III. I viaggi missionari di san Giovani Paolo II

San Giovanni Paolo II ha vissuto il pontificato più lungo della storia (27 anni), superato solo dal beato Pio IX, che governò la Chiesa per 32 anni (1846-1878). Fin dall’inizio del suo pontificato (1978) si è presentato al mondo con due imperativi impetuosi e tonanti: “Non abbiate paura! Aprite le porte a  Cristo!”, proclamati, anzi gridati, rivolti al mondo dove l’uomo ha paura dell’uomo, ha paura della vita e della morte, paura delle sue stesse invenzioni che possono distruggerlo. La crisi si supera solo tornando a Cristo, amando e pregando il Salvatore dell’uomo.

Nell’insegnamento di Giovanni Paolo II il punto centrale è Cristo, Dio fatto uomo per salvare tutti gli uomini. Nella prima enciclica “Salvator Hominis”, presenta Cristo come “il centro del cosmo e della storia”, fondamento di ogni riflessione sulla Chiesa e sull’uomo. Nell’enciclica si legge (n. 10): “L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, deve avvicinarsi a Cristo…. Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”.

      I viaggi del Papa annunzio di Cristo ai popoli

Nei suoi 27 anni di pontificato, ha fatto più di 200 viaggi a Roma e in Italia e 105 viaggi internazionali, visitando 136 paesi, in molti dei quali è tornato più volte: 9 volte in Polonia, 8 in Francia, 7 negli Stati Uniti, 5 in Spagna e Messico, 4 in Portogallo, Brasile e Svizzera. E’ andato in tutti i paesi che poteva visitare. Impossibile andare in Cina, Russia, Vietnam e in altri paesi comunisti; in Arabia, Afghanistan, Iran e altri islamici.

Perchè viaggiava tanto? Risponde nella “Redemptoris Missio” (n. 1): “Già dall’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza di tale attività”.

Quando andò in Pakistan (16 febbraio 1981), padre Schiavone, anziano missionario domenicano toscano,  mi dice:  “Giovanni Paolo II è il centravanti delle missioni” . L’ho incontrato nel 1982 a Faisalabad e mi raccontava la visita del Papa a Karachi e l’entusiasmo che aveva suscitato nello stadio cittadino pieno di giovani musulmani. Diceva: “Noi missionari che siamo in questo paese da decine d’anni, tollerati e a volte perseguitati, mai avremmo immaginato di poter essere testimoni di una scena simile: una folla di musulmani che applaudiva il nostro Papa! Abbiamo pianto di gioia”. E concludeva: “Noi missionari abbiamo trovato il nostro centravanti! Lui i goal li fa davvero!”.

 In Messico la forza del cattolicesimo popolare     

Si è calcolato che Giovanni Paolo II ha trascorso nei viaggi circa due anni dei suoi 27 di Pontificato. Si diceva: viaggia troppo, spende troppo, fa troppi discorsi. Ma lo dice chi non ha visto da vicino cosa suscita una visita del Papa in termini di fede, di entusiasmo popolare, di speranza, di solidarietà fra gli uomini. Ho accompagnato il Papa (come giornalista) in alcuni viaggi internazionali. Ricordo che in Messico (gennaio 1979), il governo laicista messicano aveva fatto il possibile per tenere la gente in casa: blocco dei trasporti, scuole e uffici aperti, trasmissioni televisive frequenti, raccomandazioni di non muoversi da casa, si prevedevano disordini.  Quando Giovanni Paolo II arriva a Città del Messico, a riceverlo non c’é né il capo dello stato né il primo ministro, solo autorità minori.

Il viaggio del Papa in auto scoperta sulla superstrada da Città del Messico a Puebla (110 km.) avviene fra una muraglia umana calcolata dai 9 ai 10 milioni di persone e nei pochi giorni di permanenza nel paese un terzo dei messicani (l8-20 su 56 milioni) sono riusciti a vederlo di persona! In quei giorni si è manifestata la forza della religiosità popolare, che mandò in crisi l’ideologia laicista dello stato messicano. Ovunque andava c’era folla di gente che attendeva da ore per vederlo passare.

