“Il Vangelo del dialogo” di Franco Cagnasso

Fra i 16 documenti del Concilio Vaticano II (1962-1965), il più breve ma il più rivoluzionario è la “Nostra Aetate”, che ha capovolto l’atteggiamento che il popolo cristiano e i missionari avevano di fronte alle religioni non cristiane: erano viste come le nemiche di Cristo da combattere, oggi le consideriamo una preparazione a Cristo, una ricchezza dei popoli che la Chiesa deve conoscere e accogliere con discernimento, se vuol essere veramente “cattolica”, cioè universale e rappresentare tutti i popoli del mondo.

La Nostra Aetate ha rivoluzionato specialmente la missione alle genti, anche se siamo ancora ai primi passi nella sua attuazione. Padre Franco Cagnasso, esperto di islam che ha studiato l’arabo ed è missionario in Bangladesh, dopo 18 anni alla guida del Pime (1983-2001, prima da vicario e poi da superiore generale), dà con il volume “Il Vangelo del dialogo – A cura di Sergio Bocchini” (Centro editoriale Dehoniano, Bologna 2013, pagg. 194) un contributo interessante e importante di esperienza personale in un paese islamico, ma avendo visitato decine di altri paesi con altre religioni. Il sottotitolo del libro (“Riflessioni di un missionario a 50 anni dal Concilio”) ne chiarisce meglio i contenuti. Il Concilio e la prima enciclica di Paolo VI (“Ecclesiam suam”, 1964)  hanno lanciato il “dialogo” per orientare la missione primaria della Chiesa, annunziare Cristo ai non cristiani, in modo diverso dal passato: non solo annunzio, proclamazione della salvezza in Cristo, ma anche dialogo con tutti gli uomini ai quali la missione trasmette la Buona Notizia. Padre Franco, mezzo secolo dopo, esprime le sue riflessioni ed esperienze con “Il Vangelo del dialogo”.

Non  quindi un libro di riflessioni teologiche o di inquadratura sistematica dei problemi che il dialogo ha suscitato e suscita nelle missioni e giovani Chiese, ma una testimonianza di Vangelo annunziato secondo la sua esperienza, di lui, che ha preso sul serio la formula del “dialogo”. Tratta tutti i temi della missione alle genti, ma nello spirito del “dialogo”, perché la sua vita missionaria è stata ed è questa. Tra l’altro, in Bangladesh padre Franco è stato padre spirituale e insegnante di teologia nel seminario maggiore di tutte le diocesi bengalesi e ha contatti di amicizia con musulmani, indù e buddisti  locali, trovando anche il tempo, e gli aiuti economici, per “sporcarsi i sandali” aiutando i poveri senza idealizzarli o umiliarli ed esercitando la missione fra gli immigrati da ogni parte del paese a Dacca. Ha contribuito alla fondazione di un Centro pastorale (futura parrocchia) all’estrema periferia della metropoli, che conta 14-16 milioni di cittadini fra i quali anche molti giovani tribali convertiti a Cristo nei loro villaggi e che poi, nella grande capitale, rischiano di perdere la fede se non trovano una chiesa, un prete una suora pronti ad accoglierlo.

Il libro è interessante perché aiuta a capire e seguire la vita e la mentalità di un missionario figlio del Concilio in azione sul campo. Mi pare che queste “riflessioni a 50 anni dal  Concilio” indichino una direzione ben precisa. Noi missionari abbiamo soprattutto in mente che la nostra missione è di annunziare Cristo, testimoniare Cristo, convertire a Cristo, fondare la Chiesa. Partiamo dal Vangelo, dalla Chiesa, dalla Tradizione missionaria, per scendere agli uomini e donne non cristiani, con i nostri duemila anni di cristianesimo e di cultura teologica. Poi, il missionario conosce le sue “pecorelle”, si impegna ad aiutare i poveri, esercita la sua missione con tutti gli strumenti di cui dispone, catechesi, Sacramenti, lettura e meditazione della Parola di Dio, carità, formazione, ecc.

Franco Cagnasso, nello spirito del dialogo, rendendosi conto dell’abisso di incomprensione che esiste fra lui e i bengalesi, non solo per la lingua ma in ogni aspetto della vita,  illustra un altro tipo di approccio: lui parte dall’uomo concreto, che in Bengala è così diverso dall’italiano! Vuole conoscerlo anche nella sua fede islamica, amarlo, capirlo, condividere i suoi problemi e le sue difficoltà ed entrare in dialogo amichevole con lui, apprezzando i suoi valori umani e religiosi, per poter capire ed essere capito. Naturalmente rimanendo ben attaccato alla fede in Cristo Salvatore e al motivo per cui il Pime (cioè la Chiesa) l’ha inviato missionario in Bangladesh, ma aprendosi anche all’altro e alle diverse esperienze umane e spirituali di fratelli e sorelle nati in un popolo non cristiano.

L’approccio è diverso e scorrendo queste pagine mi rendo conto della complementarietà dei due approcci. Non sono alternativi, ma complementari e ambedue necessari. Non è sempre facile viverli assieme, ma si arricchiscono a vicenda. Per questo il volumetto di padre Franco Cagnasso merita di essere letto e anche meditato, perché ci sono pagine davvero commoventi e convincenti, che aprono il cuore e la mente a comprendere le “meraviglie dello Spirito Santo”, sempre in azione in tutti gli uomini e tutti i popoli, anche quando noi non ce ne accorgiamo.

Termino con due righe di “fuori onda”, come si dice. “Il Vangelo del dialogo – Riflessioni di un missionario a 50 anni dal Concilio” mi ha interessato molto perché conosco l’amico padre Franco e il Bangladesh (ho scritto nel 2009 “Missione Bengala”, la storia del Pime in questo paese), ma anche perché proprio nel giugno 2013 (senza sapere l’uno dell’altro) la Emi pubblicava il mio ultimo libro: “Missione senza se e senza ma – La missione alle genti dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco” (Emi, 2013, pagg. 250), che rappresenta l’approccio tradizionale della “Missio ad gentes”. Padre Franco fa riflessioni e riporta la sua esperienza di missionario che crede nel dialogo; io racconto la storia della missione alle genti negli ultimi 50 anni e dimostro, con dati concreti, che la missione alle genti non è affatto al tramonto, ma ha un grande futuro. “L’attività missionaria è solo agli inizi”, si legge nella “Redemptoris Missio” (n. 30).

