In Quaresima, la conversione a Cristo cambia la vita

Nella Santa Messa del Mercoledì delle Ceneri si legge questa espressiva Orazione, che sintetizza bene cosa è la Quaresima: “Oh Dio nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”.

1)  Primo. Cos’è il cristianesimo?  Mancano meno di tre settimane alla Pasqua e la Chiesa ci invita a prepararci per risorgere con Cristo. Questo significa essere cristiani: credere, amare e imitare Cristo; quindi, rivoluzionare il nostro faticoso  ma abitudinario tran-tran quotidiano, per vivere nella vita nuova che il Vangelo ci propone. Ricordiamo i Dieci Comandamenti e le Beatitudini evangeliche.

E’ la sfida della nostra vita, che ci dà la giovinezza dello spirito e la gioia di portare la nostra croce con Gesù verso la gloria della Pasqua. La conversione non si riduce a forme esteriori o a vaghi propositi, ma trasforma e quasi capovolge l’intera esistenza. Nella Quaresima, noi battezzati, e specialmente noi preti e persone consacrate, siamo invitati ad innamorarci di Gesù in modo appassionato, e ad intraprendere un cammino che ci porti più vicini all’imitazione del nostro Salvatore e Signore.

In Asia e Africa, e chiaro ai non cristiani che il cristianesimo è il passaggio dalla religione tradizionale alla fede in Cristo, l’unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità. Il “primo annunzio” ai non cristiani è veramente l’annunzio di una fede  nuova, di una vita nuova.

Nel nostro mondo post-cristiano non è chiaro cosa vuol dire “cristianesimo” e conversione a Cristo.  Siamo sommersi da così tanti messaggi, tante voci e proposte che oscurano cosa vuol dire essere cristiano. Nel 2013 ho pubblicato il volume “Meno male che Cristo c’è” perché me l’ha chiesto il direttore della editrice Lindau di Torino: “Padre, mi scriva un libro in cui spiega chiaramente e in modo molto concreto, come mai dobbiamo convertirci a Cristo, cosa vuol dire  e quale scopo ha questa conversione”.

2)   Secondo – Cos’è la conversione? Ho intervistato un missionario del Pime, padre Giuseppe Fumagalli, che dal 1967 vive fra i “felupe” della Guinea Bissau, una tribù nuova, mai evangelizzata. Siamo in una situazione missionaria, con il primo annunzio del Vangelo ai pagani, la predicazione di padre Fumagalli è come quella di Gesù nel Vangelo di inizio Quaresima: “Convertitevi e credete al Vangelo”.

Padre Giuseppe Fumagalli, nato a Brugherio (Mi) nel 1939, è venuto a salutarmi nella casa di cura in cui sono, pochi giorni fa. Ha il morbo di Parkinson e la mano sinistra che gli trema fortemente. E’ andato alla Messa di Papa Francesco il sabato 25 marzo scorso a Monza e poi è ripartito per la Guinea Bissau. Mi diceva: “Molti mi dicono di fermarmi in Italia, ma io voglio ritornare a casa mia che è Suzana, un grosso villaggio  in foresta, dov’è la chiesa parrocchiale. C’è il nuovo parroco africano, ci sono le suore africane e tutte le opere caritative, educative, sanitarie e l’officina per riparare le macchine; e poi, soprattutto, c’è il mio popolo felupe, cristiani e non cristiani, che mi vogliono bene. Lo so che andrò a vivere in una tribù ancora poverissima e non avrò tutte le vostre comodità e le vostre cure. Ma la Guinea Bissau è la mia nuova patria e io ritorno a casa”.

Padre Zé (Giuseppe) dice: “La conversione dei Felupe è rottura col passato, inizio di una vita nuova con Cristo: quindi è sacrificio, rinunzia, sofferenza, tentazione di tornare ai costumi pagani del passato, una lotta quotidiana contro se stessi. Chi decide di convertirsi, ha chiare le rinunzie che deve fare: abbandonare ogni sentimento di vendetta e il culto degli dei pagani, gli idoli; amare Gesù e Maria e dedicarsi alla propria famiglia, rispettando la moglie e i figli; non rubare, non commettere ingiustizie, ama il prossimo tuo come te stesso, ecc.

