«Aiutiamoli a casa loro!». Le quattro cause del sottosviluppo africano

L’arrivo quotidiano nei porti italiani di centinaia e migliaia di migranti africani è diventato un problema drammatico, quasi da incubo, che l’Italia da sola non può risolvere. Però si è trovata la soluzione: “Aiutiamoli a casa loro”. Uno slogan che mette tutti d’accordo.  Come la proposta di varare un “Piano Marshall” per l’Africa nera. Vediamo. Dal 1947 al 1953 gli Stati Uniti lanciavano il Piano Marshall, 20 miliardi di dollari per i paesi dell’Europa occidentale distrutti dalla guerra, che vennero restituiti con l’interesse dell’1%. Il Pew Research Centre di Washington ha calcolato che nei 50 anni dell’indipendenza africana (1960-2010), i doni, gli aiuti e i finanziamenti del “Piani di sviluppo” per l’Africa nera sono stati di 300 miliardi di dollari. Perché questo diverso rendimento? Perché i popoli europei erano preparati da tutta la loro storia, cultura e religione, a far fruttare il denaro lavorando e fondando nuove industrie; i popoli africani, per la loro storia e cultura tradizionale, pur con diversi valori apprezzabili, non avevano in sè il germe dello sviluppo, non erano preparati a svilupparsi da soli.

Le quattro cause del sottosviluppo africano

Nel 1969, In Tanzania, intervistavo padre Pietro Bianchi, missionario della Consolata, in Africa da una vita. Si commuoveva quando parlava dello spirito africano che ama la vita e soprattutto della fede, semplice ma viva e spesso eroica dei cristiani e diceva: “Qui in Africa c‘è una riserva di umanità, che è offerta ai nostri popoli cristiani da duemila anni, per i quali la fede è ormai un lucignolo fumigante”. Le cause del sottosviluppo africano, mi diceva, sono quattro:

  • La religione e cultura animista, che tiene la maggioranza degli africani prigionieri di superstizioni, tabù, malocchio, timore di vendette, culto degli spiriti, a volte con violenze anche su “stregoni” degli spiriti maligni.
  • L’analfabetismo e la mancanza di scuole. Gli analfabeti in Africa sono sul 35-40% e con gli “analfabeti di ritorno” più del 50%. Nell’Africa rurale le scuole valgono poco, spesso con 60-70 alunni per classe.
  • Il tribalismo e la corruzione della vita pubblica, fino ai minimi livelli. Il potere politico (e ogni altro potere pubblico) sono intesi, in genere, come occasione per arricchirsi e aiutare la famiglia, il villaggio, l’etnia. Il concetto di bene pubblico si sta formando, ma è normale che manchi in nazioni nate poco più di un secolo fa, con i confini tracciati dalle potenze militari europee.
  • I militari sono la prima casta di potere, controllano la politica e l’economia, abusano della forza in tanti modi (anche facendo guerre tribali o territoriali),              sono implicati in commerci illegali, ecc.

Per capirre l’Africa nera, bisogna ripartire dai secoli della deportazione di schiavi neri verso le colonie americane dei  paesi europei e nel Sud degli Stati Uniti. Questo è il marchio d’infamia per l’Europa cristiana e per i popoli africani rimane un capitolo umiliante della loro storia. Nel 1884-1885, al Congresso di Berlino le potenze europee si spartivano il continente nero. I popoli sotto il Sahara vivevano ancora in un’epoca preistorica, cioè senza lingue scritte. In poco più di cent’anni, con due guerre mondiali in mezzo, la colonizzazione ha portato l’inizio dello sviluppo (strade, scuole, ospedali, lingue coloniali e locali scritte, ecc.), però lo scopo primario non era di educare i popoli a fare da soli, ma di arricchire la madre patria. Oggi, l’Occidente ignora (o giudica ininfluenti per lo sviluppo) la storia e i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli neri, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere  e agire. Si parla solo e sempre di fattori economici e commerciali e di rapina delle risorse naturali. I missionari, in genere, ritengono le quattro cause fondamentali per spiegare il sottosviluppo africano.

 “Molti africani vivono nella paura degli spiriti”

In Angola, il 21 marzo 2009 Papa Benedetto XVI dice ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati. Disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”. I vescovi africani ne parlano spesso, ma era la prima volta che una personalità a livello mondiale ricordava questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo. Il vescovo di Dundu in Angola, mons. José Manuel Imbamba, in conferenza stampa dichiarava ai giornalisti: “Siamo felici che il Papa abbia parlato di questo argomento, perché è un problema che divide le famiglie, genera ignoranza e frena lo sviluppo individuale e sociale”.

