Due diverse letture del Concilio

Tra le vecchie carte ritrovo un quadernetto di appunti teologici che nemmeno più ricordavo, dell’inizio anni settanta. In quel tempo, nell’immediato post-Concilio Vaticano II (1962-1965), nella Chiesa si stava cercando le vie per applicare  le novità rivoluzionarie del Concilio. Il dibattito teologico e pastorale era acceso e si scontravano diverse “letture”. Riuscivo a leggere molti libri e riviste specializzate, prendendo appunti per inquadrare i problemi che appassionavano.

Si discuteva ad esempio se era vero o no che il popolo italiano fosse in crisi di fede. Diminuivano la pratica religiosa, la frequenza domenicale alla Messa, i matrimoni e i funerali religiosi e via dicendo. Ma alcuni sostenevano che si trattava di una crisi della fede, altri che era solo un momento di trasformazione da un tipo di fede ad un altro: da una fede sociologica e formalista ad una fede personale. Non di crisi si trattava ma di maturazione della fede. Anche le soluzioni indicate erano due:

1) Karl Rahner sosteneva che nella società attuale, pluralista e secolarizzata, i cristiani diventeranno sempre più minoranza, la Chiesa sarà sempre più una “diaspora” (dispersione), che deve imparare a vivere senza alcun appoggio di partiti politici, senza concordarti e quasi senza strutture e istituzioni “cattoliche” di supplenza a quanto è compito dello stato democratico (niente scuole cattoliche, niente ospedali cattolici, ecc.). Insomma, una Chiesa povera e disarmata, soltanto lievito e fermento nella massa umana, in cui i credenti non siano più  “praticanti formalisti e passivi”, ma convinti della loro scelta. Solo così si raggiunge il modello evangelico delle prime comunità cristiane (vedi “Lettera a Diogneto”), perseguitate per due secoli eppure alla lunga efficaci nel convertire i popoli. Così anche Ernesto Balducci in ”Cristianesimo e Cristianità” (Morcelliana, Brescia 1963).

2) Un’altra lettura, fatta ad esempio da Jean Daniélou in diverse sue opere, parte dal fatto che fin dall’inizio il cristianesimo ha convertito o influenzato profondamente non solo le  singole persone, ma le famiglie, le comunità umane, i costumi, le culture, le strutture e le leggi che governano i popoli. E questo non per sete di potere o di egemonia, ma perché l’uomo comune è facilitato a vivere il messaggio evangelico se si trova in una civiltà cristiana o cristianizzata. L’annunzio di Cristo fatto dalla Chiesa, quindi, non è rivolto solo alle singole persone, ma a creare un ambiente di vita che renda possibile la pratica religiosa alla grande massa degli uomini comuni, dei poveri e degli incolti. In altre parole, anche oggi in una società secolarizzata e pluralista, è importante lavorare per “dare un’anima cristiana alla civiltà contemporanea”, affinchè il Vangelo trasformi le società umanizzandole sempre più.

Superfluo dire che le due teorie non sono una del tutto vera e l’altra del tutto falsa. Si completano a vicenda, ma il difficile è mettere assieme, nella vita della Chiesa, le due visioni quasi contrapposte!

Piero Gheddo