In Messico il Papa ha preso solennemente le difese degli indios. A Oaxaca un indio gli dice: “Santità, noi viviamo peggio delle vacche e dei porci. Abbiamo perso le nostre terre, noi che eravamo liberi, ora siamo schiavi”. Giovanni Paolo II si stringe la testa fra le mani e rispondendo dice: “Il Papa sta con queste masse di indios e di contadini, abbandonate ad un indegno livello di vita, a volte sfruttate duramente. Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo! Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate perché questo diventi realtà, affinché il Signore trasformi i cuori ed umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo”. Il massimo quotidiano messicano, “Excelsior”, esponente del laicismo e della massoneria messicana, che si era opposto alla visita del Papa, commentava: “Dopo cinque secoli di oppressione dei nostri indios e contadini, doveva venire il Papa da Roma a dirci queste cose. Ci ha fatto vergognare di appartenere alle classi dirigenti messicane”.

Quando il Papa riparte da Città del Messico, all’aeroporto ci sono tutte le più importanti autorità politiche e militari. C’è stata una identificazione completa tra il Papa e il popolo, con momenti di intensità tale da commuovere. Il Messico massone, socialista, radicale e anticlericale è stato spiazzato dalle ondate corali di partecipazione alle funzioni religiose, dalla marea di piccola gente venuta da ogni parte del paese, che dormiva all’aperto pur di poter vedere il Papa al mattino. Nessuno si aspettava un successo così travolgente, senza precedenti in Messico.

Nella bufera di neve a Nagasaki in Giappone

Sul viaggio di soli quattro giorni in Giappone (23-26 febbraio 1981), un  missionario del Pime, padre Pino Cazzaniga (sul posto dal 1959), ha scritto[1]: “La visita del Papa è stata un successo grandioso, che nessuno aveva previsto e che nemmeno i più ottimisti pensavano possibile. Ho toccato con mano l’intervento della Provvidenza per un viaggio che avrebbe dovuto risultare negativo”. In Giappone i cattolici sono lo 0,3% dei giapponesi, ma nella città di Nagasaki sono una comunità di una certa consistenza. Quando Giovanni Paolo II doveva celebrare la Messa nello stadio di Nagasaki, da due giorni tutta la regione era travagliata da una bufera di neve, che bloccava i trasporti. Il card. Satowaki e gli organizzatori pensavano di far celebrare il Papa nella cattedrale cattolica, ma al mattino presto nello stadio incominciavano ad arrivare i fedeli e la gente comune equipaggiati da alta montagna, qualcuno era arrivato alle cinque del mattino! Per la Messa lo stadio era pieno. Il Papa celebra con un freddo polare e il vento tagliente, ma aveva 61 anni e ha potuto sostenere tre ore di Messa e di cerimonie varie. Le televisioni trasmettevano in tutto il paese.

“Così – scrive Cazzaniga – tutto il Giappone vede la scena della bufera, del vento gagliardo che fa mulinare il nevischio, del Papa che ogni tanto soffia sulle sue dita per riscaldarsele. Ma vede anche quelle decine di migliaia di persone, tremanti e ad occhi chiusi, stringendosi l’una all’altra per cercare calore e sostegno. Nessuno si muove fino alla fine della cerimonia. E’ una resistenza commovente, fa capire che sotto c’è molto di più che un semplice accorrere per un “Wojtyla Show“. Così quel cattivo tempo, che pareva uno scherzo della dea Amaterasu, risulta invece un intervento provvidenziale che mette in risalto agli occhi di tutti i giapponesi quel che conta la fede cristiana nella vita”.

Padre  Cazzaniga si chiede “cosa ha significato la visita del Papa per i non cristiani? Intanto questa visita “fa epoca” nella storia stessa del Giappone. Tutti i giornali seri ne hanno parlato in questo senso. Per la  Chiesa cattolica è un fatto unico. Secondo me, è il più grande dono che il Signore ha fatto alla Chiesa giapponese, almeno in questo secolo”.

  “E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”

Giovanni Paolo II era profondamente innamorato di Gesù Cristo, di cui parlava non in modo distaccato, quasi fosse solo una dottrina da trasmettere, ma come una persona viva che l’ha incontrato e di cui si è innamorato. Egli esprimeva spesso con forza questa convinzione (che viene dall’esperienza): tu sei veramente uomo nella misura in cui ti lasci penetrare, coinvolgere, illuminare, cambiare dall’amore di Cristo. Essere cristiani non è una somma di cose da fare o da non fare, ma amare ed imitare Cristo: “In Lui, soltanto in Lui – ha detto ai cattolici tedeschi – noi siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù alle potenze del peccato e della morte”. Nel suo ultimo viaggio in Polonia, improvvisando e sventolando come una clava il rotolo di fogli che aveva in mano e picchiandoli sul leggio, tuonava forza tre volte scandendo bene le parole: “Polacchi, peccatori, convertitevi!”.