Molti non ci credono, ma leggendo l‘opera di padre Franco potranno convincersi meglio di questo. E forse, ma Dio solo lo sa, il futuro della missione sarà proprio verso questa direzione del “dialogo”, poichè lo Spirito non cessa mai di stupire e di inventare, lungo la storia dell’umanità  formule nuove, “dummodo Christus annuntietur” scrive San Paolo, “purchè Cristo sia annunziato” (Fil. 1, 8).

Piero Gheddo

 

Preghiera e digiuno contro la guerra in Siria

L’invito di Papa Francesco per una giornata di preghiere e di digiuno (sabato 7 settembre) per ottenere da Dio la pace in Siria, ha avuto risposte corali e positive. Una vera e propria mobilitazione di diocesi, parrocchie, istituti religiosi, associazioni, movimenti non solo ecclesiali ma anche laici. Il nostro ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha dichiarato che non si unirà alla preghiera del Papa “in quanto laica”, ma “è probabile” che si unirà al digiuno.  E questo avviene non solo nella nostra Italia, ma un po’ in tutto il mondo si registrano adesioni, anche nei paesi islamici, in India e Sri Lanka, in Indonesia e Giappone.  Papa Francesco, che viene “dalla fine del mondo”, ha detto che si fa “interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo,  dal cuore di ognuno dall’unica grande famiglia che è l’umanità  con angoscia crescente: è il grido della pace!”. E’ vero, nessun altro grande leader al mondo ha l’autorità morale e spirituale del Vescovo di Roma, per appellarsi al sentimento profondo dei popoli  e trovare poi rispondenza. Papa Francesco, che ha suscitato grandi simpatie per il suo modo di essere e di agire, si sta affermando come leader internazionale non solo per il miliardo e 200 milioni di cattolici o i due miliardi di cristiani, ma per tutti i popoli, tutti gli uomini.

Ne siamo felici e ringraziamo il Signore che guida i suoi passi, ma non basta. Nei suoi brevi commenti alla Parola di Dio che tiene ogni giorno alla S. Messa nel pensionato Santa Marta, Papa Francesco richiama sempre la responsabilità personale di tutti coloro che lo ascoltano, di noi che lo leggiamo. La parola del Papa (come quella del Vangelo naturalmente), è sempre provocatoria della nostra vita di credenti in Cristo. Se la fede non cambia la vita, la mia vita, rendendomi sempre più simile al Signore Gesù, non conta, non serve. Non basta la partecipazione emotiva alle tragedie dell’umanità, di chi si limita ad assistere alle guerre e ad altre calamità davanti allo schermo televisivo, con qualche sospiro di compassione e il segreto pensiero: meno male che questi disastri sono lontani da me, da casa mia!

Le due proposte di Papa Francesco per questa Giornata per la Pace in Siria: preghiera e digiuno. La preghiera è indispensabile anche per evitare una guerra. I “laici” non ci credono, ma noi ci crediamo. Papa Francesco ha detto: “Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione”. Ecco: “ascoltare la voce della propria coscienza”, perché le guerre nascono nella testa di chi le dichiara e la testa, il cuore, la coscienza di tutti è il primo campo di battaglia in cui Dio, lo Spirito Santo si fa sentire, lasciando però libero l’uomo di decidere. Papa Francesco grida “con tutta la mia forza”. A questa sua forza si aggiunge quella della nostra preghiera. Se non è solo un pensierino, ma un sacrificio del nostro tempo per parlare seriamente con Dio e chiedergli il dono della pace. Ad esempio, recitare il Santo Rosario, ricevere Gesù nell’Eucarestia, far celebrare una o più Sante Messe, un’ora di adorazione per questo scopo. Come individui noi contiamo poco o nulla, come oranti che danno a Dio il tempo della preghiera, contiamo molto di più. Gesù ha detto: “Qualunque cosa chiediate al Padre mio nel mio nome, egli ve la concederà” (Giov. 14, 13-14).

Il digiuno. E’ una forma di partecipazione, una forza importante per il nostro benessere spirituale e per chiedere a Dio la pace in Siria, nel mondo. Anche il digiuno non è una passeggiata, deve costarci sacrificio: significa saltare un pasto o non mangiare per tutto il giorno (questo ci rende più forti, non più deboli!); oppure rinunziare alla televisione per un giorno intero; c’è anche il “digiuno della lingua”, rinunziare a chiacchiere inutili, al gossip quotidiano, ecc. Insomma, qualcosa che morda nella nostra carne viva, per renderci partecipi, non solo emotivamente, ma fisicamente, alle sofferenze del popolo siriano. Noi credenti sappiamo che Gesù è morto in Croce per salvarci. Noi accettiamo una piccola Croce di rinunzia per dare una mano ai nostri fratelli e sorelle siriani.

  Piero Gheddo

Molti applausi a Martini ma non «santo subito»

Fra le troppe notizie negative di questa lunga estate, una positiva mi allarga il cuore. Il 31 agosto ricorre il primo anniversario della morte del card. C. M. Martini. L’anno scorso avevo scritto tre articoli sui miei rapporti con lui, ma l’ultimo non l‘ho pubblicato subito. La buona notizia è che la tomba dell’Arcivescovo nel Duomo di Milano continua ad essere frequentata da molti devoti che vi accendono candele e lumini, si fermano in preghiera. Questo articolo interpreta una “fama di santità” popolare che continua dal giorno della sua morte. Ecco l’articolo:

La morte del card. C.M. Martini (31 agosto 2012) ha suscitato commozione, devozione, lunghe file per visitare la sua “Camera ardente” e per la S. Messa di suffragio nel Duomo di Milano, i mass media anche internazionali hanno pubblicato pagine per ricordarlo. Nessuno però ha detto che era un santo, cioè non si è notata quella diffusa “fama di santità” nel popolo di Dio, che è uno dei segni per iniziare una Causa di beatificazione.