Don Benvenuto Riva, sacerdote “Fidei Donum” della diocesi di Milano, ha vissuto 20 anni in Zambia e oggi è parroco a Pieve Emanuele (Milano). Ha pubblicato un volume con i ricordi della sua missione: “Tu bianco, tu non puoi capire…” (Milano, Marna editore,  2012, pagg. 127), nel quale documenta la doppia vita che vivono la maggioranza degli africani, a volte anche battezzati. Il culto degli spiriti sopravvive con l’istruzione, la vita moderna, la fede in Cristo e rappresenta, secondo l’esperienza di don Benvenuto, il maggior ostacolo alla crescita anche politico-economica del continente nero! Il Premio Nobel per la Letteratura, Vidia Naipaul, nel suo volume “La Maschera dell’Africa” (Adelphi, 2010, pagg. 290) racconta la sua inchiesta in Africa (dal marzo 2008 al settembre 2009), alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. In un anno e mezzo, visita sei paesi di lingua inglese (compreso il Sud Africa) e documenta che “le pratiche magiche sono diffuse in maniera uniforme”. Naipaul, “da non credente quale sono”, incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti  e molta gente comune e documenta come proprio quelle credenze sono radicate nella cultura e mentalità di molti, e sono un forte ostacolo allo sviluppo. Scrive: “L’africano medio ha molta paura della religione pagana e questa resiste…le credenze religiose e le pratiche culturali sono strettamente legate: le credenze religiose determinano la cultura”. Sono realtà che non si possono ignorare – scrive Naipaul (molto contestato dalla stampa di sinistra europea e nord-americana) – senza nulla togliere alla dignità, all’intelligenza, bontà e cordialità dei singoli africani. Semplicemente, non hanno ancora avuto il tempo, come popoli, d entrare pienamente nel mondo moderno.

 “La povertà degli africani è che non conoscono Cristo”

In Costa d’Avorio, p. Giovanni De Franceschi del Pime si è affermato come studioso della tribù e della lingua dei Baoulé con diverse pubblicazioni su questa tribù maggioritaria  in Costa d’Avorio. Ha imparato il baoulé, che richiede anni di impegno. In genere i missionari parlano il francese che è studiato e capito, almeno nei termini e concetti comuni, da buona parte degli africani, Ma padre Giovanni mi dice: “Parlare e capire bene una lingua africana vuol dire penetrare nel loro mondo storico, tradizionale, religioso, conoscere i proverbi e le parabole, che sono la base della saggezza e della cultura popolare. La cosa più importante per il missionario e di sapere bene la lingua locale, che è l’anima di un popolo. Quante volte mi sono sentito dire dai cristiani: “Tu capisci bene quel che diciamo, la nostra mentalità, i nostri problemi. Ormai sei uno di noi”. Questo è il più bell’elogio che il missionario può attendersi dalla sua gente. Anche i pagani vengono ad ascoltarmi quando predico e parlano volentieri con me, mi invitano a bere il vino di palma, diventiamo amici, parliamo di tutti i loro problemi”.

Ebbene, padre Giovanni De Franceschi ha scritto[1]: “Noi cristiani non ci rendiamo conto di come la vita del pagano è una continua paura che gli vien messa dentro fin dall’infanzia: temono di aver fatto torto al feticcio, che il feticcio si vendichi per motivi misteriosi. Ho sentito parecchie volte delle persone adulte, colte, psicologicamente mature, dire: “Mi arriverà una disgrazia perchè ho offeso il feticcio”. Sono convintissimi che la disgrazia gli capiti da un momento all’altro, ma non sanno cosa sarà. Vivono male. Il terrore psicologico può distruggere una persona.

“Il dato di fondo – continua De Franceschi – è questo: il paganesimo non conosce Dio e il perdono di Dio. Non sanno che Dio è un Padre amorevole che ci vuole bene e ci perdona. Pensano Dio come lontano, misterioso, inconoscibile, vendicativo. Il cristianesimo è libertà, gioia, amore, fiducia nel Padre, liberazione da tutte le paure…. Il primo passo verso lo sviluppo è liberare l’uomo dalle paure antiche, dal terrore del feticcio, rivelargli l’amore di Dio che lo rende libero e gioioso. Sono convinto, per esperienza personale, che il maggior contributo che noi missionari portiamo allo sviluppo dell’Africa non sono gli aiuti economici o le scuole o gli ospedali (tutte cose indispensabili), ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo per tutti gli uomini”.

