Nel 1850 nase il primo Istituto missionario italiano

       Con questo Blog inizio una serie di articoli sul Pime (intervallati con altri di diversi contenuti): dalla nascita all’attualità; dalla prima missione in Oceania, alla presenza dell’Istituto nei quattro continenti “missionari”, Oceania, Asia, Africa e America Latina; dai primi sacerdoti e fratelli dipendenti dai vescovi lombardi al Pime internazionale con membri di una ventina di nazioni; dalla scelta di territori “vergini” dove fondare le prime Comunità cristiane, al servizio delle giovani Chiese locali; la preziosa eredità della nostra storia, il martirio e la santità; l’identità attuale del Pime.

       Credo sia un tema interessante. Il mondo moderno ci soffoca, ci ingolfa in una marea di notizie di stretta attualità e rischia di farci perdere la ricchezza della nostra storia missionaria. Nel secolo XIX, lo Spirito Santo rinnovò la Chiesa dei paesi europei col carisma missionario e altri carismi popolari, la devozione mariana, l’impegno sociale e politico dei cattolici, le missioni al popolo, ecc.  E la Santa Sede dei Papi romani si liberò del potere politico dello Stato pontificio. Alla fine del 1800 la Chiesa era molto più libera ed efficace nel testimoniate e annunziare Gesù Cristo, che non alla fine del 1700 (si veda più sotto)!

       Un secolo dopo, all’inizio del 2000, lo Spirito Santo suscita Papa Francesco e sta rinnovando la Chiesa con l’entusiasmo della Fede e la libertà delle giovani Comunità cristiane fondate dai missionari. In questo quadro, il Pime è una piccola cosa, ma ha caratteristiche tali (emergeranno nel corso dei Blog), che lo rendono esemplare per illustrare il vivace e ardente tempo ecclesiale che stiamo vivendo. Ciascuna entità ecclesiale porta nell’ovile di Cristo i carismi  ricevuti dallo Spirito per il  bene di tutta la Chiesa. Come membro del Pime, illustro quelli del mio Istituto. Piero Gheddo.

Nella storia millenaria della Missione alle Genti (Missio ad Gentes) ci sono tempi di proiezione eroica e prodigiosa verso “gli estremi confini della

Terra “ e tempi di blocco quasi totale a causa di persecuzioni o altro. Nel secolo XIX (1800), la fondazione de “La Propagazione della Fede” a Lione nel 1822 e del primo Istituto missionario in Italia (oggi il PIME) nel 1850, sono i due eventi più rilevanti di come le missioni ai popoli dell’Oceania, Asia e Africa ripartono quasi da zero. Infatti, nel secolo precedente, il XVIII (1700), la Chiesa aveva attraversato una gravissima crisi nei suoi rapporti  col mondo moderno che stava nascendo (Illuminismo, Rivoluzione francese, Impero napoleonico), da sentire minacciata la sua stessa esistenza.

Tre le cause della crisi:

a)  Lo  Stato pontificio era strettamente collegato con le monarchie cattoliche regnanti in Europa: Spagna, Portogallo, Francia, Austria, Belgio,  il Re di Napoli, Italia meridionale e Sicilia, i re sabaudi della regione di Savoia (oggi francese), Piemonte e Sardegna, ecc.

b)  il pensiero filosofico e politico dell’Illuminismo proclamava il valore assoluto della ragione umana, per liberare i popoli dalle superstizioni e religioni; e diffondeva idee e costumi pagani. Voltaire, personaggio rappresentativo del “Secolo dei Luni” e della “Dea Ragione” (alla quale si costruivano dei templi!) nel 1787 profetizzzva: «Nella cultura nuova non ci sarà più spazio per la superstizione cristiana: io vi dico che fra venti-trent’anni il Nazzareno (cioè Gesù Cristo) sarà spacciato e i Papi romani non ci saranno più».

c) Infine, la Rivoluzione francese (1789) e le guerre di Napoleone (fino al 1815), spogliano la Santa Sede e le Chiese locali dei loro beni materiali, economici. Due Papi, Pio VI e Pio VII, sono presi e tenuti come ostaggi dall’Imperatore di Francia e d’Europa, che li voleva come cappellani della sua corte a Parigi. Il 1700 è il secolo in cui le missioni cattoliche in Asia, Africa e Oceania, si bloccano, per le persecuzioni e perché le Chiese d’Europa non mandavano quasi più missionari.

Nel secolo XIX la Chiesa rinasce per il carisma missionario

Nel 1800, in Europa la Chiesa perde gran parte dei privilegi di quando era alleata delle corti reali e della nobiltà; non solo, ma viene combattuta dai governi della Restaurazione, dalle correnti di pensiero e politiche di quel tempo (liberalismo. mazzinianesimo, marxismo, socialismo, massoneria, razionalismo scientifico). Ma la Chiesa cattolica rinasce e irrompe nella vita dei popoli con la forza misteriosa e incontenibile di nuovi carismi come quello missionario, dati dallo Spirito Santo per il bene del corpo mistico di Cristo.

Nel secolo XIX, mentre papato, diocesi e parrocchie soffrivano  per la scarsezza di clero e di beni materiali, nascono nei popoli cristiani numerose iniziative spirituali, sociali, caritative, missionarie; nello stesso secolo sono  fondate una novantina di congregazioni religiose, maschili e femminili, ciascuna con il proprio carisma profetico di rinnovamento ecclesiale. Lo storico gesuita padre Martina scrive: “Nel 1800 nasce una Chiesa più pura e più giovane, che ha perso la forza politica di prima, ma ha rafforzato la sua forza spirituale”.

La ripresa della “Missione alle Genti” è uno dei segni più esaltanti di questa rinascita cristiana in Europa. “L’Opera della Propagazione della Fede”, fondata nel 1822 a Lione da Paolina Jaricot, una giovane laica (quante difficoltà per essere accettata in diocesi e parrocchie proprio per questo!), che in pochi anni si diffonde fra i popoli cristiani d’Europa e del Nord America in modo rapido e spontaneo. Il movimento missionario e la devozione a Maria, fanno da traino ad altri movimenti popolari che, tutti assieme, rinnovano e ringiovaniscono la Chiesa: l’impegno sociale e politico dei cattolici, le associazioni laicali di evangelizzazione, i pellegrinaggi organizzati ai Santuari, le missioni al popolo, ecc. La devozione popolare a Maria infiamma il Popolo di Dio con la proclamazione dell’Immacolata Concezione, dogma di fede, da parte di Pio IX nel 1854: Maria é preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento (da non confondere con la concezione verginale di Gesù Cristo da parte della Madre di Dio e Madre  nostra). Le apparizioni e i miracoli di Lourdes (1858) confermano il dogma e sostengono il movimento mariano.

Le tre novità rivoluzionarie de “La Propagazione della Fede”

1) Nel 1800, con la crisi angosciosa della vita cristiana, diocesi e parrocchie tendevano a chiudersi in difesa della Fede e della Chiesa. Il movimento missionario richiama con forza che il Vangelo va annunziato a tutti i popoli. Novità profetica, che genera nel gregge e nell’ovile di Cristo una serie di stimoli ad andare verso i popoli più lontani e abbandonati.

2)  Nella Chiesa “clericale” e “”maschilista” del 1800, la Propagazione della Fede, fondata da una giovane laica,  si rivolge al clero e “a tutti i fedeli per tutti gli infedeli”. I battezzati diventano protagonisti della missione, senza bisogno di altri mandati, ma in forza del proprio Battesimo. Nel 1800 era un messaggio del tutto nuovo, per i fedeli che concepivano la vita ecclesiale come passiva esecuzione di ordini che vengono dall’alto.

3) Nel 1800, i Papi e Propaganda Fide (la Congregazione pontificia per le “missioni estere” ) e i grandi Ordini e Congregazioni religiose, protagonisti delle missioni nei secoli precedenti, erano ridotti ad una reale povertà di mezzi, non potevano sostenere le spese per l’invio dei missionari e la fondazione di nuove missioni. La Propagazione della Fede lancia l’iniziativa popolare che darà il sostegno necessario alla ripresa dell’attività missionaria. Tutti i fedeli erano invitati a dare “il soldino settimanale, per propagare la Fede fino agli estremi confini della terra”.

Il 1800 è il secolo delle scoperte geografiche e dell’inizio di una esplorazione, occupazione e colonizzazione, da parte delle potenze militari europee, di territori in Oceania, Asia e Africa. Nel 1885, si riuniscono a Berlino i appresentanti dei paesi colonizzatori per spartirsi il continente africano e altri territori in Asia e Oceania. Gli Ordini e le Congregazioni religiose e gli Istituti missionari, mobilitati e guidati da Propaganda Fide, in trent’anni (dal 1885 alla prima guerra mondiale nel 1914), costruiscono nelle colonie nascenti scuole, ospedali, opere di carità, ecc. Il movimento missionario, suscitato dalla Propagazione della Fede con i suoi bollettini e le richieste di aiuti, responsabilizzava e infiammava i laici cristiani, specialmente i giovani. Così, mentre nei secoli precedenti le missioni erano sostenute dai governi e dalle case regnanti “cristianissime”, Paolina Jaricot dimostra, fra lo stupore generale, che “il soldino settimanale”, versato da tantissimi credenti in tutta l’Europa e nelle Americhe, produce grandi somme che sostengono i missionari.

In Italia, la Propagazione della Fede incontrava “difficoltà ad impiantarsi, data la diffidenza dei governanti, che vi subodoravano vento di rivolta”, scrive lo storico delle missioni, padre G.B. Tragella. Ma gli “Annali della Propagazione della Fede”, tradotti in italiano e stampati a Lione, si diffondono rapidamente in Piemonte e Lombardia, poi in tutta l’Italia, suscitando aiuti e vocazioni. La prima rivista missionaria italiana, “Il Museo delle Missioni cattoliche”, pubblicata a Torino dal 1857 dal canonico Ortalda, informava che la Chiesa, “nello stato dei Savoia, può vantare 600 missionari sardi e piemontesi”. Però, nella prima metà del secolo XIX,  i giovani che si  consacravano alle “missioni estere” entravano in un Ordine o Congregazione religiosi. Non esisteva, in Italia, un Istituto missionario di  clero secolare, cioè senza voti religiosi.

Nel 1850 il “Seminario lombardo per le Missioni Estere”      

Il Pime nasce il 31 luglio 1850  a Saronno (Varese) dal grande cuore del Beato Pio IX, che diede una vigorosa spinta alle “missioni estere”. Pio IX desiderava che anche in Italia nascesse un Istituto di clero secolare sul modello delle “Missioni Estere” di Parigi (fondate nel 1658), braccio destro di Propaganda Fide per l’Asia. Nel 1847 il Papa chiedeva all’arcivescovo di Milano mons. Romilli che nella sua diocesi nascesse il seminario missionario italiano.

La proposta cade in un terreno fertile. “La Propagazione della Fede” a Lione (1822) e i suoi bollettini popolari, avevano già infiammato il giovane clero ambrosiano. Padre Angelo Ramazzotti, superiore degli Oblati di Rho (Mi), fin da ragazzo sentiva un forte amore per le missioni e aveva orientato alcuni giovani chierici e sacerdoti all’apostolato missionario, inviandoli ad ordini e congregazioni religiose. Si propone quindi a mons. Romilli per la nascente opera e fonda il “Seminario lombardo per le missioni estere” nella sua casa paterna di Saronno, con i primi cinque sacerdoti ambrosiani e due laici (nel 1851 si trasferisce a Milano, nel santuario diocesano di San Calocero).

Il “Seminario missionario” é tenuto a battesimo dalla Conferenza episcopale di Lombardia: i Vescovi lombardi firmano l’atto di fondazione il 1° dicembre 1850, con un testo che, secondo il card. Carlo Maria Martini, “esprime la teologia della Chiesa locale e la sua missionarietà in termini che precorrono il Vaticano II”. Infatti, quei Vescovi affermano di non essere “trattenuti dal timore di perdere qualche soggetto ai bisogni della Diocesi”; ma che anzi “è interesse di ogni Chiesa particolare la dilatazione della Chiesa universale, e che ciascuna Diocesi è in qualche modo tenuta a fornire per questo intento il suo contingente di milizia apostolica”. Così istituiscono il loro “Seminario provinciale” per le missioni, augurandosi che “anche altrove, massime dove abbonda il clero, aprano i Vescovi ai loro giovani ecclesiastici con favore questa carriera… formino di siffatti Istituti provinciali per la prova, l’educazione e l’assistenza degli aspiranti alle Missioni Estere”.

Un inizio modesto, ma con un grande spirito di donazione alle “popolazioni più lontane e abbandonate”: infatti i primi sette missionari, 5 preti e 2 laici (“catechisti”) scelgono di andare tra popoli che vivevano ancora nell’età della pietra, in due isolette della Melanesia (Rook e Woodlark), immerse nell’immenso Oceano Pacifico e già lasciate dai Maristi (missionari francesi), che vi avevano lasciato due martiri. Ma di questa tragica  e gloriosa avventura della Fede parlerò nel prossimo articolo.

 

La Prefazione del Card. Carlo Maria Martini

Mi permetto di citare una parte della Prefazione del Card. Carlo Maria Martini a un mio libro sulla storia del Pime (“PIME, una proposta per la missione”, Emi, 1989, pagg. 209). Non lo cito per un vanto personale, ormai superfluo, ma perché l’arcivescovo di Milano illustra bene il valore di questi miei Blog sulla stoia del mio Istituto missionario. Ecco il testo:

“L’impegno del padre Piero Gheddo, pubblicista instancabile sul fronte dell’animazione missionaria, è ormai largamente noto al di fuori dell’ambio ecclesiale. La pratica del giornalismo, più propriamente quello dell’inviato speciale verso i vari fronti dove la Chiesa è impegnata a far conoscere il Vangelo, è da lui vissuta con passione apostolica, sensibilità ai problemi più vivi e competenza professionale sempre aperta e aggiornata, Quasi a coronamento di tale, pure intensa, attività egli continua a sfornare co0n cadenze costanti, opere di più vasto respiro, che documentano o approfondiscono situazioni particolari del mondo missionario……

“Il PIME merita di essere conosciuto e ricordato, non soltanto attraverso le grandi figure che ne rappresentano quasi i vertici più gloriosi, ma anche nelle vicende degli innumerevoli missionari, spesso eroici e sconosciuti, artefici di una silenziosa, capillare e profonda diffusione della fede. Quella di padre Gheddo vuol essere una semplice carrellata che riassume più di cent’anni  di storia di questa Società di vita apostolica che, all’interno della Chiesa, ha una sua collocazione tutta particolare, presentandosi come un Istituto di clero diocesano e di laici consacrati all’attività missionaria. Quindi con aspetti che lo differenziano sia dagli Istituti Secolari che dalle Congregazioni Religiose. E’ da notare in particolare l’origine milanese e lombarda di questa istituzione, in stretto collegamento con l’ansia missionaria dei Vescovi e dei preti lombardi.‘

“Da questa rapida panoramica, che si configura come un ideale viaggio dell’autore attraverso i cinque continenti, assieme alla varietà e vastità delle situazioni, emergono alcune costanti che gradualmente si compongono, fino a tracciare i lineamenti caratteristici di uno stile tipico di azione missionaria. Ad esempio….  I cento anni di storia di questi pionieri del cristianesimo, operanti in prima linea e con scelte sempre significative, sono così diventati un prezioso banco di prova, dove l’azione missionaria si misura con la realtà concreta del mondo che deve animare e dal quale riceve le indicazioni per gli interventi successivi. Perciò penso che la parte di questo volume dedicata a illustrare il carisma dell’Istituto, nonché il capitolo che sintetizza le iniziative per l’animazione missionaria in Italia, interessino non solo la vita interna del PIME, ma meritino di essere letti con attenzione su scala più vasta, perché particolarmente ricchi di indicazioni operative, frutto di lunghe esperienze dirette. Certo avranno qualcosa da suggerire anche alle nostre comunità ecclesiali più vive, essendo l’impegno missionario un passo obbligato di ogni piano pastorale,  oltre che un compito inderogabile di ogni battezzato.