Il Presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca nel 1979, gli diceva: “Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni”. E aggiungeva: “L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici – avere di più anzichè essere di più – ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi”. Il “New York Times” scriveva: “Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”. E’il più bell’elogio che si possa fare del successore di Pietro.

Quando Giovanni Paolo II parlava ai “favelados” di Rio de Janeiro, ai lebbrosi di Marituba in Amazzonia, agli indios di Oaxaca in Messico o ai pescatori di Baguio nelle Filippine; quando condannava con forza ogni violazione dei diritti dell’uomo  davanti a dittatori come Marcos (Filippine), Pinochet (Cile), Stroessner (Paraguay), Mobutu (Zaire); quando parlava del valore della cultura africana (in Benin) e dello “sviluppo dal volto umano” (in Gabon), egli incideva fortemente nelle coscienze dei popoli, non solo in quelli che lo ascoltavano e vedevano in quel momento. I contenuti dei suoi discorsi e dei suoi gesti vanno visti ben al di là di quel che può dare una fuggevole immagine televisiva o il titolo a sensazione di un giornale. Quante volte un popolo sofferente e umiliato – penso alla Guinea Equatoriale spagnola, appena uscita dalla spaventosa dittatura di Macias Nguema o al Burundi emerso dalle sanguinose lotte tribali – che hanno ricevuto dalla visita del Papa il provvidenziale stimolo a riprendere con coraggio la via della riconciliazione e della ricostruzione.

 In Asia la Chiesa porta Cristo, non l’Occidente    

Interessante il fatto che il Papa, visitando le giovani Chiesa in Asia e Africa, aveva il coraggio di porre dei gesti che rischiavano di venire mal interpretati, ma erano profetici rispetto a quella Chiesa. Ad esempio, la lunga visita in India (1 – 10 febbraio 1986) e l’insistenza sul dialogo interreligioso con indù e buddisti, mettendo però ben in risalto che il dialogo (non religioso, ma per promuovere l’uomo e i suoi diritti) non sostituisce l’annunzio. In questo era stato criticato nel gregge e anche nella stampa cattolici. Un vescovo indiano dell’Andhra Pradesh mi diceva: “Il Papa non capisce la nostra situazione in India, dove  i partiti indù e  nazionalisti sono anzitutto anti-cristiani e spesso noi cristiani siamo perseguitati”. Ma il Papa, come il Buon Pastore, apriva il cammino e andava per la sua strada. Così, in preparazione al Giubileo del 2000, quando insisteva sulla “purificazione della memoria”, chiedendo perdono dei peccati che i popoli cristiana hanno commesso verso gli altri popoli, non tutti approvavano. Oggi comprendiamo meglio e in futuro quelle saranno citate come parole profetiche.

Nel continente asiatico, sostanzialmente ancora impenetrabile al cristianesimo, il Papa polacco ha dato della fede in Cristo un’immagine molto positiva in senso umano, di difesa dell’uomo, della giustizia e della pace. In passato le missioni erano spesso accusate di essere collegate col colonialismo e di essere espressione della civiltà occidentale. Giovanni Paolo II, che ha appassionatamente difeso “le radici cristiane dell’Europa”, ha anche rifiutato l’identificazione del cristianesimo con l’Europa e l’Occidente. Nelle due guerre in Iraq, ad esempio, che in Asia hanno avuto un’eco negativa enorme, il Papa ha parlato forte e chiaro contro quegli interventi militari ed è apparso a tutti che non ha “sposato” la causa dell’Occidente.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionaie laicali invitano a:  “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

[1] Pino Cazzaniga, “Come i giapponesi hanno visto il Papa”. In “Mondo e Missione, giugno-luglio 1981, pagg. 367-394.

