I miei incontri con Madre Teresa

Giovanni Paolo II l’ha definita “l’icona della missione nel XXI secolo”, che si svolgerà in Asia. L’ho incontrata diverse volte, una piccola donna di aspetto insignificante, ma con un carisma straordinario, da meritarsi il Premio Nobel per la pace nel 1979 e l’unica persona straniera ad avere un solenne funerale di Stato in India.

Il primo incontro con la Madre nel 1964, quando sono andato in India con Paolo VI e poi visito i missionari del Pime col padre Augusto Colombo che mi porta ad incontrare brevemente la Madre a Calcutta. Siamo, alla Nirmal Hriday, la Casa dei Puri di Cuore, dove riksciò e carrette scaricano la spazzatura umana trovata sui marciapiedi di Calcutta. Quei poveri morenti, uomini, donne, anziani, sono accolti in alcuni grandi stanzoni e curati con amore. Per la prima volta dormono al coperto, mangiano tre volte al giorno, ricevono cure mediche e medicine. La Madre dice: “Su cento diseredati che accogliamo, in media ne sopravvivono trenta, perchè li portano qui già agli estremi liniti della sopravvivenza”. Poi ci accompagna nella vicina “Shishu Bhavan”, il “Paradiso dei bambini”, orfani, figli di ragazze madri abbandonati. Una delle suore della Carità mi dice: ”Volevo formare una mia famiglia, ma adesso ringrazio la Madre che mi ha mandata qui. Sono così contenta di fare la mamma di questi bambini!”. Uscendo dalle due istituzioni di Madre Teresa sono commosso, penso e prego: ”Qui c’è Dio!”.

Con padre Colombo andiamo al vicino tempio della dea Kalì, la dea della distruzione, dove si fanno sacrifici di animali offerti dai fedeli della dea. Il sangue sprizza dalle gole degli animali sacrificati, i fedeli bruciano incenso e pregano con fervore, Pochi giorni prima, a Bombay, Paolo VI aveva detto che le religioni dell’India sono, nei piani di Dio e nel Concilio Vaticano II, una preparazione all’Arca dell’Alleanza con il Dio di Abramo, il Padre della fede, e poi con l’annunzio di Cristo. Io ci credo, penso e prego: “Anche qui c’è Dio!”.

Il secondo incontro con Madre Teresa è quando, il sabato 10 ottobre 1973, si svolge a Milano la prima “Veglia Missionaria” alla vigilia della Giornata missionaria mondiale. In quegli anni del “Sessantotto”, il sabato sera la città era bloccata da bande di contestatori urlanti, che volevano un mondo nuovo e incominciavano a distruggere quello che già c’era. Quel sabato, 8.000 giovani, con la suora di Calcutta in testa, sfilano cantando e pregando per le vie del centro storico di Milano e si riuniscono in Piazza Duomo per ascoltare Madre Teresa e ricevere la benedizione del Card. Giovanni Colombo. La prima “Veglia missionaria”, organizzata dal Centro missionario Pime per la diocesi di Milano e le Pontificie opere missionarie, si è poi diffusa in tutta Italia. Due giorni prima, la Madre era giunta a Milano dall’India con una giovane suora, ospitate dalle Missionarie dell’Immacolata (le suore del Pime). Ho accompagnato con altri la Madre dall’Arcivescovo di Milano. Il Card. Colombo la riceve nel suo studio. Quando entra, lui si alza e le va incontro con le braccia allargate. Espansivo com’era, le dice: “Madre Teresa, grazie di essere venuta, lei porta la luce nella mia diocesi, la sua presenza farà tanto bene…”. La Madre ascolta in silenzio poi dice: “Eminenza, preghiamo molto, per essere strumenti adeguati nelle mani di Dio”.