“La nuova fatica di padre Gheddo deve quindi essere accolta con particolare gratitudine, perché non rappresenta solo un servizio dovuto alla propria famiglia religiosa, o una sintesi storica che riguarda solo la vita interna dell’Istituto, ma un dono fatto a tutta la Chiesa. Che vede nello slancio missionario una delle sue ragioni di essere. Il potersi confrontare con le fatiche e le esperienze vissute di chi ha dedicato interamente la propria vita a questo solenne mandato del Signore, non può che costituire uno stimolo a una missionarietà più impegnata da parte di tutto il popolo di Dio.

Card. CARLO MARIA MARTINI

Solo Dio conosce il mio futuro

Parlo con un caro amico, Roberto Beretta, giornalista di ”Avvenire”e gli chiedo: Nel tuo lavoro tu intervisti molte persone di ambienti diversi, dimmi qual è oggi il sentimento prevalente nella società italiana?

    “Senza dubbio la paura,  l’ansietà, il timore del futuro. Paura di perdere il lavoro, di non avere Euro abbastanza, del terrorismo di matrice islamica, dell’instabilità politica del nostro paese. Non si sa come sarà il nostro futuro e si ha paura. Sono convinto che il successo di dimensioni impreviste del Referendum sull’autonomia della Lombardia è un  segno che la borghesia lombarda ha votato non per una scelta politica, ma per mettere uno scudo che ci difenda dall’invasione dei migranti, dall’islam violento, dalle tasse dei governi nazionali, ecc. La Paura blocca la società, non si fanno più figli, si diventa un po’ tutti più egoisti”.

La soluzione a  questo scenario quasi apocalittico, di una società che con la Paura del Futuro si autodistrugge, viene da una persona semplice, ma di fede e  di saggezza umana e cristiana. Chiedo alla signora Maria Barbato, infermiera nella casa di cure e di riposo in cui mi trovo, e madre di due figlie ormai sposate, se ha paura di tutti questi pericoli che ci minacciano. Lei risponde:

“Perché dovrei aver paura? Solo Dio conosce il mio futuro. Mi fido di lui. Anche nella mia famiglia abbiamo molte difficoltà, ma grazie a Dio abbiamo conservato la fede. Guai se non avessimo la fede! Nel tempo di gravi sofferenze in famiglia, io sarei impazzita”.

La Fede e la Vita in Cristo danno Speranza

Ecco il nostro titolo: “Solo Dio conosce il nostro futuro. Mi fido di Lui”. Infatti Gesù dice (Matteo, 6, 31-33):

“Non preoccupatevi troppo dicendo: “Cosa mangeremo? Che cosa berremo? Come ci vestiremo?”. Sono quelli che non conoscono Dio, che cercano sempre tutte queste cose. Il Padre nostro che è nei Cieli sa che avete bisogno di tutte queste cose. Voi cerate il Regno di Dio e fate la sua volontà e tutto il resto Dio ve lo darà in sovrappiù. Perciò non preoccupatevi troppo per il domani. Ad ogni giorno basta la sua pena”.

La parola di Gesù, e le due situazioni del nostro tempo che la confermano, vanno spiegate. Nel Catechismo di San Pio X (1905) ci sono le tre virtù cristiane chiamate “teologali”, perché sono un dono di Dio, e sono i fondamenti della vira cristiana: Fede, Speranza e  Carità. L’una non sta senza le altre due.

Dobbiamo tutti pregare con le parole del Breviario romano nella XXX Domenica del tempo ordinario:

Dio onnipotente ed eterno, aumenta in noi le la Fede, la Speranza e la Carità, perché possiamo ottenere ciò che prometti e fa che amiamo ciò che comandi, Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio e vive e regna con Te e con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

La seconda enciclica di Papa Benedetto XVI “Spe Salvi”  (“Spe salvi facti sumus”, Siamo stati salvati nella speranza, 2007), afferma che la fede dà la speranza della Vita eterna con Dio e anche della felicità umana in questo mondo. Concetto non facile, che in termini più comprensibili significa: senza la speranza che dà all’uomo il Dio rivelato da Gesù Cristo, che è Amore, l’uomo stesso non può vivere bene, perché, come scrive il Papa: “Solo quando il futuro è realtà positiva, diventa vivibile anche il presente… Chi ha speranza vive diversamente, gli è donata una vita nuova” (n. 2).

Il cristianesimo non è solo comunicazione della “Buona Notizia”, ma infusione della forza della Fede che dà la Speranza nella Vita eterna e nella Provvidenza divina in questa vita. La speranza cristiana non è “in qualcosa”, ma “in Qualcuno”: Gesù Cristo, che è morto in Croce per noi e ci ha condotti all’“incontro con il Dio vivente. L’incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo… Anche se le strutture esterne rimanevano le stesse, questo cambiava la società dal di dentro” (n. 4).

Che idea mi faccio di Dio? Non ci sono popoli atei, tutti i popoli credono in Dio. Solo nell’Occidente cristiano, nel secolo XVIII (1700), è nato l’ateismo, che ha prodotto le due dittature sanguinarie del secolo XX,, il Nazional-Socialismo (Nazismo) e il Socialismo reale (Comunismo).

Jiuri Gagarin: ”Da quassù non vedo alcun Dio”

Il 12 aprile 1961, alle 9,07 ora di Mosca, dalla base spaziale di Bajkonur in Kazakistan decollava la Vostok 1 (Oriente 1), prima navicella spaziale con equipaggio umano. In 108 minuti compì un’orbita completa intorno alla Terra per atterrare con successo, inaugurando trionfalmente l’era delle missioni celesti. All’interno della capsula, guidato da Terra, c’era l’uomo, “Il Cristoforo Colombo dei cieli”. Appena 27enne, Jurij Gagarin dalla moglie Valya aveva già avuto una bambina di due anni, Yelena. La navicella sferica pesava 4,7 tonnellate ed era alta 4,4 metri. La capsula abitata aveva tre oblò, un visore ottico da orientare a mano, una telecamera, la strumentazione per rilevare pressione, temperatura, parametri orbitali e altro. La Vostok 1 compì un’orbita completa intorno alla Terra, viaggiando alla velocità di 27.400 chilometri orari. Alle 10.55 del 12 aprile 1961, dopo 108 minuti dal lancio, Gagarin tornò a Terra sul suolo di una fattoria collettiva nella provincia di Saratov, Russia occidentale.

Gagarin ha fotografato e filmato il nostro pineta e ha  detto: «La Terra è blu… che meraviglia, é bellissima…Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini». La figura del primo cosmonauta venne ampiamente utilizzata dalla propaganda sovietica per confermare l’ateismo di Stato. A Gagarin è stata attribuita da alcune fonti la celebre frase “Da quassù non vedo nessun Dio”. Però la frase non esiste in alcuna registrazione delle comunicazioni fra Vostok 1 e la Terra, pubblicate dall’aeronautica militare sovietica.

In un’intervista rilasciata all’agenzia Interfax nel 2006, l’amico e collega di Gagarin, il colonnello Valentin Petrov, docente presso l’accademia aeronautica militare intitolata allo stesso Gagarin, ha affermato che Jurij era battezzato nella Chiesa ortodossa e credente e che ebbe varie testimonianze dirette di questa sua sensibilità religiosa. Il colonnello è convinto che in realtà fu Nikita Krushchev a coniare la famosa frase sull’assenza di Dio nello spazio. Petrov ricorda che il Primo segretario del PCUS (Partito Comunista dell’Unione sovietica) a dichiarare: “Perché state aggrappati a Dio? Gagarin ha volato nello spazio e non ha visto Dio”. Il cosmonauta Aleksej Leonov, compagno e amico di Gagarin, intervistato dalla rivista Foma (n. 4 del 2006) ha riferito che, poco prima del suo volo, Gagarin volle battezzare la figlia Yelena e ha descritto come la famiglia Gagarin celebrava ogni anno il Natale e la Pasqua, oltre ad avere in casa icone e immagini religiose.

La Paura del futuro si vince amando Dio

Nel Catechismo di San Pio X (1905), fatto a domanda e risposta, si leggono queste affermazioni che inquadrano bene la nostra Fede

“Dio é l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.
“Dio é potenza, sapienza e bontà infinita.
“Dio é in cielo, in terra e in ogni luogo: 
“Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri.
“Dio è in ogni luogo…Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri…. Dio è bontà infinita”.

Noi viviamo immersi in Dio. Qualsiasi cosa noi facciamo o pensiamo, Dio ci vede e penetra anche nelle intenzioni più profonde del nostro cuore. Egli è “bontà infinita” e, come ci ha insegnato Gesù, è “il Padre nostro che sta nei cieli”. Noi siamo sempre nelle braccia di Dio, come un bambino vive nelle braccia di sua madre. E Dio ci ama molto più di nostra madre, perché è “sapienza e bontà infinita”. Ecco il volto di Dio che Gesù ci ha presentato  con la sua stessa vita.

Gesù ha detto: “Non abbiate paura, Dio conosce anche il numero dei vostri capelli” (Matteo. 19, 30). E poi ancora: “Voi sarete odiati da tutti per causa mia, ma neppure un capello cadrà dal vostro capo” (Luca, 21, 18). Dio è sempre infinitamente più grande di quanto noi possiamo comprendere o immaginare. Noi sappiamo solo che “Dio è Amore” (1 Giovanni, 4, 16). Possiamo entrare nel fantastico, affascinante e gioioso mistero di Dio, solo amandolo e amando il nostro prossimo come noi stessi, così come il Signore Gesù ha amato noi. Solo così vinciamo la Paura del nostro incerto Futuro. Ci fidiamo di Dio.

Lo stupore del Vangelo rinasce con il fuoco della missione alle genti

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata missionaria mondiale 2017 è un testo con parole molto forti.  Così pure le testimonianze dei missionari che seguono. L’intervento del card. Martini e le storie di Giovanni Mazzucconi (Papua Nuova Guinea), di suor Ida Moiana (India), di Clemente Vismara (Myanmar), di Marcello Candia (Brasile) portano frutti di impegno e desiderio di imitarli.

Il titolo del Messaggio: “La missione al cuore della fede cristiana” è uno squillo di tromba che ci scuote nella nostra indifferenza. Papa Francesco afferma che “la Chiesa è missionaria per natura; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire”.  Nel Messaggio, il nostro caro papa spiega bene e in modo appassionato i contenuti del titolo e le responsabilità che ne derivano per tutti i credenti in Cristo. Meditando e pregando, mi è venuto in mente Gesù che dice ai discepoli: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra” (Luc. 12, 49). E’ vero, la Chiesa è missionaria di natura sua, ma chi oggi accende il Fuoco della Pentecoste fra i circa due miliardi di persone (in Asia, ma anche in Africa e America Latina) che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio della nascita di Gesù Cristo, il Salvatore dell’uomo e dei popoli?

Il 12 dicembre 1992 ai missionari del Pime impegnati nella comunicazione sociale, il card. Carlo M. Martini diceva: «Noi vorremmo che la nostra stampa missionaria avesse sempre la forza comunicativa del Vangelo, con le notizie sulla diffusione del Vangelo. Il popolo cristiano, leggendo le riviste missionarie, dovrebbero poter esclamare: “Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunzi che annuncia la pace”…Ora io chiedo a voi: ridateci questo stupore del Vangelo, datelo alle nostre comunità, datelo non soltanto alle terre di missione, ma anche a noi. Siate come san Francesco Saverio tramite fra le Indie, le terre lontane e le terre d’Europa, perché questo stupore riscaldi il cuore di tutti».

Il martire della Papua
Nel 1852, due anni dopo la fondazione del “Seminario lombardo per le missioni estere” (oggi Pime), i primi missionari  partono per due lontane isolette dell’Oceania, Rook e Woodlark, che avevano scelto (volendo andare ai “popoli più lontani e abbandonati”!), mentre potevano scegliere altre missioni più vicine proposte da Propaganda Fide. Il beato Giovanni Mazzucconi, martirizzato a Woodlark nel settembre 1855, prima di partire da Milano compone e legge “La protesta di un missionario che si dedica a Dio per la conversione degli infedeli”: “Beato quel giorno in mi sarà dato di soffrire molto per una causa sì santa e sì pietosa; ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e incontrare fra i tormenti la morte”.  Mazzucconi muore a 29 anni. Ma, un secolo e mezzo dopo, il Fuoco dell’amore appassionato a Cristo,  conosciuto con la sua beatificazione nel 1984 (c’è una sua statua sul Duomo di Milano) e la sua biografia, continuano a suscitare, in Papua Nuova Guinea e anche in Italia, numerose vocazioni sacerdotali, religiose e laicali.

Suor Ida dei bambini
Nel 2005 in India, con padre Carlo Torriani andiamo a  Vegavaram e intervisto suor Ida Moiana, nata nel 1914 a Cislago (Va) e partita per l’India nel 1948, con la prima spedizione delle Missionarie dell’Immacolata  (le suore del Pime). Suor Ida aveva 91 anni, ma era ancora giovanile. La troviamo nel cortile dell’asilo dei figli di lebbrosi mentre fa con loro un girotondo! E’ infermiera caposala, a Vegavaram da trent’anni. Racconta la sua vita di sacrifici e dice: «Se a una giovane manca la volontà di sacrificarsi e non chiede a Dio questa grazia, è meglio che non entri nemmeno da noi». Lei è contenta, nonostante le fatiche e i disagi (dormire per terra, caldo anche sopra i 40 gradi) e i ritmi intensi di lavoro. Aggiunge: «Se pensiamo agli altri allora va bene, se invece pensiamo a noi, allora la vita missionaria non vale più niente». Suor Ida ha ricevuto questo esempio dai padri e fratelli del Pime: «Posso dire che qui in India ho incontrato veramente dei santi». «I lebbrosi, dice, all’inizio mi facevano paura, poi pregando mi è passata. Quando ero in maternità, non avevamo niente e se c’era bisogno di dare ossigeno ad un bambino cianotico, lo facevo bocca a bocca. Chissà quante malattie ho rischiato di prendere, ma il Signore mi ha sempre assistita».

