Lo stupore del Vangelo rinasce con il fuoco della missione alle genti

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata missionaria mondiale 2017 è un testo con parole molto forti.  Così pure le testimonianze dei missionari che seguono. L’intervento del card. Martini e le storie di Giovanni Mazzucconi (Papua Nuova Guinea), di suor Ida Moiana (India), di Clemente Vismara (Myanmar), di Marcello Candia (Brasile) portano frutti di impegno e desiderio di imitarli.

Il titolo del Messaggio: “La missione al cuore della fede cristiana” è uno squillo di tromba che ci scuote nella nostra indifferenza. Papa Francesco afferma che “la Chiesa è missionaria per natura; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire”.  Nel Messaggio, il nostro caro papa spiega bene e in modo appassionato i contenuti del titolo e le responsabilità che ne derivano per tutti i credenti in Cristo. Meditando e pregando, mi è venuto in mente Gesù che dice ai discepoli: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra” (Luc. 12, 49). E’ vero, la Chiesa è missionaria di natura sua, ma chi oggi accende il Fuoco della Pentecoste fra i circa due miliardi di persone (in Asia, ma anche in Africa e America Latina) che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio della nascita di Gesù Cristo, il Salvatore dell’uomo e dei popoli?

Il 12 dicembre 1992 ai missionari del Pime impegnati nella comunicazione sociale, il card. Carlo M. Martini diceva: «Noi vorremmo che la nostra stampa missionaria avesse sempre la forza comunicativa del Vangelo, con le notizie sulla diffusione del Vangelo. Il popolo cristiano, leggendo le riviste missionarie, dovrebbero poter esclamare: “Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunzi che annuncia la pace”…Ora io chiedo a voi: ridateci questo stupore del Vangelo, datelo alle nostre comunità, datelo non soltanto alle terre di missione, ma anche a noi. Siate come san Francesco Saverio tramite fra le Indie, le terre lontane e le terre d’Europa, perché questo stupore riscaldi il cuore di tutti».

Il martire della Papua
Nel 1852, due anni dopo la fondazione del “Seminario lombardo per le missioni estere” (oggi Pime), i primi missionari  partono per due lontane isolette dell’Oceania, Rook e Woodlark, che avevano scelto (volendo andare ai “popoli più lontani e abbandonati”!), mentre potevano scegliere altre missioni più vicine proposte da Propaganda Fide. Il beato Giovanni Mazzucconi, martirizzato a Woodlark nel settembre 1855, prima di partire da Milano compone e legge “La protesta di un missionario che si dedica a Dio per la conversione degli infedeli”: “Beato quel giorno in mi sarà dato di soffrire molto per una causa sì santa e sì pietosa; ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e incontrare fra i tormenti la morte”.  Mazzucconi muore a 29 anni. Ma, un secolo e mezzo dopo, il Fuoco dell’amore appassionato a Cristo,  conosciuto con la sua beatificazione nel 1984 (c’è una sua statua sul Duomo di Milano) e la sua biografia, continuano a suscitare, in Papua Nuova Guinea e anche in Italia, numerose vocazioni sacerdotali, religiose e laicali.

Suor Ida dei bambini
Nel 2005 in India, con padre Carlo Torriani andiamo a  Vegavaram e intervisto suor Ida Moiana, nata nel 1914 a Cislago (Va) e partita per l’India nel 1948, con la prima spedizione delle Missionarie dell’Immacolata  (le suore del Pime). Suor Ida aveva 91 anni, ma era ancora giovanile. La troviamo nel cortile dell’asilo dei figli di lebbrosi mentre fa con loro un girotondo! E’ infermiera caposala, a Vegavaram da trent’anni. Racconta la sua vita di sacrifici e dice: «Se a una giovane manca la volontà di sacrificarsi e non chiede a Dio questa grazia, è meglio che non entri nemmeno da noi». Lei è contenta, nonostante le fatiche e i disagi (dormire per terra, caldo anche sopra i 40 gradi) e i ritmi intensi di lavoro. Aggiunge: «Se pensiamo agli altri allora va bene, se invece pensiamo a noi, allora la vita missionaria non vale più niente». Suor Ida ha ricevuto questo esempio dai padri e fratelli del Pime: «Posso dire che qui in India ho incontrato veramente dei santi». «I lebbrosi, dice, all’inizio mi facevano paura, poi pregando mi è passata. Quando ero in maternità, non avevamo niente e se c’era bisogno di dare ossigeno ad un bambino cianotico, lo facevo bocca a bocca. Chissà quante malattie ho rischiato di prendere, ma il Signore mi ha sempre assistita».

