Francesco chiede ai giovani di diventare missionari

Nell’udienza generale dedicata al suo viaggio in Africa (2 dicembre), Papa Francesco ha ricordato l’incontro con una suora italiana a Bangui, di 81 anni con una bambina che la chiamava “nonna”. La suora infermiera e ostetrica è in Africa da quando aveva 24 anni. Francesco si commuove e dice: “E come questa suora, ci sono tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello vedere questo”.

Sempre parlando a braccio, aggiunge: “Io mi rivolgo ai giovani: se tu pensi a cosa vuoi fare della tua vita, questo è il momento di chiedere al Signore che ti faccia sentire la Sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente”.

In Uganda, nel ricordo dei Martiri ugandesi e di Paolo VI, il Papa dice: «Sarete miei testimoni» (At 1,8)…Avrete la forza dallo Spirito Santo», perché è lo Spirito che anima il cuore e le mani dei discepoli missionari”. Tutta la visita in Uganda si è svolta nel fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo.

L’appello del Papa per le vocazioni missionarie va ripreso. I missionari italiani fra i non cristiani e in America Latina (preti, fratelli, suore, volontari laici) sono ancora più di 10.000, ma rapidamente diminuiscono; li ho trovati nei paesi più difficili, come Somalia, Eritrea, Etiopia, Zimbabwe, Libia, Namibia, Ruanda, Burundi, Congo, Papua Nuova Guinea, Birmania, Pakistan, ecc. I vescovi locali lamentano la loro diminuzione e chiedono giovani rinforzi.

Com’è la vita missionaria? Ecco la mia personale esperienza. Quand’ero ancora nelle elementari, Gesù mi ha chiamato a seguirlo e io gli ho detto di sì. Mi fidavo di Gesù e oggi, a 86 anni e dopo 63 di sacerdozio e di missione, posso dire che ho avuto una vita serena, con tante fatiche, percoli, persecuzioni e sofferenze, ma una vita piena di entusiasmo e di gioia e non cesso di ringraziare Gesù che mi ha chiamato..

Felice perché? Perché il prete è “un altro Cristo”, rappresenta Cristo, di cui tutti i popoli e tutti gli uomini hanno bisogno. La nostra vocazione è il massimo di realizzazione che possiamo sperare dalla nostra piccola vita. Io sono vissuto e continuo a vivere con uno scopo forte e ben preciso: essere innamorato di Gesù e farlo conoscere e amare. So che Gesù mi ama, mi protegge, è sempre con me, non mi abbandona mai, mi guida, mi perdona, mi dà tutto il necessario e anche molto di più… “Il Signore è il mio pastore, dice il Salmo 26, non manco di nulla… Se cammino in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, o Signore”.

Nelle mie visite alle missioni, ho incontrato tanti missionari felici di spendere la vita per far conoscere e amare Il Signore Gesù.
Ecco in breve il beato ClementeVismara (1897-1988), beatificato il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano, che è l’icona della missione alle genti del secolo scorso. Sono andato a trovarlo in Birmania nel 1983, quando aveva 86 anni e mi parlava del futuro suo e della sua missione. Raccontava che aveva deciso di farsi missionario dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, guadagnandosi anche una medaglia al valor militare: “Sono vissuto tre anni sempre in trincea e ho visto tante di quelle carneficine, distruzioni, odio e violenze gratuite che mi sono convinto: solo per Dio vale la pena di spendere la vita. E mi son fatto missionario”.

Anche i giovani d’oggi sono in una situazione simile: la società italiana si sta autodistruggendo per la corruzione e le immoralità e ha perso le sue radici e la sua identità cristiana. Così è assediata da un islam giovane e guerriero che vuole convertirci a Dio e alla legge islamica (sharia) e ci minaccia da vicino.

Anche oggi solo per Dio vale la pena di spendere la vita. Il giovane cattolico deve chiedere al Signore Gesù: “Cosa debbo fare della mia vita?”. E se Gesù ti chiama, non dirgli di no. Ti ha promesso il cento per uno in questa vita e poi la vita eterna in Paradiso. Fidati di Lui.