Non è facile capire perché. Non era davvero un santo? Ma questo lo giudica solo Dio. La fama di santità nasce certamente dalla vita santa del possibile “servo di Dio”, ma anche dall’immagine che egli dà di sé non solo ai vicini, ma al popolo di Dio e in genere all’opinione pubblica e ai mass media, che leggono poi tutto sulla base di preconcetti e di visioni anche parziali dei fatti. Chi ha avuto occasione di accostare il cardinal Martini e seguirlo da vicino nella giornata di lavoro (com’è successo a me una volta al mese per sei anni, nel Consiglio pastorale diocesano), ha sempre ammirato la sua serenità di spirito, il riferimento continuo alla Parola di Dio, la sua S. Messa e la preghiera, lo spirito di sacrificio, la capacità di avere uno sguardo paterno e misericordioso sul prossimo e di soffrire con pazienza anche le delusioni più scottanti. Ricordo quando a metà anni ottanta lamentava che il Rosario e la devozione popolare alla Madonna erano contestati proprio da gruppi di credenti.

La stoffa del santo c’era. Ma per capire l’uomo e il prete-vescovo Martini va anche tenuto conto del suo spirito missionario, che lo portava come mentalità di fondo verso i lontani, in due direzioni prioritarie non sempre condivise. Per annunziare Cristo in modo credibile il card. Martini riteneva che la Chiesa (cioè tutto il popolo di Dio) deve convertirsi al Vangelo in due sensi:

– da un lato avvicinarsi e accogliere i lontani, i diversi, non giudicarli, capire le loro ragioni, non polemizzare, amarli come fratelli ed esporre la fede in Cristo nello spirito del Vangelo: la fede è un dono di Dio, lo Spirito soffia dove vuole, anche nei lontani e nei non credenti ci sono semi di Vangelo, noi non siamo migliori degli altri. Insomma, la Chiesa deve sempre convertirsi a Cristo, come dice spesso Papa Benedetto, ma quando lo diceva Martini suscitava opposizioni e antipatie nel gregge al sicuro nell’ovile di Cristo, proprio per quell’inquadratura a volte negativa della sua personalità;

– dall’altro lato, il card. Martini pensava che “la Chiesa è rimasta indietro 200 anni”, come ha detto lui stesso nella sua ultima intervista. E questo non per colpa delle curie o dei preti, ma perché la fede nel nostro Occidente vacilla in molti, la frequenza alla S. Messa domenicale diminuisce e la tentazione è di chiuderci in difesa dell’ovile minacciato da ladri e da lupi rapaci; Martini pensava che questi segnali fossero invece “segni dei tempi” che ci invitano ad una vita più evangelica.

E’ vero però che non pochi fedeli rimanevano a volte scandalizzati da certe sue uscite (specie negli ultimi anni) che sembravano disobbedienza alla Chiesa e acquiescienza al mondo. Ed è anche vero che il nostro caro arcivescovo era spesso strumentalizzato da chi non amava e non ama la Chiesa! Anche a me quelle esaltazioni improprie davano fastidio e lo davano certo anche a lui e nel Consiglio Pastorale tutte le volte che faceva un intervento importante citava sempre Giovanni Paolo II e tutti lo notavano: “Vediamo se questa volta cita ancora il Papa!”, si diceva.

Com’è complesso l’uomo! Ciascuno di noi è una persona unica, irripetibile, incomprensibile dall’esterno. Solo Dio giudica perché vede nel profondo le nostre intenzioni.

– I non credenti ammiravano nel card. Martini il suo non giudicare nessuno e non polemizzare, il non imporre nulla, il suo impegno civile e sociale, il suo porre problemi alla Chiesa affinchè si aprisse agli altri condividendo le sofferenze delle persone in difficoltà e facendo il possibile per aiutarle e farle sentire a casa propria nella Chiesa. La “Cattedra dei non credenti” è stata per me una delle sue più profetiche iniziative pastorali e missionarie.

– I credenti invece lamentavano diverse sue uscite, che apparivano un “contr’altare” al magistero e alla Tradizione ecclesiale, ma erano una provocazione “missionaria” al corpo mistico di Cristo (un miliardo e 200 milioni!) che si muove lentamente, perché la Chiesa misura il tempo non ad anni ma a secoli. La sua era una fede che “si è fatta prossimo”, non un “vogliamoci bene perché questo solo è importante”. La fede di Martini era ferma e chiara, ma anche aperta alla ricerca del confronto con le ragioni degli altri. Non voleva una vita cristiana abitudinaria, voleva una fede che non lascia tranquillo il credente, ma lo mette di fronte ai non credenti e quindi a dare ragione del suo credere e ad interrogarsi se la propria vita rende testimonianza a Cristo, se è una luce che riscalda e illumina, oppure una fiammella di candela vacillante o un lievito che non sa di niente. La presenza dei non credenti vicini a noi, nella nostra stessa famiglia e società, deve interrogarci e convertirci a Cristo. Anche questo è spirito missionario.

Sono convinto che più passa il tempo, e svaniranno gli aspetti non comprensibili o anche discutibili del suo magistero, più il card. Martini sarà compreso e apprezzato per l’atteggiamento che aveva, autenticamente missionario, di fronte ai non credenti o comunque ai “lontani” da Cristo e dalla Chiesa.

Piero Gheddo

Un volo avventuroso sulla foresta amazzonica

Chi non c’è stato difficilmente si fa un’idea dell’Amazzonia brasiliana. Estesa circa 14 volte la nostra Italia è una sterminata pianura solcata da numerosi fiumi e “igarapè” (affluenti). Il Rio delle Amazzoni (“Rio mar” come lo chiamano) è lungo più di 4.500 chilometri, nasce in Perù e sfocia nell’Oceano Atlantico in un estuario che misura, da Belem a Macapà, circa 350 chilometri, con in mezzo tante isole, grandi e piccole. Nei voli diretti da Belem (capitale del Parà) a Manaos (capitale dello stato di Amazonas), l’aereo di linea impiega circa tre ore e mezzo (da Milano a Roma 45 minuti).

La prima volta che sono andato in Amazzonia, non c’erano ancora strade, i mezzi di trasporto erano solo le canoe a remi per le brevi distanze e i barconi a motore diesel per i lunghi tratti e anche i piccoli aerei a quattro o sei posti di cui erano fornite le varie diocesi. A Macapà, nel territorio federale dell’Amapà (oggi stato) ai confini con la Guyana francese, i missionari del Pime avevano un aereo Cessna a 4 posti che faceva servizio fra le missioni più distanti, guidato da un giovane volontario americano, bravo pilota anche se troppo spericolato. Il coraggio infatti, non lo si dimostra buttandosi nel pericolo o rischiando incidenti mortali:e quando si vola con un piccolo aereo senza radio e senza grande autonomia di volo, sulla foresta compatta per centinaia di chilometri, trovando la direzione con la bussola e a occhio nudo, i rischi sono sempre mortali.

