

    E poi… tra le tante, c’è una questione particolare, Padre.
    Come si può giudicare male ad esempio una donna che fugge e/o si separa da un uomo violento mettendo in salvo anche i figli – se ci sono – ?
    Non le si può dire di “sopportare” o di “riprovare”….
    No, io proprio non me la sentirei di dirlo ad esempio ad un’amica.
    Anzi, se quest’uomo non cambia direzione io, opinione personale, ci vedrei pure un matrimonio nullo o annullabile, dopo adeguato processo….al pari di altre situazioni che rendono annullabile il vincolo matrimoniale, di fronte alla Chiesa intendo.

    Caro Padre, grazie per gli argomenti che ci propone.

    Francesca

  2. Cara Francesca, che l’argomento sia spinoso e che la famiglia già stava avviandosi allo sfascio può anche darsi che sia vero. Ma perché la legge, che teoricamente garantisce il bene pubblico, deve approvare e accelerare la tendenza negativa, portando alla continua diminuzione dei matrimoni e delle famiglie? Sul resto sono d’accordo.
    Ma c’è un altro tema a cui non ho accennato per non essere troppo lungo. La legge del divorzio ha azzerato la sacralità del matrimonio e dell’intimità sessuale fra uomo e donna; cioè ha tolto la sacralità e solennità del matrimonio, inteso come fondazione di una nuova famiglia che garantisce la continuazione della società stessa con la nascita dei figli.
    Di modo che, le leggi stesse (il divorzio e poi l’aborto) portano al principio del “sesso libero” del Sessantotto, cioè la banalizzazione del sesso, non più inteso come atto che rafforza l’amore fra marito e moglie e che produce figli, ma come divertimento libero con chiunque, senza alcuna responsabilità sociale. Quale sia il bene pubblico, oggi a 40 anni di distanza dalla Legge sul divorzio, chiunque sia in buona fede non può non riconoscere che è la legge tradizionale che garantiva un modello di famiglie e non quella che approvava il divorzio, che ha fortemente contribuito e distruggere la famiglia tradizionale, senza sostituirla con nient’altro! Piero Gheddo

  3. So che la mia idea sembrerà paradossale. Ma se il diritto matrimoniale attuale, come ti dici, “approva e accelera la tendenza negativa” allora la Chiesa farebbe bene a disconoscere più chiaramente tale legislazione. Dovrebbe dichiarare che lo spirito e la lettera della legislazione matrimoniale italiana non corrispondono per niente allo spirito e alla lettera del sacramento cristiano. Dunque il matrimonio cattolico NON dovrebbe automaticamente produrre gli effetti civili. Se i due sposi vogliono anche stipulare un contratto secondo le leggi italiane lo facciano separatamente dopo aver valutato quello che rischiano.
    Sono stato a un matrimonio, in chiesa e tra due credenti, qualche giorno fa, dopo parecchi anni. Dopo le promesse, le preghiere e i canti ho percepito come una stonatura la lettura finale degli articoli del diritto di famiglia dello stato italiano. Cosa c’entrano? Che senso ha richiamare leggi ormai distanti e ostili? Che matrimonio è quello in cui la moglie o la figlia minorenne possono abortire contro il parere del resto della famiglia? Che matrimonio è quello in cui i genitori anziani devono finanziare i capricci di figli quarantenni senza poter obiettare sulle loro scelte? Che matrimonio è quello che produce non so più quanti clochard (ex-mariti) all’anno? Che matrimonio è se lo stato non lo difende anche economicamente, non lo promuove come ideale buono, non ne riconosce l’importanza sociale, lo ostacola nelle sue funzioni educative? Che matrimonio è quello in cui lo stato offre esclusivamente opzioni di parcheggio per i cuccioli (asilo nido, tempo pieno, …) e non opzioni di vita con i propri figli? E ho solo citato qualche esempio a caso…
    In questa situazione meglio marcare chiaramente le differenze.

  4. A me era venuta un’idea ancora più paradossale…
    Non so se sia una via praticabile o se ci siano norme ostative (non sono un’esperta in temi giuridici) – però mi era venuto in mente che già 40 anni fa, ma anche oggi, poteva esserci una soluzione diversa.
    In breve, perché non proporre dall’inizio due canali normativi?
    Due tipologie di matrimoni. 1) Matrimonio religioso, ratificato dallo Stato come avviene oggi, ma senza possibilità di divorzio se non autorizzato dalla Sacra Rota.
    2) Matrimonio civile.
    In questo modo secondo me già a priori una persona saprebbe a che cosa va incontro. La scelta sarebbe una cosa importante e magari qualcuno scoprirebbe già prima di sposarsi con chi ha a che fare…facendoci un pensierino.
    Tutto questo farebbe diminuire ulteriormente i matrimoni in chiesa? Probabilmente sì. Ma forse oggi è necessaria più chiarezza di una volta e …qualità rispetto alla quantità.

    Tutto questo imporrebbe anche alla Chiesa di analizzare tutta una serie di nuove situazioni per vedere se nuove casistiche oggi determinino un annullamento del matrimonio. (Secondo me oggi molti matrimoni sono nulli).
    E si dovrebbero fare maggiori sforzi anche nella preparazione delle coppie al matrimonio.

    Beh…sperando che Padre Piero non mi bacchetti…aspetto di leggere che cosa ne pensa 🙂

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