L’Anticristo è già tra noi

L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista, esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.

Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .

E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.

Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.

Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.

Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.

Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura, mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.

Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, democratico, istruito, laico, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.

 

Piero Gheddo

 

La Chiesa chiede dialogo e fraternità coi musulmani

In Italia siamo (quasi) tutti convinti che “il vero nemico dell’umanità è il terrorismo islamico”, ha scritto mons. Bruno Forte il 31 agosto scorso (su “Il Sole 24 Ore”), lanciando un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, oggi “Il Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Haram e altri locali, che continuano a soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”. E Forte spiega che questo giudizio viene anche dal fatto che Il Califfato dice di agire “in nome di Dio”, la peggior bestemmia che si possa immaginare. Ma aggiunge che tutto questo “non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani” (vedi il mio Blog del 5 settembre 2014).

Parlo di questo con un missionario cattolico che vive in un paese islamico del Medio Oriente. Si dice d’accordo con quanto ha scritto mons. Forte, però teme che il tragico e travolgente prevalere di queste violenze disumane, facciano dimenticare ai cristiani d’Italia e d’Europa che la Chiesa ha scelto, come rapporto con i popoli islamici il dialogo, l’accoglienza, la solidarietà verso i bisognosi. La Chiesa denunzia e condanna fortemente l’estremismo e il terrorismo di radice islamica, ma vede anche queste situazioni con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passioni.

E mi parla dei frequenti e fraterni incontri che ha con tre rappresentanti dell’islam nella sua città, che condannano tutti decisamente il terrorismo islamico, in privato con lui, ma non in pubblico. A questi amici ha posto questa domanda: “L’umanità potrà essere una sola famiglia?”e nell’incontro del mese seguente hanno risposto.

Il primo che risponde è molto fedele al Corano, ma come lo interpreta lui. Mi dice per esempio: “Ormai siamo amici, ma non potrei darti la mano, perché sei un cristiano, un miscredente. E poi, poveretto, non potrai salvarti! Dio vuole solo credenti nell’Islam. Gli altri sono esclusi dalla convivenza umana. L’umanità non potrà mai essere una sola famiglia, lo proibisce il Corano!”.

Il secondo, o meglio la seconda, è una donna e un po’ più aperta ad accettare il dialogo con appartenenti ad altre culture e religioni. Spesso racconta le difficoltà della convivenza anche all’interno del suo ambiente musulmano e della sua stessa famiglia. In realtà lei nota un moltiplicarsi di posizioni sempre più differenziate all’interno degli stessi musulmani, uno spirito e uno sguardo di giudizio, quasi di controllo sulla fedeltà degli altri alle tradizioni e pratiche di preghiera, ramadan, elemosina e doni cultuali, portamento del velo, ecc. Questo è dovuto a un certo indottrinamento da parte di persone venute da altri paesi. Il missionario aggiunge: “Infatti io vedo crescere il razzismo nei confronti di persone di colore diverso e di religione diversa, un crescendo di secolarismo e di comportamenti di ipocrisia anche in persone semplici, che non sono mai state così.

La signora risponde decisamente: “Oggi è impossibile che l’umanità diventi una sola famiglia, non siamo uniti nemmeno noi musulmani e temo che ci divideremo sempre più, vedendo dove porta un certo modo radicale ed estremista di vivere l’islam!”.

Il terzo è un professore che negli incontri mantiene il ruolo di ascolto rispettoso e spesso concilia e avvicina le posizioni divergenti. Legge molto e ama informarsi ed estendere le sue conoscenze. La sua risposta è questa: “La cosa va studiata. Anche all’interno dell’Islam, ci sono persone che si impegnano alla convivenza rispettosa con i non musulmani, atteggiamento che suscita divisioni fra noi. Non mi, sento di prevedere il futuro, che comunque è sempre nelle mani di Allah”.

“Le tre risposte – conclude il missionario – mostrano che all’interno del mondo musulmano le divergenze possono aiutare a una riflessione più profonda sull’islam, alla rilettura dello stesso Corano e all’ascolto rispettoso delle altre esperienze religiose. E capisco meglio il mio servizio di accompagnamento nell’ascolto reciproco, nella riflessione e nello scambio di esperienze e di valori”.