P. Clemente, la ‘non scelta’ dei poveri
Nel 1983 sono andato 15 giorni in Birmania (Myanmar), cinque con padre Clemente Vismara (1897-1988, di Agrate Brianza – Mi – beatificato nel 2011). L’ho intervistato a lungo più volte. Nel 1924 il prelato di Kengtung, mons. Erminio Bonetta, lo porta a sei giorni di cavallo a Monglin, in una regione montuosa e forestale abitata da tribali animisti e buddisti. Sta con lui un mese e poi lo lascia in un capannone di paglia  fango (se pioveva, dormiva con un ombrello aperto sul letto) e gli dice: ”Clemente, sviluppati”. Lui si è sviluppato. Ha abitato per sei anni in quel capannone, andava a caccia di anime e di tigri, per dare ai suoi orfani la carne.  Poi ha cominciato a costruire e ha creato a Monglin una cittadella cristiana, con alcune migliaia di battezzati e le suore italiane di Maria Bambina. Ma all’inizio cosa faceva? Ecco: “La mia linea di comportamento è sempre stata questa: essere contento dì tutto e lodare quello che avevano, i loro cibi, la loro lingua, le capanne, le usanze, almeno quelle che non fossero contrarie alla legge di Dio. E poi fare felici gli infelici.  Oggi si parla di «scelta preferenziale dei poveri» (leggo anch’io giornali e riviste che mi giungono dall’Italia). Per me non era una scelta, perché non avevo scelta. All’inizio o prendi i poveri o non prendi nessuno. Non ho quasi mai convertito gente importante e ricca, ma i rifiuti del mondo pagano: relitti umani, orfani, ammalati, gobbi, storpi, vedove, miserabili. La mia preferenza fu sempre per gli orfani. Su questi monti, per la guerriglia, la miseria, la fame, le malattie, ce ne sono in abbondanza. Uccellini senza nido, ai quali io ne offrivo uno. Sono il mio sole, la mia speranza, il mio futuro. Che mi serbino riconoscenza, poco m’importa: se stanno bene loro, sto bene pure io”.  Clemente aveva un grande dono di Dio, le sue lettere e i suoi articoli poetici, avventurosi, infiammati dal Fuoco della Pentecoste, erano e sono ancora letti e divorati in Italia e tradotti in altri Paesi, suscitando numerose vocazioni missionarie. Quando avevo 16 anni, nel settembre 1945, sono venuto al Pime di Milano dal seminario diocesano di Vercelli. Per anni avevo sognato sugli articoli di Clemente nella rivista “Italia Missionaria”.

