Nell'Enciclica manca l'educazione dei poveri

Come ho già scritto nel Blog precedente (11 luglio), condivido pienamente i pareri positivi e laudatori espressi da molti sulla “Caritas in Veritate”, un documento che speriamo abbia un forte impatto in tutto il mondo, anche al di là di quello occidentale, fra i popoli “in via di sviluppo”. Vorrei però esprimere umilmente un mio sentimento di delusione. Visitando i missionari italiani in ogni parte del mondo, sento spesso ripetere l’antifona: qui manca l’educazione, qui manca la capacità di produrre, Ecco, nell’Enciclica manca il tema “educazione dei poveri”, che dovrebbe essere fondamentale quando si discute su cosa si può fare per aiutare “i paesi in via di sottoviluppo”: secondo una valutazione dell’Undp (United Nations Development Programm) ancor oggi sarebbero 34. L’educazione è il motore principale dello sviluppo, il mezzo, lo strumento che sviluppa anzitutto le facoltà intellettuali dell’uomo e fa crescere un popolo. Non si può separare l’economico dall’umano e noi, ricchi del mondo, diamo troppo spesso per scontato che anche nei 34 “paesi in via di sottosviluppo” la scuola sia assicurata a tutti. Ma non è così.

Come può svilupparsi l’Africa nera quando circa il 50% dei suoi abitanti sono analfabeti riconosciuti e un altro 20-25% “analfabeti di ritorno”? L’Enciclica mette giustamente l’accento sul diritto dei popoli al cibo, ma non dice nulla di quei popoli che producono meno cibo di quel che consumano, mentre potrebbero essere autosufficienti se fossero educati a produrre! L’Africa nera, dal 1960 ad oggi è passata da 200 a 700 milioni di abitanti, ma la produzione agricola non è aumentata di pari passo. In passato l’Africa esportava alimenti oggi, importa il 30% del cibo che consuma. A Vercelli produciamo 75-80 quintali di riso all’ettaro, nell’agricoltura tradizionale africana ne producono 4-5 (è solo un esempio tra mille) e non per pigrizia, ma proprio perché non sono educati a produrre di più. Ma chi va ad educarli a produrre? Prima di dire che bisogna assicurare ad ogni uomo il diritto al cibo, bisognerebbe dire che ogni uomo va educato a produrre per essere autonomo, lui e la sua famiglia, nelle necessità primarie della vita. Cosa di cui i governi locali dei paesi poveri non si preoccupano e il mondo internazionale meno ancora. Nel G8 di questi giorni si parlerà molto di aiuti, di soldi, di commerci, ma non di educazione.

Uno slogan efficace ma falso dei No Global dice: “Il 20% degli uomini possiede l’80% della ricchezza mondiale, mentre l’80% degli uomini possiede solo il 20%”. La verità è un’altra: invece di “possiede” bisogna dire “produce”. La soluzione è quella del famoso proverbio cinese: “Se un uomo ha fame non dargli un pesce, ma insegnagli a pescare”; oppure: dagli pure un pesce, ma insegnagli anche a pescare.

C’è un abisso d’incomprensione fra noi ricchi del mondo e gli autentici poveri dei villaggi africani che ignorano l’uso della ruota e della carriola (le donne portano tutto sulla testa), la trazione animale, la rotazione delle colture, l’irrigazione artificiale, la forza motrice del mulino ad acqua, la piscicoltura in laghetti artificiali, l’uso dell’aratro e tante altre piccole grandi “invenzioni” che permetterebbero all’Africa che soffre la fame di essere autonoma. Non si tratta anzitutto di “distribuire” il cibo e la ricchezza prodotti, ma di “insegnare” a produrre. Ma chi va a condividere con i poveri nei villaggi con capanne di paglia e di fango? E’ più facile mandare soldi e container che trovare giovani disposti a donare la vita o almeno alcuni anni della vita al prossimo più povero.

Tutto quel che dice l’Enciclica è giusto e vero, ma mi stupisco  di come il tema “educazione” non venga mai fuori. Educare vuol dire partire dalla base, dal piccolo popolo povero che soffre la fame (almeno in certi periodi dell’anno). Una delle più importanti Ong cristiane e italiane di volontariato internazionale, l’AVSI, da alcuni anni insiste con campagne d’opinione pubblica sul tema “Educazione dell’uomo per lo sviluppo”, specialmente degli uomini più poveri e marginali. Che poi è proprio quello che fanno le Chiese locali ed i 7.000 missionari e volontari italiani in Africa.