II. La crisi dell’ideale missionario dopo il Vaticano II

Il Concilio Vaticano II, terminato nel 1965, aveva suscitato grandi speranze per la Missione alle Genti. La storia è poi andata in altro modo. I testi conciliari sono ancor oggi ottimi per promuovere lo spirito missionario, ma non sono riusciti a dare quella spinta verso il primo annunzio di Cristo ai tre quarti dell’umanità, come Giovanni XXIII aveva previsto: “Il Concilio sarà per la Chiesa una nuova Pentecoste”.

Il terremoto che ha sconvolto l’Occidente

Dopo il 1965, i documenti conciliari si diffondono e discutono, spesso interpretati in modi diversi e non secondo le norme d Paolo VI per l’applicazione del Concilio (Motu proprio “Ecclesiae Sanctae”, 6 agosto 1966). Ad esempio la S. Mesa in lingua italiana, autorizzata nel 1965 su un testo sperimentale (“ad experimentum”), aveva generato tante S. Messe l’una diversa dalle altre, secondo la “liturgia creativa” di moda a quel tempo.. Fra noi, giovani sacerdoti, correva la voce di chiedere alcuni anni di “esclaustrazione”, per sperimentare nuove forme di vita sacerdotale vicine al modo di vivere del Popolo di Dio. Le diocesi italiane, gli istituti e congregazioni maschili e femminili, sperimentavano una continua uscita di preti, fratelli e suore. La grande maggioranza dei quali non tornavano più.

Il post-Concilio ha poi incrociato il terremoto che ha sconvolto le società dei paesi occidentali, il “Sessantotto”, la contestazione della società e delle autorità. Tutte le autorità, governo, imprenditori, insegnanti, Polizia e Carabinieri, preti, genitori, ecc. Un fenomeno nato negli Stati Uniti e in Italia nel novembre 1967 con  l’occupazione dell’Università cattolica di Milano da parte di un gruppo di studenti, che subito infiammava altre Università e dilagava in tutto il paese. Nei primi studenti della Cattolica, la contestazione aveva un certo profumo cristiano (pace, amore, giustizia per i poveri) che faceva prevedere qualcosa di buono in senso evangelico. Invece il movimento giovanile era subito dominato dai capipopolo più tonanti e violenti., e orientato non verso la rivoluzione del Vangelo, ma quella  di Karl Marx, socialista e comunista, e quella radicale, laicista, “marcusiana” (del filosofo Marcuse) e anti-cristiana.

Per la Chiesa italiana, quello era il momento di scendere in campo proclamando che solo Gesù Cristo porta la vera pace (perdonare le offese), il vero amore (dare la vita per i fratelli), la giustizia per i poveri (cfr. 2 Pt 3, 13-14)! Invece, associazioni e personalità cattoliche si sono intruppate nel “pensiero unico” del Sessantotto. Il dissenso nella Chiesa lo sperimentava Paolo VI già nel 1968, con le contestazioni anche da parte di teologi e personaggi cattolici alla “Humanae Vitae“, mentre nel 1967, il Papa era esaltato per la “Populorum Progressio”! L’enciclica “Humanae Vitae” richiamava il Vangelo e la dottrina cristiana sulla sacralità della vita umana. Ma allora si parlava di “bomba atomica demografica” e l’autorevole “Club di Roma” (formato da una decina di Premi Nobel) nel 1970 prevedeva che nell’anno 2000 la terra avrebbe avuto dai nove ai dieci miliardi di esseri umani e quasi tutta la stampa italiana proclamava: “La terra scoppia, fate meno figli!”.

La storia è giudice infallibile, perché la storia è Dio e ha dimostrato che Paolo VI aveva ragione! Quarant’anni dopo, il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nel messaggio per la festa della donna dell’8 marzo 2004 ha detto agli italiani: “Il problema numero uno dell’Italia sono le culle vuote”. Ma dopo di lui, il Presidente Giorgio Napolitano non ha più denunziato, non si capisce perché, questa auto-distruzione dell’Italia.