Un bel giorno dovevamo tornare da Oiapoque, all’estremo Nord dell’Amapà ai confini con la Guyana francese, a Macapà: 450 km. In linea d’aria che si percorrono normalmente in due ore volando a pochi decine di metri sulla foresta e sui fiumi. Prudenza vuole che questi voli si facciano solo di mattino e solo con il cielo assolutamente sereno: se ci sono nubi, diventa pericoloso volare.

Ma Robert, il volontario americano, quel giorno volle partire nel primo pomeriggio. Eravamo con lui, tre sacerdoti: p. Giorgio Basile (in Amazzonia da quasi 20 anni), don Natale Soffientini della Televisione italiana e il sottoscritto. Il cielo partendo era sereno, ma dopo un’ora di volo cominciò ad essere nuvoloso; per di più tirava un forte vento contrario alla nostra direzione che rallentava il volo, facendoci perdere tempo prezioso. P. Giorgio e Robert discutono animatamente: il primo dice che bisogna tornare indietro ad Oiapoque, il secondo è deciso a proseguire, con il rischio di arrivare a Macapà quando è già buio. Macapà è proprio sulla linea dell’Equatore, dove il sole tramonta invariabilmente alle 18 e dopo pochi minuti è già notte.

Io non avverto il pericolo a cui andiamo incontro e mi godo la visione della foresta, che dall’aereo appare come una massa granulosa e compatta di verde cupo, chiazzata qua e là di giallo scuro per la caduta di qualche albero gigante abbattuto dalla folgore, solcato dai nastri grigiastri dei fiumi dalle mille giravolte: uno sterminato tappeto, morbido all’apparenza, che segue tutte le ondulazioni del terreno. Sulle rive dei fiumi, che seguiamo come unico segno di orientamento, ogni tanto compare un gruppo di capanne: la gente esce ed agita fazzoletti e braccia all’aereo della missione, che tutti conoscono perché quando è necessario va a prendere gli ammalati gravi atterrando nei campi da gioco dei villaggi più importanti.

Come padre Giorgio aveva previsto, il vento contrario ritarda il nostro volo: giungiamo su Macapà che è già quasi buio, con bassi nuvoloni neri carichi di pioggia. Oggi Macapà ha un grande e moderno aeroporto capace di accogliere anche aerei intercontinentali, ma 50 anni fa l’areoporto era solo un pista di terra battuta senza alcuna illuminazione, usata due volte la settimana per l’aereo di linea che giungeva e ripartiva subito per Belem. Sul piccolo Cessna che arranca consumando gli ultimi litri di carburante, nessuno ha voglia di parlare: ciascuno prega in silenzio. Robert passa a volo radente sulla cittadina suonando il clakson dell’aereo. Fa 3-4 giri con quel suono petulante che è un grido di allarme e di aiuto. Dall’alto vediamo le poche luci della città, ma assolutamente non si vede nulla della pista d’atterraggio. Allora, in pochi minuti auto e camion escono nella notte e vanno a posarsi lungo la pista, uno di fronte all’altro con le luci accese. Ora si vede bene dove atterrare: il Cessna, saltellando sul terreno non ben spianato, chiude felicemente il viaggio posandosi sulla solida, amica terra.

Da soli non ce l’avremmo mai fare ad atterrare. Nella vita possiamo sempre avere bisogno degli altri e dobbiamo essere disposti a dare una mano a chi è in necessità.

Piero Gheddo

I dieci Comandamenti in Africa

Padre Ermanno Battisti, 40 anni in Guinea Bissau, ha fondato la parrocchia di Gesù Redentore e il Centro artistico giovanile nazionale nella capitale Bissau, e l’ospedale pediatrico cattolico di Bòr (periferia di Bissau). Gli ho chiesto perché, secondo la sua esperienza d’Africa, la Bibbia e il Vangelo sviluppano l’uomo e i popoli africani. Ecco la sua testimonianza (Piero Gheddo):

Il primo contributo allo sviluppo dell’uomo africano, che noi missionari portiamo in Africa, è la diffusione della conoscenza dei Dieci Comandamenti, che esprimono la volontà di Dio per la vita di ogni uomo e ne sono il fondamento. La religione tradizionale africana, almeno in Guinea Bissau che conosco bene, non dà questi indirizzi morali, perché non ha una morale, che è fatta caso per caso dagli anziani del villaggio, secondo quel che si è fatto in passato ed è utile oggi al villaggio. Giudicano il bene e il male secondo la tradizione e la convenienza attuale. Per esempio, rubare è male, ma se l’uomo di una tribù ruba gli animali di un’altra etnia e non si fa prendere, allora si dice che è coraggioso e furbo. Altro esempio, se un bambino nasce con qualche deformità, è male tenerlo nel villaggio, perché lui è uno spirito cattivo che poi fa del male a tutti. Lo abbandonano in riva al mare o lo portano in foresta, dove muore.

Racconto un fatto. Una bambina nasce prematura e la donna che assiste la madre durante il parto, vedendola così piccola, sentenzia: “Questa non è una bambina, ma uno spirito”. Allora suo padre si presenta al “botasorte” (stregone) per sapere cosa deve fare. E quello, dopo aver consultato dei pezzetti di legno, dice che bisogna far tornare la piccola nel mondo degli spiriti dell’acqua, da cui è scappata per venire sulla terra e far del male al villaggio. L’uomo prende la bambina, l’avvolge in un panno e la porta da un tale, incaricato ufficiale del villaggio per questo tipo di riti. Costui aspetta la bassa marea e abbandona la bambina nel punto più basso della spiaggia, in modo che la marea, alzandosi, la porti via.

Ma verso sera, quando il padre torna a casa, trova la bambina sul letto, accanto alla madre. Il cane di famiglia era andato a cercarla , aveva preso in bocca quel fagotto e l’aveva riportata alla mamma. Spaventato, l’uomo torna di corsa dal “botasorte”, il quale rifà il gioco dei legnetti e risponde che c’è stato un errore: non si trattava di uno spirito dell’acqua, ma di uno spirito della foresta e che là deve essere portata e abbandonata. La mamma piange perchè vuol salvare la sua bambina, ma l’uomo la riprende e di nuovo l’affida all’intermediario che la porta nella vicina foresta e l’abbandona, con la speranza che qualche iena notturna la faccia tornare nel suo mondo. Ma i piani di Dio erano diversi e ancora una volta avviene l’incredibile: il cane la trova e la riporta a casa.