Piero Gheddo

Cosa dice la "Caritas in Veritate"

La terza Enciclica di Papa Benedetto “Caritas in veritate” è veramente un testo di grande valore. Dopo averla letta (e sottolineata per ricordare i temi più importanti), penso che sia, nel nostro tempo, “la magna charta dei paesi poveri”, come il Primo ministro dell’India aveva definito 40 anni fa la “Populorum Progressio”, di cui questa nuova Enciclica sociale vuol essere la continuazione aggiornata al nostro tempo. E’ il tentativo riuscito di sintetizzare la situazione caotica in campo economico-finanziario in cui ci troviamo tutti sommersi. Lo scopo è di orientare l’economia mondiale, specie quella dei paesi ricchi, verso la fraternità fra i popoli, termine preferito a solidarietà: gli uomini infatti sono tutti fratelli perché figli dello stesso Padre. Quindi verso i popoli più poveri e marginalizzati dal mercato mondiale. Un’Enciclica scritta anzitutto per i grandi del mondo, gli studiosi, i periti di varie scienze, ma credo leggibile anche da “tutti gli uomini di buona volontà” a cui il Papa espressamente si rivolge.

Un’enciclica di alto livello intellettuale e di inquadratura schematico-concettuale molto ampia, anche se non facile da leggere. E’ la prima osservazione che mi viene in mente leggendo. Manca una trascrizione direi “giornalistica”, che renda certi passaggi un po’ più comprensibili e digeribili. Un’osservazione generale che nulla toglie al valore del testo pontificio e si potrebbe ripetere per tanti altri documenti delle autorità ecclesiastiche: per voler comprendere tutto, per non trascurare alcun aspetto delle complesse situazioni del mondo attuale, si finisce per far perdere di vista il quadro generale del tema trattato. La stessa divisione della Caritas in Veritate in lunghi capitoli senza alcun sottotitolo non invita a leggere. La “Populorum Progressio” aveva avuto un grande successo di opinione pubblica in tutto il mondo, nei giornali laici e nei paesi poveri, credo anche per questo motivo, diciamo didascalico:  procedeva per paragrafi di 15-20-25 righe, ciascuno dei quali con un suo chiaro e nero titoletto. I sei capitoli della “Caritas in veritate” procedono per pagine e pagine con un titolo molto generale e poi un po’ di corsivi che si perdono nella lunghezza dei testi. Chi legge non respira più, si stanca, perde di vista la trama generale dell’opera!

Un documento, ripeto, che merita di essere veramente letto da tutti “gli uomini di buona volontà”, perché spiega molto bene la dottrina sociale della Chiesa riguardo ai problemi economici, politici, sociali e culturali di cui oggi si discute e si dibatte specialmente fra i soggetti politici e nei Parlamenti. Cosa dice la Caritas in Veritate? Il Papa parte spiegando il significato del titolo: la carità, cioè l’amore all’uomo, è il segno distintivo del cristianesimo: “La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa”. Ma questo amore dev’essere nel rispetto della verità sulla natura dell’uomo e della società umana. Due i “criteri orientativi dell’azione morale”, la giustizia e il bene comune. Ecco in estrema sintesi i contenuti del primo capitolo, che orienta e giustifica tutto il resto dell’Enciclica:

Benedetto XVI parte dal messaggio fondamentale della “Populorum Progressio: l’uomo creato da Dio non è un essere autosufficiente. Senza Dio, lo sviluppo umano viene “disumanizzato” (10-12). Il Vangelo è indispensabile “per la costruzione della società secondo libertà e giustizia” (13). Quindi lo sviluppo dell’uomo è una “vocazione” perché nasce “da un appello trascendente” ed è uno “sviluppo integrale” quando è “volto alla promozione di ogni uomo e di tutti gli uomini (16-18). Secondo queste premesse, le cause del sottosviluppo non sono primariamente di ordine materiale. Il sottosviluppo ha una causa radicale, che è “la mancanza di pensiero… e di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” (19). “La società globalizzata – rileva il Papa – ci rende vicini, ma non ci rende fratelli… Bisogna allora mobilitarsi, affinchè l’economia evolva verso esiti pienamente umani” (19-20).

Non è possibile, in questo breve Blog, seguire tutta l’Enciclica nei restanti cinque capitoli, che trattano dei problemi in cui oggi si dibatte l’umanità. La Caritas in Veritate non è un’enciclopedia o un elenco sistematico di problemi, ma un esame e una proposta di soluzione, affinchè lo sviluppo sia veramente per tutto l’uomo e per tutti gli uomini. Mi pare importante rilevare che la Caritas in Veritate riprende dalla Populorum Progressio e mette bene in risalto quello che quarant’anni fa era stato trascurato di quell’Enciclica, nei commenti e studi anche di parte cattolica. Paolo VI partiva dallo “sviluppo dell’uomo che viene da Dio e deve portare a Dio” (nn. 14-21 e 40-42 della P.P. e n. 58 della “Redemptoris Missio” di Giovanni Paolo II).

