Maria Regina degli Apostoli

Il sabato vigilia di Pentecoste, si celebra la Festa di Maria Regina degli Apostoli, riconosciuta come Festa della Chiesa universale e inserita nel Messale da Pio XII nel 1955, dove si legge che tre istituti avevano fatto questa richiesta: la Società dell’Apostolato cattolico (i Pallottini e le loro suore) di San Vincenzo Pallotti (+1881), il Pontificio istituto missioni estere (e le loro Missionarie dell’Immacolata) fondato dal Servo di Dio mons Angelo Ramazzotti (+1861) e la Società di San Paolo Apostolo (Paolini e Paoline) fondata dal Servo di Dio don Giacomo Alberione (+1971). Nella chiesa di S. Francesco Saverio in via Monterosa a Milano, incaricato di celebrare la S. Messa, ho tenuto questa meditazione, anzitutto per preti e suore, ma anche per i molti laici presenti.

Gli Atti degli Apostoli raccontano la Pentecoste, lo Spirito Santo scende su Maria e gli Apostoli radunati nel Cenacolo in preghiera, dando loro fede, forza e coraggio per iniziare l’opera della Chiesa. Gli Apostoli escono dal Cenacolo, parlano diverse lingue, vanno in tutto il mondo annunziando e testimoniando la salvezza in Cristo. Lo Spirito Santo è il protagonista della missione della Chiesa, di cui noi siamo i continuatori in diretta discendenza dagli Apostoli.

Cosa ci fa Maria in questa comunità di uomini e di sacerdoti? Perché Maria è venerata Regina degli Apostoli? Maria è stata la prima missionaria, ha generato il Figlio di Dio e salvatore degli uomini, Cristo Gesù. I nostri Fondatori, infiammati di passione apostolica e di zelo missionario, intuirono il ruolo preminente che Maria ebbe nella prima comunità di Apostoli e quanta importanza avesse la sua presenza nell’evento pentecostale. E hanno messo questa Festa di Maria Regina degli Apostoli delle nostre Costituzioni.

Vediamo allora cosa ci insegna Maria Regina degli Apostoli, come e perché la preghiera a lei puo’ ispirare e aiutare la nostra vita missionaria. Tre punti:

1) Maria è la prima fra tutte le creature perchè è la Madre di Dio, è la donna creata da Dio per essere il ponte fra la Trinità e l’umanità. Dobbiamo essere devoti alla Madonna per questa sua adesione al piano di Dio. Poteva dire di no, ha detto di sì, ha obbedito a Dio. Lei ha realizzato il piano che Dio aveva fatto per lei. E’ commovente pensare che nell’Annunciazione l’angelo porta a questa ragazzetta di 15-16 anni la volontà di Dio e la Madonna, dopo aver capito bene cosa Dio voleva da lei, dice: “Sia fatta la sua volontà”. Ha obbedito alla volontà di Dio e ha realizzato la sua missione sulla terra.

Tutti noi, cari fratelli e sorelle, siamo stati creati da Dio e Dio ama tutti allo stesso modo. Ci ha chiamati a seguirlo e noi abbiamo risposto di sì, ci siamo consacrati alla missione della Chiesa e dello Spirito Santo, che nella nostra vita realizza il piano di Dio. Il nostro problema è di chiederci se nella nostra vita e anche oggi noi realizziamo il piano di Dio, che ci è indicato dalla Chiesa e dai nostri superiori, oppure se facciamo di testa nostra Se obbediamo, il Signore realizza in noi la sua missione, che è la miglior affermazione del nostro “io”, della nostra persona. Mentre; se facciamo di testa nostra, andiamo incontro a concenti delusioni. Tutti noi, a qualunque età e in qualsiasi situazione, abbiamo una missione da compiere! La Madonna ci insegni e ci guidi in questo cammino.