P. Clemente, la ‘non scelta’ dei poveri
Nel 1983 sono andato 15 giorni in Birmania (Myanmar), cinque con padre Clemente Vismara (1897-1988, di Agrate Brianza – Mi – beatificato nel 2011). L’ho intervistato a lungo più volte. Nel 1924 il prelato di Kengtung, mons. Erminio Bonetta, lo porta a sei giorni di cavallo a Monglin, in una regione montuosa e forestale abitata da tribali animisti e buddisti. Sta con lui un mese e poi lo lascia in un capannone di paglia  fango (se pioveva, dormiva con un ombrello aperto sul letto) e gli dice: ”Clemente, sviluppati”. Lui si è sviluppato. Ha abitato per sei anni in quel capannone, andava a caccia di anime e di tigri, per dare ai suoi orfani la carne.  Poi ha cominciato a costruire e ha creato a Monglin una cittadella cristiana, con alcune migliaia di battezzati e le suore italiane di Maria Bambina. Ma all’inizio cosa faceva? Ecco: “La mia linea di comportamento è sempre stata questa: essere contento dì tutto e lodare quello che avevano, i loro cibi, la loro lingua, le capanne, le usanze, almeno quelle che non fossero contrarie alla legge di Dio. E poi fare felici gli infelici.  Oggi si parla di «scelta preferenziale dei poveri» (leggo anch’io giornali e riviste che mi giungono dall’Italia). Per me non era una scelta, perché non avevo scelta. All’inizio o prendi i poveri o non prendi nessuno. Non ho quasi mai convertito gente importante e ricca, ma i rifiuti del mondo pagano: relitti umani, orfani, ammalati, gobbi, storpi, vedove, miserabili. La mia preferenza fu sempre per gli orfani. Su questi monti, per la guerriglia, la miseria, la fame, le malattie, ce ne sono in abbondanza. Uccellini senza nido, ai quali io ne offrivo uno. Sono il mio sole, la mia speranza, il mio futuro. Che mi serbino riconoscenza, poco m’importa: se stanno bene loro, sto bene pure io”.  Clemente aveva un grande dono di Dio, le sue lettere e i suoi articoli poetici, avventurosi, infiammati dal Fuoco della Pentecoste, erano e sono ancora letti e divorati in Italia e tradotti in altri Paesi, suscitando numerose vocazioni missionarie. Quando avevo 16 anni, nel settembre 1945, sono venuto al Pime di Milano dal seminario diocesano di Vercelli. Per anni avevo sognato sugli articoli di Clemente nella rivista “Italia Missionaria”.

Marcello Candia e i lebbrosi
Nel 1966, in Amazzonia brasiliana, sono stato con il missionario più conosciuto e amato in Italia. E’ Venerabile e spero presto beato e santo: il dottor Marcello Candia (1919-1983), ricco industriale dedito alle opere di carità, che dopo vari incontri con mons. Aristide Pirovano, fondatore e prelato della diocesi di Macapà, decide di andare con lui per fondare e finanziare un grande ospedale. Vende la sua industria e nel 1965 parte  per Macapà, con il Crocifisso del missionario partente sul petto. A Milano viveva in un grande e lussuoso appartamento, con diverse persone di servizio. A Macapà viveva in una stanzetta in un edificio in costruzione, con scatole, borse e baule personali portati dall’Italia ancora nel corridoio, da sistemare. I servizi igienici e la doccia nel cortile, e sul muro di cinta un rubinetto per riempire una brocca d’acqua, lavarsi e farsi la barba. Il pane non c’era tutti i giorni, la carne si vedeva poche volte, perché non c’erano frigoriferi, il formaggio (di cui era goloso) a Macapà non esisteva; il cibo base era: riso (quando c’era) e la mandioca bollita (con il gusto della segatura), peperoncino e pesci del Rio-Mar amazzonico.  Mi faceva pena. Mi dice: «Quando mi viene la nostalgia della mia casa a Milano, penso a tutte le miserie che vedo ogni giorno fra i lebbrosi e i poveri di Macapà e mi ripeto: Chi ha molto ricevuto deve dare molto. Io ho ricevuto moltissimo, incomincio a rendere qualcosa a questi poveri che mi circondano e dovrò dare tutto».
Marcello, innamorato di Gesù Cristo, vedeva nei poveri e nei lebbrosi l’immagine di Cristo: si inginocchiava di fianco a loro, li baciava, amava stare con le persone più umili.  Mi porta a visitare alcuni ammalati di lebbra di Macapà, ancora nelle loro capanne (in seguito li porterà nel lebbrosario di Marituba). C’è una vecchietta già sfigurata dalla lebbra, accudita dalla figlia in una capanna dove il fetore di carne marcia e di pus toglie il respiro. Dopo pochi minuti devo uscire all’aperto. Marcello si inginocchia accanto al letto dell’anziana signora, le parla e prega con lei.
Quando esce, gli dico che l’ammiro per quel gesto così spontaneo ed eroico. Risponde: «Vedi, se con l’aiuto di Dio non mi sforzassi di vedere Gesù in tutti i poveri che incontro, ritornerei subito in Italia. Pregando chiedo sempre questa grazia. Non è facile vivere qui, ma questa è la via che il Signore mi ha indicato e la percorro con la gioia che mi viene da Dio».
Ancora un aneddoto. Ogni anno a dicembre, Marcello tornava in Italia e abitava con noi del Pime o dalle sue sorelle e fratello. Padre Giacomo Girardi, il giornalista Giorgio Torelli e io gli preparavamo gli incontri in parrocchie, centri culturali e le interviste con giornalisti e radio-Tv. Una volta l’ho portato alla Tv di Rai Uno. Il giornalista lo presenta e dice:  «Lei è innamorato dei poveri e dei lebbrosi, ci racconti di quando è andato nel lebbrosario di Marituba». «Scusi», risponde Marcello, «io non sono innamorato dei lebbrosi. Sono innamorato di Gesù Cristo, che mi aiuta a vedere in ogni lebbroso e in ogni povero Gesù in Croce. Questo spiega tutta la mia vita».

IV. L’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” (1990)

Il 7 dicembre 1990, 25 anni dopo la fine del Concilio Vaticano II, San Giovanni Paolo II pubblica l’enciclica Redemptoris Missio (1990), per confermare e aggiornare il Decreto conciliare Ad Gentes. Molti nella Curia romana erano contrari ad una eniclica, bastava una “lettera apostolica”. Chi l’ha voluta fortemente, d’accordo col Papa, è stato il card. Joseph Tomko, prefetto di Propaganda Fide, che ha coordinato il lavoro di preparazione.
Sono stato chiamato dal Papa a scrivere l’enciclica, secondo le sue indicazioni. Il 3 ottobre 1989 mi dice a pranzo: ”Scrivimi tu l’enciclica. Tu sei missionario e giornalista e io voglio un documento scritto in modo giornalistico, per i giovani e le giovani Chiese”. Dall’ottobre 1989 al luglio 1990 l’ho scritta e riscritta tre volte, come voleva il Papa, che aveva i suoi consulenti, il primo dei quali era il card. Joseph Tomko e poi p. Marcello Zago, allora superiore generale degli O.M.I. (e ne ho scritto la biografia edita dagli O.M.I. nel 2006), che mi aveva ospitato in tre periodi nella sua casa generalizia. Ha contribuito alla stesura del testo p. Domenico Colombo del Pime, missiologo ed esperto di ecumenismo e di religioni non cristiane.

L’unica enciclica su un documento del Vaticano II

Cosa dice la Redemptoris Missio? Mi limito ad enucleare i punti più attuali e decisivi del testo papale, per rilanciare nella Chiesa la Missione alle Genti: “In questa nuova primavera del cristianesimo non si può nascondere una tendenza negativa che questo documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto questo che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo” (n. 2). Ecco in estrema sintesi:

“La Chiesa è missionaria per natura sua, poichè il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente ed esteriore, ma raggiunge il cuore stesso della Chiesa. Ne deriva che tutta la Chiesa e ciascuna Chiesa (particolare) è inviata alle genti” (n. 62). La missione viene dalle due dottrine che caratterizzano il cristianesimo: la Trinità e l’Incarnazione di Gesù Cristo. Dio dona se stesso a tutti gli uomini, attraverso Cristo e la Chiesa da lui fondata. La lettura dei primi tre capitoli della Redemptoris Missio serve anche al semplice fedele per tornare alle fonti della fede e capire a fondo perché la Chiesa è missionaria. Ecco in estrema sintesi:

I punti fondamentali della Redemptoris Missio

1) Gesù Cristo unico Salvatore. Risponde a quei teologi che in vari modi esprimono l’idea che Gesù è una delle vie che conduce a Dio. La missione comunica alle genti la salvezza in Cristo, la fede e l’amore a Cristo, unico Salvatore dell’uomo: “Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini… Gli uomini quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito” (RM 5). L’enciclica riafferma la centralità di Cristo nella missione alle genti, per condannare chi sostiene che esistono molte vie parallele e complementari per andare a Dio, secondo la concezione indù, che paragona le religioni a fiumi che confluiscono tutti nel mare dell’Assoluto, teoria assunta in qualche modo anche da una tendenza teologica del nostro tempo.

2) Il Regno di Dio. Gesù è venuto ad annunziare il Regno di Dio, che dà il senso messianico del cristianesimo, perché si realizzerà pienamente al di là della storia, nella vita eterna del Paradiso. E’ un Regno escatologico, che “esiste già e non ancora”. La missione della Chiesa annunzia il Regno di Dio e lavora per la sua progressiva realizzazione nei singoli uomini, nella vita dei popoli e nella società umana. L’enciclica nota un modo errato di concepire il Regno: separare il Regno da Cristo e dalla Chiesa, come se fosse una realtà diversa. Quindi si parla dei “valori del Regno” (amore, giustizia, pace, fraternità) che sono accettati da tutti, ma Cristo fa problema, è la “pietra d’inciampo” che fa difficoltà. L’enciclica dice con chiarezza: “Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha più il Regno di Dio da lui rivelato, ma si finisce per distorcere il senso del Regno che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente umano e ideologico” (RM 17). I contenuti del Regno sono soprattutto spirituali: fede, vita nuova in Cristo, conversione, amore, perdono, ecc. Questi valori spirituali, con la grazia di Dio, a poco a poco trasformano le società umane: sono la vera rivoluzione portata da Cristo.

3) Lo Spirito Santo protagonista della missione. Questa verità, che è anche una novità teologica, dà alla missione una dimensione contemplativa. Se è lo Spirito che fa la missione, il missionario deve pregare molto per poter essere obbediente alla voce dello Spirito Santo. La missione non è del missionario, ma dello Spirito che guida e illumina la Chiesa; quindi è fondamentale obbedire alla Chiesa, non costruire Chiese e gruppi paralleli. E poi, lo Spirito Santo dà una dimensione di ottimismo e di speranza. Il missionario non deve mai scoraggiarsi perché spesso non vede i frutti del suo lavoro, ma se ha seminato bene lo Spirito porterà a compimento la sua opera e farà fruttificare e suoi sacrifici, il suo martirio.

4) La RM dedica il Capitolo IV per spiegare che “La Missione alle Genti conserva tutto il suo valore” (n. 33) ed è “ancora agli inizi” (n. 40, vedi il mio Blog n. 2) Tre criteri per giudicare cos’è e dov’è la Missione alle Genri:
a) Criterio territoriale-geografico, cioè i paesi e i popoli non cristiani, che “anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale sempre” (n. 37). Soprattutto il Papa mette tre volte l’accento sulla missione ad Gentes in Asia, dove i cristiani, tutti assieme, raggiungono a male pena il 3% degli asiatici (il 62% dell’umanità!).
b) Fenomeni sociali nuovi da evangelizzare: le m etropoli, gli emigrati, i rifugiati politici, gli extra-comunitari, i giovani che sono la maggioranza della popolazione nei paesi non cristiani.
c) Gli “aeropaghi” moderni, mass media, cultura e scienza, enti ed organismi internazionali (Onu), pace e sviluppo, diritti dell’uomo e della donna, giustizia sociale, i giovani, la cultura moderna creata dalla comunicazione, nuove tecniche e nuovi modi di comunicare un messaggio, ecc. Campi immensi!

5) Per la prima volta la RM parla in modo articolato del dialogo con le altre religioni, mentre l’Ad Gentes vi accenna in modo generico e la Evangelii Nuntiandi non nomina nemmeno. L’enciclica dedica tre paragrafi a questo tema (nn. 55-57) e altri tre alle culture dei popoli e a come incarnare il Vangelo in esse (52-54).
Giovanni Paolo II ha inventato gli incontri con le altre religi0ni a partire da quello di Assisi nel 1986. E prima ancora, nel febbraio 1986, visitando l’India, si inginocchiò dinanzi alla tomba e mausoleo di Gandhi e vi rimase per 4-5 minuti e poi affermò: “Gandhi mi ha insegnato molto”.

6) Le vie della missione, in che modo si esercita oggi la missione: formazione della Chiesa locale, inculturazione, dialogo interreligioso, promozione umana e dello sviluppo dei popoli. L’enciclica lega strettamente la missione di annunziare Cristo all’umanizzazione. Nei numeri 58 e 59 Giovanni Paolo II arricchisce questo concetto, citando la “Populorum Progressio” di Paolo VI (1967): con la missione alle genti la Chiesa aiuta i popoli a svilupparsi. Certo anche con gli aiuti economici e materiali, con le opere sanitarie e di educazione, ma soprattutto annunziando Cristo, perché “lo sviluppo dell’uomo viene da Dio e dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (n. 59). E aggiunge che “il contributo della Chiesa e della sua opera evangelizzatrice per lo sviluppo dei popoli riguarda non soltanto il sud del mondo, per combatterli la miseria materiale e il sottosviluppo, ma anche il nord, che è esposto alla miseria morale e spirituale causata dal super-sviluppo”.
Questo messaggio è fondamentale per capire i meccanismi dello sviluppo di un popolo (n. 58): ”Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. Queste parole sono rivoluzionarie per capire lo sviluppo e il sottosviluppo dei popoli, che non è solo o quasi solo problema di soldi, di macchine, di tecniche, di commerci, ma di formazione col Vangelo, che rende l’uomo più uomo e lo sviluppa in tutti i sensi.