 Il Sessantotto disastroso per la fede e la vita cristiana

Difficile, per chi non c’era in quegli anni di passione, capire il clima culturale e sociale creato dal Sessantotto, che ha dissestato la scuola italiana (sono 50 anni che si va avanti con la continua Riforma della Scuola!), la famiglia naturale (le “culle vuote” e l’infinita schiera di coniugi separati, divorziati, in Tribunale, con bambini sballottati dall’uno all’altra), ecc. Certo, nei piani di Dio il tempo elettrizzante del “Sessantotto” ha avuto anche qualche funzione positiva per la Chiesa: oggi il trionfalismo, il formalismo, il clericalismo non hanno più senso; i vescovi, i parroci e i preti si sono avvicinati alla gente comune; i fedeli non sono più solo esecutori di ordini che vengono dall’alto, sono anch’essi protagonisti, evangelizzatori.. Ma nella grande svolta epocale del post-Concilio si può essere d’accordo con Benedetto XVI, che nell’estate 2005, mentre era in vacanza ad Introd (Valle d’Aosta), affermava che nel tempo della “grande crisi scatenata dalla lotta culturale del ’68, realmente sembrava tramontata l’epoca storica del cristianesimo”; il Papa leggeva il Sessantotto come “un conflitto fra visione religiosa e opzione secolarista della vita dell’uomo. Per tale movimento culturale, il tempo della Chiesa e della fede in Cristo era considerato finito”. Infatti, andare contro corrente in quei tempi era oltremodo pericoloso, come hanno sperimentato i giovani di C.L. (Comunione e Liberazione), che avevano una presenza cristiana attiva nelle scuole e università ed erano ospitati nel Centro missionario del Pime a Milano (con due auto della Polizia sulla strada quando c’erano conferenze importanti).

Difficile anche capire come gli assurdi ideali e modelli dal Sessantotto possano aver affascinato associazioni e ambienti cattolici (cfr. Roberto Beretta, “Il lungo autunno – Controstoria del Sessantotto cattolico”, Rizzoli 1998, pagg. 370). In quel tempo, invitato a parlare in un seminario di teologia del Nord Italia, entro nella grande sala dove ci sono i giornali e la Tv, con i muri tappezzati di manifesti del Che Guevara, Mao Tze Tung, Fidel Castro, il “Vietnam libero” (quello governato dai comunisti!). Dico al rettore che non mi sembrano manifesti per  futuri sacerdoti. Risponde: “Cosa vuole, sono giovani e bisogna lasciarli esprimere. Poi cambieranno parere…”. Nel novembre 1989, una importante rivista cattolica scriveva: ”Si festeggia il crollo del Muro di Berlino, ma adesso chi difenderà i diritti dei poveri?.”

In quegli anni si sono affermate le ideologie più nefaste, che generavano le “Brigate rosse” e il terrorismo e allontanavano il popolo italiano da Dio e da Gesù Cristo. Le indagini di sociologia religiosa indicavano una continua diminuzione della pratica religiosa e una perdita progressiva dell’identità cristiana, fino all’estremo di un movimento (l’ho visto nascere in Cile nel 1972) i “Cristiani per il Socialismo”: due termini inconciliabili, secondo i documenti papali, dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII (1891) alla “Octogesima adveniens” di Paolo VI (1971, nn. 26, 28, 30).

Allora si diceva che la Chiesa non ha bisogno di una “Dottrina sociale cristiana”, non è suo compito dare orientamenti politici ed economici. Per capire e migliorare la società, anche i cristiani debbono ricorrere alla lettura “scientifica” del marxismo e alla prassi del socialismo. Chi ha rimesso in vigore la “Dottrina sociale della Chiesa” è stato Giovanni Paolo II a Puebla (Messico) nel gennaio 1979. Paolo VI (il Papa martire del sec. XX) non usava più quel termine che suscitava rifiuto anche in campo cattolico.

La crisi dell’ideale missionario in Occidente

In Europa e Nord America, una certa teologia disincarnata dalla realtà proclamava come verità ipotesi del tutto false (o anche vere, ma solo in particolari situazioni), che poi entravano nel sentire comune. Alcuni esempi:

–         La Chiesa è fondata in tutto il mondo, sono le giovani Chiese che debbono annunziare Cristo ai loro non cristiani.

–         Perché mandare missionari in Africa e Asia? Lasciamo che le giovani Chiese si sviluppino in piena libertà, secondo le loro culture e religioni. Allora avremo le Chiese locali adatte per i loro popoli.

–         Manchiamo di sacerdoti in  Italia, perché voi missionari andate a portare Cristo in altri continenti, quando lo stiamo perdendo noi italiani?

–         Ogni religione ha i suoi valori e tutte portano a Dio, che senso ha il “proselitismo” missionario verso altri popoli?