Ho scritto la biografia del Beato Clemente (“Fatto per andare lontano”, Emi 2013). E’ un romanzo d’avventure, non inventate come quelle di Emilio Salgari e di tanti altri, ma tutte vere e autentiche, come hanno confermato più di cento testimoni della sua vita al Processo canonico di beatificazione.

Avventure umane affascinanti, non pochi lettori di “Fatto per andare lontano” mi hanno detto che chi incomincia a leggere questo libro, va poi avanti fino alla fine, anche per la curiosità di vedere come si svolge e va a finire la vita di questo sergente maggiore della prima guerra mondiale, che diventa “cacciatore di tigri e di anime”, vive e lavora per 65 anni fra un popolo tribale che sta uscendo dalla preistoria, in un ambiente forestale popolato da animali selvatici e da milioni di insetti, abitando per sei anni in un capannone di fango e paglia (quando pioveva doveva aprire l’ombrello sul suo giaciglio), molte notti passate all’addiaccio in foresta (col fuoco acceso per tener lontani gli animali selvatici), abituato a mangiare come i locali (riso con peperoncino, pesciolini di torrente, erbe e radici tritate e bollite), prigionia e dittature persecutorie, briganti di strada e contrabbandieri d’oppio (nel “Triangolo d’oro” dove si produce il 40 dell’oppio mondiale), febbre nera fulminante e lebbra… Ma la gioia nel cuore era grande e Gesù aiutava a superare tutte le dfficoltà.

Clemente visitava i villaggi pagani e prendeva bambini e bambine da portare in missione dove le suore li allevavano e li facevano studiare, con l’aiuto di vedove cacciate dai villaggi. Clemente si innamorava dei poveri, dei piccoli, dei diseredati, dei nullatenenti. Li portava tutti in missione, li faceva lavorare secondo le possibilità di ciascuno e dava loro una dignità nuova: mantenersi col proprio0 lavoro. Così è nata la Chiesa locale e Clemente ha fondato cinque nuove parrocchie partendo da zero, con decine di migliaia di cristiani e tutte le strutture necessarie, persino un ospedale tenuto dalle suore di Maria Bambina.

E’ morto a 91 anni “senza mai essere invecchiato” dicevano i confratelli; la gente lo chiamava “il prete che sorride sempre” e al funerale una marea di popolo, anche buddisti e musulmani, piangevano la sua morte; e al processo diocesano per la beatificazione parecchi hanno fatto giornate di cammino per venire a Kengtung a dare la propria testimonianza.

Il motto del beato è “Fare felici gli infelici”, che è anche il titolo del volume sulla personalità e la spiritualità di Clemente (EMI, 2014). La sua è una spiritualità schietta e semplice ma fortissima, basata su una verità nata dall’esperienza vissuta del Vangelo: “La vita è bella solo se la si dona”. Una vita tutta spesa per “fare felici gli infelici”.
Questo libro è dedicato ai giovani,
soprattutto quelli alla ricerca di un ideale per spendere bene la vita.

Buon Natale di Gesù a tutti dal vostro

Piero Gheddo

3. «Io manderei in Paradiso anche i peccatori»

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la Misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli sa che l’Occidente cristiano si è allontanato dalla Chiesa e dalla vita cristiana e questo ha imbarbarito le nostre società e i nostri popoli ancora nominalmente cristiani (espressione massima di questa barbarie è la teoria del “gender”). E’ stato mandato dallo Spirito per riportarci tutti a Dio e a Cristo, accettando la misericordia e il perdono di Dio.

Francesco è un Papa missionario (ha un’esperienza pastorale come nelle missioni), ma parla poco della missione alle genti. Lui ha una visione globale dell’umanità ed è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Ha affidato l’organizzazione dell’Anno della Misericordia di Dio al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, che riguarda appunto i paesi e i popoli cristiani. Insomma, tutto il Pontificato di Francesco è impostato per riportare i cristiani a ritrovare le radici biblico-evangeliche della nostra civiltà, orientando la cultura e l’educazione di conseguenza. Come diceva Tony Blair in un discorso al Parlamento dell’Unione Europea all’inizio degli anni 2000: “L’Europa può superare le sue crisi solo ritornando al Vangelo, che ha fatto grande la nostra civiltà”.

Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee, Francesco ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare C missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne”. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e crede davvero che l’Anno della Misericordia di Dio può iniziare un graduale ritorno dell’Europa, dell’Italia a Cristo. Crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione”, ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa.

Parlo con un parroco d Vicenza che mi dice: “Tutti o quasi tutti ammirano e applaudono Papa Francesco, ma il suo appello alla conversione personale non ha ancora scosso e morsicato la carne viva dei nostri fedeli. Noi siamo i puri, andiamo in chiesa, la conversione riguarda i peccatori”.

Temo che questo appello di convertirci personalmente a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto proprio da non pochi di noi, preti e cristiani “praticanti”. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se egli è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita.

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; e se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Lo spirito missionario dell’Anno della Misericordia è espresso bene in questo articolo del beato Clemente Vismara, che viveva visitando i suoi tribali nei loro poveri villaggi: per 65 anni con gli ultimi della terra (“la Chiesa in uscita”). Portava nella sua persona “l’odore delle pecore” (come vuole Papa Francesco) e aveva una visione paterna delle miserie umane e un cuore grande come il mondo. Clemente descrive un suo parrocchiano pagano (“un miserabile oppiomane”) e conclude in modo imprevisto,com’è imprevista la Misericordia di DIO, che arriva fin dove noi non possiamo nemmeno immaginare. Buona lettura, lasciamoci portare dall’onda calda di un missionario, scrittore da antologia letteraria, che viveva con gli ultimi della terra (su “Vogliamoci bene” marzo 1976).

UN MISERABILE OPPIOMANE

Tre mesi fa circa è morto e nello stesso giorno venne sepolto un uomo. E’ morto solo, come un cane nel bosco…. Scopo della sua vita, unico suo ideale era l’aver da fumare oppio; ottenuto quello si sdraiava sul suo duro giaciglio e dormiva. Tutto il resto passava in seconda linea; fossero la sua brava e buona moglie, i suoi tre figli piccplini. Un perfetto e miserabile oppiomane.

Da tutta la sua gente di tribù Ikò era ritenuto un invasato dagli spiriti cattivi; noi diremmo un indemoniato. La sua presenza nei villaggi faceva morire la gente. Nessun villaggio pagano osava dargli ospitalità; nessuno lo voleva, lo poteva ricevere. Ch’io sappia dovette cambiar villaggio cinque volte ed ogni volta gli fu bruciata la capanna.

Era ormai persuaso del suo infelice destino, non gli rimaneva altro che abitare tutto solo, con la famiglia nel bosco. Viveva alla giornata. I soldi, che più o meno onestamente poteva avere, li consumava in oppio; che fosse padre di famiglia e dovesse provvedere alla moglie ed ai figli, manco ci pensava. Alla moglie, che aveva 29 anni, sembrava che il sistema del marito fosse normale: “Lui è mio marito – diceva – tutto quello che ho è suo. Se ha voglia di fumare e non ha soldi – poveretto – perché non prendere i soldi che ho?”. Dei quattro o cinque figli che ebbe ne rimanevano tre, tutti maschi, otto, quattro e due anni. “I figli – diceva – li ha fatti la moglie e lei se li mantenga”.

Respinto da tutti i villaggi, sperò di risolvere il suo problema economico rifugiandosi dal prete (cioè dal padre Clemente, n.d.r)., che nei primi giorni lo aiutò a vivere. Ma i soldi andavano a finire nel botteghino dell’oppio. Era irrimediabile. “Vorrei non fumare, ma se non fumo muoio” – diceva al prete che lo consigliava si smettere.

