Africa un miliardo di abitanti

Secondo la stima dell’organismo dell’ONU Unpf (United Nations Population Fund) alla fine del 2009 è nato il miliardesimo africano, cioè l’Africa ha raggiunto un miliardo di abitanti. In genere si dice e si scrive che ha circa 900 milioni di abitanti (il “Calendario Atlante De Agostini 2009” dice 929 milioni) e invece sono un miliardo, quasi il doppio dell’Europa comunitaria (circa 600 milioni).

Il miliardo di africani crescono di 24 milioni all’anno e possono raddoppiare entro il 2050, raggiungendo i due miliardi. L’Africa è il continente con il più alto tasso di natalità del mondo, i bambini e gli adolescenti con meno di 15 anni sono 400 milioni, il 40% del totale. In Italia i nostri minorenni con meno di 15 anni sono il 17% dei 60 milioni di italiani, circa 10 milioni! Africa continente dei giovani, Italia (ed Europa) paese e continente degli anziani.

Queste moltitudine di giovani africani hanno diritto di avere l’istruzione, un impiego gratificante e un’adeguata assistenza sanitaria: le condizioni sociali ed economiche del mondo globalizzato saranno in grado di soddisfare le loro crescenti aspettative? Nel mondo globalizzato questo sarà tra i principali problemi sociali dei prossimi decenni. I giovani africani sono un potenziale enorme di crescita dell’intera umanità, ma oggi rimangono in buona parte nell’ignoranza e nella povertà e domani saranno una bomba demografica pronta ad esplodere.

Spesso si dice e si scrive che l’Africa è povera perchè sovraffollata. Menzogna colossale. Il continente africano ha 31 abitanti per chilometro quadrato, l’Europa comunitaria 61, il Giappone 343. Europa e Giappone non hanno quasi nulla delle immense risorse dell’Africa. Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari nel recente volume “Le bugie degli ambientalisti” (ed. Piemme), scrivono che “dei 21 paesi più poveri del mondo solo 7 hanno una densità superiore ai 100 abitanti per kmq. e i 5 paesi africani fra i più colpiti dalla fame (Etiopia, Sudan, Somalia, Mozambico e Liberia) il più popolato ha una densità di 41,8 abitanti per kmq.”. L’India, con più d’un miliardo di abitanti, è estesa poco più di Sudan ed Etiopia sommate assieme con soli 120 milioni di aitanti. Eppure Sudan ed Etiopia soffrono la fame, l’India esporta cibo anche in Africa e da vent’anni è in pieno sviluppo economico, con un indice dì crescita del Pil del 6-8% l’anno. Ci sono i poveri e gli affamati anche in India, ma per insufficiente distribuzione della ricchezza, non per mancanza di produzione di cibo. L’Africa produce poco cibo. I paesi a sud del Sahara importano circa il 30% del cibo di base che consumano (riso, grano, mais).

Noi, ricchi e privilegiati del mondo non vogliamo ammettere che la povertà del’Africa dipende anzitutto e soprattutto, prima di qualsiasi altra causa (e ce ne sono molte altre), dalla scarsezza o mancanza di istruzione. Non è possibile che si sviluppi un continente con il 50% di analfabeti, oltre a circa il 25-30% di “analfabeti di ritorno”, cioè quelli che hanno frequentato qualche classe delle elementari, ma poi non sanno leggere né scrivere perché non hanno mai avuto la possibilità di esercitarsi. Di scuola e di istruzione-educazione, per aiutare l’Africa giovane, si parla e si scrive troppo poco perché chiama in causa i nostri paesi ricchi e cristiani, che dovremmo correre in aiuto ai fratelli e sorelle africani. Invece in Occidente diminuiscono le vocazioni missionarie, i volontari e gli organismi di volontariato internazionale. E’ un segno evidente, fra tanti altri, della crisi di umanità e di vita cristiana del nostro popolo.