Nel 2008 a Maroua in Camerun ho intervistato padre Giovanni Malvestìo, da otto anni rettore del seminario maggiore del Nord Camerun, che mi dice: “Ci vorrà ancora tempo perché la cultura cristiana superi quella pagana anche nei nostri seminaristi, giovani entusiasti della fede e pieni di buona volontà. Il seminarista nato da una famiglia cristiana ha una serenità di spirito, è in pace con se stesso, col latte materno ha ricevuto la fede, l’amore a Dio e a Cristo, la fiducia nella Provvidenza; il seminarista battezzato a 15 anni e figlio di una famiglia pagana, il suo terreno di cultura è pagano, non puoi cambiarlo in pochi anni”.

“L’uomo è il protagonista dello sviluppo non il denaro”

Giovanni Paolo II descrive l’esperienza della Chiesa nella “Redemptoris Missio” (n. 58): “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica… La Chiesa educa le coscienze col Vangelo… forza liberante e fautrice di sviluppo…”. Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” scrive: “L’annunzio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n. 8); “Il Vangelo è indispensabile per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (n. 13); “Senza la prospettiva di un vita eterna, il progresso umano è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere” (n. 11); “L’uomo non è in grado di gestire da  solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo… L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”(n. 78).

Papa Francesco, nella “Evangelli Gaudium”, cita Paolo VI quando tratta della “dimensione sociale dell’evangelizzazione” (n. 176); e poi scrive (n. 178): “ Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”; e cita ancora (n. 181) la “Populorum Progressio” e la “Evangelii Nuntiandi”, dove  Paolo VI “proponeva (il Vangelo) in relazione al vero sviluppo umano, ogni uomo e tutto l’uomo”. Nella “Sollicitudo rei socialis” (1987) Giovanni Paolo II scrive (n. 41): “Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, essa dà il suo primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo”. Nella mia lunga vita di missionario-giornalista (di cui ringrazio il buon Dio e i miei Superiori), ho visitato più volte i paesi nei quali il Pime è impegnato, e poi ne ho scritto la storia. Mi è apparso evidente che quei popoli, convertendosi a Cristo, hanno fatto un balzo in avanti nel loro faticoso cammino verso la pace e lo sviluppo umano. Insomma, i Dieci Comandamenti e la vita di Gesù Cristo (cioè il Vangelo) sono i manuali del vero sviluppo umano.

  In Guinea Bissau, padre Zè Fumagalli racconta

Padre Giuseppe (Zé) Fumagalli, in Guinea Bissau dal 1968 e sempre nella tribù dei felupe (dei quali ha scritto la lingua, pubblicando opuscoli e libri) racconta[2]: “Quando i felupe diventano cristiani, migliora la loro vita, sia personale che familiare e di villaggio. Alcuni esempi concreti. Normalmente i cristiani sono quelli che rispettano di più la donna e i bambini.… Noi insistiamo moltissimo sul mandare i figli e le figlie a scuola. Ma il 90% delle bambine che vanno a scuola sono cristiane o figlie di catecumeni. Qui tra i felupe la donna serve per la riproduzione, il lavoro e il piacere dell’uomo. Questo non significa che l’uomo non le vuole bene, ma ha di lei l’immagine di una persona che è al suo servizio. Fin che la donna è giovane, tutto va bene.. Ma quando diventa vecchia o ammalata, allora il marito la manda via e ne prende un’altra, senza doverle nulla. O anche se non la manda via, la mette da parte. Per cui la donna sposata è sempre sul chi va là, per timore di essere ripudiata e quindi non avere più di che vivere ed essere disprezzata da tutti. Invece, la moglie cristiana sa che, anche quando si ammala o diventa vecchia, il marito la tiene lo stesso e le vuole bene. Il fatto che si siano sposati in chiesa vuol dire che il marito ha promesso solennemente davanti a Dio e alla comunità cristiana di comportarsi bene con la moglie. Domani, in caso di necessità, potrà sempre essere richiamato al suo dovere. Così la donna cristiana dice lei stessa che è molto più tranquilla di quella non cristiana”.