Marcello Candia e i lebbrosi
Nel 1966, in Amazzonia brasiliana, sono stato con il missionario più conosciuto e amato in Italia. E’ Venerabile e spero presto beato e santo: il dottor Marcello Candia (1919-1983), ricco industriale dedito alle opere di carità, che dopo vari incontri con mons. Aristide Pirovano, fondatore e prelato della diocesi di Macapà, decide di andare con lui per fondare e finanziare un grande ospedale. Vende la sua industria e nel 1965 parte  per Macapà, con il Crocifisso del missionario partente sul petto. A Milano viveva in un grande e lussuoso appartamento, con diverse persone di servizio. A Macapà viveva in una stanzetta in un edificio in costruzione, con scatole, borse e baule personali portati dall’Italia ancora nel corridoio, da sistemare. I servizi igienici e la doccia nel cortile, e sul muro di cinta un rubinetto per riempire una brocca d’acqua, lavarsi e farsi la barba. Il pane non c’era tutti i giorni, la carne si vedeva poche volte, perché non c’erano frigoriferi, il formaggio (di cui era goloso) a Macapà non esisteva; il cibo base era: riso (quando c’era) e la mandioca bollita (con il gusto della segatura), peperoncino e pesci del Rio-Mar amazzonico.  Mi faceva pena. Mi dice: «Quando mi viene la nostalgia della mia casa a Milano, penso a tutte le miserie che vedo ogni giorno fra i lebbrosi e i poveri di Macapà e mi ripeto: Chi ha molto ricevuto deve dare molto. Io ho ricevuto moltissimo, incomincio a rendere qualcosa a questi poveri che mi circondano e dovrò dare tutto».
Marcello, innamorato di Gesù Cristo, vedeva nei poveri e nei lebbrosi l’immagine di Cristo: si inginocchiava di fianco a loro, li baciava, amava stare con le persone più umili.  Mi porta a visitare alcuni ammalati di lebbra di Macapà, ancora nelle loro capanne (in seguito li porterà nel lebbrosario di Marituba). C’è una vecchietta già sfigurata dalla lebbra, accudita dalla figlia in una capanna dove il fetore di carne marcia e di pus toglie il respiro. Dopo pochi minuti devo uscire all’aperto. Marcello si inginocchia accanto al letto dell’anziana signora, le parla e prega con lei.
Quando esce, gli dico che l’ammiro per quel gesto così spontaneo ed eroico. Risponde: «Vedi, se con l’aiuto di Dio non mi sforzassi di vedere Gesù in tutti i poveri che incontro, ritornerei subito in Italia. Pregando chiedo sempre questa grazia. Non è facile vivere qui, ma questa è la via che il Signore mi ha indicato e la percorro con la gioia che mi viene da Dio».
Ancora un aneddoto. Ogni anno a dicembre, Marcello tornava in Italia e abitava con noi del Pime o dalle sue sorelle e fratello. Padre Giacomo Girardi, il giornalista Giorgio Torelli e io gli preparavamo gli incontri in parrocchie, centri culturali e le interviste con giornalisti e radio-Tv. Una volta l’ho portato alla Tv di Rai Uno. Il giornalista lo presenta e dice:  «Lei è innamorato dei poveri e dei lebbrosi, ci racconti di quando è andato nel lebbrosario di Marituba». «Scusi», risponde Marcello, «io non sono innamorato dei lebbrosi. Sono innamorato di Gesù Cristo, che mi aiuta a vedere in ogni lebbroso e in ogni povero Gesù in Croce. Questo spiega tutta la mia vita».

IV. L’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” (1990)

Il 7 dicembre 1990, 25 anni dopo la fine del Concilio Vaticano II, San Giovanni Paolo II pubblica l’enciclica Redemptoris Missio (1990), per confermare e aggiornare il Decreto conciliare Ad Gentes. Molti nella Curia romana erano contrari ad una eniclica, bastava una “lettera apostolica”. Chi l’ha voluta fortemente, d’accordo col Papa, è stato il card. Joseph Tomko, prefetto di Propaganda Fide, che ha coordinato il lavoro di preparazione.
Sono stato chiamato dal Papa a scrivere l’enciclica, secondo le sue indicazioni. Il 3 ottobre 1989 mi dice a pranzo: ”Scrivimi tu l’enciclica. Tu sei missionario e giornalista e io voglio un documento scritto in modo giornalistico, per i giovani e le giovani Chiese”. Dall’ottobre 1989 al luglio 1990 l’ho scritta e riscritta tre volte, come voleva il Papa, che aveva i suoi consulenti, il primo dei quali era il card. Joseph Tomko e poi p. Marcello Zago, allora superiore generale degli O.M.I. (e ne ho scritto la biografia edita dagli O.M.I. nel 2006), che mi aveva ospitato in tre periodi nella sua casa generalizia. Ha contribuito alla stesura del testo p. Domenico Colombo del Pime, missiologo ed esperto di ecumenismo e di religioni non cristiane.

L’unica enciclica su un documento del Vaticano II

Cosa dice la Redemptoris Missio? Mi limito ad enucleare i punti più attuali e decisivi del testo papale, per rilanciare nella Chiesa la Missione alle Genti: “In questa nuova primavera del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa che questo documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto questo che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo” (n. 2). Ecco in estrema sintesi:

“La Chiesa è missionaria per natura sua, poichè il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente ed esteriore, ma raggiunge il cuore stesso della Chiesa. Ne deriva che tutta la Chiesa e ciascuna Chiesa (particolare) è inviata alle genti” (n. 62). La missione viene dalle due dottrine che caratterizzano il cristianesimo: la Trinità e l’Incarnazione di Gesù Cristo. Dio dona se stesso a tutti gli uomini, attraverso Cristo e la Chiesa da lui fondata. La lettura dei primi tre capitoli della Redemptoris Missio serve anche al semplice fedele per tornare alle fonti della fede e capire a fondo perché la Chiesa è missionaria. Ecco in estrema sintesi:

I punti fondamentali della Redemptoris Missio

1) Gesù Cristo unico Salvatore. Risponde a quei teologi che in vari modi esprimono l’idea che Gesù è una delle vie che conduce a Dio. La missione comunica alle genti la salvezza in Cristo, la fede e l’amore a Cristo, unico Salvatore dell’uomo: “Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini… Gli uomini quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito” (RM 5). L’enciclica riafferma la centralità di Cristo nella missione alle genti, per condannare chi sostiene che esistono molte vie parallele e complementari per andare a Dio, secondo la concezione indù, che paragona le religioni a fiumi che confluiscono tutti nel mare dell’Assoluto, teoria assunta in qualche modo anche da una tendenza teologica del nostro tempo.