Piero Gheddo

L'Italia deve avere una politica familiare

Quale conclusione ai due Blog: “Un tema tabù: noi italiani siamo troppo vecchi (24 agosto) e “Famiglia e immigrazione due risorse per il futuro” (27 agosto)? In base ai dati riferiti (da uno studio su “La Civiltà Cattolica”) sarebbe bene impostare una politica più organica che affronti razionalmente la realtà attuale. I settori più suscettibili di intervento ci pare siano soprattutto due: primo il sostegno alla famiglia e ai genitori che desiderano avere più figli, assicurando loro reali assegni familiari (analogamente a quanto già si è fatto all’estero con notevoli risultati, basti pensare alla Svezia e alla Francia) e servizi per le madri con bambini piccoli (nidi d’infanzia, scuole materne, servizi di assistenza ecc.), in modo che l’avere più o meno figli sia effettivamente una scelta libera e non dettata dalla necessità.

In secondo luogo occorre affrontare il fenomeno dell’emigrazione in modo strutturale e non soltanto come un’emergenza. È ovvio che si tratta di un fenomeno da gestire, ma ispirandosi a quanto da decenni fanno i paesi tradizionalmente meta di immigrazione. Occorre quindi compiere sforzi di reale integrazione specialmente in materia di istruzione. In Italia, come si è detto, il rendimento degli stranieri a scuola è nettamente inferiore a quello degli alunni italiani, mentre in paesi come Canada e Australia il rendimento più alto a scuola è proprio quello dei figli degli immigrati, grazie a maggiori attenzioni e aiuti agli studenti in difficoltà per una lingua diversa dalla loro.

Puntando su due elementi — aumento della natalità e apertura all’immigrazione — la Gran Bretagna si avvia a diventare il paese più popoloso d’Europa, superando la Francia e poi anche la Germania. Occorre però una maggiore fiducia nel futuro e una decisa apertura alla vita se si vogliono aumentare i tassi di natalità: le ragioni degli economisti o dei demografi non sono mai quelle dei genitori quando decidono di avere un altro figlio.

Dal punto di vista economico è necessario sfruttare i margini ancora inutilizzati della forza lavoro, in particolare femminile, e quelli che si renderanno disponibili per effetto dell’allungamento della vita media e del miglioramento delle condizioni di salute nell’età avanzata. L’età di pensionamento fissata per legge andrà certamente spostata, o almeno resa molto più elastica, con adeguati incentivi perché non ci si ritiri troppo presto. Ma l’Italia deve recuperare anche la qualità dei fattori della produzione e la capacità di ampliarne in modo duraturo l’efficienza complessiva. Punti sui quali il nostro Paese è in ritardo rispetto alle altre nazioni industrializzate. Ci sono ampi margini di miglioramento possibile nel settore del capitale umano, migliorando il sistema di istruzione: nel 2006 la quota di popolazione in età da lavoro con un titolo di istruzione universitario era del 13%, cioè la metà della media dei paesi industrializzati; tra i più giovani la quota sale al 17%, contro il 33% medio dei paesi sviluppati. Si possono introdurre migliori meccanismi per valorizzare il merito e premiare i risultati individuali.

Purtroppo le politiche demografiche hanno effetto soltanto a lungo termine e l’Italia, preoccupata delle emergenze immediate, non si è mai dimostrata capace di pianificare il proprio futuro. Viviamo sempre sull’emergenza, tra un’elezione e l’altra. Speriamo che questa volta l’amore per la famiglia e per il proprio paese aiutino gli italiani a provvedere per tempo. Il Papa ha parlato innumerevoli volte della famiglia e delle sue problematiche, compresa quella dell’evoluzione demografica. A lui hanno fatto eco moltissimi vescovi e intere conferenze episcopali, compresa la Conferenza episcopale italiana, i cui appelli però sono spesso oggetto di scarsa attenzione perché ritenuti «ovvi».