Il missionario, vivendo in paese islamico, leggendo anche la stampa locale e frequentando molti musulmani, anche persone autorevoli in campo religioso-culturale, è convinto che il terrorismo islamico è certamente contro l’Occidente cristiano (“ma voi siete sempre meno cristiani!” mi dice), ma è ancora più convinto che la battaglia finale sarà tra musulmani violenti e intolleranti, e musulmani veramente amanti della pace e della convivenza tra popoli di diversa religione e cultura. La soluzione del terrorismo islamico non verrà quindi, secondo lui, dalla guerra dell’Occidente contro l’islam e dal rifiuto dei musulmani come tali, ma dal dialogo e dall’appoggio e sostegno delle iniziative che nascono nell’islam, contrarie alla “guerra per Dio”. Un conto è “fermare l’ingiusto aggressore”, un altro è dimenticare che l’islam è una grande e nobile religione (è un discorso che va approfondito) e condannare tutti i musulmani come nemici dell’Occidente. Questa mentalità, se si diffonde anche fra noi cristiani, porta inevitabilmente alla guerra totale, mondiale, che non avrà né vinti né vincitori.

Piero Gheddo

Due buone notizie da Buccinasco

La sera di giovedì 18 settembre ho parlato del Beato Clemente Vismara nella grande e bella chiesa parrocchiale di Maria Madre della Chiesa a Buccinasco, all’estrema periferia vicina al Parco Sud di Milano. Col parroco don Maurizio Braga e don Silvano Bonfanti, siamo andati a cena dalla famiglia di Davide e Marta, quella con otto bambini fra i 12 anni (la prima Benedetta) e l’ultima di quattro mesi (Carolina), sulla quale ho già scritto un Blog (il 5 luglio 2014). Una cenetta leggera e rallegrata dalla vita normale di queste sette bambine con un solo fratellino di due anni (Riccardo), che danno gioia e speranza al vederle come si aiutano a vicenda, giocano e bisticciano, dan da mangiare ai più piccoli, fanno i capricci e i genitori o gli anziani amici marito e moglie dello stesso palazzo le prendono in braccio e tante altre scenette che ricordano la nostra infanzia. Davide dice che deve ancora finire di pagare il mutuo per l’acquisto di quest’alloggio di più di 100 mq, al settimo piano di una casa popolare costruita pochi anni fa, però aggiunge che la Provvidenza e la solidarietà di tante famiglie li ha sempre aiutati e li aiuta ancora (lui è giornalista della Regione, lei insegnante è andata in pensione dopo la quarta bambina).

E poi un’altra bella notizia che allarga il cuore: a Buccinasco sono molti i giovani sposi che hanno tanti figli. Inizialmente l‘esempio l’hanno dato alcune coppie di C.L., ma adesso molti coniugi cristiani incominciano a fidarsi della Provvidenza e della gioia che i bambini portano in una famiglia con numerosi figli e che questi piccoli crescono molto meglio che nelle famiglie con un solo bambino. Venerdì mattino è venuta al Pime di Milano una giovane signora, Serena Varamo, a prendere altri libri di Vismara per la parrocchia, che venderanno domenica. Lei ha quattro figli e ha confermato la bella notizia che a Buccinasco sono molte le famiglie con tanti figli.

Don Maurizio mi dice che nel 2013 le due parrocchie di Buccinasco hanno celebrato 180 battesimi di bambini per complessivi 25.000 abitanti. Uno “scoop” giornalistico per l’Italia che è in crisi perché ci sono troppo pochi bambini. Secondo dati dell’Istat pubblicati dai giornali il 26 giugno 2014, “nel 2013 c’è stato un crollo delle nascite: 514.000 per più di 60 milioni di abitanti. Il numero medio di figli per donna in età fertile è sceso da 2,41 nel 2012 a 2,39 nel 2013”. Che l’Italia sia in crisi anche per produrre sempre meno bambini lo sanno tutti, ma pare un tabù per la stampa alla ricerca di segnali di speranza per il nostri amato paese.