Chi decide di convertirsi a Cristo almeno inizia a impegnarsi in questa conversione faticosa, che dura tutta la vita. Ma chi si converte a Cristo, incontra la pace del cuore, si libera dalla paura degli spiriti cattivi, del malocchio, del mistero che circonda tutta la vita dell’uomo. Dio non si lascia mai vincere in generosità”, dice padre Zè.

In Africa, tra popoli pagani, si può vedere con chiarezza l’effetto dell’annunzio evangelico. Padre Giuseppe dice che  “la conversione a Cristo è una profonda rivoluzione nella vita dell’uomo della famiglia, del villaggio. Non una rivoluzione violenta contro altri, ma una rivoluzione non violenta che avviene nell’interno del cuore dell’uomo, quando egli decide di credere a Cristo e vivere secondo il Vangelo. Io posso testimoniare che lo sviluppo del mio popolo africano viene da Gesù Cristo e dal Vangelo. Solo qualche esempio: sono i cristiani che portano la  pace fra i villaggi, che si preoccupano del bene pubblico, che mandano volentieri i figli a scuola (anche le bambine), facendo grandi sacrifici….”.

3)   Terzo. Cosa significa conversione nella mia vita? Il nostro problema, cari sorelle e fratelli, è che noi, anche noi preti parlando in generale, ci crediamo già convertiti, per cui la parola “conversione” quasi non ha più significato. Slamo stati battezzati, cresimati, riceviamo l’Eucarestia, andiamo a Messa, preghiamo, se guardiamo al mondo attuale ci consideriamo dei buoni cristiani. Io stesso sono prete e missionario da 63 anni e se guardo alla mia vita, ringrazio il Signore di tutte le grazie che mi ha fatto, gli chiedo perdono dei miei peccati e poi penso che tutto sommato, la mia vita l’ho spesa per Cristo e per la Chiesa e posso starmene tranquillo.

Questo lo sbaglio. Il prete, come il cristiano, non va mai in pensione, non dice mai di essere arrivato. Come cristiani, noi ricominciamo sempre una vita nuova ogni mattino, soprattutto in Quaresima e nel giorno di Pasqua. La giovinezza della vita cristiana è questa: ricominciare sempre con entusiasmo il cammino che porta all’amore e all’imitazione di Cristo, correggendo a poco a poco le mie tendenze cattive, i miei errori di giudizio. Il cristiano non è mai arrivato, l’amore e l’imitazione di Cristo sono lo scopo, la meta della vita.

Ecco allora l’ultimo pensiero. Bisogna pregare e chiedere al Signore la grazia di capire che abbiamo sempre bisogno di convertirci a Lui, al suo amore e all’imitazione della sua vita. Io capisco la mia debolezza e pochezza spirituale, quando prego e amo Cristo e gli chiedo la grazia di convertirmi al suo modello e di dirmi cosa deve cambiare nella mia vita perché possa dare una testimonianza della mia fede cristiana.

Papa Francesco ci dà l’esempio. Lui sta riformando la Chiesa senza fare un Concilio, ma con la sua vita. Si è proclamato un peccatore, chiede sempre che non ci dimentichiamo di pregare per lui. Nelle sue brevi omelie quotidiane a Santa Marta, specialmente nel tempo di Quaresima, il tema centrale è sempre che noi cristiani, noi preti, dobbiamo convertirci all’amore di Cristo e vivere una vita evangelica. E Francesco esemplifica spesso, dicendo che dobbiamo liberarci dell’idolo del nostro tempo, l’attaccamento al denaro. Ecco l’accoglienza, l’amore, la generosità verso i poveri, i migranti, le famiglie senza lavoro, i popoli che soffrono la fame e altre miserie degradanti e disumane.