“La missione alle genti è solo agli inizi” (RM 30)

Il card. Daneels, arcivescovo di Bruxelles, ha detto che la RM. “è la magna charta della Chiesa alla fine del secondo millennio”. Infatti Giovanni Paolo II riafferma con forza la perenne validità della missione alle genti (oggi molti dubitano di questo), invitando “la Chiesa ad un rinnovato impegno missionario… La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione troverà ispirazione e sostegno nell’impegno per la missione universale” (RM 2).
Giovanni Paolo II ha gestito il passaggio “dalle missioni estere alla Chiesa locale”, valorizzando le forze locali anche per la missione alle genti. La Chiesa universale, specie con Papa Francesco, sta cambiando proprio per l’influsso delle giovani Chiese. Non ho lo spazio per illustrare questi temi: la varietà e genialità dei ministeri laicali (penso alle parrocchie in Corea e nel Vietnam); la “teologia della liberazione” che, con tutti i suoi limiti ed errori, è estremamente positiva per la Chiesa universale; le teologie locali e l’inculturazione del messaggio cristiano nelle varie culture, anche questi fatti molto positivi nonostante i contrasti e i problemi che creano; il dialogo interreligioso che il Papa ha promosso orientato a scendere da un livello di vertice e di dibattito teologico, al “dialogo della vita”, cioè la collaborazione fra i membri delle varie religioni per la pace e i diritti dell’uomo. Quanti esempi interessanti potrei raccontare che dimostrano la spinta data dal Papa: ma lo spazio è tiranno.
Fra i giovani battezzati, l’entusiasmo della fede è il motore della vita cristiana che sta nascendo. Il Papa è stato geniale quando ha scritto (RM 2) che vuole impegnare “le Chiese particolari, specie quelle giovani, a mandare e ricevere missionari” (n. 2); e ha dato piena fiducia alle giovani Chiese stimolandole con queste parole: “Siete voi oggi la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni; essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… e sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese più antiche” (RM 91).
Giovanni Paolo II ha lottato con forza per far riconoscere all’Europa le radici cristiane nella sua Costituzione. Ma capiva che la civiltà di radici cristiane che si è sviluppata nel nostro continente nell’ultimo mezzo millennio, non ha più la forza e la gioia della fede per portare Cristo ai miliardi di uomini e donne che ancora non lo conoscono. Ma aveva una visione profetica della missione (che si è realizzata in Papa Francesco!) e viaggiava il più possibile nelle giovani Chiese, proprio per promuovere il primo annunzio e il dialogo interreligioso. chiamando i giovani e le giovani Chiese ad esserne protagonisti.
Ecco perchè gli istituti esclusivamente missionari sono ancora “assolutamente necessari” (R.M., 66) e i vescovi delle giovani Chiese li chiedono proprio per rendere missionarie le loro Chiese, il loro clero. La R.M. dice (n. 66): “La vocazione dei missionari ad vitam conserva tutta la sua validità: essa rappresenta il paradigma dell’impegno missionario della Chiesa, che ha sempre bisogno di donazioni radicali, di impulsi nuovi e arditi”.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionarie laicali invitano a: “Il Festival1della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

III. I viaggi missionari di san Giovani Paolo II

San Giovanni Paolo II ha vissuto il pontificato più lungo della storia (27 anni), superato solo dal beato Pio IX, che governò la Chiesa per 32 anni (1846-1878). Fin dall’inizio del suo pontificato (1978) si è presentato al mondo con due imperativi impetuosi e tonanti: “Non abbiate paura! Aprite le porte a  Cristo!”, proclamati, anzi gridati, rivolti al mondo dove l’uomo ha paura dell’uomo, ha paura della vita e della morte, paura delle sue stesse invenzioni che possono distruggerlo. La crisi si supera solo tornando a Cristo, amando e pregando il Salvatore dell’uomo.

Nell’insegnamento di Giovanni Paolo II il punto centrale è Cristo, Dio fatto uomo per salvare tutti gli uomini. Nella prima enciclica “Salvator Hominis”, presenta Cristo come “il centro del cosmo e della storia”, fondamento di ogni riflessione sulla Chiesa e sull’uomo. Nell’enciclica si legge (n. 10): “L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, deve avvicinarsi a Cristo…. Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”.

      I viaggi del Papa annunzio di Cristo ai popoli

Nei suoi 27 anni di pontificato, ha fatto più di 200 viaggi a Roma e in Italia e 105 viaggi internazionali, visitando 136 paesi, in molti dei quali è tornato più volte: 9 volte in Polonia, 8 in Francia, 7 negli Stati Uniti, 5 in Spagna e Messico, 4 in Portogallo, Brasile e Svizzera. E’ andato in tutti i paesi che poteva visitare. Impossibile andare in Cina, Russia, Vietnam e in altri paesi comunisti; in Arabia, Afghanistan, Iran e altri islamici.

Perchè viaggiava tanto? Risponde nella “Redemptoris Missio” (n. 1): “Già dall’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza di tale attività”.

Quando andò in Pakistan (16 febbraio 1981), padre Schiavone, anziano missionario domenicano toscano,  mi dice:  “Giovanni Paolo II è il centravanti delle missioni” . L’ho incontrato nel 1982 a Faisalabad e mi raccontava la visita del Papa a Karachi e l’entusiasmo che aveva suscitato nello stadio cittadino pieno di giovani musulmani. Diceva: “Noi missionari che siamo in questo paese da decine d’anni, tollerati e a volte perseguitati, mai avremmo immaginato di poter essere testimoni di una scena simile: una folla di musulmani che applaudiva il nostro Papa! Abbiamo pianto di gioia”. E concludeva: “Noi missionari abbiamo trovato il nostro centravanti! Lui i goal li fa davvero!”.

 In Messico la forza del cattolicesimo popolare     

Si è calcolato che Giovanni Paolo II ha trascorso nei viaggi circa due anni dei suoi 27 di Pontificato. Si diceva: viaggia troppo, spende troppo, fa troppi discorsi. Ma lo dice chi non ha visto da vicino cosa suscita una visita del Papa in termini di fede, di entusiasmo popolare, di speranza, di solidarietà fra gli uomini. Ho accompagnato il Papa (come giornalista) in alcuni viaggi internazionali. Ricordo che in Messico (gennaio 1979), il governo laicista messicano aveva fatto il possibile per tenere la gente in casa: blocco dei trasporti, scuole e uffici aperti, trasmissioni televisive frequenti, raccomandazioni di non muoversi da casa, si prevedevano disordini.  Quando Giovanni Paolo II arriva a Città del Messico, a riceverlo non c’é né il capo dello stato né il primo ministro, solo autorità minori.

Il viaggio del Papa in auto scoperta sulla superstrada da Città del Messico a Puebla (110 km.) avviene fra una muraglia umana calcolata dai 9 ai 10 milioni di persone e nei pochi giorni di permanenza nel paese un terzo dei messicani (l8-20 su 56 milioni) sono riusciti a vederlo di persona! In quei giorni si è manifestata la forza della religiosità popolare, che mandò in crisi l’ideologia laicista dello stato messicano. Ovunque andava c’era folla di gente che attendeva da ore per vederlo passare.

In Messico il Papa ha preso solennemente le difese degli indios. A Oaxaca un indio gli dice: “Santità, noi viviamo peggio delle vacche e dei porci. Abbiamo perso le nostre terre, noi che eravamo liberi, ora siamo schiavi”. Giovanni Paolo II si stringe la testa fra le mani e rispondendo dice: “Il Papa sta con queste masse di indios e di contadini, abbandonate ad un indegno livello di vita, a volte sfruttate duramente. Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo! Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate perché questo diventi realtà, affinché il Signore trasformi i cuori ed umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo”. Il massimo quotidiano messicano, “Excelsior”, esponente del laicismo e della massoneria messicana, che si era opposto alla visita del Papa, commentava: “Dopo cinque secoli di oppressione dei nostri indios e contadini, doveva venire il Papa da Roma a dirci queste cose. Ci ha fatto vergognare di appartenere alle classi dirigenti messicane”.

Quando il Papa riparte da Città del Messico, all’aeroporto ci sono tutte le più importanti autorità politiche e militari. C’è stata una identificazione completa tra il Papa e il popolo, con momenti di intensità tale da commuovere. Il Messico massone, socialista, radicale e anticlericale è stato spiazzato dalle ondate corali di partecipazione alle funzioni religiose, dalla marea di piccola gente venuta da ogni parte del paese, che dormiva all’aperto pur di poter vedere il Papa al mattino. Nessuno si aspettava un successo così travolgente, senza precedenti in Messico.

Nella bufera di neve a Nagasaki in Giappone

Sul viaggio di soli quattro giorni in Giappone (23-26 febbraio 1981), un  missionario del Pime, padre Pino Cazzaniga (sul posto dal 1959), ha scritto[1]: “La visita del Papa è stata un successo grandioso, che nessuno aveva previsto e che nemmeno i più ottimisti pensavano possibile. Ho toccato con mano l’intervento della Provvidenza per un viaggio che avrebbe dovuto risultare negativo”. In Giappone i cattolici sono lo 0,3% dei giapponesi, ma nella città di Nagasaki sono una comunità di una certa consistenza. Quando Giovanni Paolo II doveva celebrare la Messa nello stadio di Nagasaki, da due giorni tutta la regione era travagliata da una bufera di neve, che bloccava i trasporti. Il card. Satowaki e gli organizzatori pensavano di far celebrare il Papa nella cattedrale cattolica, ma al mattino presto nello stadio incominciavano ad arrivare i fedeli e la gente comune equipaggiati da alta montagna, qualcuno era arrivato alle cinque del mattino! Per la Messa lo stadio era pieno. Il Papa celebra con un freddo polare e il vento tagliente, ma aveva 61 anni e ha potuto sostenere tre ore di Messa e di cerimonie varie. Le televisioni trasmettevano in tutto il paese.

“Così – scrive Cazzaniga – tutto il Giappone vede la scena della bufera, del vento gagliardo che fa mulinare il nevischio, del Papa che ogni tanto soffia sulle sue dita per riscaldarsele. Ma vede anche quelle decine di migliaia di persone, tremanti e ad occhi chiusi, stringendosi l’una all’altra per cercare calore e sostegno. Nessuno si muove fino alla fine della cerimonia. E’ una resistenza commovente, fa capire che sotto c’è molto di più che un semplice accorrere per un “Wojtyla Show“. Così quel cattivo tempo, che pareva uno scherzo della dea Amaterasu, risulta invece un intervento provvidenziale che mette in risalto agli occhi di tutti i giapponesi quel che conta la fede cristiana nella vita”.

Padre  Cazzaniga si chiede “cosa ha significato la visita del Papa per i non cristiani? Intanto questa visita “fa epoca” nella storia stessa del Giappone. Tutti i giornali seri ne hanno parlato in questo senso. Per la  Chiesa cattolica è un fatto unico. Secondo me, è il più grande dono che il Signore ha fatto alla Chiesa giapponese, almeno in questo secolo”.

  “E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”

Giovanni Paolo II era profondamente innamorato di Gesù Cristo, di cui parlava non in modo distaccato, quasi fosse solo una dottrina da trasmettere, ma come una persona viva che l’ha incontrato e di cui si è innamorato. Egli esprimeva spesso con forza questa convinzione (che viene dall’esperienza): tu sei veramente uomo nella misura in cui ti lasci penetrare, coinvolgere, illuminare, cambiare dall’amore di Cristo. Essere cristiani non è una somma di cose da fare o da non fare, ma amare ed imitare Cristo: “In Lui, soltanto in Lui – ha detto ai cattolici tedeschi – noi siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù alle potenze del peccato e della morte”. Nel suo ultimo viaggio in Polonia, improvvisando e sventolando come una clava il rotolo di fogli che aveva in mano e picchiandoli sul leggio, tuonava forza tre volte scandendo bene le parole: “Polacchi, peccatori, convertitevi!”.

Il Presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca nel 1979, gli diceva: “Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni”. E aggiungeva: “L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici – avere di più anzichè essere di più – ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi”. Il “New York Times” scriveva: “Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”. E’il più bell’elogio che si possa fare del successore di Pietro.

Quando Giovanni Paolo II parlava ai “favelados” di Rio de Janeiro, ai lebbrosi di Marituba in Amazzonia, agli indios di Oaxaca in Messico o ai pescatori di Baguio nelle Filippine; quando condannava con forza ogni violazione dei diritti dell’uomo  davanti a dittatori come Marcos (Filippine), Pinochet (Cile), Stroessner (Paraguay), Mobutu (Zaire); quando parlava del valore della cultura africana (in Benin) e dello “sviluppo dal volto umano” (in Gabon), egli incideva fortemente nelle coscienze dei popoli, non solo in quelli che lo ascoltavano e vedevano in quel momento. I contenuti dei suoi discorsi e dei suoi gesti vanno visti ben al di là di quel che può dare una fuggevole immagine televisiva o il titolo a sensazione di un giornale. Quante volte un popolo sofferente e umiliato – penso alla Guinea Equatoriale spagnola, appena uscita dalla spaventosa dittatura di Macias Nguema o al Burundi emerso dalle sanguinose lotte tribali – che hanno ricevuto dalla visita del Papa il provvidenziale stimolo a riprendere con coraggio la via della riconciliazione e della ricostruzione.

 In Asia la Chiesa porta Cristo, non l’Occidente    

Interessante il fatto che il Papa, visitando le giovani Chiesa in Asia e Africa, aveva il coraggio di porre dei gesti che rischiavano di venire mal interpretati, ma erano profetici rispetto a quella Chiesa. Ad esempio, la lunga visita in India (1 – 10 febbraio 1986) e l’insistenza sul dialogo interreligioso con indù e buddisti, mettendo però ben in risalto che il dialogo (non religioso, ma per promuovere l’uomo e i suoi diritti) non sostituisce l’annunzio. In questo era stato criticato nel gregge e anche nella stampa cattolici. Un vescovo indiano dell’Andhra Pradesh mi diceva: “Il Papa non capisce la nostra situazione in India, dove  i partiti indù e  nazionalisti sono anzitutto anti-cristiani e spesso noi cristiani siamo perseguitati”. Ma il Papa, come il Buon Pastore, apriva il cammino e andava per la sua strada. Così, in preparazione al Giubileo del 2000, quando insisteva sulla “purificazione della memoria”, chiedendo perdono dei peccati che i popoli cristiana hanno commesso verso gli altri popoli, non tutti approvavano. Oggi comprendiamo meglio e in futuro quelle saranno citate come parole profetiche.

Nel continente asiatico, sostanzialmente ancora impenetrabile al cristianesimo, il Papa polacco ha dato della fede in Cristo un’immagine molto positiva in senso umano, di difesa dell’uomo, della giustizia e della pace. In passato le missioni erano spesso accusate di essere collegate col colonialismo e di essere espressione della civiltà occidentale. Giovanni Paolo II, che ha appassionatamente difeso “le radici cristiane dell’Europa”, ha anche rifiutato l’identificazione del cristianesimo con l’Europa e l’Occidente. Nelle due guerre in Iraq, ad esempio, che in Asia hanno avuto un’eco negativa enorme, il Papa ha parlato forte e chiaro contro quegli interventi militari ed è apparso a tutti che non ha “sposato” la causa dell’Occidente.

Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari, le Ong missionaie laicali invitano a:  “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

[1] Pino Cazzaniga, “Come i giapponesi hanno visto il Papa”. In “Mondo e Missione, giugno-luglio 1981, pagg. 367-394.

II. La crisi dell’ideale missionario dopo il Vaticano II

Il Concilio Vaticano II, terminato nel 1965, aveva suscitato grandi speranze per la Missione alle Genti. La storia è poi andata in altro modo. I testi conciliari sono ancor oggi ottimi per promuovere lo spirito missionario, ma non sono riusciti a dare quella spinta verso il primo annunzio di Cristo ai tre quarti dell’umanità, come Giovanni XXIII aveva previsto: “Il Concilio sarà per la Chiesa una nuova Pentecoste”.

Il terremoto che ha sconvolto l’Occidente

Dopo il 1965, i documenti conciliari si diffondono e discutono, spesso interpretati in modi diversi e non secondo le norme d Paolo VI per l’applicazione del Concilio (Motu proprio “Ecclesiae Sanctae”, 6 agosto 1966). Ad esempio la S. Mesa in lingua italiana, autorizzata nel 1965 su un testo sperimentale (“ad experimentum”), aveva generato tante S. Messe l’una diversa dalle altre, secondo la “liturgia creativa” di moda a quel tempo.. Fra noi, giovani sacerdoti, correva la voce di chiedere alcuni anni di “esclaustrazione”, per sperimentare nuove forme di vita sacerdotale vicine al modo di vivere del Popolo di Dio. Le diocesi italiane, gli istituti e congregazioni maschili e femminili, sperimentavano una continua uscita di preti, fratelli e suore. La grande maggioranza dei quali non tornavano più.