Nelle nostre congregazioni, troviamo facilmente esempi che ci convincono di questo. Il beato Clemente Vismara (1897-1988), dopo 33 anni di missione a Monglin in Birmania, dove all’inizio non c’era nessun cristiano, aveva creato una cittadella cristiana con circa 400 abitanti e una parrocchia con 10.000 battezzati e fondato due altre parrocchie, che erano l’ammirazione di tutti i missionari.

A 60 anni, quando pensava di poter vivere una vita tranquilla, il vescovo va a trovarlo e gli propone di andare a Mong Ping a iniziare quasi da zero una nuova missione, distante 230 chilometri da Monglin. Vismara dice al vescovo: “Tu sei il vescovo e tu comandi.Se mi comandi di andare, io ci vado perché se faccio di testa mia certamente sbaglio”. Ci vuole una grande umiltà per dire “Se faccio di testa mia sbaglio”! Così Clemente crea anche a Mong Ping una nuova parrocchia modello, fondandone anche una nuova, Tongtà. Ha una seconda giovinezza e muore a 91 anni, “senza mai essere invecchiato”!

2) Maria era innamorata di Gesù, viveva di Gesù, sapeva che quel bambino che portava in grembo e che allattava e custodiva nella sua crescita, era Dio, il Figlio di Dio. In tutta la sua vita era intimamente unita a Gesù.

Anche noi in tutte le nostre opere apostoliche e missionarie, abbiamo questo compito primario: amare Gesù, vivere di Gesù per portare Gesù agli uomini. Il nostro superiore generale mons. Aristide Pirovano (1915-1997), in un discorso ai partenti per le missioni (10 settembre 1966) diceva: “In missione voi andate per predicare Cristo crocifisso e risorto. Cristo, non voi stessi. E questo vi darà la suprema sicurezza e quindi la gioia perenne in mezzo a tutte e difficoltà… Se andate a portare Cristo, la vostra missione sarà divina. Ma bisogna portare Cristo e non noi stessi e neppure il nostro modo di vivere, di pensare e agire”.

Quante riflessioni possiamo fare per la nostra vita! Il nostro primo imperativo è essere innamorati di Gesù, in modo che possiamo imitarlo e testimoniarlo con la nostra vita, come faceva la Madonna. Lasciatemi ricordare il Servo di Dio dott. Marcello Candia (1916-1983), che aveva cambiato il lebbrosario di Marituba in Amazzonia, era “La porta dell’inferno” ed è diventato: “La città della gioia”. 14 anni dopo la sua morte, nel 1997, sono ritornato a Marituba e ho intervistato il presidente dei 2000 lebbrosi, Adalucio, lebbroso anche lui. Ho chiesto: “Ma perchè ricordate e pregate tanto Marcello Candia, tanti anni dopo la sua morte?”. Risposta: “Lui ci ha dato molti aiuti, ma lo ricordiamo soprattutto perché quando era in mezzo a noi ci portava Gesù, in lui noi vedevamo Gesù. Era sempre paziente, umile, sapeva ascoltare, sopportava tutto, era generoso con tutti!”. Chissà se diranno lo stesso nei luoghi in cui abbiamo lavorato e lavoriamo. Ecco perché Maria è la nostra Regina!

3) L’ultimo insegnamento viene dalla scena di Maria e Giovanni ai piedi della Croce in cui Gesù stava morendo. Gesù dice a Maria: “Donna, ecco tuo figlio!”. E rivolto a Giovanni dice: “Ecco tua Madre”. Il Vangelo continua: “E da quel momento la prese con sè”. Care sorelle e cari fratelli, questo è il momento decisivo della mia vita, come della vita di tutti voi. Ho avuto anch’io una mamma datami da Gesù, la mia mamma! Che mi vuol bene, mi segue e m protegge da quando ero piccolo! Capite perché debbo essere devoto della Madonna?

Maria è madre mia e di tutti gli uomini. Dove Gesù non è ancora conosciuto, Maria prepara la strada al Signore. Maria e la Chiesa hanno una missione in comune nella storia della salvezza. Maria, Madre di Dio è associata anche lei alla missione di portare Cristo a tutti gli uomini.