Quando rivede la figlioletta, l’uomo è preso da tale spavento per questa presunta persecuzione da parte di spiriti, che abbandona tutto e fugge di casa. La mamma, invece, interpreta il fatto come un intervento diretto di Dio e, ben felice, si tiene la bambina che cresce e si rafforza ogni giorno più, come tutti i bambini normali. Passano gli anni e del padre non si sa più nulla, fino a quando un giorno, ormai ventenne, la giovane donna incontra un anziano sconosciuto che le racconta tutto e le chiede di prendersi cura di lui. Joana accetta volentieri e gli rimane vicino fino a quando il padre muore nelle sue braccia, ormai lui stesso convinto che non si trattava di uno spirito ma proprio di sua figlia. Oggi Joana è una signora particolarmente attiva in una parrocchia di Bissau. E’ una donna meravigliosa, una delle grandi cristiane del paese, non solo come mamma, ma anche come persona istruita capace di diffondere il Vangelo.

Ermanno Battisti

Due gemelline salvate dagli “spiriti”

Il missionario del Pime padre Ermanno Battisti sta raccogliendo i fatti più significativi dei suoi 40 anni di missione in Guinea Bissau (1969-2009), in un popolo che in maggioranza pratica la religione “animista” (credono negli spiriti buoni o cattivi). Il primo annunzio di Cristo in questo popolo ha effetti positivi in tanti campi. Ecco un caso preciso, capitato a padre Ermanno:

Un pomeriggio mi stavo preparando per andare a una riunione, quando arrivano nel “Centro Artistico” (che Battisti stesso aveva fondato a Bissau, per insegnare agli africani la pittura, la scultura, la lavorazione del legno, ecc.) due donne sconosciute con due piccoli involti sulle braccia. Mi salutano e senza altri preamboli mi dicono: “Abbiamo sentito dire che tu ti prendi cura dei gemelli. Allora te ne abbiamo portati due, prima che muoiano. Vedi tu, se puoi fare qualcosa”. Poi allargano un po’ i panni dei due involti e appaiono due scheletrini da fare pietà. Erano due bambine, nate un mese prima. La mamma era molto malata e non aveva latte. Essendo gemelle, e quindi provenienti dal mondo degli spiriti, come molti credono, nessun’altra donna le aveva volute allattare e non aveva denaro per comprare, nei negozi, il latte per neonati. Così le avevano nutrite con acqua zuccherata e basta, fino a quel giorno, ma ormai erano tutti convinti che fossero alla fine.

Siccome il giorno prima avevo ricevuto da amici italiani qualche soldino, pensai di comprare il latte appropriato e poi, con l’aiuto di qualche brava suora, avremmo tentato di salvarle. Così dico alle donne che potevano lasciare lì le bambine e che ci avrei pensato io. Ai giovani del Centro artistico presenti ho detto che ce le saremmo tenute noi, come sorelline di ciascuno di noi e l’idea piacque. Ma dentro di me pregavo il Signore di aiutarci perché la cosa era tutt’altro che semplice.

Ecco come la Provvidenza mi è venuta in aiuto! Non passano nemmeno cinque minuti e viene a trovarmi una giovane italiana che lavorava come medico nella nostra missione di Catiò, nel Sud della Guinea Bissau. Le mostro le bambine e lei mi dice: “Queste me le porto via io”. E le porta con sé nell’ospedale di Catiò, salvandole. La più piccola, purtroppo, una dozzina di anni dopo, un attacco di malaria se l’è portata via. L’altra, invece, adesso è una donna robusta e piena di vita che mai più si riconosce in uno di quei due scheletrini di un tempo. Grazie a quella dottoressa venuta, per caso, in quel giorno, a quell’ora, a trovarmi. Ma sarà stato proprio “per caso”?

Ermanno Battisti

Le radici della guerra civile in Egitto

L’attualità internazionale pone, specialmente noi popoli e paesi del Mediterraneo, di fronte all’ipotesi di una guerra civile in Egitto, che porterebbe il maggior paese arabo-islamico (82 milioni di abitanti) ad una tragica situazione di instabilità. Cosa possiamo fare noi occidentali? Il nostro Ministro degli Esteri, Emma Bonino, rispondendo a questa domanda ha detto: “La situazione in Egitto è preoccupante. Noi possiamo fare pochissimo, se non augurare una rapida e pacifica transizione verso la pace e la stabilità politico-istituzionale”. Giulio Albanese (Avvenire 6 luglio) afferma che per bloccare la guerra civile “l’unico percorso da seguire è quello della cosiddetta reinterpretazione della tradizione islamica, alla luce della critica moderna”. Giusto, così infatti è stato per il cristianesimo. La Chiesa cattolica, attraverso i Papi (265) e i Concili ecumenici (23 in tutto in duemila anni), ha contestualizzato la Parola di Dio e il Vangelo di Gesù secondo la lettura critica dei testi sacri e l’aggiornamento teologico- pastorale. Processo che continua, infatti “Ecclesia semper reformanda est”, in ogni epoca storica la Chiesa dovrà sempre essere riformata per ritornare al Vangelo e al modello di Gesù Cristo. Oggi i musulmani debbono maturare nel loro interno, con spirito critico e un sano discernimento, come rileggere il Corano e la Tradizione islamica, per poter introdurre l’islam nel mondo moderno, in modo che i paesi islamici accettino la “Carta dei Diritti dell’Uomo” dell’Onu (1948) e non firmarla ma aggiungendo che “deve essere interpretata secondo i valori e i dettami della sharia”.