Il più importante avvenimento a cui ha partecipato la Madre in Italia è stata “La Festa della Vita” il sabato 23 aprile 1977 nello Stadio San Siro a Milano, strapieno e con migliaia di persone rimaste fuori, alla presenza di tutti i vescovi lombardi. Una grande mobilitazione delle dieci diocesi di Lombardia fortemente voluta dal card. Giovanni Colombo, la più imponente manifestazione pubblica dei cattolici italiani contro la legge sull’aborto. La “Festa della Vita” ebbe grande risalto anche nei giornali laici. Pareva impossibile che i cattolici, già mortificati dal referendum contro il divorzio (1974) e dalla crescita travolgente di una cultura laicista, marxista e anticlericale, potessero avere il coraggio di apparire in pubblico con una tale massa di credenti. La vecchia suora, le ciabatte di pezza ai piedi e la borsa a mano di stoffa ruvida con i manici di legno, aveva un carisma enorme, per cui anche quando diceva, scandendo le parole una per una, le frasi più comuni, come ad esempio “Belong to Christ” (Appartieni a Cristo”), “God loves you”, . «Jesus Christ is the Messia, the Saviour» («Gesù Cristo è il Messia, il Salvatore»). Nella lunga pausa che poi faceva prima di dire altro, nello Stadio si sarebbe sentita volare una mosca. Avevano detto a Madre Teresa che in Italia c’era il problema politico della legge sull’aborto e quindi bisognava essere prudenti, non insistere troppo per non fare politica. La Madre dice solo poche parole: “Io due cose debbo dire e le dirò: primo, la vita è il più grande dono che Dio fa all’uomo, di cui dobbiamo ringraziarlo ogni giorno e siamo tenuti a spendere bene questo dono; secondo: l’aborto è un omicidio”.

Nei giorni in cui è rimasta a Milano, Madre Teresa ha avuto alcune lunghe interviste con le Missionarie dell’Immacolata. Ero vicino a lei per registrare e a volte tradurre. Da questi incontri è uscito il libro “Il Popolo della vita – Madre Teresa a Milano. A cura di Piero Gheddo e Giacomo Girardi” (Emi 1977). Le suore del Pime dicevano che Madre Teresa mangiava pochissimo, dormiva per terra su un tappeto e una coperta, tutte le sere faceva un’ora di adorazione. Poi era molto amabile, amava scherzare, ma aveva un ideale molto forte nella mente e nel cuore: la missione a cui Dio l’aveva chiamata. Quando la Madre visita il Centro missionario Pime di Milano, il nostro istituto lo conosceva già bene. Ma vede la targa di “Comunione e Liberazione” (ospitata nel Centro) e chiede: “Liberazione da che cosa?”. “Dal peccato” le risponde pronto il missionario che l’accompagna. “Allora va bene” commenta la Madre, “questa è l’unica liberazione che conta”.

Nel novembre 1977 in India, lo stato di Andhra Pradesh (dove il Pime ha fondato sette diocesi) è devastato da uno spaventoso maremoto: un’onda anomala alta 10-12 metri è penetrata sulla terra ferma per 3-4 chilometri di profondità su un fronte di 90 km di costa, portando morte e distruzioni. Si parlava di oltre 100 mila  morti. Sono volato da Milano per portare i primi aiuti raccolti in una quindicina di giorni da Avvenire e dall’Eco di Bergamo (35 mila dollari) e visito la regione colpita col padre Ennio Premoli del Pime, direttore Caritas della diocesi di Vijayawada. Ho ancora ricordi da incubo: un autobus su una grande pianta, una grossa pozzanghera con cadaveri di uomini, donne, bambini, assieme a molti bufali… Per bruciare i cadaveri liberano i carcerati: l’esercito si rifiuta di intervenire per questo compito.

Madre Teresa è sul posto con le sue suore per portare aiuti e organizzare i soccorsi. Decine di migliaia di profughi hanno perso tutto. In un incontro in Prefettura a Vijayawada, la Madre propone e fa accettare da tutti, di accogliere i profughi in templi indù, chiese cristiane, scuole, sedi di seminari e noviziati, ecc. Penso: «Ha un carisma enorme», ma è anche l’aiuto straordinario dello Spirito Santo. E poi mi stupisce la sua vitalità: ho vent’anni meno di lei, eppure alla sera sono distrutto, mentre lei fa ancora un’ora di adorazione seduta su un cuscino per terra alla moda indiana!