Nelle nostre giornate di lavoro spesso travolgenti, con tante preoccupazioni arrabbiature, sofferenze, dimentichiamo facilmente che portiamo Gesù nel nostro cuore e che abbiamo sempre la missione di comunicarlo agli uomini. E allora ci arrabbiamo, ci rattristiamo, ci preoccupiamo troppo per noi stessi e dimentichiamo il prossimo, dimentichiamo che la via a Cristo e a Dio e la Via della Croce! E che tutte le nostre sofferenze hanno significato se unite a quelle di Gesù in Croce.

Maria SS. ci aiuti a mantenere viva l’attenzione, la coscienza che io porto Gesù agli uomini e che la Madonna mi sta già preparando la strada. In Corea i protestanti sono chiamati “evangelici”, il cattolicesimo è “La religione della mamma”, perché la mamma è quella che attira gli uomini e li porta a Dio; in molte chiese sulla strada, davanti alla porta d’entrata c’è una statua di Maria con le braccia aperte, che indica di entrare in chiesa da Gesù. Nella nostra vita quotidiana, abbiamo bisogno di aere una precisa e profonda coscienza che non siamo mai soli, la Mamma del Cielo è sempre cin noi, a volte di porta in braccio per darci sicurezza e serenità in mezzo a tante fatiche e difficoltà.

Termino con un’immagine che mi è rimasta impressa nella memoria e ricordo spesso quando sono in difficoltà o tentato di scoraggiarmi. In Vietnam, nel gennaio 1968, stavo scendendo da Pleiku sulle montagne del Vietnam verso Saigon, seduto sul cassone di un camion, carico di gente che scappava dalla guerra. Davanti a me una giovane mamma vietnamita col suo bambino di un anno al massimo, seduta su una panca. Il camion procedeva lento tra balzi e scossoni, passavamo accanto a villaggi incendiati, si sentivano sparatorie e scoppi di bombe, sulla strada parecchi gridavano perché caricassimo anche loro.

Il bambino piangeva e la mamma ha tentato di calmarlo allattandolo e mettendo nella sua boccuccia un ciuccio. Ma inutilmente. Allora ha coperto il suo volto con un asciugamano e poi lo cullava, e cantava una nenia. Dopo un po’ il bambino non piangeva più, dormiva. Quel piccolo cucciolo di uomo non sapeva niente, non capiva niente, non vedeva i pericoli mortali che attraversavamo. Era nelle braccia della mamma, di fidava di lei e dormiva tranquillo.

Così Maria, Regina degli Apostoli e anche la nostra Madre e dobbiamo coltivare questa immagine commovente. Quando sono nelle braccia ddla Mamma del Cielo, non devo temere nulla, devo solo rimanere fra le sue braccia e pregarla, poi mi affido a Lei e al Figlio suo Gesù.

Piero Gheddo

 

 

L'Expo 2015 a Milano: "Cosa nutre la vita?"

Negli ultimi mesi, almeno a Milano, è venuta alla ribalta l’EXPO 2015, l’avvenimento (1 maggio – 31 ottobre 2015) che porterà a Milano e in Italia circa 20 milioni di turisti stranieri e che dovrebbe segnare la ripresa economico-sociale del nostro paese. Mi pare che, con le molte preoccupazioni e sofferenze che sono il nostro pane quotidiano, l’opinione pubblica diffusa non si è ancora resa conto dell’importanza unica dell’Expo, che ha come tema “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”. Se ne parla poco, l’attenzione è più attenta agli scandali di tangenti e appalti, che non all’impegno che l’Expo richiede a tutta l’Italia e in particolare a Milano e alla Lombardia. Nei circa 100 ettari in zona Rho-Pero alla periferia occidentale di Milano (non distante dal Pime di Via Monterosa e Via Mosè Bianchi) si lavora giorno e notte in tre o quattro turni continuativi. Milano e l’Italia non possono fallire questo appuntamento; ma non è altrettanto facile interessare e appassionare i milanesi e gli italiani sulle tematiche che sono alla base dell’Expo 2015, fondamentali per il futuro dell’umanità.