Nel marzo scorso ho compiuto 88 anni. E’ da una vita che inseguo  Gesù Cristo e non l’ho ancora raggiunto. Il mio grande parroco di Tronzano Vercellese, don Pietro Beuz, quando sono entrato nel seminario minore di Moncrivello (arcidiocesi di Vercelli), mi diceva che fare il prete vuol dire essere “alter Cristus”, un altro Cristo;  ed era molto severo con me, durante le vacanze nel mio paese natale. Questa immagine mi aveva scombussolato e affascinato. In Famiglia e nell’Azione cattolica mi avevano insegnato ad amare Gesù. Ed essere un “altro Cristo”, nella mia ingenuità, mi pareva abbastanza facile. Poi la vita mi ha insegnato che è difficile, faticoso. Ma vi assicuro, anche tanto bello e consolante. L’amore a Gesù supera infinitamente tutti gli amori umani.

E poi, quando avanzi nell’età, tocchi con mano che tutto passa, Dio ti distacca da tutto. L’unica certezza e l’unica speranza è l’amore a Cristo, la vita con Cristo e secondo il Vangelo. E’ l’unica ricchezza che abbiamo, nel  cammino verso la meta finale della vita, in  braccio al Padre nostro che sta nei Cieli. Dove, scriveva il beato padre Clemente Vismara, “c’è tutta gente per bene”.

Gesù ci insegna come diventare missionari

 

Domenica prossima 19 marzo, nel rito romano è la III di Quaresima e nel Vangelo leggiamo l’incontro di Gesù con la donna samaritana che era andata al pozzo ad attingere acqua. L’episodio è molto bello e ricco di insegnamenti anche per noi oggi, che ci troviamo spesso nella stessa situazione. Tra Gesù e la donna c’era un abisso. Gesù è un giovane ebreo ed è Dio, la samaritana aveva peccato molto, era lontana da Dio, ma portava nel cuore la sete di Dio.

Molti di noi credenti in Cristo viviamo la stessa esperienza di Gesù. Forse nella nostra famiglia o fra conoscenti ci sono persone lontane dalla fede. Oggi non pochi giovani, dopo la Cresima, vengono travolti dall’onda laicista della nostra società e in chiesa non vanno più. Chi crede deve ringraziare il buon Dio che gli ha conservato la fede, ma ha la responsabilità di testimoniarla e comunicarla a chi l’ha persa. Papa Francesco vuole riformare la Chiesa e invita tutti i credenti ad essere missionari.

Il Vangelo ci presenza questa scena della vita del Messia. Tre momenti, tre passaggi del missionario Gesù nell’incontro con la samaritana al pozzo:

1) Gesù era Dio, noi siamo un popolo di peccatori in cammino verso l’amore e l’imitazione di Cristo, vivendo secondo il Vangelo. Nel 1964 nella Casa Madre delle Missionarie della Carità di Madre Teresa a Calcutta, ho visto un grande Crocifisso con queste parole: “I thirst”. Ho sete. Sete di amore, sete di anime. La samaritana sentiva nel profondo questa sete di Dio, che non riusciva ad emergere per una vita superficiale e le molte emergenze quotidiane. Basta un incontro con Gesù per portare alla superficie questa sete di Dio. L’incontro con Gesù cambia la vita di questa donna.
Cari fratelli e sorelle, anche noi incontriamo spesso Gesù nella Messa, nella Comunione, nelle preghiere. Ma “quanta poca preghiera c’è nella nostra preghiera” diceva Madre Teresa. Accendiamo in noi il desiderio di conoscere e amare Gesù. Noi crediamo di conoscerlo, ma non lo conosciamo, non lo contempliamo nel suo immenso amore per noi. Non sentiamo ancora profondamente il desiderio di far conoscere a tutti com’è bello amare Gesù.