Un ricordo. Nel 1972, cinque anni dopo la Populorum Progressio, nella sede di Piacenza dell’Università cattolica si tenne un congresso di studio di tre giorni sull’Enciclica, al quale ho partecipato con una lezione sull’azione dei missionari per lo sviluppo dei popoli. Mi stupiva il fatto che, a parte l’introduzione teologica del gesuita padre Joblin, si parlava dei problemi materiali dello sviluppo, gli aiuti, i finanziamenti dei piani di sviluppo, il commercio internazionale, i prezzi delle materie prime, i lavoratori emigrati, ma quasi senza più connessione con l’ispirazione religiosa profonda della P.P. Quasi due mondi separati: da un lato Dio, il Vangelo, la Chiesa, la vita religiosa; dall’altro il quotidiano con i suoi angosciosi problemi politico-economico-sociali-culturali. Era l’impressione comune che avevo in quegli anni, leggendo i molti studi e commenti internazionali, ripeto anche di cristiani e cattolici, dell’Enciclica di Paolo VI.

La Caritas in Veritate, riprendendo il grande documento di Paolo VI, ha voluto congiungere in modo fermo la fede con la vita, che deve illuminare e guidare anche la ricerca di una soluzione ai grandi problemi dell’umanità, ai quali oggi ci troviamo confrontati e spesso non abbiamo risposte adeguate. Insomma, credo che la Caritas in Veritate debba essere letta e meditata da tutti coloro che hanno a cuore specialmente temi come la fame nel mondo, l’integrazione culturale dei popoli, gli aiuti allo sviluppo da parte dei popoli ricchi e via dicendo.

Piuttosto, si può ancora notare che in questa Enciclica di Papa Benedetto manca qualcosa che ci aiuti a comprendere meglio gli ultimi della terra, quel miliardo di uomini e donne che ancora oggi soffrono la fame. E, di conseguenza, capire meglio cosa in concreto possiamo e dobbiamo fare per aiutarli. Nel prossimo numero del Blog parlerò di questo limite dell’Enciclica, che è un po’ quello dei documenti ecclesiastici e civili dei popoli ricchi che trattano di quelli poveri.

Piero Gheddo

Come scalare una parete di sesto grado

È veramente straordinario che il Papa, iniziando un Anno speciale di preghiera per i sacerdoti di tutto il mondo (19 giugno 2009-2010), abbia proclamato patrono e modello da imitare un pover’uomo, buon lavoratore dei campi ma pessimo studente di latino e di teologia. In seminario lo giudicavano “non adatto a fare il prete”, il suo vescovo non voleva ordinarlo sacerdote perché “troppo ignorante”, infine lo stesso vescovo si convince a farlo prete per mandarlo in un paesino di 230 abitanti, dicendo che “per lo meno farà pochi danni”!

Fatto straordinario perchè un Papa teologo e raffinato pensatore come il nostro Benedetto, poteva trovare qualche altra figura da proporre a noi, 404.262 preti della Chiesa cattolica in tutto il mondo, e non mancano certo santi di alto e anche di altissimo livello intellettuale. Invece sceglie proprio Giovanni Maria Vianney. Perché questa scelta? Perchè in tanti santi sacerdoti emergono molte doti umane: intelligenza, scienza, autorevolezza, managerialità, leadership, capacità educativa, genialità finanziaria, coraggio, ecc. Nel Santo Curato d’Ars non emerge solo una natura umana molto povera, però totalmente aperta alla grazia dello Spirito  Santo, che in questa miseria umana ha potuto operare le sue meraviglie, senza quasi trovare ostacoli.

Per rinnovare la Chiesa, Benedetto XVI parte dai sacerdoti e proponendo il Santo Curato d’Ars a nostro modello, lancia un messaggio preciso soprattutto a noi sacerdoti: dobbiamo essere “affascinati dall’ideale della santità”, cioè dall’amore e dall’imitazione di Cristo. Tutto il resto conta, ma il chiodo fisso dovrebbe essere quello che spingeva don Giovanni ad una preghiera continua, un’ascesi a volte eroica, la grande amabilità e pazienza con tutti, la disponibilità di sacrificarsi, l’umiltà fino al punto di considerarsi sinceramente l’ultimo dei preti, “indegno di fare il prete”.

Inoltre, San Giovanni Maria Vianney ha vissuto nel tempo storico della Francia post-Rivoluzione francese (1789-1799), caratterizzato da ateismo pratico, costumi rilassati, indifferenza religiosa, ostilità contro il cristianesimo e la Chiesa, in un’atmosfera di “terrore all’ordine del giorno” che non invitava certo alla fede e alla vita cristiana. Cioè, praticamente, come il post-Sessantotto in cui noi ancor oggi viviamo, però in una situazione politico-economico-sociale e anche religiosa immensamente migliore a quella del tempo in cui visse il Curato d’Ars! Eppure, nonostante tutto, lui ha avuto una fede ed una costanza nella preghiera così profonde e autentiche, che l’hanno portato alla santità.

