«Diventano ladri per sopravvivere»

A Milano parlo con un signora che abita in periferia e frequenta la parrocchia. Mi dice che ringrazia il Signore perché nella sua famiglia il marito e il primo figlio lavorano e sono in grado di affrontare, almeno finora, la crisi economica di questi mesi. “Ma sapesse, mi dice, quante difficoltà ci sono per quelli che perdono il lavoro e per i giovani che non trovano lavoro!”. Chiedo: “Se in una famiglia non c’è nessuno che lavora, come se la cavano?”. “All’inizio cercano in ogni modo di trovare un’altra occupazione per guadagnare qualcosa. Spesso se la cavano, facendo anche lavori molto umili e precari, ma se non ci riescono, dopo un po’ so che alcuni, e forse non pochi, rubano, si organizzano, diventano ladri per sopravvivere”.

La notizia è un lampo da tramortire. Noi preti, che non abbiamo mai avuto il problema di trovare un lavoro e anche a ottant’anni, se stiamo bene, siamo sempre super-occupati, non possiamo avere una coscienza così viva e forte di cosa vuol dire, nella società moderna, restare senza lavoro! E’ vero, poi si possono fare tutti i ragionamenti che si vogliono: che i giovani spesso rifiutano certi lavori perché troppo pesanti, che le famiglie non sanno più risparmiare e quindi vanno presto in crisi, che spetta al governo provvedere a chi perde il lavoro o non trova lavoro e via dicendo.

Sì, tutto vero, ma l’umiliazione di essere licenziati, di avere una famiglia a carico senza uno stipendio sicuro o con stipendio del tutto insufficiente…. sono tragedie che chi non le ha provate non può nemmeno immaginarle. Ecco dove la solidarietà, la carità e l’impegno di aiuto, anche nostro personale fin dov’è possibile, possono dare una mano a chi ha meno di noi. In persone e famiglie che tentano di vivere il Vangelo, non è giusto che alcuni abbiano molto di superfluo e di soldi in banca e altri siano quasi costretti a diventare ladri per sopravvivere. “Ogni volta che avete fatto questo ad uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” dice il Signore Gesù (Matt. 25, 40).

Piero Gheddo

In Italia mancano infermiere

Leggo su “Avvenire” (25 febbraio) che “gli infermieri sono oro bianco”, non si trovano, le aziende sanitarie se li contendono, sono “ricercatissimi, quasi introvabili”. Il loro numero langue, pochi entrano in questa professione. La Federazione di categoria (Ipasvi) (che conta 350mila iscritti) fa sapere che nelle strutture sanitarie del centro-nord Italia mancano 60.000 infermieri e infermiere, nonostante l’imponente immigrazione di infermieri dall’estero (30.000 sono iscritti all’Ipasvi) non si riesce a tamponare l’alto numero delle uscite dalla professione. Ogni anno, più o meno, si laureano in infermieristica 9.000 giovani ma vanno in pensione oltre 13.000! Da oltre 10 anni ci sono 40 università che danno questa laurea, ma le frequentano un numero troppo basso di giovani! Eppure, continua “Avvenire”, in questa crisi economica, questo è “l’unico settore che non è stato intaccato dalla flessione occupazionale”.

Ricordo che un anno o due fa il giornale di categoria di noi giornalisti (“Tabloid” di Milano) aveva pubblicato una seria indagine in cui si leggeva che ogni anno, i giornali, le radio-televisioni, le case editrici, gli uffici stampa d’Italia e altri enti danno lavoro a un migliaio di giovani giornalisti. Ma nelle facoltà universitarie delle comunicazioni erano iscritti 52.000 giovani e ragazze e ogni anno più di 10.000 si laureavano! Per fare i giornalisti? No, in genere per fare i disoccupati o accontentarsi di qualche collaborazione precaria sottopagata e comunque non sicura.

Fino a quando in Italia non si riesce a correggere queste tendenze suicide della società, delle famiglie e dei giovani, è inutile lamentarsi dei lavori precari e dei disoccupati.

Piero Gheddo