In questo tempo avvenne pure che la moglie di Lophì desse alla luce un altro figlio. Solo la suora entrava nella sua capanna e vedendo la miseria della famiglia, regalò alla donna una scatola di latte condensato che costava kiats 9. Uscita la suora dalla capanna Lophì, presa la scatola, l’andò a vendere a kiats 5. In una seconda visita la suora regalò alla partoriente – non aveva nulla da mangiare – una gallina; il marito era uscito di casa. Cotta la gallina ai ferri, la donna coi tre figlioli mangiò mezza gallina e l’altra metà la ripose per consumarla il giorno seguente. Tornato il marito, manco a dirlo, si mangiò tutto solo la seconda metà.

Voi lo mandereste all’inferno un marito simile?

Io no, ma forse, dopo oltre mezzo secolo di servizio nel bosco, ho perso il senso, come dire, della…civiltà; non mi pare però di essere selvatico. Chi ha insegnato a vivere al povero Lophì? Quale istruzione ebbe? Quali beni, quali comodi ebbe in vita sua? Lophì è nato ed è morto, e resta detto tutto. Star male di qua e peggio nell’aldilà, ci par giusto? E via… siamo un po’ buoni, un po’ di felicità concediamola a tutti.

Attualmente, qui da noi non c’è pace: una guerriglia veramente debilitante; provare per credere! I rossi comunisti vogliono impossessarsi del nostro paese. Vogliono venir qui a mangiare il nostro riso. Perbacco! Non ne abbiamo a sufficienza per noi; un anno si un anno no soffriamo la fame, come possiamo regalarne a loro? I soldati birmani ci difendono, combattono per noi. Noi non abbiamo nessun mezzo di difesa, abbiamo solo le gambe per scappare. Giustamente i birmani vogliono che noi almeno li aiutiamo nel trasporto delle vettovaglie e delle munizioni. Per turno, ogni villaggio, su richiesta, per il trasporto in prima linea. La regione è montagnosa. I comunisti stanno solo sui monti, danno continua noia a quelli del piano facendo incursioni e minando le strade. Fanno delle vittime inutilmente e chi più ci rimette sono i poveri: chi ha mezzi si cerca un sostituto che vada in sua vece e paga salato. Ho sentito dire fino a kiats 400 per volta! Naturalmente, per Lophì questa era una buona occasione: con un viaggio di un giorno o due avrebbe avuto soldi per fumare un mese senza tanto lavorare. Il lavoro non gli era mai andato a genio, il pesante lavoro dei campi era tutto a carico della moglie. Nel ritorno da questo servizio di trasporto Lophì inciampò in una mina messa dai rossi nel mezzo della strada; ne riportò una larga ferita alla gamba sinistra, riuscì a tornare alla sua capanna, ma non essendoci medici o gente pratica di feriti non riuscì a fermare il sangue e dopo alcuni giorni morì dissanguato. Così mi raccontò la moglie.

Morto, lei lo avvolse nella coperta, la sola che aveva; legato con viticchi, come un salame e nello stesso giorno sepolto nel bosco poco lontano dalla sua capanna. Quando si dice che Lophì è nato e morto, è detto tutto e nessuno piangerà, manco la moglie.

I motivi per cui io lo lascerei entrare in Paradiso, sono almeno due:

1°) Lophì è morto per causa di servizio, ossia di dovere. Se i soldati birmani restassero senza munizioni avremmo i comunisti in casa e ci porterebbero via il nostro riso. Senza mangiare si muore. Noi abbiamo una bella Chiesa ove pregare e preghiamo tre volte al giorno, come mangiamo tre volte al giorno. Se questi comunisti scendessero dai monti, convertirebbero la nostra Chiesa in magazzino.

2°) Priva del marito la moglie, che si chiama Budô, chiese aiuto alla sua vecchia madre pagana, che abita in un villaggio poco lontano. La madre fece costruire per la figlia e prole una piccola capanna, ma i seniori del villaggio che conoscevano e ritenevano Lophì indemoniato, data poi la sua tragica fine, che stimavano una vendetta degli spiriti, pensarono che gli spiriti erano entrati nel corpo della moglie di Lophì, quindi non permisero che la povera donna entrasse nel loro villaggio.