Questo tentativo è già stato studiato da teologi, filosofi e giuristi dell’islam e realizzato più e più volte in passato e nei tempi moderni (Alì Jinnah in Pakistan, Ataturk in Turchia, Nasser in Egitto, Gheddafi in Libia, Khomeini in Iran), con risultati non positivi, come appunto dimostra la “primavera arabo-islamica”. Per quale motivo? Noi cristiani dobbiamo almeno renderci conto delle abissali differenze che vi sono tra cristianesimo e islam, per comprendere le difficoltà dei nostri fratelli islamici e aiutarli con la preghiera, la carità, lo studio, l’accoglienza e la solidarietà. Ne ricordo tre basilari in termini sommari e concreti:

1) Gesù Cristo si è proclamato Dio, il Figlio di Dio fatto uomo, è morto in croce ed è risorto per dimostrarlo, Maometto si è proclamato il Profeta di Dio. A distanza di secoli questa differenza spiega l’attualità. I fedeli di Cristo si ritrovano nel mondo moderno, pur condannando molte, troppe deviazioni dalla via evangelica e dal modello di Gesù. I fedeli del Corano capiscono, spesso con acuta sofferenza, che il “mondo moderno” non è il loro, contrasta radicalmente con il Corano e la Tradizione islamica.

2) I cristiani sanno che il Vangelo è stato scritto dagli uomini con l’assistenza dello Spirito Santo, la Chiesa può autoriformarsi ritornando a Cristo, contestualizzando il Vangelo. Il Corano è ritenuto letteralmente Parola di Dio, è Dio che rivela se stesso nel Corano. Il Corano è un testo lungo più o meno come il Nuovo Testamento dei cristiani, diviso in 114 sure o capitoli e più di 6.000 versetti. I musulmani lo ritengono letteralmente Parola di Dio, è Dio che rivela se stesso nel Corano, che è “Parola increata di Dio” e non si può interpretare, va preso alla lettera in arabo (in passato le traduzioni del Corano erano proibite). L’islamista Paolo Branca scrive nell’ “Introduzione all’islam”: “Affermare con certezza che questa versione del Corano è quanto Maometto (570-632 dopo Cristo) ha effettivamente pronunziato è impossibile. Le rivelazioni del Corano avvengono dal 610 al 632, nessun essere umano ha una memoria così perfetta da ricordare a distanza di molti anni le testuali parole ascoltate una volta sola”. Le molte tradizioni del Corano rimandate a memoria vennero codificate in una sola versione dal califfo Uthman (644-656).

3) Infine, nell’islam manca un’autorità paragonabile a quella del Papa e dei vescovi. L’autorità religiosa, politica e militare era il califfo (successore di Maometto), l’ultimo dei quali è stato mandato in esilio da Ataturk nel 1924, che ha poi dichiarato chiuso il califfato. Ci sono autorità locali come l’Università Al Azhar del Cairo, la moschea centrale di Damasco, la grande moschea e Università islamica di Lahore, ecc. Ma hanno solo un influsso morale, non un’autorità giuridica che possa “aggiornare” la vita dell’islam. Per una religione mondiale come l’islam è una mancanza gravissima, che blocca ogni eventuale cambiamento. Pensiamo a cosa sarebbe oggi la Chiesa cattolica senza il Vaticano II e i Papi che continuamente si richiamano a quell’ultima riforma del cristianesimo.

L’islam rimane una grande religione, che ha avuto l’importante ruolo storico di portare tanti popoli dal politeismo al monoteismo ed ancor oggi ha grandi valori religiosi e morali. A Tripoli nel 2006 chiedevo al vescovo mons. Innocente Giovanni Martinelli cosa l’islam può insegnare oggi a noi cristiani dell’Occidente: ”Soprattutto la presenza di Dio nella vita umana e nella società, diceva Martinelli, Loro ci credono davvero al primato di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare famiglie musulmane amiche e se è il momento della preghiera, vedo spesso uomini che pregano in casa, una volta sette uomini in ginocchio a pregare rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. In Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Noi cristiani non approviamo uno stato teocratico ma nemmeno lo spirito comune della società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo e non si accorge che senza Dio noi uomini precipitiamo verso il nulla”.

Piero Gheddo

 

Il Beato Clemente Vismara due anni dopo

A quanti dicono che i Santi e i Beati sono già tanti per farne altri, chiedo di leggere questo articolo fino in fondo. Ho seguito dall’inizio la Causa di beatificazione di padre Clemente Vismara (1897-1988), beatificato il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano. Posso testimoniare quanto segue:

1) Alla sua morte in Birmania a 91 anni di cui 65 di missione, il 15 giugno 1988, nella sua diocesi di Kengtung e nel paese natale di Agrate Brianza (MB) iniziò un consistente movimento popolare di preghiere e richieste di grazie, perché molti lo ritenevano un santo. Ma l’inizio del processo informativo diocesano incontrò parecchie opposizioni, le solite che si fanno per queste iniziative: chi paga? di Santi ce ne sono già tanti; la Chiesa d’oggi ha troppi problemi per perdere tempo in cose superflue; alcuni suoi confratelli in Birmania dicevano: “Sì, era un buon uomo, ma se fate Beato lui dovete fare Beati anche noi che facciamo la sua stessa vita”. Intanto ad Agrate si costituisce il gruppo “Amici di padre Clemente Vismara” che dal 1995 pubblica ogni tre mesi un bollettino per diffondere i ricordi del Servo di Dio, la devozione, le preghiere, le grazie ricevute, ecc. Si pubblica la biografia, una raccolta di sue lettere, articoli, immaginette e materiale devozionale, si fanno preghiere e celebrano Messe per la sua beatificazione; nascono iniziative per far conoscere il personaggio in parrocchie, scuole, centri culturali, non solo in Lombardia, ma anche in altre parti d’Italia, nel profondo Sud d’Italia (Benevento, Catania, Calabria, Puglia, Sicilia, Campania).

2) Nell’ottobre 1996, su richiesta del vescovo di Kengtung mons. Abramo Than, il card. C.M. Martini istituisce ad Agrate Brianza il Tribunale diocesano che inizia le interrogazioni di testimoni della vita di Clemente in Birmania, Thailandia, Italia, Brasile. Nel 2001, la Congregazione dei Santi pubblica la “Positio” (volume formato A4, 630 pagine) con la documentazione più importante raccolta dalla Postulazione e dal Tribunale canonico. E’ la biografia documentata di Clemente, accompagnata dalla cosiddetta “Copia pubblica” con le fotocopie di tutti i documenti raccolti: nove volumi rilegati (formato A4, in 800-1000 pagine l’uno). E nello stesso anno la Postulazione presenta sei supposti “miracoli” di guarigioni ritenute inspiegabili (con la necessaria documentazione clinica) ottenuti per intercessione di padre Vismara. Il 15 marzo 2008 Papa Benedetto firma il decreto sulle virtù eroiche del Servo di Dio, che diventa Venerabile. Dopo l’approvazione di uno dei sei “miracoli” presentati, il 26 giugno 2011 Clemente Vismara è proclamato Beato della Chiesa universale.