Dopo questo bagno gioioso in una famiglia numerosa, eccoci in parrocchia dove stava terminando la Messa per i missionari e dove è esposta la Mostra fotografica del Beato Clemente Vismara (1997-1988) presa dalla parrocchia di Agrate Brianza. Dopo la S. Messa per i missionari della missione alle genti, ho presentato ad un’assemblea di circa 300 fedeli il Beato Clemente, missionario in Birmania per 65 anni, che ha fondato la Chiesa fra popolazioni tribali della diocesi di Kengtung, di cui Vismara è stato uno dei fondatori. La sua devozione si è diffusa spontaneamente in vari paesi del mondo, anche dove il Pime non è presente (Polonia, Francia, Romania, Germania, Svizzera. E’invocato come santo della carità, protettore dei bambini, uomo della Provvidenza. Ma gli amici lettori del mio Blog già lo conoscono e scriverò ancora di lui.

Una “buona notizia” è il canto in poesia che un cantautore italo-rumeno ha composto ed eseguito ieri sera prima del mio intervento. Fabio Constantinescu è figlio di un militare rumeno che dopo l’ultima guerra, liberato dal campo di concentramento di Mauthausen è venuto in Italia, ha sposato una milanese e Fabio è nato nel 1961. Sposato con due figli ha un negozio in centro a Milano e frequenta la parrocchia di don Maurizio, ha una forte tendenza alla poesia e alla musica e prepara canti per le feste parrocchiali. Leggendo “Fatto per andare lontano”, ha preparato le parole di questo canto; i fedeli avevano in mano il foglio con le parole e Fabio cantava suonando la chitarra con una bella ed espressiva voce questa poesia, che ha commosso tutti, preparando l’atmosfera alla mia conferenza. Fabio è disposto ad andare a cantare gratis dove si celebrano altre serate del beato Clemente Vismara.

Piero Gheddo

Ecco il testo dei due canti:

Il Beato Clemente testimone della forza di Dio

I missionari sono stelle comete
che portan la luce in luoghi sperduti

si lasciano indietro la loro vita

e con coraggio affrontano l’ignoto di un nuovo viaggio

Disposti a tutto, persino a morire

per donare all’uomo la loro immensa ricchezza

la grandezza, l’altezza e la civiltà

del Vangelo portato dal Figlio di Dio

e Clemente, lacero e affaticato

per sentieri impervi, tra uomini ostili

tende le mani, offre un sorriso,

e aiuto e riso e cure per tutti i mali

e coltiva bambini come teneri arbusti

che diventeranno alti e robusti

e che renderanno frutti dai rami

che saranno mangiati e sazieremo anime nuove.

Nel semibuio Clemente sorride

con gli occhi che brillano e scrive per noi

e con la sua vita si fa testimone

della forza di Dio, si fa luce ed esempio

si ferma ed esce un pò acciaccato

a guardare le stelle … e si fa una “pipata”


Lo sguardo di Dio


L’ho visto negli occhi pieni di paura di un soldato morente

negli occhi di fiducia di un orfano bambino

negli occhi pieni di delirio di un fumatore di oppio

negli occhi velati e tristi di una vedova birmana

e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio.


l’ho visto negli occhi pieni di speranza di un umile credente
nei riflessi di luce tra le ombre di ogni mio fratello

negli occhi pieni di di dolcezza di una suora sgangherata

l’ho visto anche nei miei occhi…


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio


e non potevo fare a meno di sorridere
per la bellezza della vita e del creato

per l’immensa profondità dell’anima

per l’immensa profondità del cielo


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

Fabio Constantinescu

Il segreto della vita cristiana: la preghiera

Nella lunga intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Giorgio Mario Bergoglio, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: “Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. Il Papa non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio; alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.

L’abitudine alla preghiera non viene, per Papa Francesco, da una vita cristiana impostata bene fin dall’inizio, ma da un ritorno a Cristo quando aveva vent’anni: operato al polmone destro, glie ne asportarono una parte. Nato in una famiglia cristiana, nell’adolescenza aveva abbandonato la preghiera e la frequenza alla chiesa. Ma durante la lunga e dolorosa permanenza in ospedale, con l’aiuto di una suora ritorna a Cristo e decide di farsi prete e poi gesuita. La sua preghiera è il frutto di un graduale ritorno ad un’autentica vita cristiana e oggi abbiamo Papa Francesco.

Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, di informazioni, preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, il cuore e la mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e il mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti.