Conclusione: se Lophì non moriva per causa di servizio, la moglie vivrebbe ancora nel bosco sola coi tre figli, non avrebbe altro che patir la fame, non sarebbe ricorsa al missionario, il cui ufficio è appunto quello di rendere felici gli infelici ed aprire il Paradiso ai pagani. Il primo figlio di otto anni è con me e va a scuola. Gli altri due piccolini stanno in convento con le suore. Han finito di patire poveretti, ma questi due hanno patito troppo. Fa loro male il ventre e piangono; speriamo si possano riavere. Il primo lavoro delle suore fu di fare un bel bagno con acqua calda ai due bambini; poi trovare per loro un vestito adatto e infine farli sedere a mangiare riso caldo con condimento.

La morte del solo Lophì ha donato la vita a quattro creature del buon Dio e chi ha salvato altri, salva se stesso. Anche lo stesso missionario per salvare se stesso deve salvare gli altri. Vi pare che il mio ragionamento corra bene? E via… siamo un po’ buoni, il nostro cuore non è un cuore da pagani: tutti desideriamo un po’ di felicità, se non di qua almeno nell’al di la.

Vivendo da oltre mezzo secolo coi più poveri, forse ho perso il senso della giustizia, forse io sono troppo ottimista. Io manderei in Paradiso anche i peccatori. Basterebbe che tentassero di compiere una piccola buona azione per entrare nel Regno di Dio. Ma dicevano gli antichi: dura lex, sed lex.

Orribil furono li peccati miei
ma la bontà infinita ha sì gran braccia
che prende chi si rivolge a lei.

Clemente Vismara

Perché l’Anno Santo della Misericordia di Dio?

(Il Blog sulla Misericordia di Dio è diviso in tre parti: due sono quelle pubblicate oggi, la terza conclusiva fra alcuni giorni)

Papa Francesco ha così sintetizzato lo scopo dell’Anno Santo della Misericordia di Dio (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016): “affinchè la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia di Dio”. Parole che richiamano quelle di Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 quando apriva il Concilio Vaticano II, orientandolo in senso pastorale: “Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica … vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”. Papa Francesco non indice un altro Concilio, ma riforma la Chiesa in senso pastorale, missionario, con la Misericordia di Dio e la condivisione verso i lontani, i più poveri in tutti i sensi.

1 – Siamo tutti peccatori bisognosi di misericordia

Bisogna partire dalla convinzione che abbiamo tutti bisogno del perdono di Dio. Il Venerabile dott. Marcello Candia a chi gli diceva che era un santo rispondeva: “Chi ha avuto molto deve dare molto. Io ho ricevuto tantissimo da Dio e dai miei genitori. Se ho ricevuto cento e rendo ottanta, rendo meno di chi ha ricevuto dieci e rende nove”. Il confessore di Madre Tersa, un gesuita, ha detto che la Madre aveva una certa paura della morte, perché diceva: “Dio mi ha dato tanto e io ho corrisposto così poco!”.

Papa Francesco al giornalista che gli chiedeva:”Cosa pensa di un omosessuale?” rispondeva: “Chi sono io per giudicare il mio prossimo?” («Non giudicate e non sarete giudicati», diceva Gesù). E quando un altro gli ha chiesto: “Lei chi è?”, ha risposto: “Io sono un peccatore”. Bella risposta! Il Papa stesso si riconosce di essere un peccatore davanti a Dio.

In questo nostro tempo tempestoso, in cui sembra che il male prevalga sul bene in Italia e nel mondo, Francesco vuol estirpare questo modo di vedere: la Chiesa, comunità dei buoni, deve chiudersi in difesa della verità e del piccolo gruppo degli eletti. Il Papa dice e ripete un principio della pastorale missionaria: “la Chiesa in uscita”, i preti e gli operatori pastorali che portano la Parola di Dio ai non credenti e non cristiani, condividono e soffrono i loro problemi e sofferenze, aiutandoli, testimoniando la vita secondo il Vangelo. Questo era lo stile di Gesù e dei suoi Apostoli e discepoli.