Cari amici che mi leggete, noi tutti siamo orfani di Cristo. La Quaresima è il tempo opportuno per convertirci, con la preghiera, la mortificazione, la generosità per le opere di carità. Quanto più ci distacchiamo da noi stessi, tanto più ci avviciniamo a Gesù e ci innamoriamo di Lui. Viviamo tutti una vita superficiale, il mondo ci travolge con le sue informazioni, distrazioni, preoccupazioni. Dobbiamo dare il suo tempo a Dio, al suo amore, rinunziare a qualcosa per esplorare il mistero di Dio, Padre misericordioso e di Gesù Cristo, Messia e Salvatore dell’umanità.

2) Gesù si mette al pari della donna. Non fa valere la sua superiorità di uomo, né di ebreo, né rivela sua divinità. Anzi dice alla samaritana: “Dammi da bere”. Le chiede un favore, suscitando l’interesse della donna: “Come mai, tu che sei un ebreo, chiedi da bere a me che sono una samaritana?”. Gesù vedeva in profondità nel cuore umano e conosceva la vita disordinata di quella donna, ma vedeva anche in lei la sete di Dio, il desiderio di purezza, di perdono, di incontrare Dio. Le chiede da bere l’acqua materiale, poi le parla dell’acqua spirituale che disseta per sempre e quella donna gli chiede di darla anche a lei. Prima si è fatto accettare, poi le ha rivelato di essere il Messia.

Nel 1990 ero a Kandy, la città sacra del buddismo in Sri Lanka e ho chiesto ad un prete locale se e come la Chiesa annunzia esplicitamente la salvezza in Cristo. Mi ha risposto: “In questa città l’annunzio di Cristo viene dopo. Prima dobbiamo farci accettare, di voler conoscere e apprezzare le loro ricchezze artistiche, morali, spirituali”. Questo è il principio che Papa Francesco mette in pratica nel “Dialogo con i lontani”, lanciato da Paolo VI e dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Francesco vuol convertire il mondo intero a Cristo, non si mette mai contro gli atei, i persecutori della Chiesa, ma “va con i peccatori”, come faceva Gesù. Il profeta Ezechiele riferisce la parola di Dio (Ez. 18, 23): “Io sono il Vivente, dice il Signore, non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
Papa Francesco ha telefonato e parlato bene di Pannella, di Dario Fo, di Veronesi e della signora Bonino, si è fatto intervistare da Eugenio Scalfari di “Repubblica” ed è stato criticato. Lui ha dato un esempio per dimostrarci come avvicinare chi non crede. Quante persone di cui siamo parenti o amici, hanno bisogno di Dio! Quando è possibile e opportuno, dobbiamo sentire la responsabilità di ragionare con loro sui temi della fede e della vita cristiana. Ma prima bisogna farsi accettare, partecipando ai suoi problemi, alle sue sofferenze, lodando le sue azioni e i suoi aspetti positivi.

Cito una mia esperienza. Alcuni anni fa, mi scrive Massimo Ages, avvocato romano ateo, marxista, contro la Chiesa cattolica. Ho risposto alla sua lettera, lui mi ha proposto di discutere, via computer, sulla Chiesa cattolica e il cristianesimo (credo una cinquantina di lettere ciascuno). Andiamo avanti per un anno circa a scambiarci lunghe lettere di botta e risposta, sempre con rispetto e a poco a poco con affetto. In quel tempo sua moglie era in ospedale per una difficile operazione. Gli ho assicurato la mia preghiera per lei, dicendogli che Dio può tutto. Questa lettera l’ha commosso, era la prima vola che un prete pregava per lui e la moglie. Alla fine mi scrive che ci siamo detti tutto, mi ringrazia e mi saluta con affetto, come anch’io l’ho ringraziato. Non ci siamo mai visti, ma siamo diventati amici. Il dialogo  sincero è sempre utile, ha insegnato molte cose anche a me.

