La Chiesa chiede dialogo e fraternità coi musulmani

In Italia siamo (quasi) tutti convinti che “il vero nemico dell’umanità è il terrorismo islamico”, ha scritto mons. Bruno Forte il 31 agosto scorso (su “Il Sole 24 Ore”), lanciando un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, oggi “Il Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Haram e altri locali, che continuano a soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”. E Forte spiega che questo giudizio viene anche dal fatto che Il Califfato dice di agire “in nome di Dio”, la peggior bestemmia che si possa immaginare. Ma aggiunge che tutto questo “non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani” (vedi il mio Blog del 5 settembre 2014).

Parlo di questo con un missionario cattolico che vive in un paese islamico del Medio Oriente. Si dice d’accordo con quanto ha scritto mons. Forte, però teme che il tragico e travolgente prevalere di queste violenze disumane, facciano dimenticare ai cristiani d’Italia e d’Europa che la Chiesa ha scelto, come rapporto con i popoli islamici il dialogo, l’accoglienza, la solidarietà verso i bisognosi. La Chiesa denunzia e condanna fortemente l’estremismo e il terrorismo di radice islamica, ma vede anche queste situazioni con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passioni.

E mi parla dei frequenti e fraterni incontri che ha con tre rappresentanti dell’islam nella sua città, che condannano tutti decisamente il terrorismo islamico, in privato con lui, ma non in pubblico. A questi amici ha posto questa domanda: “L’umanità potrà essere una sola famiglia?”e nell’incontro del mese seguente hanno risposto.

Il primo che risponde è molto fedele al Corano, ma come lo interpreta lui. Mi dice per esempio: “Ormai siamo amici, ma non potrei darti la mano, perché sei un cristiano, un miscredente. E poi, poveretto, non potrai salvarti! Dio vuole solo credenti nell’Islam. Gli altri sono esclusi dalla convivenza umana. L’umanità non potrà mai essere una sola famiglia, lo proibisce il Corano!”.

Il secondo, o meglio la seconda, è una donna e un po’ più aperta ad accettare il dialogo con appartenenti ad altre culture e religioni. Spesso racconta le difficoltà della convivenza anche all’interno del suo ambiente musulmano e della sua stessa famiglia. In realtà lei nota un moltiplicarsi di posizioni sempre più differenziate all’interno degli stessi musulmani, uno spirito e uno sguardo di giudizio, quasi di controllo sulla fedeltà degli altri alle tradizioni e pratiche di preghiera, ramadan, elemosina e doni cultuali, portamento del velo, ecc. Questo è dovuto a un certo indottrinamento da parte di persone venute da altri paesi. Il missionario aggiunge: “Infatti io vedo crescere il razzismo nei confronti di persone di colore diverso e di religione diversa, un crescendo di secolarismo e di comportamenti di ipocrisia anche in persone semplici, che non sono mai state così.

La signora risponde decisamente: “Oggi è impossibile che l’umanità diventi una sola famiglia, non siamo uniti nemmeno noi musulmani e temo che ci divideremo sempre più, vedendo dove porta un certo modo radicale ed estremista di vivere l’islam!”.

Il terzo è un professore che negli incontri mantiene il ruolo di ascolto rispettoso e spesso concilia e avvicina le posizioni divergenti. Legge molto e ama informarsi ed estendere le sue conoscenze. La sua risposta è questa: “La cosa va studiata. Anche all’interno dell’Islam, ci sono persone che si impegnano alla convivenza rispettosa con i non musulmani, atteggiamento che suscita divisioni fra noi. Non mi, sento di prevedere il futuro, che comunque è sempre nelle mani di Allah”.

“Le tre risposte – conclude il missionario – mostrano che all’interno del mondo musulmano le divergenze possono aiutare a una riflessione più profonda sull’islam, alla rilettura dello stesso Corano e all’ascolto rispettoso delle altre esperienze religiose. E capisco meglio il mio servizio di accompagnamento nell’ascolto reciproco, nella riflessione e nello scambio di esperienze e di valori”.

Il missionario, vivendo in paese islamico, leggendo anche la stampa locale e frequentando molti musulmani, anche persone autorevoli in campo religioso-culturale, è convinto che il terrorismo islamico è certamente contro l’Occidente cristiano (“ma voi siete sempre meno cristiani!” mi dice), ma è ancora più convinto che la battaglia finale sarà tra musulmani violenti e intolleranti, e musulmani veramente amanti della pace e della convivenza tra popoli di diversa religione e cultura. La soluzione del terrorismo islamico non verrà quindi, secondo lui, dalla guerra dell’Occidente contro l’islam e dal rifiuto dei musulmani come tali, ma dal dialogo e dall’appoggio e sostegno delle iniziative che nascono nell’islam, contrarie alla “guerra per Dio”. Un conto è “fermare l’ingiusto aggressore”, un altro è dimenticare che l’islam è una grande e nobile religione (è un discorso che va approfondito) e condannare tutti i musulmani come nemici dell’Occidente. Questa mentalità, se si diffonde anche fra noi cristiani, porta inevitabilmente alla guerra totale, mondiale, che non avrà né vinti né vincitori.