Nei suoi 65 anni di missione in Birmania, il beato padre Clemente Vismara (icona della missione Ad gentes nel nostro tempo) ha fondato cinque parrocchie con decine di migliaia di cristiani partendo da zero. All’inizio scriveva: “Se voglio vedere un altro cristiano nel raggio di 130 km. /(la distanza tra la sua missione e il prefetto apostolico) debbo guardarmi nello specchio”. Lui visitava continuamente i villaggi pagani ed educava i catechisti e i cristiani a fare lo stesso. Ecco cosa scriveva al suo grande amico e benefattore Pietro Migone (25 luglio 1961): non si considerava certo un giusto, un santo fra i peccatori:

“A volte, quando celebro la Messa penso che mi è necessario essere un peccatore. La Messa è tutta infarcita di “Domine, non sum dignus” (Signore non sono degno), “Mea culpa” (Mia colpa), “Ne in aeternum irascaris nobis” (Non arrabbiarti con noi in etermo), “Si iniquitates (plurale) observaveris Domine, quis sustinebis?” (Se tu guardi ai nostri peccati, Signore, chi potrà sostenere il tuo giudizio?), ecc. S’io fossi un’anima candida direi bugie. Alle parole bisogna dare il valore che hanno, e di questo parere, credo sia anche il Signore….”.

Le ideologie atee che nel Novecento hanno prodotto decine di milioni di morti (senza liberare nessynoopolo!), comunismo e nazismo, proclamavano tutto il contrario delle Beatitudini di Gesù. Lenin scriveva nel suo “Cosa fare?” che le masse dei poveri hanno un’arma formidabile contro i ricchi: l’odio, bisogna odiare con tutte le nostre forze coloro che ci opprimono perché l’odio aumenterà la nostra forza nel combattere per la giustizia.

Friedrich Nietzsche nel suo “L’Anticristo” scriveva: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, l’unica grande perversione, l’unico marchio di abominio dell’umanità”. Nel suo libro “Così parlò Zarathustra”, ha stilato una specie di contro-vangelo al Discorso sulla Montagna di Gesù.”L’uomo – si legge – potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando i concetti del bene, del male e del peccato”.

Disprezzava la misericordia, i deboli, gli handicappati, le razze indegne della vita., Sognava un mondo dominato dai Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini “inferiori, mediocri e comuni”, per cui “lo Stato è in favore dell’individuo più forte (l’uomo eletto che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura”. Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Piero Gheddo

2. Il Dio dei cristiani perdona

Nella storia dell’umanità il vero rivoluzionario è Gesù Cristo; ha rivelato il volto di Dio, Creatore e Padre di tutti gli uomini, che perdona i loro peccati.”Dio è Amore” scrive San Giovanni e Gesù ha numerose espressioni sulla misericordia di Dio e sul nostro dovere di perdonare le offese: “Siate misericordiosi e otterrete misericordia… Perdonate non sette volte, ma settanta volte sette… Le sono perdonati i suoi molti peccati…Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno…”.

Nei due anni e mezzo del suo pontificato Francesco ha ripetuto tante volte questi concetti: “Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre…Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia di Dio che cambia il mondo…La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno”.

Dio Padre misericordioso è uno dei tanti valori della Rivoluzione

dell’Amore portata da Gesù nella storia dell’umanità, indispensabili per lo sviluppo anche psicologico della persona umana e il progresso della società (si pensi al valore del perdono per la pace!). In altre culture e religioni, la vendetta è sacra. Nel 1986 in Giappone i missionari mi dicevano che la difficoltà maggiore per i giapponesi di convertirsi a Cristo è il dovere di perdonare le offese ricevute, perché nella loro tradizione la vendetta è un atto sacro e si tramanda di padre in figlio!