Questa è “La Chiesa in uscita” di cui parla spesso Francesco. Tutti siamo chiamati ad essere evangelizzatori, tutti possiamo dire una buona parola. Come prete, medito spesso le parole di Gesù si suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo, voi siete il lievito che deve fermentare la pasta”. Chissà quante persone hanno bisogno di Dio! Incontrando me che sono un sacerdote, da questo incontro può scoccare la scintilla che li porta a Dio, oppure un cattivo esempio che li allontana da Dio. Io prete, io cristiano conosciuto come tale, ho una responsabilità. Signore Gesù, rendimi un’immagine credibile di Te. La “nuova evangelizzazione” del popolo italiano passa proprio attraverso questa coscienza nuova del cristiano, di dover rappresentare Gesù alle persone che incontra.

3) Il terzo passaggio è di superare la barriera del laicismo, per cui parlare di temi religiosi è considerato sconveniente, quasi un tabù, che impedisce a molti di esprimere il sentimento religioso che tutti portiamo nel cuore. A Gesù è bastato un cenno sull’acqua spirituale, per toccare il cuore della donna. Anche noi possiamo dire una buona parola, ragionare se possibile sui temi della fede e della vita cristiana, ascoltare cosa dice l’altro senza fargli rimproveri. Se la fede e l’amore di Dio ci danno gioia e serenità di vita, se ci aiutano a portare le nostre croci, diciamolo. Viviamo in un paese di battezzati. E più facile che in un paese non cristiano. Con l’aiuto dello Spirito Santo, senza imporre niente a nessuno, possiamo farcela.

Piero Gheddo

Papa Francesco e la crisi della vita consacrata

La Quaresima è per ogni cristiano un tempo liturgico prezioso e importante, che ci prepara alla Risurrezione con Cristo nel giorno di Pasqua. Per gustare la gioia e la pace della vita nuova con Gesù nel cuore, dobbiamo chiedere a Dio la Grazia della fedeltà alla vocazione che caratterizza la nostra personalità cristiana.

Fra i discorsi che Papa Francesco tiene ogni giorno, mi interessano quelli più vicini alla mia vita di sacerdote missionario del Pime (dal 1953). Il 28 gennaio 2017 il Papa ha ricevuto i partecipanti all’ “Assemblea plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica”. Il tema discusso nell’Assemblea era: “La Fedeltà alla Vocazione” e gli abbandoni che tutti lamentano.

“Siamo di fronte ad una emorragia che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa. Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano”, ha detto Francesco ed ha continuato esaminando i tre principali fattori che causano l’infedeltà:
– la cultura del provvisorio. Un ottimo giovane ha detto al suo arcivescovo: “Io voglio diventare prete, ma solo per dieci anni”;
– il mondo giovanile è molto complesso, “ricco e sfidante….Ci sono giovani meravigliosi e non sono pochi… però anche molte vittime della logica della mondanità, che si può sintetizzare così: “Ricerca del successo a qualunque prezzo, del denaro facile e del piacere facile”.
– “All’interno della stessa vita consacrata, accanto a tanta santità – c’è tanta santità nella vita consacrata! – non mancano situazioni di contro-testimonianza, la routine, la stanchezza, il peso della gestione delle strutture, le divisioni interne, la ricerca di potere, una maniera mondana di governare gli Istituti, un servizio dell’autorità che a volte diventa autoritarismo e altre volte un “lasciar fare”.

Il discorso è lungo e complesso, parla di vita comunitaria, di “accompagnamento” delle vocazioni, un piccolo trattato sul tema della fedeltà alla vocazione. Il nucleo centrale è questa proposta incisiva, lapidaria:

“Se la vita consacrata vuole mantenere la sua missione profetica e il suo fascino, continuando ad essere scuola di fedeltà per i vicini e per i lontani (cfr Ef 2,17), deve mantenere la freschezza e la novità della centralità di Gesù, l’attrattiva della spiritualità e la forza della missione, mostrare la bellezza della sequela di Cristo e irradiare speranza e gioia. Speranza e gioia. Questo ci fa vedere come va una comunità, cosa c’è dentro. C’è speranza, c’è gioia? Va bene. Ma quando viene meno la speranza e non c’è gioia, la cosa è brutta”.