Cari amici lettori di questo Blog. Vedete come, specialmente oggi, fare il prete, il missionario, è come scalare una parete di sesto grado. Si può fare solo con l’aiuto di Dio. Ecco perché dovete pregare molto in quest’anno per noi.

Piero Gheddo

Il giornalismo-spazzatura trionfa

E’ triste, per un anziano prete-giornalista come il sottoscritto, vedere la decadenza dei giornali e delle televisioni, sempre più immagine dello sfacelo morale e religioso della nostra società. Giustamente domenica scorsa 31 maggio, celebrando la festa di Pentecoste in San Pietro, Benedetto XVI ha detto: “Quello che l’aria è per la vita biologica, lo Spirito Santo è per la vita spirituale. E come esiste un inquinamento atmosferico che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi,  così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale”. Ed ha aggiunto: “Nelle nostre società circolano tanti prodotti che avvelenano la mente e il cuore, ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza e il disprezzo per l’uomo e la donna e a tutto questo ci si abitua senza difficoltà”.

Naturalmente, quando il Papa pronunzia questi richiami, e non è la prima volta, tutti i mass media si affrettano a dire che sono d’accordo e lamentano la decadenza dei costumi, dei giovani, delle famiglie, ma poi sono proprio i giornali e le televisioni che educano il popolo e le giovani generazioni ad una visione fallace, ingannevole della vita. Ad esempio, negli ultimi tempi, l’insistenza su veline e minorenni, su malcostumi privati e pubblici, su lettere di affetto maliziosamente interpretate come espressione di un amore indebito fra una giovane polacca e Papa Giovanni Paolo II da giovane studente e lavoratore. Pagine e pagine su gossip e foto rubate alla “privacy”, ipotesi e ricostruzioni fantasiose che finiscono inevitabilmente per far supporre fatti di sesso: insomma, c’è tutto l’armamentario per quell’inquinamento dello spirito che il Papa denunzia. Eppure i “grandi giornali” ci guazzano dentro per giorni e giorni, trascurando poi tutte quelle notizie internazionali e nazionali che sarebbero molto più utili ai lettori. Il culmine l’ha raggiunto “La Stampa” di Torino, che domenica 31 maggio e lunedì 1° giugno ha pubblicato due pagine ogni giorno sul Papa e la polacca sua amica dai lontani tempi della giovinezza, Wanda Poltawska, con foto e lettere, ipotesi e commenti. Non parliamo nemmeno di tutto il bailamme che ancora continua (da almeno 15 giorni) attorno alla storia delle veline, della povera Noemi, delle feste nella villa in Sardegna del nostro primo Ministro! Ogni giorno un capitolo nuovo. E si potrebbe andare avanti perché gli esempi sono infiniti.

Mi chiedo: ma tutto questo non è “un inquinamento del cuore e dello spirito che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale”? Perché applaudire il Papa quando condanna questa “spettacolarizzazione” del mal costume e poi fondare la logica del giornale su tutto quello che fa vendere il prodotto? Il male di questo giornalismo-spazzatura è antico, ma oggi ha raggiunto, anche nei “grandi” giornali, una misura insopportabile. Mi viene in mente Vittorio Messori che racconta di quando, negli anni sessanta del Novecento, era giovane redattore a “La Stampa” per la cronaca di Torino. Il suo capo-redattore, quando in città c’era un crimine con morti e sangue, stappava una bottiglia di spumante e brindava assieme ai suoi redattori, dicendo loro di raccontare i particolari più orridi e pruriginosi, perché, aggiungeva: “Domani venderemo più copie del giornale”.

Eppure, i “grandi” giornali tutti li comperano, il quotidiano cattolico “Avvenire”, che servizi sulla Chiesa e la vita cristiana e corrispondenze internazionali ne ha più degli altri, lo leggiamo in pochi. L’inquinamento atmosferico preoccupa tutti, si protesta, se ne parla, si prendono provvedimenti; l’inquinamento morale e religioso non preoccupa quasi nessuno. Poi, se il Papa denunzia questo, tutti d’accordo.

Piero Gheddo

Sui profilattici il Papa ha ragione

Ancora sul tema del preservativo come mezzo per combattere l’Aids (vedi Blog del 18 aprile e del 25 marzo). In una recente intervista pubblicata da “il Sussidiario”, il dott. Edward Green, Direttore dell’AIDS Prevention Research Project della Harvard School of Public Health and Center for Population and Development Studies, ha sostenuto che in merito ai profilattici “il Papa ha ragione”.  “Sono un liberal sui temi sociali, per me è difficile ammetterlo, ma il Papa ha davvero ragione”, ha dichiarato il dott. Green. “Le prove che abbiamo dimostrano che, in Africa, i preservativi non funzionano come intervento per ridurre il tasso di infezione da HIV. […] Quello che si riscontra in realtà è una relazione tra un più largo uso di preservativi e un maggiore tasso di infezione”.