2) Il Regno di Dio. Gesù è venuto ad annunziare il Regno di Dio, che dà il senso messianico del cristianesimo, perché si realizzerà pienamente al di là della storia, nella vita eterna del Paradiso. E’ un Regno escatologico, che “esiste già e non ancora”. La missione della Chiesa annunzia il Regno di Dio e lavora per la sua progressiva realizzazione nei singoli uomini, nella vita dei popoli e nella società umana. L’enciclica nota un modo errato di concepire il Regno: separare il Regno da Cristo e dalla Chiesa, come se fosse una realtà diversa. Quindi si parla dei “valori del Regno” (amore, giustizia, pace, fraternità) che sono accettati da tutti, ma Cristo fa problema, è la “pietra d’inciampo” che fa difficoltà. L’enciclica dice con chiarezza: “Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha più il Regno di Dio da lui rivelato, ma si finisce per distorcere il senso del Regno che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente umano e ideologico” (RM 17). I contenuti del Regno sono soprattutto spirituali: fede, vita nuova in Cristo, conversione, amore, perdono, ecc. Questi valori spirituali, con la grazia di Dio, a poco a poco trasformano le società umane: sono la vera rivoluzione portata da Cristo.

3) Lo Spirito Santo protagonista della missione. Questa verità, che è anche una novità teologica, dà alla missione una dimensione contemplativa. Se è lo Spirito che fa la missione, il missionario deve pregare molto per poter essere obbediente alla voce dello Spirito Santo. La missione non è del missionario, ma dello Spirito che guida e illumina la Chiesa; quindi è fondamentale obbedire alla Chiesa, non costruire Chiese e gruppi paralleli. E poi, lo Spirito Santo dà una dimensione di ottimismo e di speranza. Il missionario non deve mai scoraggiarsi perché spesso non vede i frutti del suo lavoro, ma se ha seminato bene lo Spirito porterà a compimento la sua opera e farà fruttificare e suoi sacrifici, il suo martirio.

4) La RM dedica il Capitolo IV per spiegare che “La Missione alle Genti conserva tutto il suo valore” (n. 33) ed è “ancora agli inizi” (n. 40, vedi il mio Blog n. 2) Tre criteri per giudicare cos’è e dov’è la Missione alle Genri:
a) Criterio territoriale-geografico, cioè i paesi e i popoli non cristiani, che “anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale sempre” (n. 37). Soprattutto il Papa mette tre volte l’accento sulla missione ad Gentes in Asia, dove i cristiani, tutti assieme, raggiungono a male pena il 3% degli asiatici (il 62% dell’umanità!).
b) Fenomeni sociali nuovi da evangelizzare: le m etropoli, gli emigrati, i rifugiati politici, gli extra-comunitari, i giovani che sono la maggioranza della popolazione nei paesi non cristiani.
c) Gli “aeropaghi” moderni, mass media, cultura e scienza, enti ed organismi internazionali (Onu), pace e sviluppo, diritti dell’uomo e della donna, giustizia sociale, i giovani, la cultura moderna creata dalla comunicazione, nuove tecniche e nuovi modi di comunicare un messaggio, ecc. Campi immensi!

5) Per la prima volta la RM parla in modo articolato del dialogo con le altre religioni, mentre l’Ad Gentes vi accenna in modo generico e la Evangelii Nuntiandi non nomina nemmeno. L’enciclica dedica tre paragrafi a questo tema (nn. 55-57) e altri tre alle culture dei popoli e a come incarnare il Vangelo in esse (52-54).
Giovanni Paolo II ha inventato gli incontri con le altre religi0ni a partire da quello di Assisi nel 1986. E prima ancora, nel febbraio 1986, visitando l’India, si inginocchiò dinanzi alla tomba e mausoleo di Gandhi e vi rimase per 4-5 minuti e poi affermò: “Gandhi mi ha insegnato molto”.