 

Il tradizionale “Discorso alla Città” che gli arcivescovi di Milano tengono ogni anno alla vigilia della Festa di Sant’Ambrogio, il 6 dicembre dell’anno scorso 2013 l’arcivescovo e cardinale Angelo Scola l’ha tenuto sul tema “Cosa nutre la vita?”, la cui edizione integrale è stata pubblicata dal Centro Ambrosiano, in un volumetto di 94 pagine. Una lettura interessante e profonda dell’Expo, perché le parole del titolo: alimentazione, energia, pianeta e vita hanno al centro una quinta parola: l’uomo. Tutto si riferisce all’uomo, alla vita dell’uomo, tutto è creato per l’uomo e all’uomo è affidato compito di usare i beni della Creazione, evitando i due estremi: l’ecocentrismo (la natura prima dell’uomo) e la distruzione del creato.

Occorre rileggere le prime pagine della Bibbia, il racconto della Creazione e i racconti del Libro della Genesi, scrive l’arcivescovo, per rendersi conto che Dio ha creato un mondo “imperfetto”, che richiede la responsabilità dell’uomo per portarlo a compimento. E allora Angelo Scola si chiede: “Cosa nutre la vita dell’uomo?”. Non solo il cibo naturalmente e la Chiesa propone la sua risposta a quella domanda col Padiglione della Santa Sede “Non di solo pane”, che rimanda a Dio Creatore e Padre, senza il quale la vita dell’uomo non ha senso.

Il volumetto “Cosa nutre la vita?” dà dell’EXPO una lettura laica, puntualizzando i molti temi che il titolo richiama, sempre avendo l’uomo al centro di tutto: il mito della tecnocrazia, la tragedia della fame, gli aiuti alimentari, la “sovranità alimentare”, le “piante geneticamente modificate”, i mercati e la finanza; e invita all’urgenza educativa, nelle scuole, sui mass media e in tutti gli altri enti e associazioni educativi (Chiesa compresa), su “La responsabilità di quanto ci è stato consegnato” (la custodia del creato) e “La comunione fra le generazioni”: “Tutto quello che riceviamo porta l’impronta dell’altro (dell’Altro), è a disposizione della generazione presente che, con le sue scelte quotidiane, lascerà alle generazioni future un mondo trasformato. Le motivazioni si trovano qui più potenti. Il denaro è un mezzo necessario, ma il vero intraprendere è mosso da queste più cogenti ragioni. Senza il desiderio di bellezza e di senso, infatti, il denaro è sterile o addirittura controproducente”.

Il card. Scola è filosofo e teologo e sviluppando questo concetto afferma: “Non si potrà pertanto, rispondere alla domanda “Cosa nutre la vita?” in modo efficace senza assumere in prima persona il compito di educare ad una rinnovata concezione dell’essere uomini”. Non è possibile ridurre in poche battute un volumetto di quasi 100 pagine, che dalla metà alla fine sviluppa appunto questa traccia: “educare ad una rinnovata concezione dell’essere uomini”, attraverso la trattazione di questi temi: Uno sguardo nuovo sull’uomo – Nuovi stili di vita – Un nuovo umanesimo – La cultura dell’incontro – Le risorse di Milano – Milano in Europa.

Scola sintetizza quasi il suo pensiero quando scrive: “Senza ripensare l’uomo, senza riproporsi la questione della grammatica dell’umano, l’unico sapere e saper fare di cui l’uomo contemporaneo si sente certo è quello tecnico-scientifico. A livello della gestione su grande scala questo significa primato dell’economico-finanziario… In esso i criteri del potere tecnico condizionano tutti gli altri (politici, sociali, etici, culturali, religiosi) privandoli della risorsa prima e indispensabile di un soggetto umano capace di mettere in discussione anzitutto se stesso”.