Quando parlava diceva poche parole, ma andava dritta allo scopo. “God loves you” (Dio ti ama) dice al vecchietto che dorme su una panchina del parco del Castello a Milano e quello si commuove e dice: “Ha ragione, solo Dio mi vuole bene. Ho tre figli che non si interessano del loro padre, ma Dio non mi abbandona”. “God bless you” (Dio ti benedica) diceva a tutti quelli che la incontravano. Anche negli incontri informali, la Madre finiva sempre dicendo: “Be holy”, sii santo. Anche a me l’ha detto diverse volte.

Sono andato diverse volte in India. Madre Teresa era estranea ai dibattiti sulle nuove teologie; non ha blandito la cultura indiana; non ha cercato i mass media, era molto parca nel rispondere ai giornalisti; non ha parlato del dialogo interreligioso. Poteva sembrare che vivesse fuori del nostro tempo. Invece la sua testimonianza di amore a Dio e all’uomo l’ha resa gradita a tutti: ha inculturato il Vangelo In India, ha stabilito ponti di dialogo con indù e musulmani, ha annunziato Cristo e battezzato numerosi poveri e bambini senza suscitare opposizioni; è riuscita a entrare in paesi comunisti come Cuba e la Cambogia, che perseguitavano la Chiesa e i cristiani.

Non si capisce nulla di Madre Teresa fuori di una logica di fede. La sua vita è tutta basata sulla fede e sull’amore a Dio e all’uomo. Lei ha congiunto in modo indissolubile l’amore a Dio e l’amore all’uomo. L’uno non sta senza l’altro. Tutti ammirano Madre Teresa, ma pochi comprendono che il motore della sua vita era l’amore e la preghiera a Cristo, che vedeva ogni giorno nei lebbrosi, nei poveri, negli ammalati. La santa di Calcutta è un modello per l’Occidente ricco, democratico, evoluto, dove però manca l’amore perché trionfa il denaro e l’egoismo. Stiamo diventando praticamente atei. Non è possibile essere fratelli dei poveri che premono alle nostre frontiere, come i migranti di questi tempi, se non torniamo a Dio e a Gesù Cristo.

Grazie e “miracoli” per intercessione del “Fabbro di Dio”

Si è svolta ad Introbio in Valsassina (8-15 agosto) la Mostra “Felice di nome e di fatto”, dedicata al Servo di Dio fratel Felice Tantardini, missionario laico del Pime, morto nel 1991 all’età di 93 anni. Marco Sampietro, uno dei promotori dell’iniziativa, dice: “Siamo contenti perché in tanti sono passati e si sono dimostrati colpiti da questa figura». I promotori – il gruppo missionario locale e la parrocchia, guidata dal lecchese don Marco Mauri – ce l’hanno messa tutta per valorizzare fratel Felice: attraverso suoi oggetti (per la maggior parte donati da lui a parenti, benefattori, amici e conoscenti), nonché attraverso i suoi scritti autografi e un Dvd con fotografie e interviste, la Mostra ha presentato efficacemente la vicenda umana e spirituale di un piccolo-grande missionario, una figura attualissima e dai chiari tratti di santità, tant’è che è in corso il suo processo di beatificazione.  Così Gerolamo Fazzini su Il Giornale di Lecco.