Il Vangelo apre il cuore e le menti, porta lo sviluppo anche economico e lo spirito di perdono e di pace. In Guinea Bissau i missionari del Pime lavorano dal 1947. Nella tribù dei felupe (nord ovest del paese), il primo missionario, il toscano padre Spartaco Mamugi, era presente dal 1952, quando i felupe vivevano ancora secondo la loro tradizione: la quale, ignorando il perdono delle offese, aveva creato una situazione di guerra continua fra villaggi e clan. Padre Fumagalli è sul posto del 1968 e dice: “In passato fra i villaggi di questa tribù c’era un perenne stato di inimicizia e di guerra. Si combattevano con archi, frecce e coltellacci, imboscate nelle campagne, si ammazzavano per nulla. I villaggi erano difesi, si viveva nel terrore di assalti notturni. In un’inchiesta fatta nel 1996 sul tema ‘Chiesa-famiglia’, la gente ha discusso ed ha dato risposte. Tutti riconoscono che il cristianesimo ha fatto superare le antiche inimicizie tra i villaggi e le famiglie. Un’anziana dice che quando lei era bambina, i suoi genitori non la portavano nel villaggio vicino, perché era considerato nemico. “Oggi, dice, i bambini giocano assieme e questo è grazie a Gesù”.

“Un uomo ha testimoniato che nel 1979 e 1981 doveva esserci la guerra tra Edgin e Katòn per problemi di terre e proprietà di palmizi. In passato tra questi due grossi villaggi è corso molto sangue. I cristiani ed i catecumeni dei due villaggi nemici si sono intesi e hanno evitato la guerra. La gente dice che sono stati i cristiani a fare la pace. La cappella di Kassolòl è stata costruita sul campo di battaglia tradizionale. I capi (non cristiani) hanno concesso il terreno, perché:  ‘Chi va con i preti non fa più la guerra, siamo tutti fratelli'”. Così padre Zé ha potuto costruire, con l’aiuto di parenti e amici di Brugherio (Mi), il lungo ponte in ferro che unisce su un fiume i due grossi centri.

[1] G. De Franceschi, “Cristo, la maschera, il tam-tam”, in “Mondo e Missione”, dicembre 1975, pagg. 673-677.

[2] Piero Gheddo, “Missione Bissau – I cinquant’anni del Pime in Guinea Bissau (1947-1997), EMI 2007, pagg. 302 -304.

Padre Gianni Zimbaldi (anni 88), missionario fra i tribali in Birmania e Thailandia

Lo slogan più fortunato di Papa Francesco è “La Chiesa in uscita”: noi battezzati, tutti gli enti ecclesiali, diocesi, parrocchie, congregazioni religiose, associazioni laicali, non dobbiamo rinchiuderci nell’ovile di Cristo, ma proiettarci verso l’esterno, come si legge nel Cap. I° della “Evangelii Gaudium”: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”.

Ebbene, mercoledì 6 luglio è venuto a trovarmi un mio coscritto, che potrei definire “Un prete in uscita”, cioè un missionario del Pime che è sempre andato fra le popolazioni più lontane e abbandonate, per testimoniare e annunziare Gesù Cristo. Oggi, a 88 anni suonati, dopo cinque anni che non tornava in Italia, si è preso una breve vacanza perché un benefattore gli ha pagato il viaggio aereo. Il 12 luglio è tornato in Thailandia. Non va a Bangkok, dove potrebbe starsene tranquillo, ma sulle montagne e regioni forestali al Nord del paese, dove vivono tribali di religione animista. In un ambiente difficile, anche per i profughi che scappano dal Myanmar, proprio quelli che Gianni già conosce (ne parla le lingue), tra i quali svolge il suo ministero, con altri confratelli.