3) Questo l’itinerario della beatificazione, che ha suscitato fin dall’inizio, e ancor più dopo il gioioso atto finale, interesse, devozione, grazie ricevute, iniziative di carità e di Vangelo, volontà di imitazione e vocazioni maschili e femminili di consacrare la vita a Gesù Cristo e alla Chiesa. E anche offerte, che hanno sostenuto le spese della Causa e della beatificazione e inviato buone somme agli orfanotrofi e alle missioni della diocesi di Kengtung. Gli “Amici di padre Vismara” continuano a pubblicare il bollettino spedito gratis e circa 8.000 devoti, anche oggi quando le spese di stampa e di spedizione sono triplicate rispetto a 3-4 anni fa! La Provvidenza, come diceva e sperimentava spesso padre Clemente, arriva sempre, basta avere fiducia. Non solo ma con le offerte si è fatta una statua del Beato in resina a grandezza naturale (mentre quella in bronzo nella piazza della chiesa venne pagata dal Comune) e acquistate le due stanze del povero appartamento dove è nato Clemente, con un inizio di Museo; e si stanno acquistando altre due stanze contigue per ingrandire l’esposizione.

Ma il fatto più importante è che la devozione al Beato missionario si diffonde sempre più. In Birmania ha commosso i tribali e portato a conversioni; ha scosso una giovane Chiesa che non ha altri propri Beati; altri vescovi vorrebbero beatificare preti e laici locali, oltre a missionari. In Italia e nel mondo cristiano, la presidente degli “Amici di Clemente Vismara”, Rita Gervasoni mi scrive: “Riceviamo in media una decina di richieste al giorno di immagini, Dvd, libri,fumetti e anche reliquie del Beato Clemente, specialmente dal Brasile, Filippine, Messico, Polonia e naturalmente Italia. Oltre al lavoro, tutto questo richiede spese non indifferenti: ogni reliquia nella sua piccola teca ci costa circa 7 Euro, più le spese di spedizione che per l’estero sono pesanti. Però la Provvidenza aiuta”.

Tutto questo è Nuova Evangelizzazione. Ogni Beato ha il suo carisma e Clemente aveva davvero un carisma eccezionale. Se non si faceva la Causa oggi sarebbe già scomparso, invece è un Beato che continua a diffondere il Vangelo e suscitare preghiere, imitazioni, vocazioni, grazie ricevute. Rappresenta idealmente, soprattutto per le sue lettere avventurose, poetiche, infuocate d’amore per Gesù, gli orfani e i poveri, il nuovo San Francesco Saverio dei tempi moderni. L’oratorio di Agrate è dedicato al beato Clemente, come l’oratorio di Torre de’Busi (Lecco), dove c’è la “Radio Clementina” della parrocchia. Il 29 giugno il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, in un intervento ad Agrate per il centenario delle suore serve di Gesù Cristo, ha detto fra l’altro: “La figura di padre Clemente sarà sempre più viva e luminosa nella Chiesa, ne sono sicuro…”.

 

Piero Gheddo

 

La festa dei bambini a Confienza

Avete mai visto un’ottantina di bambini piccoli, tutti assieme, riuniti in una chiesa? A me è capitato domenica scorsa 23 giugno 2013 alla “Festa dei Bambini” celebrata nelle parrocchie di Confienza (1700 abitanti) e di Vinzaglio (500), in diocesi di Vercelli (e provincia di Pavia). Che spettacolo! Quei bambini non ancora in età scolastica, in braccio o tenuti per mano e trotterellanti vicino a mamma e papà, erano proprio uno spettacolo insolito e creavano un’atmosfera di festa e di gioia nella quale eravamo tutti coinvolti. Mi sono commosso segnando con l’olio benedetto del Bambino Gesù di Arenzano una crocetta sulla loro piccola fronte. E con quanto amore le giovani mamme e papà presentavano i loro bambini e ricevevano anche loro il segno della croce sulla fronte come sacra unzione di vite consacrate al Signore Gesù. Una mammina mi presenta con fierezza il suo piccolino che stava sbadigliando alla grande e faceva tenerezza e mi dice: “Ha solo un mese e mezzo”. Rispondo: “Brava! E ti dico anche grazie perchè senza bambini l’Italia non va più avanti”.

Mi hanno detto che 80 bambini piccoli per due parrocchie con 2200 abitanti in tutto, se non è un record nell’Italia d’oggi ci manda poco. Proprio questa è l’Italia autentica che dà speranza, ma che raramente trova spazio in giornali, telegiornali e nel gossip quotidiano che ci sommerge tutti in una marea di futilità e di fatti negativi (delitti, rapine, processi, corruzione, ecc.). Don Roberto Tornielli, sacerdote da 29 anni e parroco a Confienza da 18, fin dall’inizio celebra a gennaio la Festa dei Bambini nel giorno del Battesimo di Gesù nel Giordano. Quest’anno, in occasione dell’Anno della Fede, ha portato a Confienza una copia della statua miracolosa di Gesù Bambino (che aveva già portato 18 anni fa) e mi ha invitato per la Messa solenne e la benedizione dei bambini. Il Bambino Gesù del Santuario di Arenzano (Savona), tenuto dai Carmelitani e meta di molti pellegrinaggi, è rimasto in parrocchia una settimana, dedicata appunto a preparare la festa dei Bambini. Si dice il Rosario, si fanno processioni e celebrazioni, si coinvolgono le famiglie sul tema del matrimonio cristiano e sul dono dei figli che Dio manda. “Insomma, dice don Roberto, si prega perché il buon Dio faccia nascere altri bambini nelle nostre due parrocchie unite nella comunità pastorale. Tutto questo, con la grazia di Dio, ha prodotto e sta producendo i suoi frutti”.