Il dott Green ha poi spiegato: “Non conosciamo tutte le cause di questo fenomeno, ma parte di esso è dovuto al fatto che chi usa i preservativi è convinto che siano più efficaci di quanto realmente sono, finendo così per assumere maggiori rischi sessuali… Un altro fatto ampiamente trascurato – ha aggiunto – è che i preservativi sono usati in caso di sesso occasionale o a pagamento, ma non sono usati tra persone sposate o con il partner abituale. Perciò, una conseguenza dell’incremento nell’uso dei preservativi può essere un aumento del sesso occasionale”.

Come i lettori ricordano, in occasione del primo viaggio di Benedetto XVI in Africa (Camerun e Angola, 17-23 marzo 2009), stampa e televisioni internazionali avevano montato una campagna di condanna del Papa, il quale aveva affermato che il preservativo non serve per la prevenzione dall’Aids e anzi può anche favorire la diffusione della malattia. Addirittura alcuni governi (Francia, Belgio, Germania) in vario modo avevano ufficialmente disapprovato le parole del Papa! Come già ho ricordato (Blog del 25 marzo e del 18 aprile), non pochi studiosi e soprattutto medici e missionari sul campo hanno dichiarato che quanto ha detto il Papa corrisponde alla realtà dei fatti osservata quotidianamente per anni. E due governi africani (dell’Uganda e del Senegal) da anni si sono impegnati, assieme ai musulmani e alle Chiese cristiane, in campagne per l’astinenza sessuale in età minorile e fuori del matrimonio e per la fedeltà coniugale, unici rimedi sicuri di prevenzione dell’Aids) in campo sessuale (oltre naturalmente all’igiene, ecc.). Con ottimi risultati: la diffusione del terribile male è diminuita in Uganda e in Senegal, mentre in altri paesi come il Sud Africa, che hanno fatto tambureggianti campagne per il preventivo, l’infezione continua ad aumentare. Ma quando questo lo dicono i governi africani e i medici sul campo (e addirittura alcuni governi africani), si fa finta di niente, se lo dice il Papa, subito scoppia la canea di accuse, menzogne, condanne!

Una buona notizia per finire. L’8 maggio scorso, il Parlamento europeo ha bocciato con 253 voti contrari, 199 favorevoli e 61 astenuti un emendamento presentato a nome del gruppo liberaldemocratico da Marco Cappato (i soliti radicali italiani!) e da Sophie in’t Veld e che intendeva “condannare fermamente” le affermazioni sull’uso del preservativo nella lotta all’Aids fatte da Benedetto XVI durante il suo recente viaggio in Africa. L’emendamento riguardava il rapporto annuale sui diritti dell’uomo nel mondo.

Piero Gheddo

Come andare d’accordo con l’islam?

Nel recente viaggio di Benedetto XVI in Terrasanta come “pellegrino di pace” (8-15 maggio 2009), il fatto più rilevante credo sia stata la chiara indicazione del come andare d’accordo fra i fedeli delle tre religioni monoteiste, ebrei, cristiani e musulmani. Dopo aver detto, sull’aereo che lo portava in Giordania, che la Chiesa “non è un potere politico, ma una forza spirituale”, ha aggiunto: “Proprio perché non siamo parte politica, possiamo più facilmente, anche nella luce della fede, parlare alla ragione e appoggiare le posizioni realmente ragionevoli”. La chiave dell’andare d’accordo è appunto “parlare alla ragione e appoggiare le posizioni realmente ragionevoli”. Un discorso laico, fondamentale nel magistero di Benedetto XVI, come aveva già fatto nella “lectio magistralis” a Ratisbona (12 settembre 2006) e poi ripreso il 19 marzo scorso a Luanda in Angola, quando aveva affermato, parlando ai musulmani, che “oggi un compito particolarmente urgente della religione è di rendere manifesto il vasto potenziale della ragione umana, essa stessa un dono di Dio”.

Il Papa applica al “dialogo” fra cristiani e musulmani il discorso sull’andare d’accordo. Non un “dialogo teologico”, ma un dialogo sui problemi dell’uomo e sulla pace, basato sulla ragionevolezza della fede religiosa. Perché “religione e ragione si sostengono a vicenda, dal momento che la religione è purificata e strutturata dalla ragione e il pieno potenziale della ragione viene liberato mediante la rivelazione e la fede”. Due i temi sui quali il Papa ha insistito negli incontri con i musulmanii:

1) Primo, ha ringraziato la Giordania che concede la piena libertà di religione nel paese dove vivono circa 100.000 cristiani liberi di costruire chiese (caso unico nel mondo islamico) e persino una Università cattolica (della quale Papa Benedetto ha benedetto la prima pietra). Questo dimostra che, se c’è libertà e ragionevolezza, “lo scontro di civiltà” non è inevitabile. Ed a proposito ha evocato una “alleanza di civiltà tra il mondo occidentale e quello musulmano, smentendo le previsioni di chi considera inevitabili la violenza e il conflitto”.