Il padre Luigi Soletta del Pime era parroco a Kamakura, con una piccola chiesetta vicino al grande tempio della dea buddhista Kannon (la dea della misericordia), il “tempio dei bambini non nati”. Sulla collina attorno al tempio, nei vialetti del bosco ci sono migliaia di statuette del Buddha, simbolo del loro bambino. Le donne che hanno abortito lo offrono al tempio, vestendolo come avrebbero voluto vestire il bambino, a volte con un giocattolo in mano o vicino. Ho visto giovani coppie portare queste statuette, sistemarle nel tempio o nei dintorni, chiedono perdono, bruciano incenso, fanno prostrazioni. Usanza commovente che non è solo un rito, ma l’espressione di un’esigenza di perdono, che purtroppo non ha risposta. “L’aborto, mi dice Soletta, è sentito come una colpa grave e i non cristiani, che non conoscono il Dio della bontà e del perdono, a volte sono oppressi da un senso di colpa. Pensano che i bambini non nati non hanno pace, vagano per la città e i campi in attesa di reincarnarsi in un’altra vita. I genitori non riescono a dar loro pace. A volte vengono da me mamme e papà non cristiani, mi dicono che hanno fatto un aborto e mi chiedono se è vero che il Dio dei cristiani perdona questa colpa. Dopo trent’anni di Giappone, credo che in Oriente le malattie nervose sono più abituali che in Occidente proprio a causa di questa visione pessimistica di Dio, che non conoscono e pensano che non perdona. Io dico loro che il Dio dei cristiani perdona e spiego come e perché. Poi dò loro una benedizione solenne e li mando in pace”.

Il beato Clemente Vismara (1897-1988) è vissuto 65 anni tra popoli animisti e buddisti e dava giudizi molto negativi di quelle due culture religioni. E’ stato il Concilio Vaticano II (1962-1965) che ha cambiato la visione della Chiesa sulle religioni, Vismara scriveva (su Crociata missionaria dicembre 1953):

“Che il paganesimo renda l’uomo pigro e di conseguenza povero è un fatto indiscutibile. Venite e vedrete. Io parlo qui del mio paese, di quel che constato io; forse in altri paesi anche i pagani saranno benestanti, ma ci credo poco. Sembrerebbe che la religione debba influire solo sullo spirito, in pratica anche nello sviluppo materiale ha il suo peso e come!”. In una lettera a Pietro Migone (14 novembre 1963) scrive: “Dicano pure che il buddismo è una buona religione, da rispettare, ecc. ecc. Io son persuasissimo, ricevano pure miliardi e miliardi dall’America o Europa, ma se non cambian fede saremo sempre agli stessi passi. Noi qui siam poveri o meglio miserabili, perché lo vogliamo essere. Certo è tramontata l’epoca del colonialismo – ed è un bene – ma se fossero rimasti soli si sarebbero migliorati? Si poteva pretendere dai colonizzatori che facessero la vita ed il sistema dei missionari? Cristianesimo ed incivilimento son sinonimi e di qui non si scappa. Il progresso rimane e rimarrà sempre, dall’anno 1 al 1963 (quando nacque Gesù), incardinato nello spirito e non ci son miliardi che tengano”.

In una lettera a Pietro Migone (31 agosto 1949) si legge: ”La gente qui è povera proprio perché vuol rimanere povera, o meglio miserabile. Coi miserabili la nostra religione non può attaccare o se attacca, attacca in malo modo od anche fittizio. Sono profondamente persuaso che prima dobbiamo insegnare loro a vivere corporalmente, poi il legno di croce. E per insegnare bisogna darne l’esempio. Io lavoro per questo e voglio che mi vedano anche i pagani”.

Il beato Clemente Vismara, nel suo stile dietto e scherzoso, scrive all’amico Pietro Migone (12 aprile 1960): “Stamane ho celebrato la S. Messa per te… Noi in fondo siamo buona gente, ci manca solo la coerenza…. “Ne in aeternum irascabis nobis” (Non arrabbiarti con noi in eterno). Che Dio si arrabbi un po’ con noi, gli do ragione, ma sempre sempre non sta bene.

“Coraggio, caro Pierino, non essere mai pessimista. Il peccato di Giuda non era poi così grosso come si dice. Per 30 franchi ha venduto il Signore, ebbene tutti i moralisti assicurano che la somma di 30 lire non è materia grave con i tempi che corrono, il vero suo male fu quello di credere che il buon Gesù non sarebbe stato capace di perdonargli. A Pietro che l’aveva fatta più grossa con uno sguardo gli perdonò subito, senza manco dargli la penitenza”.

Piero Gheddo