Il post-Concilio ha poi incrociato il terremoto che ha sconvolto le società dei paesi occidentali, il “Sessantotto”, la contestazione della società e delle autorità. Tutte le autorità, governo, imprenditori, insegnanti, Polizia e Carabinieri, preti, genitori, ecc. Un fenomeno nato negli Stati Uniti e in Italia nel novembre 1967 con  l’occupazione dell’Università cattolica di Milano da parte di un gruppo di studenti, che subito infiammava altre Università e dilagava in tutto il paese. Nei primi studenti della Cattolica, la contestazione aveva un certo profumo cristiano (pace, amore, giustizia per i poveri) che faceva prevedere qualcosa di buono in senso evangelico. Invece il movimento giovanile era subito dominato dai capipopolo più tonanti e violenti., e orientato non verso la rivoluzione del Vangelo, ma quella  di Karl Marx, socialista e comunista, e quella radicale, laicista, “marcusiana” (del filosofo Marcuse) e anti-cristiana.

Per la Chiesa italiana, quello era il momento di scendere in campo proclamando che solo Gesù Cristo porta la vera pace (perdonare le offese), il vero amore (dare la vita per i fratelli), la giustizia per i poveri (cfr. 2 Pt 3, 13-14)! Invece, associazioni e personalità cattoliche si sono intruppate nel “pensiero unico” del Sessantotto. Il dissenso nella Chiesa lo sperimentava Paolo VI già nel 1968, con le contestazioni anche da parte di teologi e personaggi cattolici alla “Humanae Vitae“, mentre nel 1967, il Papa era esaltato per la “Populorum Progressio”! L’enciclica “Humanae Vitae” richiamava il Vangelo e la dottrina cristiana sulla sacralità della vita umana. Ma allora si parlava di “bomba atomica demografica” e l’autorevole “Club di Roma” (formato da una decina di Premi Nobel) nel 1970 prevedeva che nell’anno 2000 la terra avrebbe avuto dai nove ai dieci miliardi di esseri umani e quasi tutta la stampa italiana proclamava: “La terra scoppia, fate meno figli!”.

La storia è giudice infallibile, perché la storia è Dio e ha dimostrato che Paolo VI aveva ragione! Quarant’anni dopo, il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, nel messaggio per la festa della donna dell’8 marzo 2004 ha detto agli italiani: “Il problema numero uno dell’Italia sono le culle vuote”. Ma dopo di lui, il Presidente Giorgio Napolitano non ha più denunziato, non si capisce perché, questa auto-distruzione dell’Italia.

 Il Sessantotto disastroso per la fede e la vita cristiana

Difficile, per chi non c’era in quegli anni di passione, capire il clima culturale e sociale creato dal Sessantotto, che ha dissestato la scuola italiana (sono 50 anni che si va avanti con la continua Riforma della Scuola!), la famiglia naturale (le “culle vuote” e l’infinita schiera di coniugi separati, divorziati, in Tribunale, con bambini sballottati dall’uno all’altra), ecc. Certo, nei piani di Dio il tempo elettrizzante del “Sessantotto” ha avuto anche qualche funzione positiva per la Chiesa: oggi il trionfalismo, il formalismo, il clericalismo non hanno più senso; i vescovi, i parroci e i preti si sono avvicinati alla gente comune; i fedeli non sono più solo esecutori di ordini che vengono dall’alto, sono anch’essi protagonisti, evangelizzatori.. Ma nella grande svolta epocale del post-Concilio si può essere d’accordo con Benedetto XVI, che nell’estate 2005, mentre era in vacanza ad Introd (Valle d’Aosta), affermava che nel tempo della “grande crisi scatenata dalla lotta culturale del ’68, realmente sembrava tramontata l’epoca storica del cristianesimo”; il Papa leggeva il Sessantotto come “un conflitto fra visione religiosa e opzione secolarista della vita dell’uomo. Per tale movimento culturale, il tempo della Chiesa e della fede in Cristo era considerato finito”. Infatti, andare contro corrente in quei tempi era oltremodo pericoloso, come hanno sperimentato i giovani di C.L. (Comunione e Liberazione), che avevano una presenza cristiana attiva nelle scuole e università ed erano ospitati nel Centro missionario del Pime a Milano (con due auto della Polizia sulla strada quando c’erano conferenze importanti).

Difficile anche capire come gli assurdi ideali e modelli dal Sessantotto possano aver affascinato associazioni e ambienti cattolici (cfr. Roberto Beretta, “Il lungo autunno – Controstoria del Sessantotto cattolico”, Rizzoli 1998, pagg. 370). In quel tempo, invitato a parlare in un seminario di teologia del Nord Italia, entro nella grande sala dove ci sono i giornali e la Tv, con i muri tappezzati di manifesti del Che Guevara, Mao Tze Tung, Fidel Castro, il “Vietnam libero” (quello governato dai comunisti!). Dico al rettore che non mi sembrano manifesti per  futuri sacerdoti. Risponde: “Cosa vuole, sono giovani e bisogna lasciarli esprimere. Poi cambieranno parere…”. Nel novembre 1989, una importante rivista cattolica scriveva: ”Si festeggia il crollo del Muro di Berlino, ma adesso chi difenderà i diritti dei poveri?.”

In quegli anni si sono affermate le ideologie più nefaste, che generavano le “Brigate rosse” e il terrorismo e allontanavano il popolo italiano da Dio e da Gesù Cristo. Le indagini di sociologia religiosa indicavano una continua diminuzione della pratica religiosa e una perdita progressiva dell’identità cristiana, fino all’estremo di un movimento (l’ho visto nascere in Cile nel 1972) i “Cristiani per il Socialismo”: due termini inconciliabili, secondo i documenti papali, dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII (1891) alla “Octogesima adveniens” di Paolo VI (1971, nn. 26, 28, 30).

Allora si diceva che la Chiesa non ha bisogno di una “Dottrina sociale cristiana”, non è suo compito dare orientamenti politici ed economici. Per capire e migliorare la società, anche i cristiani debbono ricorrere alla lettura “scientifica” del marxismo e alla prassi del socialismo. Chi ha rimesso in vigore la “Dottrina sociale della Chiesa” è stato Giovanni Paolo II a Puebla (Messico) nel gennaio 1979. Paolo VI (il Papa martire del sec. XX) non usava più quel termine che suscitava rifiuto anche in campo cattolico.

La crisi dell’ideale missionario in Occidente

In Europa e Nord America, una certa teologia disincarnata dalla realtà proclamava come verità ipotesi del tutto false (o anche vere, ma solo in particolari situazioni), che poi entravano nel sentire comune. Alcuni esempi:

–         La Chiesa è fondata in tutto il mondo, sono le giovani Chiese che debbono annunziare Cristo ai loro non cristiani.

–         Perché mandare missionari in Africa e Asia? Lasciamo che le giovani Chiese si sviluppino in piena libertà, secondo le loro culture e religioni. Allora avremo le Chiese locali adatte per i loro popoli.

–         Manchiamo di sacerdoti in  Italia, perché voi missionari andate a portare Cristo in altri continenti, quando lo stiamo perdendo noi italiani?

–         Ogni religione ha i suoi valori e tutte portano a Dio, che senso ha il “proselitismo” missionario verso altri popoli?

La crisi dell’ideale missionario ha diviso profondamente le forze missionarie (istituti missionari, riviste, animazione missionaria, ecc.). Nell’estate 1968 ho partecipato alla Settimana di Studi missionari a Lovanio, sul tema “Liberté des Jeunes Eglises“, organizzata e diretta dall’indimenticabile amico gesuita padre Joseph Masson (“perito” e membro della Commissione per l’Ad Gentes del Vaticano II) . Diverse voci di studiosi, teologi, missiologi esprimevano forti dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti;. lasciamo che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità senza influssi e imposizioni esterne. Pensavo: ma solo tre anni fa la totalità dei vescovi delle missioni si sono espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari.

La crisi della “Missione alle Genti” si è manifestata nella chiusura delle tre “Settimane di studi missionari” che si tenevano all’Università cattolica a Milano (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos in Spagna (1970) e a Lovanio in Belgio (1975, nata negli anni venti!)). Questi incontri religioso-culturali di buon livello culturale avevano manifestato un malessere e forti contrasti nel campo missionario, rimbalzati sulla stampa laica dei singoli paesi, che s’è creduto bene di non continuare, per non approfondire le divisioni. Il dissenso cattolico era influenzato dall’ideologia marxista-leninista-maoista, che trionfava in quegli anni e che ispirava anche la lotta contro la fame nel mondo: il cosiddetto “Terzomondismo”.

Oggi l’ideale  missionario, come le vocazioni missionarie, sono quasi scomparsi. II fuoco della passione missionaria, di annunziare  Gesù Cristo alle infinite schiere dei popoli non cristiani, non infiamma più i giovani d’oggi, non se ne parla più. “La Chiesa in uscita” di Francesco è un ottimo slogan, e il Capitolo I° della “Evangelii Gaudium”: “La trasformazione missionaria della Chiesa”, delinea il programma del suo pontificato: tutta la Chiesa, diocesi e parrocchie e ogni altro ente ecclesiale, debbono convertirsi ad una pastorale missionaria: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”. “Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario, deve arrivare a tutti senza eccezione” (n. 48 della E.G.).  Ma quando tutti sono missionari, la missione incomincia e spesso finisce a casa nostra. Il caro e provvidenziale Papa Francesco non parla più della “Missione alle Genti”, che è diversa dalla “Nuova Evangelizzazione”.

La Redemptoris Missio dedica il Capitolo IV per spiegare che “La Missione alle Genti conserva tutto il suo valore” (n. 33) ed è “ancora agli inizi” (n. 40), le difficoltà interne ed esterne, gli ambiti in cui si svolge. “Le genti che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo sono la maggioranza dell’umanità” (n 40); “Gli uomini che attendono Cristo sono ancora un numero immenso” (n. 86). Possibile che 27 anni dopo, il mondo sia così cambiato, che la Chiesa rischia di  perdere il fantastico patrimonio storico e attuale della “Missione alle  Genti”, i martiri che offrono la loro vita per testimoniare Gesù Cristo, i prodigiosi e miracolosi interventi della Spirito Santo là dove ancor oggi nasce la Chiesa, gli eroismi dei pionieri e dei fondatori di Chiese, la poesia di andare fino agli estremi confini della terra e nelle isole più lontane per portare Gesù Cristo alle genti più povere e abbandonate?

Si dirà che esagero. Ma quando non si parla più di un problema, di una realtà esistente, quel problema e quella realtà interessano sempre meno, problemi e realtà più vicini e più urgenti prendono il loro posto. Questo il destino della “Missione alle Genti”. Gli Istituti missionari, le Pontificie opere missionarie e i Centri diocesani missionari reagiscono con  “Il Festival della Missione – Mission is possible – Brescia, 12-15 ottobre 2017”. Spettacoli, concerti, conferenze, incontri con i missionari, mostre fotografiche, momenti di preghiera e molto altro. Per la prima volta il mondo missionario italiano unisce le forze per raccontarsi a tutti con i linguaggi nuovi e testimoniare nelle piazze la gioia del Vangelo. Perché la Missione alle Genti è possibile. www.festivaldellamissione.it

I. Al Concilio Vaticano II, lo Spirito Santo salva l’Ad Gentes

Inizio oggi una serie di articoli sulla “Missione alle Genti”, cioè ai popoli non cristiani, che sono i tre quarti dell’umanità. La metà dei quali (circa due miliardi) non hanno ancora ricevuto il primo annunzio della nascita di Gesù Cristo, Salvatore dell’uomo e dell’umanjtà, Questi Blog preparano il “Festival della Missione”, che avrà luogo a Brescia dal 12-15 ottobre 2017. Nel prossimo Blog maggiori notizie. P. Gheddo.
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Alla fine del Concilio Vaticano II (1962-1965) l’entusiasmo per la Missione alle Genti era alle stelle. Ho vissuto dall’interno quei quattro anni, come giornalista de “L’Osservatore Romano” e di “Mondo e Missione” e “perito” della Commissione per l’Ad Gentes. A noi, giovani (e ingenui) preti di quel tempo, pareva possibile e forse anche probabile “la conversione dei popoli a Cristo nella nostra generazione”. La Chiesa si presentava al mondo non cristiano profondamente rinnovata, e proprio nell’ultimo giorno del Vaticano II (7 dicembre 1965), siamo testimoni di un intervento prodigioso, miracoloso, dello Spirito Santo, per salvare il Decreto Ad Gentes.; che per tutta la durata del Concilio, fu il documento più contestato e con il maggiori numero di rifacimenti (sette edizioni diverse!).

La Nota 37 del Capitolo VI dell’Ad Gentes

Il tema della Missione alle Genti era il più difficile e il meno conosciuto dai 2.500 Padri conciliari. Le difficoltà venivano dalla grande diversità di situazioni all’interno del mondo missionario, diretto da Propaganda Fide (esteso ai cinque continenti). Il testo iniziale del Decreto “Ad Gentes”, preparato prima del Concilio secondo una visione tradizionale delle missioni, prestava scarsa attenzione ai problemi nuovi. Era troppo diverso da quello che i Padri conciliari indicavano nei loro interventi. Si ebbero forme di protesta di singoli vescovi e anche di due o tre conferenze episcopali (mai giunte alla ribalta della stampa), che turbavano i membri della Commissione, a quel tempo non abituati a forme ruvide di “contestazione”

Nel tempo del Concilio si verificavano cambiamenti molto rapidi e radicali nel mondo non cristiano, che rendevano problematico il futuro delle missioni: indipendenza delle giovani nazioni, presa di coscienza delle loro culture e religioni, forti opposizioni ai missionari stranieri (in Asia), moltiplicazione dei vescovi indigeni, urgenza di misure forti per “inculturare” il Vangelo, rapporti difficili fra Chiesa e autorità politiche, mancanza di norme per la partecipazione delle diocesi dei paesi d’antica cristianità all’attività missionaria: la “Fidei Donum” aveva suscitato un grande fervore missionario nelle diocesi, ma i vescovi delle missioni si lamentavano di vari inconvenienti, ecc.

Mancava il tempo per discutere il Decreto “Ad Gentes” fra i Padri conciliari, maturarne i contenuti e poi scriverlo e farlo approvare in aula (la Basilica dei Santi Apostoli Pietro e Paolo in Vaticano), Un solo esempio. I due vescovi del Pime nell’Amazzonia brasiliana, Aristide Pirovano di Macapà (stato dell’Amapà) e Arcangelo Cerqua di Parintins (stato di Amazonas) si erano fatti promotori di un’azione (diciamo “lobbistica”) dei vescovi latino-americani, i quali riuscirono ad inserire la Nota 37 del Capitolo VI° dell’Ad Gentes. La Nota equipara le (allora) 25 prelazie dell’Amazzonia brasiliana e le molte altre dell’America Latina ai territori missionari dipendenti da Propaganda Fide. Altrimenti, buona parte dei territori missionari dell’America Latina, che per motivi storici dipendevano da altre Congregazioni vaticane, rimanevano esclusi dai consistenti aiuti delle Pontificie opere missionarie.

Nella votazione decisiva (novembre 1965), 117 padri dell’America Latina bocciano la definizione della missione che sembrava escluderli dai “territori di missiome. Ma anche con 117 contrari (su 2.153 voti), la definizione sarebbe passata. Però altri 712 Padri approvano ma “iuxta modum” (cioè: io voto il testo, ma solo se si inserisce la proposta dei prelati amazzonici). Il testo dell’Ad Gentes era da riscrivere (per l’VIII° volta!) perché non approvato dai due terzi! Così si è giunti a far inserire la Nota 37 del Cap. VI dell’Ad Gentes.