2) Secondo,  la religione è ragionevolmente contro la violenza. Questa visione della religione, ha aggiunto, “rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo: non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione”. La ragione spinge a servire “il bene comune, a rispettare la dignità dell’uomo, che dà origine ai diritti umani universali”.

Il discorso tenuto ai musulmani durante la visita alla Cupola della Roccia a Gerusalemme (12 maggio), è quasi una sintesi del suo insegnamento. Ha parlato di ebrei, cristiani e musulmani che “adorano l’Unico Dio” e li ha esortati a credere “di essere essi stessi fondati su ed incamminati verso l’unità dell’intera famiglia umana. In altre parole, la fedeltà all’Unico Dio, il Creatore, l’Altissimo, conduce a riconoscere che gli esseri umani sono fondamentalmente collegati l’uno all’altro, perché tutti traggono la loro propria esistenza da una sola fonte e sono indirizzati verso una meta comune. Marcati con l’indelebile immagine del divino, essi sono chiamati a giocare un ruolo attivo nell’appianare le divisioni e nel promuovere la solidarietà umana. Questo – ha continuato il Papa – pone una grave responsabilità su di noi. Coloro che onorano l’Unico Dio credono che Egli riterrà gli esseri umani responsabili delle loro azioni. I cristiani affermano che i doni divini della ragione e della libertà stanno alla base di questa responsabilità. La ragione apre la mente per comprendere la natura condivisa e il destino comune della famiglia umana, mentre la libertà spinge il cuore ad accettare l’altro e a servirlo nella carità. L’indiviso amore per l’Unico Dio e la carità verso il nostro prossimo diventano così il fulcro attorno al quale ruota tutto il resto. Questa è la ragione per la quale operiamo instancabilmente a salvaguardare i cuori umani dall’odio, dalla rabbia o dalla vendetta”.

Papa Benedetto è veramente ammirevole, perché parla con molta semplicità e chiarezza, con parole efficaci che lasciano il segno. I suoi interventi hanno avuto un buon impatto nel mondo islamico, come rivelano la stampa della Giordania e di altri paesi arabi, che hanno riferito e commentato in modo favorevole quanto il Papa ha detto sulla libertà di religione e sulla condanna della violenza ammantata di motivi religiosi.  Il rispetto e la cordialità del mondo islamico, almeno quello dei suoi rappresentanti giordani e della stampa araba, ha confermato quanto già si sapeva. Nel mondo dell’islam, i popoli islamici sono portati ad accettare il “dialogo di civiltà con l’Occidente”. Gli ostacoli sono la strumentalizzazione politica della religione e il radicalismo religioso, terreni di coltura dell’anti-occidentalismo e del terrorismo. Ma sono tendenze dalle quali dobbiamo guardarci anche noi credenti in Cristo.

Piero Gheddo

Contro l’Aids in Africa serve educazione

A proposito delle polemiche contro Papa Benedetto in Africa, sull’uso del “preservativo” per combattere l’Aids (vedi Blog del 25 marzo scorso, con il caso dell’Uganda), segnalo una dichiarazione alla Radio Vaticana del Cardinale senegalese Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar, il quale ha ricordato che dal 1995 in Senegal, su richiesta dell’allora Presidente Abdou Diouf, le comunità religiose cristiana e musulmana si sono impegnate nella lotta contro l’Aids: “Abbiamo detto che avremmo predicato, esortato in favore dell’astinenza e della fedeltà e l’abbiamo fatto, sia noi cristiani che i musulmani. E se oggi il tasso di contagio dell’Aids rimane basso in Senegal, penso che sia grazie alle comunità religiose che hanno insistito sulla morale e sui comportamenti morali”.

Anche se il cardinale ha riconosciuto che in alcuni paesi del continente africano potrebbero esserci delle difficoltà “perché ci sono usanze diverse”, però sostiene che “in ogni caso è necessario sapere che l’Africa è variegata e che ci sono delle società africane che conoscono e osservano molto bene il concetto dell’astinenza e della fedeltà” e che “è necessario aiutarle a continuare a coltivarlo”.