La crisi dell’ideale missionario ha diviso profondamente le forze missionarie (istituti missionari, riviste, animazione missionaria, ecc.). Nell’estate 1968 ho partecipato alla Settimana di Studi missionari a Lovanio, sul tema “Liberté des Jeunes Eglises“, organizzata e diretta dall’indimenticabile amico gesuita padre Joseph Masson (“perito” e membro della Commissione per l’Ad Gentes del Vaticano II) . Diverse voci di studiosi, teologi, missiologi esprimevano forti dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti;. lasciamo che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità senza influssi e imposizioni esterne. Pensavo: ma solo tre anni fa la totalità dei vescovi delle missioni si sono espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari.

La crisi della “Missione alle Genti” si è manifestata nella chiusura delle tre “Settimane di studi missionari” che si tenevano all’Università cattolica a Milano (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos in Spagna (1970) e a Lovanio in Belgio (1975, nata negli anni venti!)). Questi incontri religioso-culturali di buon livello culturale avevano manifestato un malessere e forti contrasti nel campo missionario, rimbalzati sulla stampa laica dei singoli paesi, che s’è creduto bene di non continuare, per non approfondire le divisioni. Il dissenso cattolico era influenzato dall’ideologia marxista-leninista-maoista, che trionfava in quegli anni e che ispirava anche la lotta contro la fame nel mondo: il cosiddetto “Terzomondismo”.

Oggi l’ideale  missionario, come le vocazioni missionarie, sono quasi scomparsi. II fuoco della passione missionaria, di annunziare  Gesù Cristo alle infinite schiere dei popoli non cristiani, non infiamma più i giovani d’oggi, non se ne parla più. “La Chiesa in uscita” di Francesco è un ottimo slogan, e il Capitolo I° della “Evangelii Gaudium”: “La trasformazione missionaria della Chiesa”, delinea il programma del suo pontificato: tutta la Chiesa, diocesi e parrocchie e ogni altro ente ecclesiale, debbono convertirsi ad una pastorale missionaria: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”. “Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario, deve arrivare a tutti senza eccezione” (n. 48 della E.G.).  Ma quando tutti sono missionari, la missione incomincia e spesso finisce a casa nostra. Il caro e provvidenziale Papa Francesco non parla più della “Missione alle Genti”, che è diversa dalla “Nuova Evangelizzazione”.

La Redemptoris Missio dedica il Capitolo IV per spiegare che “La Missione alle Genti conserva tutto il suo valore” (n. 33) ed è “ancora agli inizi” (n. 40), le difficoltà interne ed esterne, gli ambiti in cui si svolge. “Le genti che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo sono la maggioranza dell’umanità” (n 40); “Gli uomini che attendono Cristo sono ancora un numero immenso” (n. 86). Possibile che 27 anni dopo, il mondo sia così cambiato, che la Chiesa rischia di  perdere il fantastico patrimonio storico e attuale della “Missione alle  Genti”, i martiri che offrono la loro vita per testimoniare Gesù Cristo, i prodigiosi e miracolosi interventi della Spirito Santo là dove ancor oggi nasce la Chiesa, gli eroismi dei pionieri e dei fondatori di Chiese, la poesia di andare fino agli estremi confini della terra e nelle isole più lontane per portare Gesù Cristo alle genti più povere e abbandonate?

Si dirà che esagero. Ma quando non si parla più di un problema, di una realtà esistente, quel problema e quella realtà interessano sempre meno, problemi e realtà più vicini e più urgenti prendono il loro posto. Questo il destino della “Missione alle Genti”. Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari reagiscono con  “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

I. Al Concilio Vaticano II, lo Spirito Santo salva l’Ad Gentes

Inizio oggi una serie di articoli sulla “Missione alle Genti”, cioè ai popoli non cristiani, che sono i tre quarti dell’umanità. La metà dei quali (circa due miliardi) non hanno ancora ricevuto il primo annunzio della nascita di Gesù Cristo, Salvatore dell’uomo e dell’umanjtà, Questi Blog preparano il “Festival della Missione”, che avrà luogo a Brescia dal 12-15 ottobre 2017. Nel prossimo Blog maggiori notizie. P. Gheddo.
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Alla fine del Concilio Vaticano II (1962-1965) l’entusiasmo per la Missione alle Genti era alle stelle. Ho vissuto dall’interno quei quattro anni, come giornalista de “L’Osservatore Romano” e di “Mondo e Missione” e “perito” della Commissione per l’Ad Gentes. A noi, giovani (e ingenui) preti di quel tempo, pareva possibile e forse anche probabile “la conversione dei popoli a Cristo nella nostra generazione”. La Chiesa si presentava al mondo non cristiano profondamente rinnovata, e proprio nell’ultimo giorno del Vaticano II (7 dicembre 1965), siamo testimoni di un intervento prodigioso, miracoloso, dello Spirito Santo, per salvare il Decreto Ad Gentes.; che per tutta la durata del Concilio, fu il documento più contestato e con il maggiori numero di rifacimenti (sette edizioni diverse!).