Ridurre il Decreto Ad Gentes a sei pagine o abolirlo?

Le difficoltà aumentano quando il 23 aprile 1964, fra la II e la III sessione conciliare, la segreteria del Concilio manda una lettera alla nostra Commissione delle missioni: il Decreto deve essere ridotto a poche proposte. Non più un testo lungo e ragionato, ma un semplice elenco di proposte! Si tentava di far terminare il Concilio con la III sessione (14 settembre – 21 novembre 1964). Alcuni documenti conciliari potevano essere abbastanza ampi; altri, ritenuti meno importanti, dovevano limitarsi a poche pagine di proposte. La motivazione ufficiale era che molti punti di teologia missionaria dell’Ad Gentes erano già nella Costituzione Lumen Gentium (sulla Chiesa) o contenuti in altri documenti ufficiali dei Papi e della stessa Propaganda Fide. Ma era voce comune che le spese per i Padri conciliari e la macchina del Concilio erano del tutto insostenibili per la S. Sede. Pare che poi siano intervenuti gli episcopati più ricchi, specie quello americano e in particolare il card. Francis Spellman di New York (1889-1967), espansivo e simpatico personaggio simbolico della potenza americana, sul quale e sui suoi interventi in latino (la lingua del Concilio) giravano aneddoti gustosi..

Comunque, la Commissione delle missioni lavora a spron battuto per ridurre l’Ad Gentes a 13 proposte. Ne viene fuori un testo lungo solo sei pagine, 200 righe, quasi un susseguirsi di slogan! Un’assurdità, quando si pensa che il documento precedente (la quarta stesura dell’A.G.), era giudicato da tutti un testo ben riuscito in sei capitoli. Nell’estate 1964, le sei pagine con le 13 proposte, vengono stampate e inviate ai Padri conciliari in tutto il mondo e subito arrivano a Roma le proteste dei vescovi e non solo quelli di missione. Il card. Frings arcivescovo di Colonia (il suo “perito” era don Joseph Ratzinger, anche lui membro della Commissione delle missioni) manda lettere ai vescovi tedeschi e ad altri, sollecitandoli a protestare: “Ma come! Si afferma che lo sforzo missionario è essenziale per la Chiesa e poi si vuol ridurlo a poche pagine? Incomprensibile, impossibile, inaccettabile”. Il card. Valeriano Gracias di Bombay scrive che se l’Ad Gentes sono solo quelle poche righe, lui torna subito alla sua metropoli indiana.

Vista la situazione, alla ripresa dei lavori nell’aula conciliare (settembre 1964) un gruppo di vescovi chiedono di abolire il documento sulle missioni, integrando il materiale nella “Lumen Gentium” (sulla Chiesa); altri insistono nel mantenere il breve testo con le 13 proposte; altri invece, più numerosi e agguerriti (c’erano missionari di foresta, che solo al vederli non si poteva dir loro di no), vogliono un vero Decreto sulle missioni e procedono a contatti personali, uno per uno, con tutti i Padri conciliari, conquistando seguaci. La battaglia in aula si conclude nel novembre 1964 alla presenza di Paolo VI: solo 311 Padri conciliari votano il Decreto sulle missioni ridotto a 13 proposte (e molti di questi lo fanno per rispetto al Papa). Ma 1601 chiedono che il Decreto missionario sia salvato nella sua interezza. Così il Concilio non termina con la III sessione, ma si prolunga nella IV, la più lunga di tutte: 14 settembre – 7 dicembre 1965.

Dopo quattro anni di intenso lavoro della Commissione conciliare per l’Ad Gentes (di cui facevo parte) e sette edizioni di quel testo, nel novembre e inizio dicembre 1965 il Concilio ha dovuto fare, per il solo Ad Gentes, ben 20 votazioni. Il Decreto era approvato dalla grande maggioranza ma con circa 500 pagine di “iuxta modum”. E poi interventi in aula che chiedevano ancora aggiunte, correzioni, espressioni diverse. Numerosi gruppi di Padri conciliari protestavano perché non potevano discutere e inserire nel testo le loro proposte. Mancava meno di un mese al termine del Concilio e ancora si doveva riscrivere tutto il Decreto! Nella Commissione missionaria c‘era chi si rassegnava a veder bocciato l’Ad Gentes (un fiasco storico!), chi voleva chiedere un intervento di Paolo VI, chi pregava lo Spirito Santo.

Infatti., misteriosamente (è la parola giusta), nell’ultima giornata del Vaticano II (7 dicembre 1965), tutto è andato a posto: la votazione finale registra 2.394 voti favorevoli, solo 5 contrari, il più alto livello di unanimità nelle votazioni del Concilio! “Lo Spirito Santo c’è davvero!”, esclamava il card. Pietro Gregorio Agagianian, prefetto di Propaganda Fide e presidente della Commissione Ad Gentes.

«Aiutiamoli a casa loro!». Le quattro cause del sottosviluppo africano

L’arrivo quotidiano nei porti italiani di centinaia e migliaia di migranti africani è diventato un problema drammatico, quasi da incubo, che l’Italia da sola non può risolvere. Però si è trovata la soluzione: “Aiutiamoli a casa loro”. Uno slogan che mette tutti d’accordo.  Come la proposta di varare un “Piano Marshall” per l’Africa nera. Vediamo. Dal 1947 al 1953 gli Stati Uniti lanciavano il Piano Marshall, 20 miliardi di dollari per i paesi dell’Europa occidentale distrutti dalla guerra, che vennero restituiti con l’interesse dell’1%. Il Pew Research Centre di Washington ha calcolato che nei 50 anni dell’indipendenza africana (1960-2010), i doni, gli aiuti e i finanziamenti del “Piani di sviluppo” per l’Africa nera sono stati di 300 miliardi di dollari. Perché questo diverso rendimento? Perché i popoli europei erano preparati da tutta la loro storia, cultura e religione, a far fruttare il denaro lavorando e fondando nuove industrie; i popoli africani, per la loro storia e cultura tradizionale, pur con diversi valori apprezzabili, non avevano in sè il germe dello sviluppo, non erano preparati a svilupparsi da soli.

Le quattro cause del sottosviluppo africano

Nel 1969, In Tanzania, intervistavo padre Pietro Bianchi, missionario della Consolata, in Africa da una vita. Si commuoveva quando parlava dello spirito africano che ama la vita e soprattutto della fede, semplice ma viva e spesso eroica dei cristiani e diceva: “Qui in Africa c‘è una riserva di umanità, che è offerta ai nostri popoli cristiani da duemila anni, per i quali la fede è ormai un lucignolo fumigante”. Le cause del sottosviluppo africano, mi diceva, sono quattro:

  • La religione e cultura animista, che tiene la maggioranza degli africani prigionieri di superstizioni, tabù, malocchio, timore di vendette, culto degli spiriti, a volte con violenze anche su “stregoni” degli spiriti maligni.
  • L’analfabetismo e la mancanza di scuole. Gli analfabeti in Africa sono sul 35-40% e con gli “analfabeti di ritorno” più del 50%. Nell’Africa rurale le scuole valgono poco, spesso con 60-70 alunni per classe.
  • Il tribalismo e la corruzione della vita pubblica, fino ai minimi livelli. Il potere politico (e ogni altro potere pubblico) sono intesi, in genere, come occasione per arricchirsi e aiutare la famiglia, il villaggio, l’etnia. Il concetto di bene pubblico si sta formando, ma è normale che manchi in nazioni nate poco più di un secolo fa, con i confini tracciati dalle potenze militari europee.
  • I militari sono la prima casta di potere, controllano la politica e l’economia, abusano della forza in tanti modi (anche facendo guerre tribali o territoriali),              sono implicati in commerci illegali, ecc.

Per capirre l’Africa nera, bisogna ripartire dai secoli della deportazione di schiavi neri verso le colonie americane dei  paesi europei e nel Sud degli Stati Uniti. Questo è il marchio d’infamia per l’Europa cristiana e per i popoli africani rimane un capitolo umiliante della loro storia. Nel 1884-1885, al Congresso di Berlino le potenze europee si spartivano il continente nero. I popoli sotto il Sahara vivevano ancora in un’epoca preistorica, cioè senza lingue scritte. In poco più di cent’anni, con due guerre mondiali in mezzo, la colonizzazione ha portato l’inizio dello sviluppo (strade, scuole, ospedali, lingue coloniali e locali scritte, ecc.), però lo scopo primario non era di educare i popoli a fare da soli, ma di arricchire la madre patria. Oggi, l’Occidente ignora (o giudica ininfluenti per lo sviluppo) la storia e i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli neri, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere  e agire. Si parla solo e sempre di fattori economici e commerciali e di rapina delle risorse naturali. I missionari, in genere, ritengono le quattro cause fondamentali per spiegare il sottosviluppo africano.

 “Molti africani vivono nella paura degli spiriti”

In Angola, il 21 marzo 2009 Papa Benedetto XVI dice ai vescovi angolani: “Tanti dei vostri concittadini vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati. Disorientati, arrivano al punto di condannare bambini di strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”. I vescovi africani ne parlano spesso, ma era la prima volta che una personalità a livello mondiale ricordava questa radice superstiziosa e culturale che impedisce lo sviluppo. Il vescovo di Dundu in Angola, mons. José Manuel Imbamba, in conferenza stampa dichiarava ai giornalisti: “Siamo felici che il Papa abbia parlato di questo argomento, perché è un problema che divide le famiglie, genera ignoranza e frena lo sviluppo individuale e sociale”.

Don Benvenuto Riva, sacerdote “Fidei Donum” della diocesi di Milano, ha vissuto 20 anni in Zambia e oggi è parroco a Pieve Emanuele (Milano). Ha pubblicato un volume con i ricordi della sua missione: “Tu bianco, tu non puoi capire…” (Milano, Marna editore,  2012, pagg. 127), nel quale documenta la doppia vita che vivono la maggioranza degli africani, a volte anche battezzati. Il culto degli spiriti sopravvive con l’istruzione, la vita moderna, la fede in Cristo e rappresenta, secondo l’esperienza di don Benvenuto, il maggior ostacolo alla crescita anche politico-economica del continente nero! Il Premio Nobel per la Letteratura, Vidia Naipaul, nel suo volume “La Maschera dell’Africa” (Adelphi, 2010, pagg. 290) racconta la sua inchiesta in Africa (dal marzo 2008 al settembre 2009), alla ricerca delle radici religiose e culturali dell’Africa nera. In un anno e mezzo, visita sei paesi di lingua inglese (compreso il Sud Africa) e documenta che “le pratiche magiche sono diffuse in maniera uniforme”. Naipaul, “da non credente quale sono”, incontra e parla con scrittori, uomini politici, professori universitari, giornalisti  e molta gente comune e documenta come proprio quelle credenze sono radicate nella cultura e mentalità di molti, e sono un forte ostacolo allo sviluppo. Scrive: “L’africano medio ha molta paura della religione pagana e questa resiste…le credenze religiose e le pratiche culturali sono strettamente legate: le credenze religiose determinano la cultura”. Sono realtà che non si possono ignorare – scrive Naipaul (molto contestato dalla stampa di sinistra europea e nord-americana) – senza nulla togliere alla dignità, all’intelligenza, bontà e cordialità dei singoli africani. Semplicemente, non hanno ancora avuto il tempo, come popoli, d entrare pienamente nel mondo moderno.

 “La povertà degli africani è che non conoscono Cristo”

In Costa d’Avorio, p. Giovanni De Franceschi del Pime si è affermato come studioso della tribù e della lingua dei Baoulé con diverse pubblicazioni su questa tribù maggioritaria  in Costa d’Avorio. Ha imparato il baoulé, che richiede anni di impegno. In genere i missionari parlano il francese che è studiato e capito, almeno nei termini e concetti comuni, da buona parte degli africani, Ma padre Giovanni mi dice: “Parlare e capire bene una lingua africana vuol dire penetrare nel loro mondo storico, tradizionale, religioso, conoscere i proverbi e le parabole, che sono la base della saggezza e della cultura popolare. La cosa più importante per il missionario e di sapere bene la lingua locale, che è l’anima di un popolo. Quante volte mi sono sentito dire dai cristiani: “Tu capisci bene quel che diciamo, la nostra mentalità, i nostri problemi. Ormai sei uno di noi”. Questo è il più bell’elogio che il missionario può attendersi dalla sua gente. Anche i pagani vengono ad ascoltarmi quando predico e parlano volentieri con me, mi invitano a bere il vino di palma, diventiamo amici, parliamo di tutti i loro problemi”.

Ebbene, padre Giovanni De Franceschi ha scritto[1]: “Noi cristiani non ci rendiamo conto di come la vita del pagano è una continua paura che gli vien messa dentro fin dall’infanzia: temono di aver fatto torto al feticcio, che il feticcio si vendichi per motivi misteriosi. Ho sentito parecchie volte delle persone adulte, colte, psicologicamente mature, dire: “Mi arriverà una disgrazia perchè ho offeso il feticcio”. Sono convintissimi che la disgrazia gli capiti da un momento all’altro, ma non sanno cosa sarà. Vivono male. Il terrore psicologico può distruggere una persona.

“Il dato di fondo – continua De Franceschi – è questo: il paganesimo non conosce Dio e il perdono di Dio. Non sanno che Dio è un Padre amorevole che ci vuole bene e ci perdona. Pensano Dio come lontano, misterioso, inconoscibile, vendicativo. Il cristianesimo è libertà, gioia, amore, fiducia nel Padre, liberazione da tutte le paure…. Il primo passo verso lo sviluppo è liberare l’uomo dalle paure antiche, dal terrore del feticcio, rivelargli l’amore di Dio che lo rende libero e gioioso. Sono convinto, per esperienza personale, che il maggior contributo che noi missionari portiamo allo sviluppo dell’Africa non sono gli aiuti economici o le scuole o gli ospedali (tutte cose indispensabili), ma la rivelazione dell’amore di Dio in Gesù Cristo per tutti gli uomini”.

Nel 2008 a Maroua in Camerun ho intervistato padre Giovanni Malvestìo, da otto anni rettore del seminario maggiore del Nord Camerun, che mi dice: “Ci vorrà ancora tempo perché la cultura cristiana superi quella pagana anche nei nostri seminaristi, giovani entusiasti della fede e pieni di buona volontà. Il seminarista nato da una famiglia cristiana ha una serenità di spirito, è in pace con se stesso, col latte materno ha ricevuto la fede, l’amore a Dio e a Cristo, la fiducia nella Provvidenza; il seminarista battezzato a 15 anni e figlio di una famiglia pagana, il suo terreno di cultura è pagano, non puoi cambiarlo in pochi anni”.

“L’uomo è il protagonista dello sviluppo non il denaro”

Giovanni Paolo II descrive l’esperienza della Chiesa nella “Redemptoris Missio” (n. 58): “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica… La Chiesa educa le coscienze col Vangelo… forza liberante e fautrice di sviluppo…”. Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate” scrive: “L’annunzio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n. 8); “Il Vangelo è indispensabile per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (n. 13); “Senza la prospettiva di un vita eterna, il progresso umano è esposto al rischio di ridursi al solo incremento dell’avere” (n. 11); “L’uomo non è in grado di gestire da  solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo… L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”(n. 78).