Quanto al Senegal, ha confessato di temere che “se si iniziasse a distribuire dosi massicce di profilattici ai nostri giovani, questo non li aiuterebbe e sarebbe più difficile controllarsi e rimanere fedeli fino al matrimonio, Penso che aiutare la gente attraverso l’educazione ad imparare lo sforzo di controllarsi, rimanga un contributo valido per la prevenzione dell’Aids”, ha commentato. Secondo il Cardinale Sarr è “un peccato che, invece di riflettere su come il Papa è stato accolto e su tutto quello che ha vissuto con le popolazioni del Camerun e dell’Angola, alcuni media abbiano messo l’accento quasi esclusivamente sulla questione del profilattico e dell’aborto. In questo viaggio ci sono state cose belle che è necessario trasmettere e invece alcuni non hanno trovato niente di meglio da fare che alimentare polemiche”, che peraltro “sono state gonfiate rispetto al resto del contenuto” della visita papale.

A questo proposito, il Cardinale ha dichiarato che “diventa sempre più necessario che l’Occidente e gli occidentali smettano di pensare che solo quello che loro concepiscono come modo di vedere e di fare, sia valido”. E ha aggiunto: “Ciò che rimarrà nella mia mente del viaggio papale è che, se il Papa ha sollevato questi due problemi dell’aborto e dei profilattici, forse è stato per ricordare sia a noi africani e in special modo a noi Vescovi d’Africa che pensare con la nostra testa e per noi stessi è meglio…. In ogni caso, io mi sono impegnato a lavorare perché noi possiamo esprimerci e dimostrare che abbiamo modi di vedere e di agire che sono validi, anche se sono diversi da quelli che alcuni propongono”.

Piero Gheddo

Contro l’Aids vince l’educazione non il preservativo

Il Papa ha detto in Angola che il preservativo non risolve il problema della diffusione dell’Aids e gran parte della stampa mondiale, quella italiana compresa, si è scatenata nell’affermare “The Pope is wrong”, il Papa si sbaglia! Eppure l’esperienza di medici che in Africa operano contro l’Aids conferma quanto Benedetto XVI ha detto. Dato che anche non pochi credenti sono rimasti vittime di questa campagna anti papalina (ormai abitudinaria in numerosi mass media), ecco l’intervista ad un medico missionario comboniano che vive e lavora in Uganda.

Piero Gheddo

Nell’Africa sotto il deserto del Sahara (“Africa nera”) risiede il 10 per cento della popolazione mondiale. E il 66 per cento degli infetti dall’Hiv (Aids) di tutto il mondo. Cifre impressionanti. Tuttavia, negli ultimi anni, in alcuni paesi dell’area è stato notato un calo deciso della frequenza delle infezioni negli adulti. Il modello abc, basato su una campagna che promuove l’astinenza sessuale, in particolare per i più giovani, la fedeltà nella coppia, e solo come ultima risorsa l’uso dei preservativi, si è dimostrato vincente. Come spiegano i medici Filippo Ciantia e Pier Alberto Bertazzi in un articolo apparso sul quotidiano online www.ilsussidiario.net, in Uganda la frequenza di infezioni Hiv nella popolazione è scesa dal 15 per cento nel 1991 al 5 per cento nel 2001. Il metodo è stato studiato con interesse negli ultimi anni e discusso su riviste internazionali come “The Lancet”, “Science”, “British Medical Journal”. Il comboniano fratel Daniele Giovanni Giusti è medico con un’esperienza trentennale in Uganda. Ha lavorato per vent’anni in vari ospedali del paese. Negli ultimi dieci anni è stato incaricato del coordinamento dei servizi sanitari della Chiesa cattolica ugandese. Un testimone oculare di quanto sta accadendo in quel paese africano.

Dunque il preservativo è l’unica valida strategia nella lotta contro l’Aids in Africa?

Il preservativo ha funzionato in epidemie focalizzate e tra gruppi particolari:  prostitute, omosessuali e drogati. Non così in altri casi. Dire che il preservativo è la strategia vincente in epidemie mature, cioè diffuse tra la popolazione generale, è fuorviante. Si deve tener conto dell’esperienza particolare fatta in Uganda, citata da tutti come una delle vittorie nella lotta contro l’Aids. La forte campagna di coscientizzazione si è focalizzata sul modello abc. Si è chiesta l’astinenza a chi non è maturo per esprimere la sua sessualità (adolescenti e giovani), si è sostenuta la fedeltà nel rapporto con il partner contro la promiscuità per chi è sessualmente attivo, e – per chi non segue le prime due – l’uso del preservativo come ripiego. Il Governo ugandese ha sostenuto questa campagna nonostante le molte pressioni contrarie. Ciò ha permesso di vincere questa sfida. Chi sostiene che i risultati sono stati ottenuti con l’uso dei preservativi dice il falso. L’esperienza sul campo dice il contrario. Il fattore principale di questo successo è il frutto dell’educazione e del cambiamento di comportamento.

Quale è stata la risposta della popolazione?