Testimone vivente di come nasce la Chiesa        

Siamo diventati sacerdoti assieme nel 1953, poi lui è partito per gli Usa per imparare l’inglese e nel 1958 è in Birmania, nella prefettura apostolica di Kengtung, resa mitica dagli scritti del Beato p. Clemente Vismara. Arriva  a Kengtung nella Pasqua del 1958, che festeggia col prefetto apostolico mons. Ferdinando Guercilena. Un mese dopo, un maestro cattolico che capiva un po’ l’inglese, lo porta in quattro giorni a cavallo nella missione di Mong Pok, fra i tribali Lahu e Akhà, ai confini con la Cina. A Mong Pok c’era padre Grazioso Banfi, in Birmania dal 1938.
L’avventura di padre Gianni fra i Lahu e glI Akhà, prima in Birmania (1958-1966) e poi in Thailandia (dal 1972) é paragonabile a quelle degli Apostoli, raccontate dagli Atti. Allora la Chiesa nasceva in Palestina e nell’Impero romano. Oggi nasce in parecchi Paesi dell’Asia fra i gruppi tribali: Gesù Cristo e lo Spirito Santo sono con i missionari, come alle origini con gli Apostoli. Ecco perché vi racconto in breve la vita padre Gianni Zimbaldi, testimone vivente di come nasce la Chiesa, duemila anni dopo Gesù.

Mong Pok era un villaggio fuori dal mondo, senza strade, senza comodità moderne, senza negozi o mercati oltre a quello di villaggio dove si scambiano i prodotti della terra e dell’artigianato. Padre Banfi abitava una casetta in muratura  a due piani, costruita 25 anni prima e ormai fatiscente, ma ancora l’unica in muratura in quella vasta regione dei tribali Lahu ed Akhà. Nella missione c’erano due catechiste-suore, una congregazione fondata da mons. Bonetta, Vivevano in una capanna di fango e paglia e facevano la cucina in cortile sotto una tettoia. La chiesa era di fango e bambù.  “Il mio primo impegno era di studiare la lingua lahu con un maestro cinese che sapeva qualcosa di inglese. Non c’era  nessun libro, solo un quadernetto con l’alfabeto e qualche decina di parole, alcuni opuscoli con le preghiere in lahu e un libro con i quattro Vangeli ridotti in uno solo, composto padre Portaluppi in shan, poi tradotto in lahu e akhà.
“Io parlavo col catechista e con la gente, imparando a memoria e scrivendomi le parole che imparavo. Sono andato a Mongpok nel maggio 1958 e poi a novembre mons. Guercilena mi dice: “Adesso tu sai un po’ di lahu e puoi stare da solo. A marzo (1959) tornerà dall’Italia padre Banfi e verrà a  Mongpok”. In quei mesi in cui ero da solo, cercavo di imparare la lingua e poi andavo a visitare i villaggi. Il primo Natale ho messo fuori dei cartelli con Buon Natale in lahu; avevo un fonografo a manovella e suonavo qualche inno e canti in italiano per fare un po’ di festa. Ricordo che in quel primo Natale una bambina mi dice: “Padre, voglio ricevere il Battesimo”. Era una pagana che aveva visto la nostra festa e voleva diventare cattolica. Me l’ha detto e ripetuto e mi ha commosso.

“Mong Pok era a quattro giorni di cavallo da Kengtung, dove si andava in carovana al massimo due volte l’anno per pochi giorni, per fare le provviste. Quando poi è tornato padre Banfi, mi sono accorto che il lahu lo parlava male. I padri anziani conoscevano bene lo shan, lingua veicolare nella regione di Kengtung’ ma la lingua del popolo non l’avevano mai studiata, Un vecchio catechista mi diceva: “Quando c’era tra noi il padre Portaluppi, non si capiva niente di quel che diceva nelle prediche. Lui diceva che parlava il lahu, ma noi non capivamo se parlava il birmano o lo shan o il lahu”.
In quel momento – dice padre Zimbaldi – ho pensato: “E’ proprio vero che la missione la fa lo Spirito Santo, noi missionari siamo strumenti talmente imperfetti che parliamo e non capiscono nemmeno se parliamo la loro lingua!”. E aggiunge: “I miei otto anni di Birmania sono stati affascinanti, nonostante la povertà, l’isolamento, i pericoli dei guerriglieri e dei commercianti di oppio, i briganti e le belve feroci, che giravano attorno alla carovana spaventando i cavalli, o attorno al bivacco notturno   quando si dormiva all’aperto, per terra su una coperta. La semplicità e la cordialità di quel popolo mi è rimasta dentro, come pure la loro gioia e fede quando il Signore dava loro la grazia di convertirsi”.