La Nota 37 del Capitolo VI dell’Ad Gentes

Il tema della Missione alle Genti era il più difficile e il meno conosciuto dai 2.500 Padri conciliari. Le difficoltà venivano dalla grande diversità di situazioni all’interno del mondo missionario, diretto da Propaganda Fide (esteso ai cinque continenti). Il testo iniziale del Decreto “Ad Gentes”, preparato prima del Concilio secondo una visione tradizionale delle missioni, prestava scarsa attenzione ai problemi nuovi. Era troppo diverso da quello che i Padri conciliari indicavano nei loro interventi. Si ebbero forme di protesta di singoli vescovi e anche di due o tre conferenze episcopali (mai giunte alla ribalta della stampa), che turbavano i membri della Commissione, a quel tempo non abituati a forme ruvide di “contestazione”

Nel tempo del Concilio si verificavano cambiamenti molto rapidi e radicali nel mondo non cristiano, che rendevano problematico il futuro delle missioni: indipendenza delle giovani nazioni, presa di coscienza delle loro culture e religioni, forti opposizioni ai missionari stranieri (in Asia), moltiplicazione dei vescovi indigeni, urgenza di misure forti per “inculturare” il Vangelo, rapporti difficili fra Chiesa e autorità politiche, mancanza di norme per la partecipazione delle diocesi dei paesi d’antica cristianità all’attività missionaria: la “Fidei Donum” aveva suscitato un grande fervore missionario nelle diocesi, ma i vescovi delle missioni si lamentavano di vari inconvenienti, ecc.

Mancava il tempo per discutere il Decreto “Ad Gentes” fra i Padri conciliari, maturarne i contenuti e poi scriverlo e farlo approvare in aula (la Basilica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Vaticano), Un solo esempio. I due vescovi del Pime nell’Amazzonia brasiliana, Aristide Pirovano di Macapà (stato dell’Amapà) e Arcangelo Cerqua di Parintins (stato di Amazonas) si erano fatti promotori di un’azione (diciamo “lobbistica”) dei vescovi latino-americani, i quali riuscirono ad inserire la Nota 37 del Capitolo VI° dell’Ad Gentes. La Nota equipara le (allora) 25 prelazie dell’Amazzonia brasiliana e le molte altre dell’America Latina ai territori missionari dipendenti da Propaganda Fide. Altrimenti, buona parte dei territori missionari dell’America Latina, che per motivi storici dipendevano da altre Congregazioni vaticane, rimanevano esclusi dai consistenti aiuti delle Pontificie opere missionarie.

Nella votazione decisiva (novembre 1965), 117 padri dell’America Latina bocciano la definizione della missione che sembrava escluderli dai “territori di missiome. Ma anche con 117 contrari (su 2.153 voti), la definizione sarebbe passata. Però altri 712 Padri approvano ma “iuxta modum” (cioè: io voto il testo, ma solo se si inserisce la proposta dei prelati amazzonici). Il testo dell’Ad Gentes era da riscrivere (per l’VIII° volta!) perché non approvato dai due terzi! Così si è giunti a far inserire la Nota 37 del Cap. VI dell’Ad Gentes.

Ridurre il Decreto Ad Gentes a sei pagine o abolirlo?