L’arcivescovo riafferma che “l’Expo 2015 è un’occasione privilegiata per trovare nuove sinergie tra capacità, risorse, progetti per una società civile come quella lombarda, che patisce una frustrante sproporzione tra le sue grandi potenzialità e le sue effettive possibilità”. E tale frustrazione non dipende da situazioni e condizioni strutturali e istituzionali esterne, ma da “una difficoltà intrinseca all’epoca che stiamo vivendo, in cui né l’energia spirituale e morale per unificare l’esistenza, né la capacità ideale e affettiva di progettare il futuro sono beni facilmente reperibili”. E richiama l’ultimo dopoguerra, quando c’erano nel nostro popolo grandi energie, speranze e operosità, che hanno risollevato Milano e l’Italia dalle macerie, accogliendo le comunità di immigrati “che collaborano sempre più a dare volto ai milanesi del futuro”. Ma allora nei milanesi c’erano “grandi capacità di lavoro e di solidarietà” e “una fedele appartenenza alle proprie radici”. Ecco, oggi, i valori del “dialogo sul bene comune” e “la costruzione di una società che valorizzi le realtà intermedie e le loro libertà”.

Per concludere il card. Scola scrive: “La Chiesa pensa umilmente di custodire da secoli i tratti essenziali di una grammatica dell’umano, non per sua capacità e merito, ma per l’evento di quella suprema rivelazione dell’uomo che è Gesù Cristo… Per questo la Chiesa porta in sé una permanente risorsa di rinnovamento e di ricomposizione dell’unità dell’uomo in tutte le culture e in tutte le circostanze storiche…Appare qui, nella giusta luce, l’apporto che anche oggi le religioni possono dare alla vita buona, che genera pratiche virtuose, all’interno di una società plurale come la nostra. Ciò mostra l’inadeguatezza di una concezione e di una pratica della laicità che pretendono di neutralizzare le religioni”. Ho letto e meditato con gusto e con gaudio il volumetto del nostro arcivescovo. Manca esattamente un anno all’apertura dell’EXPO 2015. I soggetti ed enti educativi milanesi, lombardi e italiani, sono ancora in tempo per trasmettere e concretizzare i valori di “Cosa nutre la vita?” al popolo italiano.

Piero Gheddo

 

 

Il divorzio 40 anni dopo

Quarant’anni fa, il 22 maggio 1974, il referendum abrogativo della legge sul divorzio approvata dal Parlamento nel dicembre 1970 (proposta dal socialista Loris Fortuna e dal liberale Antonio Baslini), venne approvato solo dal 40,7% dei votanti; il 59,3% aveva bocciato il referendum. Quel voto ha segnato l’agonia lenta ma costante del matrimonio e della famiglia tradizionali in Italia. Ricordo benissimo la compagna contro il divorzio a cui anch’io, per quel poco che contavo, mi sono impegnato, avendo sperimentato la bellezza e gioia di una famiglia unita e soprattutto, leggendo e meditando i testi di Paolo VI e dei vescovi italiani, mi rendevo conto che, col divorzio diventato legge di stato, iniziava il dissolvimento della famiglia e quindi della società italiana.

Ancora una volta si è avverato il detto dei latini “Lex creat mores”, la legge crea il costume. Oggi, 40 anni dopo, possiamo vederlo con chiarezza. Le famiglie regolari sono minoritarie, diminuiscono i matrimoni religiosi e civili, diminuiscono in modo drammatico i bambini. aumentano le libere convivenze e un numero sempre maggiore di giovani non si pongono più la meta di unire la propria vita ad una donna o a un uomo, per creare una famiglia stabile; rimandano la scelta decisiva e a 40 anni si ritrovano “singoli”. Trionfa “il sesso libero” invocato dai sessantottini, e nel Parlamento italiano sono in cammino le leggi del matrimonio fra i gay, le adozioni di bambini da parte di sposi o conviventi gay, le inseminazioni artificiali, l‘utero in affitto, il “divorzio breve” che risolve tutto in sei mesi, l’omofobia, ecc.