Cos’è la preghiera e perché pregare? E’ mettersi in comunicazione intima, personale, affettuosa con Dio; è parlare, amare, ringraziare, chiedere perdono, rispondere a Dio. Tutti gli uomini pregano, tutte le religioni hanno le loro formule, riti e metodi, ma pregano un Dio che non conoscono. Noi cristiani abbiamo ricevuto la rivelazione di Gesù Cristo che Dio è Amore, sappiamo che la preghiera dev’essere un’esperienza personale di parlare con Dio, metterci in trasparenza davanti a Dio e riconoscere la sua grandezza infinita, la sua bontà e misericordia, ringraziare per i doni che ci ha fatto e poi, la nostra miseria, piccolezza, debolezza; e raccontare a Dio le nostre gioie e sofferenze, come fa il bambino con il papà e la mamma, chiedendo quelle grazie di cui sentiamo la necessità.

Dio mi ama e vuole il mio bene. La preghiera è dirgli di farmi conoscere la sua volontà e darmi la forza e l’umiltà di fare quanto lui vuole da me, perchè fare la volontà di Dio è il miglior modo di vivere. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato perché pregare vuol dire sperimentare e anche commuoversi per la misericordia e il perdono di Dio. Quando si sperimenta in concreto l’amore di Dio e con Dio, che viene da una vita impostata sull’imitazione di Cristo, allora si sente davvero di avere “una marcia in più” anche di fronte alle più gravi difficoltà e prove che la vita ci riserva. San Giovanni della Croce dice che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. E’ la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. E’ il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio.

Il Venerabile (presto Beato) dott. Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata da suo padre, ma era anche impegnato in opere di carità ai poveri e di aiuti ai missionari. Negli anni 1949-1950, costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c’erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: “Questo è il mio rifugio per pregare” e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti in quello che chiamava: “Il mio monastero”.

Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: “”Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.

Ho chiesto ad Adalucio perchè gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello Candia un santo. “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.

Piero Gheddo

Come Boko Haram si diffonde in Camerun

Ecco come un osservatore straniero, che vive da anni nel Nord del Camerun,  ha spiegato alle autorità del paese in che modo Boko Haram si diffonde fra i giovani camerunesi del Nord. Esempio significativo di quanto sono importanti, anzi decisivi, i ricchissimi paesi ed emirati del Golf (per il petrolio), che finanziano in tutto il mondo l’estremismo islamico, conosciuto con varie sigle e associazioni- Piero Gheddo

In Italia non si capisce perchè così tanti giovani si uniscono ai guerriglieri e terroristi islamici. Nel Nord Camerun, con una buona minoranza islamica e una maggioranza animista e cristiana, fino a due-tre anni fa non abbiamo mai avuto l’islam estremista e violento, già presente nelle vicina Nigeria. Quando anche da noi ci sono state azioni di terrorismo e di violenza, eravamo convinti che fossero dei fanatici nigeriani, scontenti per la situazione del loro paese, che venivano in Camerun per racimolare i riscatti di fruttuosi sequestri di occidentali. Non è così. Oggi è chiaro a tutti, sono in maggioranza giovani camerunesi del Nord che si uniscono al movimento di Boko Haram, che non è un esercito con un’unica gerarchia, ma è formato da diversi gruppi, i quali, pur riferendosi ad una visione estremista dell’Islam, hanno una totale autonomia decisionale ed organizzativa. Per questo le azioni terroristiche sono diverse l’una dall’altra anche all’interno della Nigeria o al confine con il Camerun.

Ci siamo accorti che i gruppi di Boko Haram (che sono tanti) si adeguano alle disposizioni restrittive dei Governi di Camerun, Nigeria e Ciad, dopo il recente incontro consultivo di Parigi. Prima novità: non sono più solo gli occidentali ad essere nel mirino degli islamisti, ma le personalità locali, influenti nella politica o nell’economia.  Prova ne è l’assalto a Kolofata, nella provincia di Mayo Sava, alla casa del Vice Primo Ministro Amadou Ali, e il rapimento di sua moglie Agnese, una cristiana originaria del Sud del Camerun, ancor oggi trattenuta in ostaggio dai terroristi; e questo ha fatto molto scalpore in tutto il paese, perché gli assalitori si sono presentati in pieno giorno, con pickup normalmente utilizzati dalle forze dell’ordine, indossando le divise dell’esercito camerunese. Seconda novità: l’opinione pubblica camerunese si è accorta che il terrorismo di Boko Haram non è nigeriano, ma è costituito e sostenuto da giovani del Camerun e ben radicato nel tessuto sociale del paese. Per molti è comodo ritenere che sia collocato soprattutto nelle regioni settentrionali del Nord ed Estremo Nord, ma il timore dell’amministrazione pubblica è che sia ormai esteso, anche se in forma latente, in tutto il paese, fino alla capitale Yaoundé.