Abbiamo visto un innalzamento dell’età del debutto sessuale nella popolazione giovane, e una diminuzione del numero di partner tra i sessualmente attivi. Questo ha causato l’abbassamento della prevalenza, cioè il virus si trasmette di meno tra la popolazione. Il preservativo è stato sì usato, ma con una copertura irrisoria, e quindi non ha influenzato significativamente i risultati ottenuti.

In sostanza l’educazione è la vera risposta all’epidemia?

L’educazione trasmette un concetto di persona umana che aiuta il cambiamento. Ci si basa sulla fiducia e sulla ragionevolezza della persona. Si spiega che cosa comporta il rischio, cosa lo riduce e cosa lo elimina. L’astinenza annulla il rischio per quanto riguarda i casi di trasmissione per via sessuale. Questa è la strategia più sicura. Se il messaggio dato ai giovani è consistente, questi cambiano il loro comportamento sessuale. La fedeltà nel rapporto sessuale riduce il rischio. Se ambedue i partner sono fedeli, il rischio è notevolmente ridotto. L’uso del preservativo riduce il rischio, ma non lo elimina.

Cosa dicono le grandi agenzie internazionali coinvolte nella lotta contro l’Aids?

Nel passato, le agenzie internazionali avevano sposato la linea dell’uso del preservativo. Oggi, anche se in sordina, si sta cambiando strategia. L’esperienza sul campo ha dimostrato che nei paesi dove si è puntato tutto sul preservativo, non si sono ottenuti – tra la popolazione – risultati soddisfacenti come quelli ugandesi. Propagandare oggi l’uso del preservativo non tiene conto della mentalità degli africani e di come essi recepiscono i messaggi.

Perché pregare per il Papa in Quaresima?

Dopo quasi quattro anni di pontificato, Benedetto XVI è sotto attacco di “fuoco nemico” ma anche di “fuoco amico”. Non passa giorno senza che un giornale o l’altro, una televisione o l’altra non si dimostrino critici del Papa. “Repubblica” è il capofila di questa corrente maligna e astiosa verso il Papa e la Chiesa (mi chiedo sempre come fanno certi credenti e anche preti a ingerire tutti i giorni una piccola dose di veleno anti-cristiano e anti-ecclesiale senza rimanerne condizionati). Motivi per criticare ci sono sempre o si trovano con una certa facilità nella Cattedra del successore di Pietro, che Gesù ha messo a capo di una Chiesa con un miliardo e 200milioni di fedeli, 6.000 vescovi e quasi cinquemila Chiese locali (diocesi o altre circoscrizioni ecclesiatiche) disperse nell’immensità dei cinque continenti e parlanti centinaia di lingue. Si dà un’immagine distorta, a volte anche caricaturale del Papa attuale che mira a corroderne l’immagine e la credibilità. Su “La Stampa” di Torino è stata ripubblicata un’intervista ad Hans Kung ripresa da “Le Monde”, nella quale si legge che Papa Benedetto, non viaggiando molto come faceva Giovanni Paolo II, “vive  a San Pietro come se fosse il Cremlino”. Ricordo che quando Giovanni Paolo II percorreva “come missionario di Cristo” tutto il mondo, lo criticavano per le spese di quei viaggi, per il suo ”esibizionismo mediatico”, perchè andava in tutto il mondo ma “trascurava la riforma della Curia” e via dicendo.

Rimpiangere sempre il Papa appena scomparso, mentre lo si è tanto criticato quand’era in vita è una vera manìa patologica! Ricordiamo bene che all’inizio del pontificato di Paolo VI molti rimpiangevano Giovanni XXIII e all’inizio di quello di Giovanni Paolo II rimpiangevano lo stesso Paolo VI! Sono cose che rattristano, anche perché non è in discussione Papa Benedetto, ma l’immagine del Pontificato stesso, il Vaticano, la mitica “Curia romana”. Sto terminando di leggere la grandiosa e anche spassosa autobiografia del card. Giacomo Biffi (“Memorie e digressioni di un italiano cardinale”, Cantagalli Siena 2007, pagg. 638), un’opera voluminosa che però si legge volentieri fino in fondo. Trovo un bel commento a questo andazzo del nostro tempo:

“Purtroppo né “laici” né “cattolici” pare si siano resi conto finora del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice “dialogo” ad ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione” (pag. 592).
Il 22 febbraio scorso, festa della Cattedra di san Pietro, Benedetto XVI ha chiesto ai pellegrini di accompagnarlo “con le vostre preghiere, perché possa compiere fedelmente l’alto compito che la Provvidenza divina mi ha affidato quale Successore dell’apostolo Pietro” e vescovo di Roma, chiamato “a svolgere un peculiare servizio nei confronti dell’intero Popolo di Dio”. In questo tempo di Quaresima preghiamo per il Papa e offriamo a Dio le nostre sofferenze perché lo aiuti a portare anche lui la sua croce, come noi cerchiamo, nel nostro piccolo, di portare la nostra.

Piero Gheddo