Ho conservato diverse grazie e anche veri miracoli di Felice riferiti da padre Angelo Tin, che era il Postulatore della sua Causa di Beatificazione in Birmania, io ero il Postulatore a Roma. Gli scrivevo spesso e l’aiutavo anche finanziariamente. A partire del 1993, quando si è incominciato a preparare il materiale per la Causa di Clemente Vismara, ho mandato una lettera a tutti i confratelli ancora presenti nell’arcidiocesi di Taunggyi  (mons. Gobbato, Noè, Clarini, Mattarucco, Galbusera, Fasoli, Di Meo e non ricordo se anche altri),  alcuni dei quali mi risposero che bisognava fare la Causa di Felice, più santo di Clemente, che aveva certi difetti, come ho specificato nel volume “Fare felici gli infelici”, sulla sua personalità e santità.

Era il momento di iniziare anche la Causa di Felice, che tutti volevano, primo l’arcivescovo di Taunggyi mons. Matthias U Shwe, i nostri confratelli, ecc. C’era il desiderio, la volonta di iniziare, ma non la decisione precisa di fare i primi passi e mettere in moto la macchina. Nel 1995 padre Angelo Tin mi manda un opuscolo, con la Prefazione di mons. Matthias U Shwe, al fondo del quale c’erano numerose grazie e supposti miracoli attribuiti all’intercessione di fratel Felice, tutti senza data, ma di pochi anni dopo la sua morte. Ne avevo scelto e tradotto alcuni. C’erano anche belle foto di Felice nei suoi ultimi giorni e dopo la sua morte, ma stampate malissimo. L’opuscolo in inglese e in birmano è intitolato “Br. Oo Maung Than Chaung” (Br. sta per Brother, Fratello, il resto è il nome in birmano di Fratel Felice). Ha 56 pagine, con una breve biografia di Felice scritta da padre Ziello (non l’ho tradotta perchè dice cose che già si sanno). Credo sia a Roma nell’Archivio generale del Pime. Il 2° agosto 1998 padre Mattarucco mi scriveva: “….Personalmente penso che la Causa di beatificazione di Felice non si potrà nemmeno iniziare…..Tutti lo stimano un santo…..Ma qui, con tutti i problemi e l’attuale situazione, com’è possibile avviare una Causa di canonizzazione?…. Io lo invoco e lo faccio invocare e ottengo grazie”.

La Causa di beatificazione di fratel Felice inizia quando l’arcivescovo di Taunggyi, il superiore generale del Pime padre Franco Cagnasso e il parroco di Introbio, don Cesare Luraghi, si accordano. L’Arcidiocesi di Taunggyi è proprietaria e promotrice della Causa, il Pime è Attore della stessa (assumendone le spese), Introbio assicura preghiere e diffonde la devozione del Fabbro di Dio. Il 22 maggio 2000 la Congregazione dei Santi ha dato il parere favorevole all’inizio del Processo diocesano. La macchina si è messa in moto. Sono stato Postulatore fino al 2009, quando ho compiuto gli 80 anni e ho dovuto dare le dimissioni da Postulatore. Mi ha sostituto la dott.sa Francesca Consolini. Oggi occorre pregare molto e chiedere grazie per intercessione del nostro indimenticabile Fabbro di Dio. Ecco alcuni casi di grazie e supposti miracoli:

Maumg Aung Sein è un mio nipote che studia nel catechistato di Pekhong. Nel 1992 egli si ammala gravemente e viene portato all’ospedale di Loikaw. Dottore e infermiere fanno del loro meglio per curarlo, ma dopo un mese peggiora. Il dottore mi dice chiaramente che non ci sono speranze. Io gli portai un pezzetto della veste di Fratel Felice, raccomandandogli di pregarlo per la guarigione. Senza speranza da parte del dottore, ritornai a Pekhong aspettando notizie dall’ospedale. Siccome non ricevevo notizie di sorta, ritornai all’ospedale di Loikaw per vederlo, ma non era più in ospedale. Dopo una settimana andai al suo villaggio, Hwason Kuntha, per sapere qualcosa di lui. Con mia grande sorpresa, lo incontro che torna dal bagno. “Mi sento meglio, padre”. E da quel giorno il ragazzo sta sempre bene. Io sono certo che fu fratel Felice a guarirlo. Egli continuò i suoi studi ed ora è catechista. – Padre Angelo Tin.