Nel 1972 in Thailandia per i profughi Lahu e Akhà dalla Birmania

Questa la vita di padre Gianni sulle montagne e nelle foreste della Birmania orientale, fino al 1966 quando i militari hanno instaurato la dittatura comunista che più o meno dura tuttora ed espulso tutti i missionari più giovani. Dopo alcuni anni in Italia e negli Stati Uniti, nel 1972 è con due confratelli in Thailandia, per fondare la missione del Pime. I tre pionieri si stabiliscono a Chiang Mai, al Nord del paese. Dopo un anno di studio della lingua thailandese, il vescovo manda p. Zimbaldi a Fang (150 chilometri a nord di  Chiang Mai) per curare i Lahu e gli Akhà che fuggivano dalla Birmania. Per padre Gianni è come tornare all’antica missione di Mong Pok. Incomincia con la visita ai villaggi per incontrare i cattolici presenti e parlando bene il lahu è accolto ovunque con manifestazioni di gioia. Scopre 65 battezzati e 20 catecumeni. A Fang abitava nella casa della missione abbandonata da 15 anni. Incomincia subito ad accogliere otto ragazzi e sette ragazze lahu che provengono dai monti e frequentano la scuola governativa. Per le ragazze affitta una casetta dove mette una vedova cattolica con due sue figlie (un figlio è nel seminario minore a Kengtung in Birmania), che cura le ragazze e fa cucina e lavanderia per tutti.. La Provvidenza lo aiuta e in quindici anni la missione di Fang dispone di un vasto terreno sul quale oggi sorgono una grande chiesa e le altre opere della parrocchia.  A quel tempo Fang era già chiamata “città”, ma aveva solo 2.000-3.000 abitanti, però era il centro civile e commerciale di una vasta regione con circa 100.000 abitanti in maggioranza tribali. Oggi Fang ha circa 10.000 abitanti.

“Nei primi anni che ero a Fang, mi dice, visitavo sistematicamente il territorio della mia missione, che era già stata iniziata vent’anni prima da un missionario francese e poi abbandonata per mancanza di personale. Parlando bene il lahu, mi presentavo alla gente e ai capi villaggio come il missionario che veniva a riaprire la missione di Fang ed ero accolto bene ovunque. Vedevo dove si poteva aprire una scuola, distribuivo medicine, visitavo le famiglie per conoscere i loro problemi e soprattutto prendevo contatto con le famiglie cattoliche venute dalla Birmania e alcune già battezzate”.
In residenza a Fang, padre Gianni traduce in lahu il catechismo e altri testi religiosi indispensabili, i prefazi, le preghiere eucaristiche e i canti sacri. In seguito manderà un maestro della missione a scuola di dattilografia a Chiang Mai, per imparare a scrivere in lahu e comporre testi e foglietti da distribuire ai cristiani. Dopo meno di un anno che è arrivato a Fang informa i benefattori del primo risultato di questo lavoro:  “Sono qui a Bangkok per far stampare in off-set il libro di preghiere e canti in lahu. E’ la prima opera del genere che faccio e mi è costata parecchio tempo e preoccupazioni. E’ un libro necessario e mando un po’ di libri alla missione di Kengtung”.

Con l’aiuto della Divina Provvidenza e di altri confratelli, padre Zimbaldi ha fondato la Chiesa a Fang, poi compiuti i 75 anni e date le dimissioni da parroco, è andato per tre anni ad aiutare i confratelli nella missione di Mae Suay, una nuova parrocchia staccatasi da Fang alcuni anni prima. Nel novembre 2009 è tornato a Fang come sacerdote residente, continuando ad assistere pastoralmente le comunità che aveva visto nascere. Oggi il parroco di Fang è il milanese padre Marco Ribolini (anni 43), coadiuvato da p. Massimo Bolgan e appunto da P. Gianni.

In una lettera del 4 gennaio 2016, mi scriveva:

“Io sono qui per aiutarli, la mia salute grazie a Dio è buona e riesco ancora a visitare i villaggi. Quando ho iniziato il ministero missionario fra i tribali animisti, la diocesi di Chiang Mai aveva meno di 20.000 cristiani battezzati. Ora sono più di 70.000 e ci sono  20.000 catecumeni che vivono nei villaggi cattolici e si preparano al battesimo. Allora c’era solo un sacerdote diocesano, ora i sacerdoti diocesani sono una trentina. Il vescovo di Chiang Mai non solo è contento di noi, ma ci chiede di occuparci di altre zone. La diocesi di Chiang Mai comprende otto grandi province con una popolazione di 5.685.000. I cattolici sono 71.694, i sacerdoti diocesani solo 30, in un territorio forestale e montagnoso, vasto come Lombardia e Piemonte. Il vescovo accetta le congregazioni religiose, i preti religiosi sono 67 (una trentina thailandesi). Il nostro distretto missionario di Fang sta preparando la nuova parrocchia a Ban Theut Thai, che si stacca dal nostro territorio. Stiamo costruendo le strutture necessarie, pregando il Signore per i benefattori che ci aiutano. Grazie al Signore Gesù, abbiamo la consolazione di vedere la comunità cattolica crescere ogni anno. L’anno scorso, nella diocesi di Chiang Mai si sono amministrati più di mille battesimi di adulti, quasi tutti tribali animisti”.