Infine, la terza novità fa ancora più paura alle Autorità e all’opinione pubblica camerunese: le notizie sul reclutamento in atto di giovani delle regioni settentrionali per la guerra santa dell’Islam. Dalle informazioni ufficiose che circolano a livello delle autorità civili e militari, sembra che più di 500 giovani siano già “partiti” dalla regione dell’estremo nord, e altri 200 dalla regione degli altopiani dell’Adamawa, per raggiungere Boko Aram. Tra l’altro, alcuni di questi giovani si sono anche fatti vivi per telefono con la propria famiglia, motivando la loro partenza col desiderio di aderire ad un Islam più radicale e potente. Se da una parte questo significa che il bacino di raccolta è l’ambiente giovanile musulmano, dall’altra c’è da interrogarsi su quanto durerà ancora realmente la coabitazione pacifica tra diverse etnie e religioni. I cristiani cominciano a temere una guerra santa che li perseguiti, fino a scacciarli dai loro villaggi. Lo spettro della situazione medio orientale e dell’Africa sub-sahariana incombe su questa regione che è sempre stata un esempio di convivenza e collaborazione tra diverse etnie e religioni.

Una delle basi ideologiche di Boko Haram, è il rifiuto di tutto quanto non è conforme alla legge coranica, interpretata in senso molto radicale, fino a pretendere di creare degli Stati, o Sultanati, di soli credenti della vera ed unica fede islamica. Questa visione estremista può certamente far presa su giovani che sono scontenti della gestione attuale dei beni pubblici, dove la corruzione e il clientelismo creano privilegi per poche persone, e lasciano la gran parte della popolazione, soprattutto giovanile, senza prospettive di lavoro e di miglioramento reale di vita. La mancanza di prospettive, spinge molti giovani ad avvicinarsi a chi propone una rivoluzione in nome della “fede nel vero Islam”, accompagnata da una reale proposta di impegno, per il quale si ottiene anche una ricompensa monetaria non indifferente. La somma mensile di 180.000 Franchi locali, pari a 300 Euro, corrisponde al salario di un Direttore di scuola, o ad un Funzionario governativo con una buona carriera alle spalle. Se si pensa che un muratore guadagna, quando è ben remunerato, circa 60.000 Franchi, cioè 1/3 di quanto offerto da Boko Haram, si può ben capire l’attrattiva di una proposta economica di questo genere. Per sfamare la propria famiglia, che verrà protetta dall’organizzazione islamica, si può fare questo ed altro. La sola condizione è che non si torna più indietro. Chi ci ripensa viene letteralmente sgozzato come esempio per tutti. Inoltre, c’è la motivazione psicologica di poter maneggiare delle armi, cioè di gestire una parte del potere che finora i giovani erano obbligati solo a subire da parte di poliziotti o gendarmi. Con un’arma in pugno ci si illude di poter contrastare gli “oppressori occidentali”, e di poter cambiare la propria prospettiva di vita, tanto più se è sostenuta da una ideologia religiosa che promette la salvezza eterna.

   PieroGheddo

Radicalismo islamico: il vero nemico dell’umanità

Con questo titolo “Il vero nemico dell’umanità”, domenica 31 agosto mons. Bruno Forte, nella prima pagina de “Il Sole 24 ore” ha lanciato un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, che questa volta si presenta col nome di “Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Aram e tanti altri locali, che continuano a vivere e soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo e noi italiani non ne abbiamo ancora preso vera coscienza. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”.

Mons. Forte scrive: “Minimizzare la gravità della situazione sarebbe da irresponsabili. Ridurre i problemi a semplici conflitti locali non ha fondamento nella realtà. La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani”. L’arcivescovo di Chieti-Vasto richiama le parole di Papa Francesco con i giornalisti, sull’aereo da Seul a Roma: “Ha parlato della situazione irachena e della necessità di fermare l’aggressore ingiusto con un impegno multilaterale promosso dall’Onu”. Il Pontefice ha denunciato la “crudeltà inaudita” dei mezzi bellici non convenzionali e della tortura, impiegati dai jihadisti, constatando: “Siamo nella Terza guerra mondiale, ma a pezzi”.