6) Le vie della missione, in che modo si esercita oggi la missione: formazione della Chiesa locale, inculturazione, dialogo interreligioso, promozione umana e dello sviluppo dei popoli. L’enciclica lega strettamente la missione di annunziare Cristo all’umanizzazione. Nei numeri 58 e 59 Giovanni Paolo II arricchisce questo concetto, citando la “Populorum Progressio” di Paolo VI (1967): con la missione alle genti la Chiesa aiuta i popoli a svilupparsi. Certo anche con gli aiuti economici e materiali, con le opere sanitarie e di educazione, ma soprattutto annunziando Cristo, perché “lo sviluppo dell’uomo viene da Dio e dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (n. 59). E aggiunge che “il contributo della Chiesa e della sua opera evangelizzatrice per lo sviluppo dei popoli riguarda non soltanto il sud del mondo, per combatterli la miseria materiale e il sottosviluppo, ma anche il nord, che è esposto alla miseria morale e spirituale causata dal super-sviluppo”.
Questo messaggio è fondamentale per capire i meccanismi dello sviluppo di un popolo (n. 58): ”Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. Queste parole sono rivoluzionarie per capire lo sviluppo e il sottosviluppo dei popoli, che non è solo o quasi solo problema di soldi, di macchine, di tecniche, di commerci, ma di formazione col Vangelo, che rende l’uomo più uomo e lo sviluppa in tutti i sensi.

“La missione alle genti è solo agli inizi” (RM 30)

Il card. Daneels, arcivescovo di Bruxelles, ha detto che la RM. “è la magna charta della Chiesa alla fine del secondo millennio”. Infatti Giovanni Paolo II riafferma con forza la perenne validità della missione alle genti (oggi molti dubitano di questo), invitando “la Chiesa ad un rinnovato impegno missionario… La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale” (RM 2).
Giovanni Paolo II ha gestito il passaggio “dalle missioni estere alla Chiesa locale”, valorizzando le forze locali anche per la missione alle genti. La Chiesa universale, specie con Papa Francesco, sta cambiando proprio per l’influsso delle giovani Chiese. Non ho lo spazio per illustrare questi temi: la varietà e genialità dei ministeri laicali (penso alle parrocchie in Corea e nel Vietnam); la “teologia della liberazione” che, con tutti i suoi limiti ed errori, è estremamente positiva per la Chiesa universale; le teologie locali e l’inculturazione del messaggio cristiano nelle varie culture, anche questi fatti molto positivi nonostante i contrasti e i problemi che creano; il dialogo interreligioso che il Papa ha promosso orientato a scendere da un livello di vertice e di dibattito teologico, al “dialogo della vita”, cioè la collaborazione fra i membri delle varie religioni per la pace e i diritti dell’uomo. Quanti esempi interessanti potrei raccontare che dimostrano la spinta data dal Papa: ma lo spazio è tiranno.
Fra i giovani battezzati, l’entusiasmo della fede è il motore della vita cristiana che sta nascendo. Il Papa è stato geniale quando ha scritto (RM 2) che vuole impegnare “le Chiese particolari, specie quelle giovani, a mandare e ricevere missionari” (n. 2); e ha dato piena fiducia alle giovani Chiese stimolandole con queste parole: “Siete voi oggi la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni; essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… e sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese più antiche” (RM 91).
Giovanni Paolo II ha lottato con forza per far riconoscere all’Europa le radici cristiane nella sua Costituzione. Ma capiva che la civiltà di radici cristiane che si è sviluppata nel nostro continente nell’ultimo mezzo millennio, non ha più la forza e la gioia della fede per portare Cristo ai miliardi di uomini e donne che ancora non lo conoscono. Ma aveva una visione profetica della missione (che si è realizzata in Papa Francesco!) e viaggiava il più possibile nelle giovani Chiese, proprio per promuovere il primo annunzio e il dialogo interreligioso. chiamando i giovani e le giovani Chiese ad esserne protagonisti.
Ecco perchè gli istituti esclusivamente missionari sono ancora “assolutamente necessari” (R.M., 66) e i vescovi delle giovani Chiese li chiedono proprio per rendere missionarie le loro Chiese, il loro clero. La R.M. dice (n. 66): “La vocazione dei missionari ad vitam conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell’impegno missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali, di impulsi nuovi e arditi”.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionarie laicali invitano a: “Il Festival1della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it