Benedetto XVI ha parlato del problema demografico anche nel recente Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2009), sottolineando che le nuove potenze economiche hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all’elevato numero dei loro abitanti, e che «tra le nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di natalità maggiori godono di migliori potenzialità di sviluppo». La popolazione è una ricchezza e non un fattore di povertà. In Europa il problema è soprattutto quello di assicurare il ricambio generazionale, garantendo un maggiore equilibrio tra nascite e morti, un equilibrio non facile da ristabilire.

La maggior ricchezza di un Paese è certamente quella che gli economisti chiamano il suo «capitale umano», al quale non si può pensare prescindendo dalla famiglia. Quest’ultima, pur con tutti i suoi problemi e le sue debolezze, rimane un aspetto fondamentale e più intimo dell’ essere umano, la cui avventura, senza di essa, perderebbe una dimensione essenziale. La Chiesa, da sempre, ne ha fatto oggetto di particolarissima attenzione, e non si stanca neppure oggi di ricordare che la sua difesa coincide con la difesa dell’intera società e del suo futuro.

Piero Gheddo

Famiglia e immigrazione risorse per il futuro

Continuo a sintetizzare la seconda parte dell’articolo di padre Giampaolo Salvini in La Civiltà Cattolica (Quaderno n. 3807 del 7 febbraio 2009) sul problema demografico dell’Italia. Prima parte: “Un tema tabù: noi italiani siamo troppo vecchi” (vedi il Blog del 24 agosto 2009).

L’immigrazione è un fattore che attenua il progressivo invecchiamento della popolazione italiana, sia perché gli immigrati sono più giovani, sia perché più fertili degli italiani. Ma in genere, gli immigrati di seconda generazione tendono a comportarsi come gli abitanti del paese che li ospita e quindi ad avere meno figli. Attualmente entrano in Italia tra 350.000 e 400.000 stranieri all’anno, cifre che nessuna statistica aveva previsto neppure cinque o sei anni fa. Ma, secondo i calcoli dell’Istat, l’afflusso attualmente previsto di stranieri non è sufficiente a compensare il declino della quota di popolazione in età di lavoro, dovuto sia al calo delle nascite sia all’aumento della longevità. «Per stabilizzare il rapporto tra la popolazione con 65 e più anni e quella 14-64 anni, sarebbe necessario un flusso medio annuo di ingressi superiore al milione di persone». Naturalmente questi calcoli fatti con grande accuratezza, ma a tavolino, non tengono conto di altri dati di fatto, come, ad esempio, la presenza massiccia di irregolari o clandestini, che sinora nessun Governo è riuscito a controllare efficacemente, ma che ci sono e creano ricchezza, oltre che una serie di problemi, cominciando da quelli statistici, non del tutto affidabili.

Oggi l’Italia registra una presenza di stranieri minore di quella degli altri paesi europei. Secondo i dati dell’Eurostat, nel 2005 la quota di residenti con più di 16 anni nati in un Paese diverso da quello di residenza era del 14% in Germania, del 12% in Francia, dell’11% nel Regno Unito e del 6% in Italia. L’Italia però riesce ad attirare e ad utilizzare meno forza lavoro di stranieri (ma anche di italiani!) con livelli superiori di istruzione. Nel 2005 soltanto un decimo degli stranieri con almeno 25 anni residenti in Italia aveva un titolo di studio universitario, contro una media europea del 30%. In Germania e nel Regno Unito la quota sale a circa il 40% degli immigrati. Per i più istruiti quindi il nostro paese è meno attraente.

Se ora si considerano non solo i lavoratori stranieri che arrivano in Italia già formati, ma anche quelli che si formano o si formeranno nel nostro Paese, il problema si sposta sulla capacità formativa del nostro sistema di istruzione. Secondo il Ministero della Pubblica Istruzione, gli alunni con cittadinanza non italiana sono passati tra l’anno scolastico 1997-98 e quello 2006-07 da 70.000 a oltre 500.000, e costituiscono ora circa il 6% della popolazione scolastica italiana. Gli alunni stranieri promossi sono però meno di quelli italiani, con un divario che nella scuola superiore giunge al 14%. I ragazzi con almeno un genitore straniero che abbandonano la scuola in Italia tra i 15 e i 17 anni sono circa il 12%, mentre i figli di italiani della stessa età che abbandonano sono il 6,9%, cioè circa la metà. Le ricerche poi mostrano che anche quelli che rimangono a scuola acquisiscono un livello sensibilmente inferiore di conoscenze rispetto ai figli di italiani.