La fedeltà alla vocazione della vita consacrata è fondata su un amore profondo a Gesù Cristo, che riscalda il cuore (e questo vale anche per la fedeltà ad esempio, al matrimonio “per sempre”). Se si spegne questo fuoco interiore, la fedeltà alla chiamata di Dio non è più possibile. I primi missionari del Pime recitavano, dal 1850 (e recitiamo ancor oggi), la “Preghiera per impetrare fedeltà alla santa vocazione”, che racchiude tutti i sentimenti per dare ai consacrati la fedeltà agli impegni presi col Signore Gesù e la Chiesa:

“Voi mi avete chiamato, amorosissimo mio Gesù, per vostra somma bontà e degnazione. alla grazia grande dell’apostolato, perché tutto mi consacri a procurare la salvezza delle anime abbandonate dei poveri infedeli, abbracciando a tal fine una vita di fatiche e di stenti, lontano dalle persone e cose più care, per imitare più perfettamente voi che scendeste dal Cielo, vi faceste uomo, faticaste e moriste per salvare tutti gli uomini. Io profondamente vi ringrazio di tanta predilezione che avete avuto per me, misero ed indegno vostro figlio. Fate, o Signore Gesù, che io corrisponda con fedeltà a questo insigne vostro dono e mi tenga sempre cari i sacrifici che vi sono congiunti. Fatemi forte contro ogni tentazione e debolezza mia, affinché io cresca e duri fino alla morte nello spirito apostolico e risponda in tutto e sempre ai misericordiosi disegni che avete su di me. Maria santisima…….”.

E’ una bella preghiera, perché richiama ogni giorno, a noi persone consacrate, il senso della nostra vita. La recito con calma a letto, quando mi sveglio al mattino. Fra meno di un mese compio gli anni, che sono tanti (la quarta età?), ma preghiere come questa mi rinnovano la vita e la gioia di avere sempre Gesù con me. Viviamo invece in una società relativista (una religione vale l’altra), secolarizzata (vivere “come se Dio non esistesse”) e materialista (l’idolo di oggi è il denaro). Per essere fedele alla sua vocazione il sacerdote, e il consacrato alla vita religiosa, deve convertirsi alla “passione missionaria” di annunziare e testimoniare agli uomini l’unica ricchezza che abbiamo, e di cui tutti hanno bisogno: il Signore Gesù! Il motore della “passione missionaria” è l’amore a Gesù Cristo.

Il mio grande confratello beato padre Paolo Manna, fondatore della Pontificia Unione missionaria del clero e dei religiosi, scriveva ai missionari del Pime: “Preti mediocri non ci servono. Oggi ci vogliono preti santi”. Ecco la sfida che ci sta di fronte, cari amici sacerdoti. Che fare? Non c’è dubbio, non rinchiuderci nel tran-tran della nostra vita abitudinaria, ma nutrire sempre grandi ideali e prima di tutto l’ideale di innamorarci profondamente di Gesù Cristo che ci ha chiamati a seguirlo. Gesù il Cristo non è solo il Verbo di Dio da credere, da approfondire intellettualmente, da annunziare e spiegare a chi ci ascolta: è una persona da amare, il Figlio dell’eterno Padre che s’è fatto uomo per salvarci. La fede in senso intellettuale oggi non basta più. Ci vuole la passione per Cristo, l’entusiasmo di annunziare il Vangelo, di gridare il Vangelo con la nostra vita. Dobbiamo avere, noi sacerdoti (e persone consacrate), la coscienza della nostra grandezza perché siamo chiamati alle splendide avventure della fede: “L’anima mia magnifica il Signore!”. Da qui nasce la missione e l’entusiasmo missionario, che rallegrano il cuore e la vita.