Le difficoltà aumentano quando il 23 aprile 1964, fra la II e la III sessione conciliare, la segreteria del Concilio manda una lettera alla nostra Commissione delle missioni: il Decreto deve essere ridotto a poche proposte. Non più un testo lungo e ragionato, ma un semplice elenco di proposte! Si tentava di far terminare il Concilio con la III sessione (14 settembre – 21 novembre 1964). Alcuni documenti conciliari potevano essere abbastanza ampi; altri, ritenuti meno importanti, dovevano limitarsi a poche pagine di proposte. La motivazione ufficiale era che molti punti di teologia missionaria dell’Ad Gentes erano già nella Costituzione Lumen Gentium (sulla Chiesa) o contenuti in altri documenti ufficiali dei Papi e della stessa Propaganda Fide. Ma era voce comune che le spese per i Padri conciliari e la macchina del Concilio erano del tutto insostenibili per la S. Sede. Pare che poi siano intervenuti gli episcopati più ricchi, specie quello americano e in particolare il card. Francis Spellman di New York (1889-1967), espansivo e simpatico personaggio simbolico della potenza americana, sul quale e sui suoi interventi in latino (la lingua del Concilio) giravano aneddoti gustosi..

Comunque, la Commissione delle missioni lavora a spron battuto per ridurre l’Ad Gentes a 13 proposte. Ne viene fuori un testo lungo solo sei pagine, 200 righe, quasi un susseguirsi di slogan! Un’assurdità, quando si pensa che il documento precedente (la quarta stesura dell’A.G.), era giudicato da tutti un testo ben riuscito in sei capitoli. Nell’estate 1964, le sei pagine con le 13 proposte, vengono stampate e inviate ai Padri conciliari in tutto il mondo e subito arrivano a Roma le proteste dei vescovi e non solo quelli di missione. Il card. Frings arcivescovo di Colonia (il suo “perito” era don Joseph Ratzinger, anche lui membro della Commissione delle missioni) manda lettere ai vescovi tedeschi e ad altri, sollecitandoli a protestare: “Ma come! Si afferma che lo sforzo missionario è essenziale per la Chiesa e poi si vuol ridurlo a poche pagine? Incomprensibile, impossibile, inaccettabile”. Il card. Valeriano Gracias di Bombay scrive che se l’Ad Gentes sono solo quelle poche righe, lui torna subito alla sua metropoli indiana.

Vista la situazione, alla ripresa dei lavori nell’aula conciliare (settembre 1964) un gruppo di vescovi chiedono di abolire il documento sulle missioni, integrando il materiale nella “Lumen Gentium” (sulla Chiesa); altri insistono nel mantenere il breve testo con le 13 proposte; altri invece, più numerosi e agguerriti (c’erano missionari di foresta, che solo al vederli non si poteva dir loro di no), vogliono un vero Decreto sulle missioni e procedono a contatti personali, uno per uno, con tutti i Padri conciliari, conquistando seguaci. La battaglia in aula si conclude nel novembre 1964 alla presenza di Paolo VI: solo 311 Padri conciliari votano il Decreto sulle missioni ridotto a 13 proposte (e molti di questi lo fanno per rispetto al Papa). Ma 1601 chiedono che il Decreto missionario sia salvato nella sua interezza. Così il Concilio non termina con la III sessione, ma si prolunga nella IV, la più lunga di tutte: 14 settembre – 7 dicembre 1965.

Dopo quattro anni di intenso lavoro della Commissione conciliare per l’Ad Gentes (di cui facevo parte) e sette edizioni di quel testo, nel novembre e inizio dicembre 1965 il Concilio ha dovuto fare, per il solo Ad Gentes, ben 20 votazioni. Il Decreto era approvato dalla grande maggioranza ma con circa 500 pagine di “iuxta modum”. E poi interventi in aula che chiedevano ancora aggiunte, correzioni, espressioni diverse. Numerosi gruppi di Padri conciliari protestavano perché non potevano discutere e inserire nel testo le loro proposte. Mancava meno di un mese al termine del Concilio e ancora si doveva riscrivere tutto il Decreto! Nella Commissione missionaria c‘era chi si rassegnava a veder bocciato l’Ad Gentes (un fiasco storico!), chi voleva chiedere un intervento di Paolo VI, chi pregava lo Spirito Santo.

Infatti., misteriosamente (è la parola giusta), nell’ultima giornata del Vaticano II (7 dicembre 1965), tutto è andato a posto: la votazione finale registra 2.394 voti favorevoli, solo 5 contrari, il più alto livello di unanimità nelle votazioni del Concilio! “Lo Spirito Santo c’è davvero!”, esclamava il card. Pietro Gregorio Agagianian, prefetto di Propaganda Fide e presidente della Commissione Ad Gentes.