Piero Gheddo

2 pensieri su “La Chiesa chiede dialogo e fraternità coi musulmani

  1. Buonasera Padre Gheddo.
    Certo che quelle tre risposte danno da pensare…
    La nostra visione, intendo cristiana, dell’umanità non ha dubbi che siamo già un’unica famiglia – anche se la messa in pratica poi non denota la comprensione profonda di questa realtà. Ma credo che un cristiano (vero) tendenzialmente avrebbe dato risposte abbastanza diverse a quella domanda. O sono io troppo ottimista?

    Sono d’accordo che la soluzione vera rispetto al terrorismo può avvenire solo all’interno dell’Islam. Anche se al momento, più che soluzione vera è guerra vera. A questo proposito, approfitto del suo blog per riproporre una notizia passata molto sottotono in luglio.
    Ecco il link su Vatican Insider, “Il musulmano che si è fatto uccidere per i cristiani di Mosul”
    http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/iraq-irak-irak-35380/

  2. Caro Padre Gheddo,

    se oggi si facesse una guerra, l’Occidente la vincerebbe.
    A mani basse.
    Per la schiacciante superiorità in tecnologia ed armamenti.

    Sia chiaro che io non la desidero.
    Per il mio DNA permeato – nonostante tutte le infedeltà – di Cristianesimo.
    Voglio solo puntualizzare come in realtà andrebbe a finire il conflitto.

    Ma sia l’Islam che l’Occidente han due grandi interessi in comune.
    Il petrolio che arricchisce gli Stati Arabi e che fa funzionare l’economia occidentale.
    Assieme alla manodopera degli immigrati di vecchie e nuove generazioni.
    Per cui – a meno del ripetersi di altri casi come quello dell’11 settembre in Usa – non ci sarà una guerra.

    Se invece dovesse finire l’oro nero, son sicuro che l’Occidente prenderebbe a calci l’Islam e gli farebbe pagare con interessi esosissimi tutti i suoi attentati sanguinari.

    Il suo stesso articolo, che evidenzia bene l’imbarazzo e la doppiezza dei personaggi, tra l’altro nei confronti di un ben conosciuto e stimato uomo di pace come Lei, – figuriamoci quindi il loro atteggiamento verso un occidentale qualunque come me – mi conferma nel diffidare sempre e comunque degli Arabi che sono venuti e vengono tuttora in Italia.

    Con buona pace del Santo Padre che ha appena detto che bisogna superare le diffidenze sugli immigrati.

    Peccato che nessun sacerdote, di alto o basso clero, ricordi mai a loro che la Chiesa Cattolica nel suo Catechismo – art. 2241- prevede ANCHE che le nazioni ricche ( l’Italia ne fa ancora parte? ) son tenute ad accogliere lo straniero NELLA MISURA DEL POSSIBILE.

    E che LE AUTORITA’ POLITICHE IN VISTA DEL BENE COMUNE DI CUI SONO RESPONSABILI, POSSONO SUBORDINARE L’ESERCIZIO DEL DIRITTO DI IMMIGRAZIONE A DIVERSE CONDIZIONI GIURIDICHE, IN PARTICOLARE AL RISPETTO DEI DOVERI DEI MIGRANTI NEI CONFRONTI DEL PAESE CHE LI OSPITA.

    Perché L’IMMIGRATO E’ TENUTO A RISPETTARE CON RICONOSCENZA IL PATRIMONIO MATERIALE E SPIRITUALE DEL PAESE CHE LO OSPITA, AD OBBEDIRE ALLE SUE LEGGI, A CONTRIBUIRE AI SUOI ONERI.

    Controlli, per favore, se ho copiato bene.
    Magari Lei conosce il tutto pure a memoria.

    Son consapevole come ciò valga per tutti i migranti, non solo per l’etnia araba.

    L’ho tuttavia ribadito perché la protervia dei culi in aria oranti in piazza del Duomo a Milano di fronte alla Cattedrale è quella che mi ha procurato più fastidio e una diffidenza perenni.

    Alla faccia del RISPETTARE CON RICONOSCENZA IL PATRIMONIO MATERIALE E SPIRITUALE DEL PAESE CHE LI OSPITA.

    Sarebbero da cacciare in massa.

    Con immutata stima.

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