Papa Francesco, nella “Evangelli Gaudium”, cita Paolo VI quando tratta della “dimensione sociale dell’evangelizzazione” (n. 176); e poi scrive (n. 178): “ Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”; e cita ancora (n. 181) la “Populorum Progressio” e la “Evangelii Nuntiandi”, dove  Paolo VI “proponeva (il Vangelo) in relazione al vero sviluppo umano, ogni uomo e tutto l’uomo”. Nella “Sollicitudo rei socialis” (1987) Giovanni Paolo II scrive (n. 41): “Quando la Chiesa adempie la sua missione di evangelizzare, essa dà il suo primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo”. Nella mia lunga vita di missionario-giornalista (di cui ringrazio il buon Dio e i miei Superiori), ho visitato più volte i paesi nei quali il Pime è impegnato, e poi ne ho scritto la storia. Mi è apparso evidente che quei popoli, convertendosi a Cristo, hanno fatto un balzo in avanti nel loro faticoso cammino verso la pace e lo sviluppo umano. Insomma, i Dieci Comandamenti e la vita di Gesù Cristo (cioè il Vangelo) sono i manuali del vero sviluppo umano.

  In Guinea Bissau, padre Zè Fumagalli racconta

Padre Giuseppe (Zé) Fumagalli, in Guinea Bissau dal 1968 e sempre nella tribù dei felupe (dei quali ha scritto la lingua, pubblicando opuscoli e libri) racconta[2]: “Quando i felupe diventano cristiani, migliora la loro vita, sia personale che familiare e di villaggio. Alcuni esempi concreti. Normalmente i cristiani sono quelli che rispettano di più la donna e i bambini.… Noi insistiamo moltissimo sul mandare i figli e le figlie a scuola. Ma il 90% delle bambine che vanno a scuola sono cristiane o figlie di catecumeni. Qui tra i felupe la donna serve per la riproduzione, il lavoro e il piacere dell’uomo. Questo non significa che l’uomo non le vuole bene, ma ha di lei l’immagine di una persona che è al suo servizio. Fin che la donna è giovane, tutto va bene.. Ma quando diventa vecchia o ammalata, allora il marito la manda via e ne prende un’altra, senza doverle nulla. O anche se non la manda via, la mette da parte. Per cui la donna sposata è sempre sul chi va là, per timore di essere ripudiata e quindi non avere più di che vivere ed essere disprezzata da tutti. Invece, la moglie cristiana sa che, anche quando si ammala o diventa vecchia, il marito la tiene lo stesso e le vuole bene. Il fatto che si siano sposati in chiesa vuol dire che il marito ha promesso solennemente davanti a Dio e alla comunità cristiana di comportarsi bene con la moglie. Domani, in caso di necessità, potrà sempre essere richiamato al suo dovere. Così la donna cristiana dice lei stessa che è molto più tranquilla di quella non cristiana”.

Il Vangelo apre il cuore e le menti, porta lo sviluppo anche economico e lo spirito di perdono e di pace. In Guinea Bissau i missionari del Pime lavorano dal 1947. Nella tribù dei felupe (nord ovest del paese), il primo missionario, il toscano padre Spartaco Mamugi, era presente dal 1952, quando i felupe vivevano ancora secondo la loro tradizione: la quale, ignorando il perdono delle offese, aveva creato una situazione di guerra continua fra villaggi e clan. Padre Fumagalli è sul posto del 1968 e dice: “In passato fra i villaggi di questa tribù c’era un perenne stato di inimicizia e di guerra. Si combattevano con archi, frecce e coltellacci, imboscate nelle campagne, si ammazzavano per nulla. I villaggi erano difesi, si viveva nel terrore di assalti notturni. In un’inchiesta fatta nel 1996 sul tema ‘Chiesa-famiglia’, la gente ha discusso ed ha dato risposte. Tutti riconoscono che il cristianesimo ha fatto superare le antiche inimicizie tra i villaggi e le famiglie. Un’anziana dice che quando lei era bambina, i suoi genitori non la portavano nel villaggio vicino, perché era considerato nemico. “Oggi, dice, i bambini giocano assieme e questo è grazie a Gesù”.

“Un uomo ha testimoniato che nel 1979 e 1981 doveva esserci la guerra tra Edgin e Katòn per problemi di terre e proprietà di palmizi. In passato tra questi due grossi villaggi è corso molto sangue. I cristiani ed i catecumeni dei due villaggi nemici si sono intesi e hanno evitato la guerra. La gente dice che sono stati i cristiani a fare la pace. La cappella di Kassolòl è stata costruita sul campo di battaglia tradizionale. I capi (non cristiani) hanno concesso il terreno, perché:  ‘Chi va con i preti non fa più la guerra, siamo tutti fratelli'”. Così padre Zé ha potuto costruire, con l’aiuto di parenti e amici di Brugherio (Mi), il lungo ponte in ferro che unisce su un fiume i due grossi centri.

[1] G. De Franceschi, “Cristo, la maschera, il tam-tam”, in “Mondo e Missione”, dicembre 1975, pagg. 673-677.

[2] Piero Gheddo, “Missione Bissau – I cinquant’anni del Pime in Guinea Bissau (1947-1997), EMI 2007, pagg. 302 -304.

Padre Gianni Zimbaldi (anni 88), missionario fra i tribali in Birmania e Thailandia

Lo slogan più fortunato di Papa Francesco è “La Chiesa in uscita”: noi battezzati, tutti gli enti ecclesiali, diocesi, parrocchie, congregazioni religiose, associazioni laicali, non dobbiamo rinchiuderci nell’ovile di Cristo, ma proiettarci verso l’esterno, come si legge nel Cap. I° della “Evangelii Gaudium”: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”.

Ebbene, mercoledì 6 luglio è venuto a trovarmi un mio coscritto, che potrei definire “Un prete in uscita”, cioè un missionario del Pime che è sempre andato fra le popolazioni più lontane e abbandonate, per testimoniare e annunziare Gesù Cristo. Oggi, a 88 anni suonati, dopo cinque anni che non tornava in Italia, si è preso una breve vacanza perché un benefattore gli ha pagato il viaggio aereo. Il 12 luglio è tornato in Thailandia. Non va a Bangkok, dove potrebbe starsene tranquillo, ma sulle montagne e regioni forestali al Nord del paese, dove vivono tribali di religione animista. In un ambiente difficile, anche per i profughi che scappano dal Myanmar, proprio quelli che Gianni già conosce (ne parla le lingue), tra i quali svolge il suo ministero, con altri confratelli.

Testimone vivente di come nasce la Chiesa        

Siamo diventati sacerdoti assieme nel 1953, poi lui è partito per gli Usa per imparare l’inglese e nel 1958 è in Birmania, nella prefettura apostolica di Kengtung, resa mitica dagli scritti del Beato p. Clemente Vismara. Arriva  a Kengtung nella Pasqua del 1958, che festeggia col prefetto apostolico mons. Ferdinando Guercilena. Un mese dopo, un maestro cattolico che capiva un po’ l’inglese, lo porta in quattro giorni a cavallo nella missione di Mong Pok, fra i tribali Lahu e Akhà, ai confini con la Cina. A Mong Pok c’era padre Grazioso Banfi, in Birmania dal 1938.
L’avventura di padre Gianni fra i Lahu e glI Akhà, prima in Birmania (1958-1966) e poi in Thailandia (dal 1972) é paragonabile a quelle degli Apostoli, raccontate dagli Atti. Allora la Chiesa nasceva in Palestina e nell’Impero romano. Oggi nasce in parecchi Paesi dell’Asia fra i gruppi tribali: Gesù Cristo e lo Spirito Santo sono con i missionari, come alle origini con gli Apostoli. Ecco perché vi racconto in breve la vita padre Gianni Zimbaldi, testimone vivente di come nasce la Chiesa, duemila anni dopo Gesù.

Mong Pok era un villaggio fuori dal mondo, senza strade, senza comodità moderne, senza negozi o mercati oltre a quello di villaggio dove si scambiano i prodotti della terra e dell’artigianato. Padre Banfi abitava una casetta in muratura  a due piani, costruita 25 anni prima e ormai fatiscente, ma ancora l’unica in muratura in quella vasta regione dei tribali Lahu ed Akhà. Nella missione c’erano due catechiste-suore, una congregazione fondata da mons. Bonetta, Vivevano in una capanna di fango e paglia e facevano la cucina in cortile sotto una tettoia. La chiesa era di fango e bambù.  “Il mio primo impegno era di studiare la lingua lahu con un maestro cinese che sapeva qualcosa di inglese. Non c’era  nessun libro, solo un quadernetto con l’alfabeto e qualche decina di parole, alcuni opuscoli con le preghiere in lahu e un libro con i quattro Vangeli ridotti in uno solo, composto padre Portaluppi in shan, poi tradotto in lahu e akhà.
“Io parlavo col catechista e con la gente, imparando a memoria e scrivendomi le parole che imparavo. Sono andato a Mongpok nel maggio 1958 e poi a novembre mons. Guercilena mi dice: “Adesso tu sai un po’ di lahu e puoi stare da solo. A marzo (1959) tornerà dall’Italia padre Banfi e verrà a  Mongpok”. In quei mesi in cui ero da solo, cercavo di imparare la lingua e poi andavo a visitare i villaggi. Il primo Natale ho messo fuori dei cartelli con Buon Natale in lahu; avevo un fonografo a manovella e suonavo qualche inno e canti in italiano per fare un po’ di festa. Ricordo che in quel primo Natale una bambina mi dice: “Padre, voglio ricevere il Battesimo”. Era una pagana che aveva visto la nostra festa e voleva diventare cattolica. Me l’ha detto e ripetuto e mi ha commosso.

“Mong Pok era a quattro giorni di cavallo da Kengtung, dove si andava in carovana al massimo due volte l’anno per pochi giorni, per fare le provviste. Quando poi è tornato padre Banfi, mi sono accorto che il lahu lo parlava male. I padri anziani conoscevano bene lo shan, lingua veicolare nella regione di Kengtung’ ma la lingua del popolo non l’avevano mai studiata, Un vecchio catechista mi diceva: “Quando c’era tra noi il padre Portaluppi, non si capiva niente di quel che diceva nelle prediche. Lui diceva che parlava il lahu, ma noi non capivamo se parlava il birmano o lo shan o il lahu”.
In quel momento – dice padre Zimbaldi – ho pensato: “E’ proprio vero che la missione la fa lo Spirito Santo, noi missionari siamo strumenti talmente imperfetti che parliamo e non capiscono nemmeno se parliamo la loro lingua!”. E aggiunge: “I miei otto anni di Birmania sono stati affascinanti, nonostante la povertà, l’isolamento, i pericoli dei guerriglieri e dei commercianti di oppio, i briganti e le belve feroci, che giravano attorno alla carovana spaventando i cavalli, o attorno al bivacco notturno   quando si dormiva all’aperto, per terra su una coperta. La semplicità e la cordialità di quel popolo mi è rimasta dentro, come pure la loro gioia e fede quando il Signore dava loro la grazia di convertirsi”.

Nel 1972 in Thailandia per i profughi Lahu e Akhà dalla Birmania

Questa la vita di padre Gianni sulle montagne e nelle foreste della Birmania orientale, fino al 1966 quando i militari hanno instaurato la dittatura comunista che più o meno dura tuttora ed espulso tutti i missionari più giovani. Dopo alcuni anni in Italia e negli Stati Uniti, nel 1972 è con due confratelli in Thailandia, per fondare la missione del Pime. I tre pionieri si stabiliscono a Chiang Mai, al Nord del paese. Dopo un anno di studio della lingua thailandese, il vescovo manda p. Zimbaldi a Fang (150 chilometri a nord di  Chiang Mai) per curare i Lahu e gli Akhà che fuggivano dalla Birmania. Per padre Gianni è come tornare all’antica missione di Mong Pok. Incomincia con la visita ai villaggi per incontrare i cattolici presenti e parlando bene il lahu è accolto ovunque con manifestazioni di gioia. Scopre 65 battezzati e 20 catecumeni. A Fang abitava nella casa della missione abbandonata da 15 anni. Incomincia subito ad accogliere otto ragazzi e sette ragazze lahu che provengono dai monti e frequentano la scuola governativa. Per le ragazze affitta una casetta dove mette una vedova cattolica con due sue figlie (un figlio è nel seminario minore a Kengtung in Birmania), che cura le ragazze e fa cucina e lavanderia per tutti.. La Provvidenza lo aiuta e in quindici anni la missione di Fang dispone di un vasto terreno sul quale oggi sorgono una grande chiesa e le altre opere della parrocchia.  A quel tempo Fang era già chiamata “città”, ma aveva solo 2.000-3.000 abitanti, però era il centro civile e commerciale di una vasta regione con circa 100.000 abitanti in maggioranza tribali. Oggi Fang ha circa 10.000 abitanti.

“Nei primi anni che ero a Fang, mi dice, visitavo sistematicamente il territorio della mia missione, che era già stata iniziata vent’anni prima da un missionario francese e poi abbandonata per mancanza di personale. Parlando bene il lahu, mi presentavo alla gente e ai capi villaggio come il missionario che veniva a riaprire la missione di Fang ed ero accolto bene ovunque. Vedevo dove si poteva aprire una scuola, distribuivo medicine, visitavo le famiglie per conoscere i loro problemi e soprattutto prendevo contatto con le famiglie cattoliche venute dalla Birmania e alcune già battezzate”.
In residenza a Fang, padre Gianni traduce in lahu il catechismo e altri testi religiosi indispensabili, i prefazi, le preghiere eucaristiche e i canti sacri. In seguito manderà un maestro della missione a scuola di dattilografia a Chiang Mai, per imparare a scrivere in lahu e comporre testi e foglietti da distribuire ai cristiani. Dopo meno di un anno che è arrivato a Fang informa i benefattori del primo risultato di questo lavoro:  “Sono qui a Bangkok per far stampare in off-set il libro di preghiere e canti in lahu. E’ la prima opera del genere che faccio e mi è costata parecchio tempo e preoccupazioni. E’ un libro necessario e mando un po’ di libri alla missione di Kengtung”.

Con l’aiuto della Divina Provvidenza e di altri confratelli, padre Zimbaldi ha fondato la Chiesa a Fang, poi compiuti i 75 anni e date le dimissioni da parroco, è andato per tre anni ad aiutare i confratelli nella missione di Mae Suay, una nuova parrocchia staccatasi da Fang alcuni anni prima. Nel novembre 2009 è tornato a Fang come sacerdote residente, continuando ad assistere pastoralmente le comunità che aveva visto nascere. Oggi il parroco di Fang è il milanese padre Marco Ribolini (anni 43), coadiuvato da p. Massimo Bolgan e appunto da P. Gianni.

In una lettera del 4 gennaio 2016, mi scriveva:

“Io sono qui per aiutarli, la mia salute grazie a Dio è buona e riesco ancora a visitare i villaggi. Quando ho iniziato il ministero missionario fra i tribali animisti, la diocesi di Chiang Mai aveva meno di 20.000 cristiani battezzati. Ora sono più di 70.000 e ci sono  20.000 catecumeni che vivono nei villaggi cattolici e si preparano al battesimo. Allora c’era solo un sacerdote diocesano, ora i sacerdoti diocesani sono una trentina. Il vescovo di Chiang Mai non solo è contento di noi, ma ci chiede di occuparci di altre zone. La diocesi di Chiang Mai comprende otto grandi province con una popolazione di 5.685.000. I cattolici sono 71.694, i sacerdoti diocesani solo 30, in un territorio forestale e montagnoso, vasto come Lombardia e Piemonte. Il vescovo accetta le congregazioni religiose, i preti religiosi sono 67 (una trentina thailandesi). Il nostro distretto missionario di Fang sta preparando la nuova parrocchia a Ban Theut Thai, che si stacca dal nostro territorio. Stiamo costruendo le strutture necessarie, pregando il Signore per i benefattori che ci aiutano. Grazie al Signore Gesù, abbiamo la consolazione di vedere la comunità cattolica crescere ogni anno. L’anno scorso, nella diocesi di Chiang Mai si sono amministrati più di mille battesimi di adulti, quasi tutti tribali animisti”.