Nel raccontare l’inizio della sua missione in Thailandia, padre Zimbaldi si commuove e dice: “Noi avrei mai immaginato che in quell’ambiente e quel popolo molto povero sarebbe nata una bella e viva Chiesa con i suoi primi preti e suore locali, capaci di diffondere la fede fra i loro  tribali. Perché non raccontare in Italia, anche sui mass media, – mi dice – questi esempi, per dare speranza e far comprendere l’importanza del Vangelo e della “missione alle genti?”.

A 88 anni incomincia una vita nuova a Chiang Rai

Quando è venuto a trovarmi il 6 luglio scorso, padre Gianni mi dice che il Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca (già missionario in Giappone), con i suoi quattro consiglieri hanno deciso che il Pime in Thailandia, venda la casa regionale e il suo terreno a Bangkok, e con quelle risorse costruire una nuova casa regionale alla periferia di Chiang Rai, capoluogo di una provincia che è proprio alla frontiera col Myanmar. Così si potranno accogliere e seguire meglio i cristiani tribali che vengono dalla regione di Chiang Rai e dal Myanmar e aiutare la vicina diocesi di Kengtung, evangelizzata dal nostro Istituto. Si è scelto Chiang Rai per ragioni strategiche: la cittadina che ha un volo diretto con Bangkok e dovrebbe, in un prossimo  futuro, essere sede di una nuova diocesi (staccandola da quella di Chiang Mai). Il Pime ne prepara le strutture. Si è già acquistato il terreno e si inizierà presto a costruire.

Il primo missionario che andrà con altri confratelli ad aprire questa casa sarà p. Gianni Zimbaldi, che è stato missionario a Kengtung e parla bene le lingue dei profughi e dei thailandesi. Questa la tradizione del Pime, istituto di sacerdoti non religiosi (cioè senza i voti), ma comunità apostolica di clero secolare, fondata nel 1850 dal Venerabile mons. Angelo Ramazzotti (vescovo di Pavia e patriarca di Venezia) e dai vescovi lombardi, per annunziare Cristo ai popoli più lontani e abbandonati e fondare la Chiesa locale con clero locale. Nel territorio della futura diocesi di Chiang Rai già lavora dal 1991anche il MET, l’Istituto Missionario Thailandese voluto negli anni ottanta dalla Conferenza Episcopale Thailandese. Il carismatico padre Adriano Pelosin, Pime, assiste oggi come superiore i membri di questo Istituto, sacerdoti diocesani e religiose di alcune congregazioni locali, nel difficile cammino della missione. Essi lavorano attualmente oltre che in Thailandia anche in Cambogia e Laos.

In due lunghe interviste (agosto 2009) ho chiesto a p. Gianni  come i suoi cristiani sentono e vivono il cristianesimo.

Risponde: Quando sono pagani, vivono con la paura degli spiriti e ci credono. Quando c’è un malato fanno le cerimonie contro gli spiriti cattivi che portano disgrazie, malattie, mancanza di pioggia, malocchio, ecc. Hanno una grande paura e sono sempre tormentati. Quando vedono i cristiani che vivono bene senza fare nulla contro gli spiriti cattivi, allora chiedono di farsi cristiani. Se si fanno cristiani c’è sempre un motivo concreto, per vivere meglio, per non avere più paura.
Una volta c’era il capo villaggio che decideva per tutti di farsi cristiani, adesso sono le singole famiglie, la scelta è più personale e più familiare. Quando chiedono, io vado a vedere la situazione e la loro retta intenzione. Poi mando un catechista a insegnare e vivere in mezzo a loro. Dopo almeno tre anni che hanno chiesto di farsi cristiani, quelli che mostrano fedeltà alle pratiche religiose, sono capaci di perdonare, hanno un inizio di vita cristiana, allora li battezzo. Altrimenti rimando. Per un adulto, il battesimo è una conquista, che  ottiene con la preghiera, l’osservanza dei Dieci Comandamenti, ecc. Per farsi cristiani ci vuole una grazia del Signore. Il catecumeno capisce poco della fede cristiana, ma segue il catechista nelle pratiche di pietà e nella vita: quando c’è un malato il catechista va a pregare da lui e con lui, quando capita qualcosa nella famiglia chiedono che il catechista vada a spiegare qual è il costume cristiano, ecc.