Dopo la Messa pomeridiana, si è iniziato nell’oratorio il Grest estivo che dura tutto il mese di luglio e ospita un centinaio di bambini e ragazzini, maschi e femmine, impegnandoli nello sport, in giochi, laboratori, compiti estivi, lezioni di canto, di musica, uscite di visite esterne per esempio ad Arenzano per portarvi la Statua del Bambino Gesù. Tornando a Milano alla sera con i coniugi Anna e Alberto Zanada che mi portavano a casa (ambedue impegnati in parrocchia e in diocesi), si ragionava sul fatto che, in fondo, nella nostra Italia la fede c’è ancora e quando trova l’occasione per crescere e manifestarsi in modo comunitario e condiviso, concede a noi credenti delle meravigliose giornate di gioia autentica e profonda. La rinascita della nostra Italia, oltre a tutto il resto, parte anche dalle parrocchie e dagli oratori, che mantengono viva e vivace nel popolo la fede in Gesù Salvatore, l’unica vera e intramontabile ricchezza che abbiamo.

Piero Gheddo

 

 

«Il buon prete fa la buona parrocchia»

Quand’ero giovane, in seminario a Vercelli ci dicevano: “Il buon prete fa la buona parrocchia” e questo detto di sapienza popolare trova conferma quando ne muore uno. Alcuni mesi fa è mancato il caro don Guido (chiamiamolo così) che conoscevo perché sono sessant’anni che visito le parrocchie specialmente della Lombardia, ma non solo. In questi giorni mi telefona una signora amica di quel paese, anzi cittadina, e mi richiama alla mente don Guido. Ecco cosa mi dice:
     “Don Guido è stato nostro viceparroco solo per 18 anni dal 1966 al 1984, poi è andato in altre parrocchie. Ma nella nostra città ha formato schiere di giovani, di ragazze e di buone famiglie, che adesso, trent’anni dopo, sono accorsi in massa anche da lontano, per dagli l’ultimo saluto. Li avesse visti, erano tanti, mariti, mogli e bambini, erano trent’anni che non ci vedevamo e tutti dicevano: “Sono i figli di don Guido” e lì a ricordare “i nostri tempi”, quelli appunto di don Guido. Hanno portato gioia e un’armonia straordinaria nel ricordo di quell’indimenticabile prete morto a 72 anni, che soffriva di asma, aveva difficoltà di respirazione e di parola, infatti era di pochissime parole. Poteva essere un prete chiuso in se stesso, lamentoso e pessimista, invece era un santo e ha dato un’impronta di vita cristiana a molti e al paese stesso”.
     Ricordavo confusamente che quando don Guido era arrivato in quella parrocchia era successa una mezza rivoluzione, ne avevano parlato anche i giornali. Chiedo alla signora cos’era successo: “Don Guido – continua l’amica – è venuto da noi in una situazione molto difficile. il parroco di allora aveva cacciato via malamente il prete dell’oratorio, un sacerdote giovane che capiva che i tempi stavano cambiando e voleva fare qualcosa di nuovo. Il vecchio parroco, che certamente ha fatto molto anche lui, ma era un carattere forte e non facile, non vedeva bene quello che gli altri facevano di diverso da quel che aveva fatto lui. E l’ha mandato via in modo brusco. Per cui, quando don Guido è venuto a sostituirlo, in oratorio si è trovato davanti ad un muro di ragazzi amici del don di prima che non l’hanno accolto bene, anzi, l’hanno rifiutato e gli hanno detto: “Lei qui in oratorio  non entra!”.
     “L’oratorio è lontano dalla parrocchia e l’avevano occupato i giovani amici del don che era stato mandato via, com’era di moda a quei tempi. Ci sono stati tafferugli e anche un ferito. Siamo finiti sui giornali. Don Guido ha semplicemente detto: “Mi spiace, però io sono stato mandato dal vescovo come prete dell’oratorio. Se mi volete bene, se non mi volete, aspetto che voi cambiate opinione”. I giovani sono rimasti spiazzati, perché pensavano di “fare la lotta” come succedeva a quei tempi. Invece don Guido è andato ad abitare nell’appartamento del prete  dell’oratorio e ha detto: “Io sono qui, aspetto che veniate voi a cercarmi ed a chiamarmi”.
     “L’oratorio è rimasto vuoto per 4-5 mesi, poi a poco a poco sono tornati, perché avevano visto che don Guido era un uomo di Dio. Ma lui ha dovuto ricominciare da capo. Parlava poco, ma sapeva ascoltare. Faceva scuola al mattino e poi lo cercavi e c’era sempre, non sapevi dov’era e lui era in chiesa ad aspettare. Una  meraviglia. Oggi i preti sono presi da troppe cose, non possono più dare un formazione profonda, fare direzione spirituale. Per le confessioni lo trovavi sempre là. Celebrava la Messa, faceva scuola e poi si metteva di fianco al suo confessionale e aspettava. In quei tempi di grande confusione, noi giovani avevamo molti problemi. Andavamo da lui, ci lasciava parlare, poi ci faceva leggere una pagina del Vangelo dove Gesù rispondeva alle nostre domande. Si rimaneva spiazzati, perché si pensava di trovare un prete che dicesse: “Avete ragione, questo parroco non capisce niente!” e invece portava il discorso su un piano superiore, che non potevi dargli torto. Quando noi ci lamentavamo del parroco e di altre cose che non ci parevano giuste, lui diceva: “Ma allora voi non capite niente. Per restare nella comunità, nella Chiesa, bisogna imparare a soffrire, a sopportare”.
     “E pensare – continua la cara amica che si commuove raccontando – che quel parroco, che agiva secondo il suo carattere e modo di fare, riteneva don Guido un debole che valeva poco o niente e glie lo diceva davanti a tutti. E lui incassava col suo sorriso, al massimo diceva: “Se lo dice lei…”. Questi atteggiamenti ci hanno fatto crescere nella fede e nella vita cristiana. Ci hanno maturati. Non è che il vecchio parroco valesse poco, anche come prete ha fatto molto e non si può dirgli niente, anzi nel nostro paese ha realizzato molte buone cose. Solo che aveva il suo carattere e agiva secondo quel caratteraccio (“Il parroco sono io!” e basta) e c’erano anche i fedeli che lo apprezzavano. Ma don Guido noi lo preghiamo come un santo ed è morto in concetto di santità, anche perchè negli ultimi due anni ha sofferto molto, non si lamentava mai e aveva sempre il suo sorriso sul volto”.
Piero Gheddo