Se quindi la qualità e la quantità di «materiale» umano immigrato di cui il nostro Paese è dotato sono basse, il rischio è che le seconde generazioni di lavoratori di origine straniera occupati in Italia acquisiscano un livello di formazione minore di quello necessario per sostituire gli italiani che mancheranno, abbassando il livello generale. Si tratta di dinamiche delicate, ma reali, non facili da affrontare, e che pongono gravi problemi non soltanto dal lato demografico, ma anche da quello culturale, religioso ed economico, poiché un declino demografico consistente farà sì che l’Unione Europea, già definita un gigante economico e un nano politico, perderà anche i suoi primati economici riducendosi, secondo i più pessimisti, a un museo, visto che il turismo è già uno dei settori più floridi dell’Europa.

Basta pensare alla Germania, il paese più popoloso dell’Europa dopo la sua riunificazione (1990), dove nel 2007 si è toccato il livello più basso di nascite dal 1945: 680.000, cioè meno delle 700.000 registrate nell’ultimo anno della seconda guerra mondiale, quando quasi tutti gli uomini erano impegnati al fronte e il futuro era drammaticamente incerto. Il terzo e ultimo Blog su questo tema fra tre giorni.

Piero Gheddo

Un tema tabù: noi siamo troppo vecchi

Uno dei tabù dell’informazione in Italia (se ne parla pochissimo) è il primato demografico negativo del nostro paese nel mondo. Siamo fra quelli che producono meno figli! Nell’ultimo dopoguerra l’Italia era in Europa la “pecora nera” (con la Spagna) perchè la nostra prolificità scombussolava lo sviluppo programmato europeo.
Negli anni sessanta e settanta il celebrato “Club di Roma”, fondato da Aurelio Peccei e formato da Premi Nobel e scienziati di chiara fama, lanciò la nefasta campagna contro il “boom demografico”, affermando che il mondo e l’Italia scoppiavano per troppi bambini e il nostro paese non avrebbe potuto mantenere i 64-65 milioni di italiani che si prevedevano per il 2000! (Invece, abbiamo superato solo da pochi mesi i 60 milioni). In seguito a queste idee, “scientifiche” ma dissennate, si approvò la legge sull’aborto, la 194, alla radice di molti guai per l’Italia. Così sono nati sempre meno italiani e negli anni novanta, ancora con la Spagna, siamo diventati fra i paesi meno prolifici del mondo e della storia umana (almeno per una grande nazione in tempo di pace). Il graduale ma rapido invecchiamento di noi italiani ha costretto ad aprire le porte all’immigrazione legale o clandestina dai paesi più poveri, che però suscita nuove quotidiane inquietudini.
E pensare che già Paolo VI, con l’enciclica “Humanae Vitae”, nel 1968 condannò fermamente la tendenza suicida dei preservativi e dell’aborto, ma venne demonizzato e considerato un “minus habens”, che non capiva nulla della scienza moderna! Oggi nessuno di quegli “scienziati” e sapienti di una sapienza puramente umana, che condannavano il Papa (ed erano davvero tanti, non pochi anche fra i cattolici!), è disposto a riconoscere che aveva torto!

Comunque, il tema è stato trattato in modo approfondito da padre Giampaolo Salvini, direttore de “La Civiltà Cattolica” (nel quaderno 3807 del 7 febbraio 2009), che qui desidero riassumere in tre Blog successivi, perché il problema è grave e interessante, ma spesso ignorato da stampa e televisione. I dati sono in genere dell’Annuario Istat 2008.