     Io dico spesso che fra i giovani cristiani c’è l’entusiasmo per la fede. Nei tuoi cristiani c’è questo entusiasmo o no?

All’inizio, un vero entusiasmo non lo vedo. Però quelli che sono cattolici da un po’ di tempo e hanno ricevuto un buon insegnamento dal catechista, migliorano nella loro vita, diventano sempre più cristiani. Anche quelli che non sono mai stati a scuola recepiscono il mio insegnamento con gioia e a volte anche con commozione, perché spesso è il contrario dei costumi pagani. Nelle loro conversazioni ripetono quel che ho detto, citano fatti o parabole di Gesù. Però certe credenze tradizionali rimangono dentro. Una volta, in un villaggio cattolico di buona gente, si sono ammalate diverse persone e non si capiva che male fosse. Allora hanno discusso: “Qui ci sono degli spiriti che ci vogliono male” e benché fossero cattolici da più di una generazione, sono andati da uno stregone shan a chiedere il suo intervento. L‘anno prima era morto il capo villaggio che era andato in foresta a cacciare e non si sa chi, l’aveva ferito in modo grave. E’ riuscito a tornare nel villaggio ma poi è morto. Lo stregone shan ha fatto i suoi sortilegi e ha detto: “E’ lo spirito di quell’uomo che è qui tra voi e vuole vendicarsi del suo villaggio. Scavate nella sua tomba e vedremo”. Hanno trovato il corpo del morto, con la testa rivolta verso il villaggio. Lo stregone dice: “Vedete? Questa l’origine del vostro male. Scappate dal villaggio altrimenti altri moriranno”. In pochi giorni sono scappati tutti, più di venti famiglie, lasciando case, campi e tombe dei loro morti…. Per fortuna sono andati in un altro villaggio cattolico, hanno ricominciato a vivere e sono ancora oggi buoni cattolici.

Cosa hai fatto per combattere la prodzione della droga?

I migliori tra gli alunni degli ostelli li mando a Bangkok ed a Chiang Mai per continuare gli studi a spese della missione: ne escono meccanici, falegnami, elettricisti, agronomi, infermiere, insegnanti, sarte, ecc. Ci sono già due sacerdoti e diverse Suore lahu e akhà: si sta formando la classe dirigente moderna fra i tribali. La parte principale della lotta contro la droga la fa il governo, che è severissimo con chi produce e commercia oppio. Ma la repressione non basta, occorre offrire ai tribali educazione e aiuto per altre attività redditizie, ad esempio le “banche del riso”, “le banche dei bufali” e le cooperative di villaggio per aiutare i tribali a rimanere sul posto, invece di andare nelle baraccopoli di Bangkok. E padre Sandro Bordignon  (ucciso il 1° giugno 2004 in uno scontro frontale con un auto di militari ubriachi!) ha creato, più a sud nella pianura thailandese, due fattorie-scuola agricole che insegnano ai tribali le tecniche moderne di coltivazione e l’allevamento animali.

Ma, dice padre Gianni, l’aiuto principale lo diamo annunziando Gesù Cristo. L’influsso del Vangelo è misterioso, è opera dello Spirito Santo. Però la differenza tra un villaggio cristiano e uno pagano è evidente a tutti: i matrimoni sono più saldi, i bambini e le bambine vengono a scuola, villaggio e capanne sono puliti, c’è più impegno nel lavoro, l’abitudine nuova al risparmio, collaborazione anche economica per il bene pubblico (ad esempio per costruire la cappella e la sala comunitaria, mantenere le strade praticabili), la legge del perdono fa diminuire e quasi scomparire lotte e vendette tra famiglie. Il villaggio pagano ha criteri solo materiali di giudizio: se una famiglia povera manda le figlie a prostituirsi non fa problema, non stupisce nessuno. I cattolici non lo fanno.