«Preti mediocri non ci servono»

Nell’Anno sacerdotale proclamato da Benedetto XVI il 19 giugno scorso, un anno di preghiere e di riflessione sul sacerdozio, ho ringraziato il Signore, non solo di avermi chiamato, ma di aver messo sulla mia strada tanti ottimi e santi sacerdoti che hanno influenzato la mia formazione di prete. Oggi voglio ricordarne uno solo al quale debbo tanto: padre  Paolo Manna (1882-1952), beatificato a Roma da Giovanni Paolo II il 4 novembre 2001: missionario in Birmania per 12 anni (1995-1907) e poi direttore di “Le Missioni Cattoliche” (oggi “Mondo e Missione”), fondatore dell’Unione missionaria del clero (oggi Opera Pontificia) e superiore generale del Pime (1924-1934). L’ho incontrato una sola volta nel 1945 o 1946 a Monza, dov’ero da poco entrato nel liceo del Pime dal seminario diocesano di Moncrivello (Vercelli) e poi ho avuto la fortuna di dover scrivere la sua  biografia nell’anno della sua beatificazione (“Paolo Manna”, EMI 2001, pagg. 400).

A padre Manna debbo l’inizio della mia vocazione missionaria quando nei primi anni del mio ginnasio a Moncrivello il Signore mi chiamò ad essere missionario, facendomi leggere il suo primo libro,  forse il più appassionato e affascinante (almeno per noi giovani di quel tempo!): “Operarii autem pauci – Riflessione sulla vocazione alle missioni estere”, Pime 1909, VI ediz. 1942). In un secondo tempo, nel 1995, come direttore dell’Ufficio storico del Pime ho pubblicato la prima edizione integrale delle sue Lettere ai missionari del Pime mentre era superiore generale, pagine anche queste infuocate di un ardente amore a Cristo, alla Chiesa e alle “missioni estere”: “Virtù Apostoliche”, Emi 1995, IV edizione, pagg. 460. Ho ripreso in mano per meditarle queste lettere. Ecco alcune espressioni, alcuni squarci delle sue esortazioni:

–    “Il missionario deve presentarsi ai popoli infedeli come un alter Christus (altro Cristo). Il missionario di fatti, se non  impersona Gesù Cristo non è niente. Quando nel missionario appare l’uomo, allora  egli è inefficace” (pag. 90).
–    “Amati confratelli, si dice che i missionari sono pochi, ma quanto più pochi sono i veri missionari che ritraggono in tutta la loro vita la figura divina di Cristo!” (pag. 91).
–    “Missionari, cioè uomini naturalmente forti e decisi non facciamo le cose a metà. Facendoci missionari abbiamo inteso darci tutti interi a Gesù Cristo. Se non Gli saremo uniti con una grande, totale dedizione, che non può aversi da chi non prega, Egli sarà costretto per la nostra poca generosità a starsene lontano da noi; verremo così a privarci di un grande cumulo di grazie e indubbiamente cadremo nella nostra miseria” (pag. 93).
–    “Siate uomini di vita interiore, uomini di preghiera e, se anche foste scarsi di doni naturali, la grazia di Dio supplirà abbondantemente a quello che vi manca. Quante volte missionari di pochi numeri, ma santi, hanno ottenuto grandi frutti di bene in missioni, dove altri più intelligenti e bravi hanno lavorato invano!” (pag. 100).
–    (Ai formatori dei seminari): “Preti mediocri non ci servono. Abbiamo bisogno di una vera schiera di uomini superiori, ripieni dello Spirito di Dio, non mercenari o dilettanti, ma veri Pastori nel senso più sublime della parola, che sappiano dare Gesù Cristo alle anime dalla sovrabbondanza del loro tesoro di grazia e virtù” (pag. 157).

Il dramma di noi preti è questo. Che meditiamo e comprendiamo il valore e la forza di queste esortazioni, abbiamo scelto di seguire e di amare Gesù con tutto il cuore, rinnoviamo ogni giorno questa consacrazione totale a Dio e alla missione della Chiesa. Però poi arriviamo a 80 anni e ci accorgiamo di essere ancora molto distanti dall’ideale, pur rimanendo ben convinti che preti santi evangelizzano davvero gli uomini e la società, migliorando la vita per tutti; mentre preti scadenti che vanno secondo la corrente del mondo non possono portare la luce di Cristo nelle tenebre del nostro tempo e toccare il cuore degli uomini. Preghiamo non solo per avere tante, ma soprattutto sante vocazioni sacerdotali e missionarie.

Piero Gheddo

Come scalare una parete di sesto grado

È veramente straordinario che il Papa, iniziando un Anno speciale di preghiera per i sacerdoti di tutto il mondo (19 giugno 2009-2010), abbia proclamato patrono e modello da imitare un pover’uomo, buon lavoratore dei campi ma pessimo studente di latino e di teologia. In seminario lo giudicavano “non adatto a fare il prete”, il suo vescovo non voleva ordinarlo sacerdote perché “troppo ignorante”, infine lo stesso vescovo si convince a farlo prete per mandarlo in un paesino di 230 abitanti, dicendo che “per lo meno farà pochi danni”!

Fatto straordinario perchè un Papa teologo e raffinato pensatore come il nostro Benedetto, poteva trovare qualche altra figura da proporre a noi, 404.262 preti della Chiesa cattolica in tutto il mondo, e non mancano certo santi di alto e anche di altissimo livello intellettuale. Invece sceglie proprio Giovanni Maria Vianney. Perché questa scelta? Perchè in tanti santi sacerdoti emergono molte doti umane: intelligenza, scienza, autorevolezza, managerialità, leadership, capacità educativa, genialità finanziaria, coraggio, ecc. Nel Santo Curato d’Ars non emerge solo una natura umana molto povera, però totalmente aperta alla grazia dello Spirito  Santo, che in questa miseria umana ha potuto operare le sue meraviglie, senza quasi trovare ostacoli.

Per rinnovare la Chiesa, Benedetto XVI parte dai sacerdoti e proponendo il Santo Curato d’Ars a nostro modello, lancia un messaggio preciso soprattutto a noi sacerdoti: dobbiamo essere “affascinati dall’ideale della santità”, cioè dall’amore e dall’imitazione di Cristo. Tutto il resto conta, ma il chiodo fisso dovrebbe essere quello che spingeva don Giovanni ad una preghiera continua, un’ascesi a volte eroica, la grande amabilità e pazienza con tutti, la disponibilità di sacrificarsi, l’umiltà fino al punto di considerarsi sinceramente l’ultimo dei preti, “indegno di fare il prete”.

Inoltre, San Giovanni Maria Vianney ha vissuto nel tempo storico della Francia post-Rivoluzione francese (1789-1799), caratterizzato da ateismo pratico, costumi rilassati, indifferenza religiosa, ostilità contro il cristianesimo e la Chiesa, in un’atmosfera di “terrore all’ordine del giorno” che non invitava certo alla fede e alla vita cristiana. Cioè, praticamente, come il post-Sessantotto in cui noi ancor oggi viviamo, però in una situazione politico-economico-sociale e anche religiosa immensamente migliore a quella del tempo in cui visse il Curato d’Ars! Eppure, nonostante tutto, lui ha avuto una fede ed una costanza nella preghiera così profonde e autentiche, che l’hanno portato alla santità.

Cari amici lettori di questo Blog. Vedete come, specialmente oggi, fare il prete, il missionario, è come scalare una parete di sesto grado. Si può fare solo con l’aiuto di Dio. Ecco perché dovete pregare molto in quest’anno per noi.

Piero Gheddo