Nel villaggio di Yanson, vicino a Pekhong. Un ragazzo che faceva il facchino tornò a casa seriamente ammalato.  La gente del villaggio vennero a chiamarmi perchè lo vedessi. Il ragazzo giaceva su un lettuccio, incapace di dire una parola. Pensai che non vi fosse nulla da fare e gli diedi l’Olio degli Infermi e lo raccomandai al Fratel Felice, mettendo un pezzetto della veste di Felice sulla testa del malato. Ritornai a casa e aspettavo notizie del malato. Passano uno, due giorni, e nessuna notizia. Chiedo notizie alla sua gente e m dicono che il ragazzo è guarito ed è andato  a lavorre sulle montagne. Questa pure, credo, è una grazia per intercessione di Felice. – Padre Angelo Tin

Da quando arrivai a Mong Ping, non potevo dormire e così per parecchie notti. Avevo paura di perdere la ragione- Ho chiesto a padre Angelo Tin una reliquia di fratel Felice, la misi sotto il mio cuscino e lo pregai di intercedere per me. Da allra dormo regolarmente e molto bene, senza paura alcuna. Fu certamente un aiuto di fratel Felice. Una suora di Mong Ping, diocesi di Kengtung.

Nel nostro orfanotrofio di Mong Nai vi era una bambina di due mesi. Era affetta di asma e problemi di cuore. La portammo in ospedale, ma il dottore ci disse che la bimba era troppo piccola per poterla curare cin iniezioni, l’unico rimedio. “Non si può far nulla” ripetè l’infermiera. Andai alla ricerca di una medaglia da metterle al collo, ma non ne trovai. Trovai però un pezzo di stoffa degli indumenti di Felice, lo tagliai e lo misi al collo della bimba- Il giorno seguente la piccola stava meglio e dopo pochi giorni era completamente guarita. Io penso che fu guarita per intercessione di fratel Felice. Una suora della missione di Mong Nai.

Francesco aveva un anno quando fu colpito da una forma grave di diarrea. Lo riempimmo di medicinali ma senza effetto e le condizioni del bimbo peggioravano sempre più. Una notte si era tanto aggravato che pensammo fosse alla fine- Chiamammo il sacerdote perché lo benedicesse, perchè noi non potevamo fare più nulla. Ad un tratto mi ricordai della reliquia di fratel Felice e misi un pezzetto di quella stoffa al collo del bimbo. Dopo un’ora il bimbo apre gli occhi e si guarda in giro. Era molto sudato ma sorrideva. E da quel momento fu guarito. Una suora della missione di Mong Nai.

Un abitante di Lo U Kunthà era da tempo ammalato, incapace di alzarsi da letto. Nel 1993, nella festa di Nostra Signora di Geroblao a Pekhong, la moglie venne da padre Tin e chiese una reliquia di fratel Felice. Il padre disse alla donna di far sì che il marito prendesse la reliquia con fede, pregando Felice che intercedesse per lui. Dopo un po’ di tempo la donna ritornò dal padre dicendogli che il marito era perfettamente guarito.  Padre Angelo Tin.

Comunicazione all’Istituto PIME di Milano
E così, caro padre Mauro, anche il nostro amato fratel Felice ci lasciò il 23 marzo 1991, alla 9,40 del mattino. Spirò placidamente come una candela che si consuma…. Sono 48 ore che è spirato ed è ancora intatto come fosse morto adesso. Nessun segno di decomposizione. E sì che siamo sopra i 27 gradi centigradi… Sarà sepolto domani a Paya Phyu, come da suo desiderio…. Mons. G. B. Gobbato,  Taunggyi,  25 marzo 1991.

(Tutto questo materiale si trova negli ultimi tre capitoli della biografia di Fratel Felice, “Il santo col martello” (Emi, 2000,  pagg.240), che ho stampato per l’inizio della sua Causa di beatificazione – padre Piero Gheddo).