Nel raccontare l’inizio della sua missione in Thailandia, padre Zimbaldi si commuove e dice: “Noi avrei mai immaginato che in quell’ambiente e quel popolo molto povero sarebbe nata una bella e viva Chiesa con i suoi primi preti e suore locali, capaci di diffondere la fede fra i loro  tribali. Perché non raccontare in Italia, anche sui mass media, – mi dice – questi esempi, per dare speranza e far comprendere l’importanza del Vangelo e della “missione alle genti?”.

A 88 anni incomincia una vita nuova a Chiang Rai

Quando è venuto a trovarmi il 6 luglio scorso, padre Gianni mi dice che il Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca (già missionario in Giappone), con i suoi quattro consiglieri hanno deciso che il Pime in Thailandia, venda la casa regionale e il suo terreno a Bangkok, e con quelle risorse costruire una nuova casa regionale alla periferia di Chiang Rai, capoluogo di una provincia che è proprio alla frontiera col Myanmar. Così si potranno accogliere e seguire meglio i cristiani tribali che vengono dalla regione di Chiang Rai e dal Myanmar e aiutare la vicina diocesi di Kengtung, evangelizzata dal nostro Istituto. Si è scelto Chiang Rai per ragioni strategiche: la cittadina che ha un volo diretto con Bangkok e dovrebbe, in un prossimo  futuro, essere sede di una nuova diocesi (staccandola da quella di Chiang Mai). Il Pime ne prepara le strutture. Si è già acquistato il terreno e si inizierà presto a costruire.

Il primo missionario che andrà con altri confratelli ad aprire questa casa sarà p. Gianni Zimbaldi, che è stato missionario a Kengtung e parla bene le lingue dei profughi e dei thailandesi. Questa la tradizione del Pime, istituto di sacerdoti non religiosi (cioè senza i voti), ma comunità apostolica di clero secolare, fondata nel 1850 dal Venerabile mons. Angelo Ramazzotti (vescovo di Pavia e patriarca di Venezia) e dai vescovi lombardi, per annunziare Cristo ai popoli più lontani e abbandonati e fondare la Chiesa locale con clero locale. Nel territorio della futura diocesi di Chiang Rai già lavora dal 1991anche il MET, l’Istituto Missionario Thailandese voluto negli anni ottanta dalla Conferenza Episcopale Thailandese. Il carismatico padre Adriano Pelosin, Pime, assiste oggi come superiore i membri di questo Istituto, sacerdoti diocesani e religiose di alcune congregazioni locali, nel difficile cammino della missione. Essi lavorano attualmente oltre che in Thailandia anche in Cambogia e Laos.

In due lunghe interviste (agosto 2009) ho chiesto a p. Gianni  come i suoi cristiani sentono e vivono il cristianesimo.

Risponde: Quando sono pagani, vivono con la paura degli spiriti e ci credono. Quando c’è un malato fanno le cerimonie contro gli spiriti cattivi che portano disgrazie, malattie, mancanza di pioggia, malocchio, ecc. Hanno una grande paura e sono sempre tormentati. Quando vedono i cristiani che vivono bene senza fare nulla contro gli spiriti cattivi, allora chiedono di farsi cristiani. Se si fanno cristiani c’è sempre un motivo concreto, per vivere meglio, per non avere più paura.
Una volta c’era il capo villaggio che decideva per tutti di farsi cristiani, adesso sono le singole famiglie, la scelta è più personale e più familiare. Quando chiedono, io vado a vedere la situazione e la loro retta intenzione. Poi mando un catechista a insegnare e vivere in mezzo a loro. Dopo almeno tre anni che hanno chiesto di farsi cristiani, quelli che mostrano fedeltà alle pratiche religiose, sono capaci di perdonare, hanno un inizio di vita cristiana, allora li battezzo. Altrimenti rimando. Per un adulto, il battesimo è una conquista, che  ottiene con la preghiera, l’osservanza dei Dieci Comandamenti, ecc. Per farsi cristiani ci vuole una grazia del Signore. Il catecumeno capisce poco della fede cristiana, ma segue il catechista nelle pratiche di pietà e nella vita: quando c’è un malato il catechista va a pregare da lui e con lui, quando capita qualcosa nella famiglia chiedono che il catechista vada a spiegare qual è il costume cristiano, ecc.

     Io dico spesso che fra i giovani cristiani c’è l’entusiasmo per la fede. Nei tuoi cristiani c’è questo entusiasmo o no?

All’inizio, un vero entusiasmo non lo vedo. Però quelli che sono cattolici da un po’ di tempo e hanno ricevuto un buon insegnamento dal catechista, migliorano nella loro vita, diventano sempre più cristiani. Anche quelli che non sono mai stati a scuola recepiscono il mio insegnamento con gioia e a volte anche con commozione, perché spesso è il contrario dei costumi pagani. Nelle loro conversazioni ripetono quel che ho detto, citano fatti o parabole di Gesù. Però certe credenze tradizionali rimangono dentro. Una volta, in un villaggio cattolico di buona gente, si sono ammalate diverse persone e non si capiva che male fosse. Allora hanno discusso: “Qui ci sono degli spiriti che ci vogliono male” e benché fossero cattolici da più di una generazione, sono andati da uno stregone shan a chiedere il suo intervento. L‘anno prima era morto il capo villaggio che era andato in foresta a cacciare e non si sa chi, l’aveva ferito in modo grave. E’ riuscito a tornare nel villaggio ma poi è morto. Lo stregone shan ha fatto i suoi sortilegi e ha detto: “E’ lo spirito di quell’uomo che è qui tra voi e vuole vendicarsi del suo villaggio. Scavate nella sua tomba e vedremo”. Hanno trovato il corpo del morto, con la testa rivolta verso il villaggio. Lo stregone dice: “Vedete? Questa l’origine del vostro male. Scappate dal villaggio altrimenti altri moriranno”. In pochi giorni sono scappati tutti, più di venti famiglie, lasciando case, campi e tombe dei loro morti…. Per fortuna sono andati in un altro villaggio cattolico, hanno ricominciato a vivere e sono ancora oggi buoni cattolici.

Cosa hai fatto per combattere la prodzione della droga?

I migliori tra gli alunni degli ostelli li mando a Bangkok ed a Chiang Mai per continuare gli studi a spese della missione: ne escono meccanici, falegnami, elettricisti, agronomi, infermiere, insegnanti, sarte, ecc. Ci sono già due sacerdoti e diverse Suore lahu e akhà: si sta formando la classe dirigente moderna fra i tribali. La parte principale della lotta contro la droga la fa il governo, che è severissimo con chi produce e commercia oppio. Ma la repressione non basta, occorre offrire ai tribali educazione e aiuto per altre attività redditizie, ad esempio le “banche del riso”, “le banche dei bufali” e le cooperative di villaggio per aiutare i tribali a rimanere sul posto, invece di andare nelle baraccopoli di Bangkok. E padre Sandro Bordignon  (ucciso il 1° giugno 2004 in uno scontro frontale con un auto di militari ubriachi!) ha creato, più a sud nella pianura thailandese, due fattorie-scuola agricole che insegnano ai tribali le tecniche moderne di coltivazione e l’allevamento animali.

Ma, dice padre Gianni, l’aiuto principale lo diamo annunziando Gesù Cristo. L’influsso del Vangelo è misterioso, è opera dello Spirito Santo. Però la differenza tra un villaggio cristiano e uno pagano è evidente a tutti: i matrimoni sono più saldi, i bambini e le bambine vengono a scuola, villaggio e capanne sono puliti, c’è più impegno nel lavoro, l’abitudine nuova al risparmio, collaborazione anche economica per il bene pubblico (ad esempio per costruire la cappella e la sala comunitaria, mantenere le strade praticabili), la legge del perdono fa diminuire e quasi scomparire lotte e vendette tra famiglie. Il villaggio pagano ha criteri solo materiali di giudizio: se una famiglia povera manda le figlie a prostituirsi non fa problema, non stupisce nessuno. I cattolici non lo fanno.

L’islam ponte di dialogo verso l’India

Intervista a padre Paolo Nicelli, missionario del Pime e conoscitore dell’islam

 

Dopo il Blog del 15 giugno scorso “Papa Francesco e il dialogo con l’islam”, come avevo promesso pubblico questa intervista con padre Paolo Nicelli, missionario nelle Filippine e  specialista dell’islam (vedi sotto). Credo che anche questo testo del mio confratello, che ha un’esperienza di vita in paesi islamici, possa contribuire a cambiare il giudizio che molti credenti in Cristo danno dell’islam. Giusto condannare il terrorismo di matrice islamica, come fanno anche la grande maggioranza dei musulmani, che sono le prime vittime del Califfato islamico! Ma è sbagliato condannare in blocco una religione e una civiltà che derivano anch’esse da Abramo, nostro Padre della Fede, e hanno una profonda devozione al profeta Gesù ed a Maria. Il popolo cristiano dell’Occidente deve seguire Papa Francesco e avere una visione alta e positiva dell’islam, per poter accogliere e dialogare con i musulmani. Piero Gheddo.

 

Nicelli – Il rinnovamento dell’islam avverrà solo a partire dall’interno del mondo islamico. Noi occidentali abbiamo il compito di sostenere queste correnti innovatrici dell’islam, che non si separano dall’islam stesso. Il problema dell’Occidente è che ha fatto molte promesse all’islam moderato, ma poi non le ha sostenute e queste promesse si sono rivelate funzionali ad altri fini, non all’evoluzione dell’islam.

Gheddo – Promesse di che tipo?

Nicelli – Promesse culturali, investimenti economici e politici, di non isolamento della cultura moderata. Cioè dare visibilità a questa cultura moderata, far capire che l’islam non è solo terrorismo: questo sui giornali, nelle università, dei dibattiti internazionali, nelle agenzie di stampa, ecc. L’Occidente ha un grande potere mediatico, politico ed economico! I musulmani si sentono fuori da questo, messi in un angolo perché terroristi e totalitari.

L’islam è molto di più che il terrorismo. Pensa il peso della cultura, della filosofia islamica nel mondo indiano. L’islam è stato il cuscinetto fra cultura occidentale e cultura orientale, in campo filosofico e religioso e anche antropologico;  e non va dimenticato che l’India, con l’Induismo e il Buddhismo, è la matrice della cultura asiatica filosofica e religiosa, molto più che la Cina e il Giappone. L’Occidente non è riuscito a gettare un ponte di confronto e di reciproco influsso fra Oriente e Occidente; l‘ha fatto con la colonizzazione e le missioni cristiane ma l’islam l’ha fatto nei secoli specialmente col pensiero dei persiani, a partire dallo zoroastrismo fino agli Imperatori Moghul e alla massa del 15% di musulmani che vivono in India.

C’è stato un profondo scambio culturale e religioso fra India e mondo islamico e la Persia è stato il protagonista di questo scambio, cose a cui nessuno pensa.  L’Occidente ha lasciato pochissime tracce nel mondo indiano, prima della colonizzazione alla fine dell’ottocento: Alessandro Magno è arrivato fino alle piane del Gange come conquistatore, ma poi non ha lasciato nulla.

Questa la grande missione dell’islam nel campo culturale e religioso, è stato mediatore fra cultura orientale e cultura occidentale, tramite la Persia. Ecco perché la Persia, l’Iran attuale, è così importante nel dialogo con l’Occidente, perché unisce due mondi. Poi bisogna tener presente che all’interno dell’islam c’è una forte polemica tra mondo arabo e mondo persiano. I primi dicono: noi vi abbiamo dato la rivelazione nel Dio unico, voi vivevate nel politeismo e avete ricevuto la fede nel Dio unico; i persiani dicono: è vero, ma chi ha fatto dell’islam una civiltà e una cultura? La filosofia e la teologia e la cultura persiana.

Gheddo – Araba no?

Nicelli  – Gli arabi erano dei beduini, gente nomade dei deserto. Sono diventati civili e colti grazie ai pensatori e ai sufi persiani che hanno viaggiato nelle loro terre. I più grandi teologi erano persiani: Avicenna, Al-Ghazali (il San Tommaso dell’islam), Ibn ‘Arabi (grande mistico, uno dei sufi più ricordati era persiano). Averroé invece è spagnolo di Cordoba. Insomma la cultura dell’islam viene in gran parte dalla Persia. Bagdad. Damasco e Il Cairo sono arabe, ma la cultura che girava in quel tempo in quelle grandi città e università era persiana. Gli arabi hanno ricevuto tutta la filosofia zoroastriana e anche le novità tecniche e filosofiche: i persiani traducevano i testi greci e indiani e li portavano nelle città e università del mondo arabo.

Nel 1200 Averroé in Spagna, che ha incontrato gli ebrei e i cristiani nelle grandi università di Salamanca e altre, insegnava la filosofia aristotelica secondo la sua interpretazione e la portava nelle città e università arabe.

Gheddo – Che cosa fare di fronte all’islam oggi?

Nicelli – La prima cosa da fare è di evitare ogni confronto fra la cultura occidentale e quella islamica oggi. Se noi guardiamo alla cultura occidentale dal punto di vista filosofico, giuridico, scientifico moderno, è chiaro che siamo secoli avanti a quella islamica, questo è fuori discussione. Ma se tu guardi la cultura islamica nel Medio Evo, confrontata con quella occidentale di quel tempo, vedi che in parecchie cose erano avanti a noi. Se si fa un confronto di questo tipo è errato e offensivo.

Per me importante oggi è sottolineare che se dal punto di vista culturale e scientifico c’è stato questo scambio positivo fra popoli cristiani e popoli musulmani, è chiaro che può esserci anche oggi, a patto che si scopra il senso profondo della propria fede, che è amore a Dio e amore all’uomo. Questo implica un rinnovamento della tradizione, dell’esegesi per i musulmani, come anche per noi occidentali: non dimentichiamo che noi abbiamo avuto i nazisti, cristiani battezzati, che scrivevano sulle fibbie dei loro cinturoni “Gott mit uns” (Dio è con noi) e poi ammazzavano ebrei, zingari, slavi e via dicendo.

Il dialogo con l’islam è un problema di interpretazione della tradizione.  Bisogna isolare il fondamentalismo presente nell’islam, come in tutte le religioni. Tale fondamentalismo violento è frutto di quelle ideologie totalitarie che riducono l’esperienza religiosa e quindi l’esperienza culturale legata a questa a pura violenza, svuotando la religione del suo contenuto formale, Dio e l’amore che Dio ha per la sua creatura. Il fondamentalismo fanatico e violento usa Dio e la tradizione religiosa come giustificazione del massacro di persone innocenti, uomini, donne, bambini e anziani e lo fa in nome della morte e non della vita.

Dr. Padre Paolo Nicelli, PIME

Dottore della Biblioteca Ambrosiana
Direttore della Classe di Studi Africani
Professore di Teologia Dogmatica, Missiologia, Studi Arabi e Islamistica.