Oggi, senza i circa tre milioni di immigrati legali e illegali, l’economia italiana non avrebbe futuro, né l’Italia sarebbe in grado di assistere i propri anziani e di pagare le pensioni. Ma ogni giorno molti italiani si allarmano per i troppi immigrati che si suppone sottraggano posti di lavoro agli italiani (ma non è vero) e, a lungo andare, finiranno per sommergerci. Si dimentica che anche dopo l’ultima guerra mondiale gli emigranti eravamo noi italiani (27 milioni di italiani emigrati nel Novecento, secondo i dati ufficiali) e ci lamentavamo di essere trattati come oggi noi spesso trattiamo quelli che arrivano nel nostro paese.
Un primo dato, certamente positivo, è quello che riguarda la nostra speranza di vita. Abbiamo raggiunto i vertici della classifica mondiale, preceduti dal solo Giappone. Gli uomini in Italia vivono in media 78,3 anni, mentre le donne raggiungono gli 83,8. All’inizio del Novecento la vita media in Italia era di 42 anni. Un bambino nato a fine Ottocento in genere riusciva a conoscere soltanto uno dei suoi quattro nonni, oggi molte più persone raggiungono i 90 anni e i centenari si contano ormai a centinaia in Italia. Ma il sistema pensionistico non è cambiato e così un pensionato si trova espulso dal mondo del lavoro quando ha ancora davanti a sé almeno un decennio di vita spendibile in attività utili per sé e per gli altri. Le conseguenze sociali, psicologiche, familiari ed economiche di questo fatto sono ben note.
Ultimamente si nota una leggera ripresa della natalità: nel 2007 la fecondità delle donne residenti in Italia è salita a 1,37 figli per donna (è il dato più alto degli ultimi anni), mentre nel 2006 era di 1,35, anche se è presto per parlare di inversione di tendenza. Ma molti dei nuovi nati sono figli di stranieri residenti in Italia, e del resto soltanto l’immigrazione straniera consente alla popolazione italiana di aumentare: nel 2007 siamo cresciuti di 488.000 abitanti, grazie al saldo migratorio positivo di 494.871 unità (e nell’aprile scorso abbiamo superato i 60 milioni). Secondo gli studiosi però la crescita della popolazione straniera (che in genere è più giovane e quindi conta una percentuale maggiore di occupati) riuscirà soltanto in parte a mitigare gli effetti negativi dell’invecchiamento. La quota di occupati sul totale della popolazione continuerà a diminuire. Questo si tradurrà inesorabilmente in una riduzione (valutata tra il 14 e il 20%) del prodotto per abitante nei prossimi quarant’anni. Per compensarlo sarebbe necessario aumentare la produttività del lavoro (cioè quanto ciascuno degli occupati produce in un anno) di circa lo 0,6% all’anno, ma purtroppo in Italia l’aumento della produttività del lavoro negli ultimi quindici anni ha sempre più rallentato e, dal 2000 in poi, si è fermato.
Certo alcuni fattori che ne favoriscono l’aumento potrebbero migliorare, specialmente per quanto riguarda il capitale umano. «In Italia è stato stimato che tra il 1980 e il 2000 l’innalzamento del grado di scolarità degli occupati ha contribuito per circa un quinto alla crescita del valore aggiunto dell’economia». La scuola e l’università, nonostante tutti i loro difetti, hanno perciò contribuito decisamente a migliorare il capitale umano che entra nel mondo del lavoro.
Invece, la partecipazione al mercato del lavoro dei più anziani va costantemente diminuendo; gli anziani occupati sono sempre meno. Nel 1986 era occupato il 40% degli uomini con 15 anni di vita media residua, mentre nel 2006 il tasso di occupazione degli anziani era prossimo allo zero. La riduzione dell’occupazione tra gli anziani rende comunque ancora più onerosa, in termini economici, la loro presenza per la società. Il prossimo Blog su questo tema fra tre giorni.

Piero Gheddo