Poi ha spiegato i caratteri assolutamente disumani delle ideologie fondamentaliste, “partendo da un’affermazione di Gesù quando rimprovera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che si ferma all’esteriorità, trasgredendo le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà (Mt 23,23). Queste le tre idee chiave che il fondamentalismo snatura, fino a rovesciarle nel loro contrario, idee su cui occorre convergere per opporre alla barbarie e alla violenza cieca un impegno autentico al servizio della pace per tutti”.

Ho parlato dell’articolo di Forte con due missionari del Pime, uno nel Nord Camerun (ai confini con la Nigeria) e l’altro a Zamboanga nell’isola di Mindanao nelle Filippine, cioè in luoghi direttamente minacciati da questo “vero nemico dell’uomo”. Uno mi ha detto: “Sono cose che noi diciamo almeno da dieci anni” e l’altro: “Ho fatto un po’ di vacanza e di cure e adesso ritorno a casa (ha detto davvero così perchè quello è ormai il suo popolo), ma mi pare che per voi italiani questo non avete coscienza di questo islam radicale che minaccia tutti”. In Italia c’è qualche difficoltà a chiamare con il loro nome i massacri sistematici che avvengono nei territori controllati dal Califfato.

Il card. Kurt Koch, parlando del Califfato e del terrorismo islamico, ha scritto sull’Osservatore Romano: “Non si capisce perché alcune cose vengano chiamate Shoah e per questo non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro, semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria”. Con il termine Olocausto si indica il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio nazista di tutte le categorie ritenute “indesiderabili”, che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni. L’Olocausto, in quanto genocidio degli ebrei e identificato con il termine Shoah (“catastrofe”, “distruzione”), fu lo sterminio di circa i due terzi degli ebrei d’Europa, fra i 5 e i 6 milioni di ogni sesso ed età. Nell’informare, denunziare e protestare per i massacri compiuti dai criminali del Califfato vestiti di nero e incappucciati si usano termini meno tragici e decisivi, per una condanna senza se e senza ma.

Ma il problema non sono le parole e anche le firme di condanna fatte da rappresentanti dell’islam in Italia. Loro fanno quel che possono, sapendo bene che se vanno oltre rischiano la vita. Il problema, al nostro livello di cristiani che considerano i musulmani in Italia fratelli e sorelle da aiutare, è il “dialogo”, parola magica che la Chiesa post-conciliare ha accolto e praticato in ogni paese; anche in Italia, la maggioranza delle diocesi e parrocchie hanno i loro gruppi di dialogo con i fedeli dell’islam. E’ una buona premessa, accompagnata dall’aiuto concreto per le loro necessità, per una vicendevole comprensione e integrazione. Il vero problema è di capire bene che il dialogo senza la verità e il coraggio di dire la verità, non è più un dialogo, ma un compromesso e una connivenza.

Perché dico questo? Perché siamo tutti convinti che la guerra contro l’estremismo islamico violento peggiora le situazioni e che il radicalismo danneggia anzitutto i popoli stessi che credono nel Corano. Le prime vittime sono loro. Se i circa trenta paesi a maggioranza islamica non si sviluppano è perché sono bloccati da questa ideologia disumana, che usa violenza anzitutto contro i musulmani stessi, toglie loro la libertà di ragionare e di decidere, tiene le donne in posizione di perenne inferiorità e usa le immense ricchezze del petrolio non a favore dei popoli stessi, ma per continuare a diffondersi e blindare le catene di una schiavitù di cui non si vede la fine. Mons. Bruno Forte si augura, come rimedio, “una presa di posizione interreligiosa, più che mai necessaria, di denunzia ferma e senza appello all’integralismo fondamentalista”. Ottimo, ma tutto questo bisogna portarlo alla base, con un autentico dialogo fra cristiani e musulmani, che possa essere utile ad ambedue i popoli e alla comune ricerca di pacifica convivenza fondata sulla verità, la giustizia e l’amore, cioè l’aiuto, la solidarietà.

Piero Gheddo