Le conseguenze sono tutte negative: si formano meno famiglie, nascono pochi bambini, e soprattutto i genitori precari danno vita a persone che portano dentro il tarlo della precarietà. Una giovane insegnante di scuola elementare qui a Milano mi dice che dopo pochi mesi di scuola già si possono individuare almeno alcuni dei bambini che non hanno genitori stabili, i cui genitori non sono uniti, bisticciano; l’insegnante non si può dire: “Obbedite ai vostri genitori” perché qualche bambino risponde: “Io due papà e mamma, a chi obbedisco?”. L’Italia manca di bambini (noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità all’anno!) e un certo numero dei giovani che ci sono, secondo Riccardo Gatti di una Asl milanese, “il 24% di ragazzi abusa di alcool e droghe” (Avvenire, 25 maggio 2014). Invece di andare all’oratorio, oggi molti giovani vanno in discoteca e certamente la loro formazione umana e morale non ci guadagna.

Il divorzio non è un problema dei cattolici. Lo diceva con forza il giurista prof. Gabrio Lombardi, laico non credente che presiedeva il “Comitato nazionale per il referendum sul divorzio”. Leggo in un suo ritaglio stampa di quel tempo questa profezia: “Se gli italiani approvano la legge sul divorzio, distruggono la famiglia tradizionale e la stessa società italiana, poichè la società si fonda sulla famiglia prima che sullo stato”. Aveva ragione, e con lui il Papa, i vescovi italiani e numerosi deputati Dc, compreso il segretario del Partito, on.le Amintore Fanfani, che si spese generosamente nella campagna contro il divorzio. “Ma il fronte cattolico si presentò diviso di fronte al divorzio – scrive lo storico Gianpaolo Romanato dell’Università di Padova (Avvenire, 25 maggio) – ma non bisogna dimenticare che era già diviso da prima, si era spaccato nell’immediato postconcilio”.

So bene che il problema è complesso. “E’un problema di diritti e di libertà, dicevano i divorzisti. L’amore dura fin che dura, se due sposi non si amano più è meglio che si separino e si sposino di nuovo”. Il Sessantotto ha lanciato il tema dei “diritti”, tutto era diritto, ma di “doveri” non si parlava e non si parla quasi più. Papa Francesco ha detto recentemente: “Ogni bambino ha il diritto di avere un papà e una mamma”. Ma questo diritto non si ricorda mai, non esiste più. Come al solito prevale il diritto (o il capriccio, l’egoismo) dei più forti. Il sessantotto ha imposto alcune delle tante ideologie di cui ancora soffriamo: il relativismo, l’individualismo e si perde il senso della vita. Se non esiste più una verità assoluta non esistono più valori assoluti, quindi nulla per cui valga la pena di spendere la vita. Il quotidiano cattolico “Avvenire” ha pubblicato un articolo intitolato: “Quella legge che cambiò l’Italia” (25 maggio 2014). Non so cosa ne pensano i lettori, per me l’ha cambiata in modo estremamente negativo.

Piero Gheddo

 

I frutti del Martirio di Mario e Isidoro

“Sanguis martyrum semen cristianorum”. La storia della Chiesa prova la verità di questo detto di Tertulliano, il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani. L’ultima dimostrazione è nella beatificazione dei due martiri padre Mario Vergara missionario del Pime (1910-1950) e il suo catechista Isidoro Ngei Ko Lat (1918-1950), martirizzati il 25 maggio 1950 e beatificati oggi, 24 maggio 2014 nella Cattedrale di Aversa (Caserta) dal card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione dei Santi.

Della loro e del martirio si è già scritto molto. Isidoro è il primo cristiano nato in Birmania che diventa Beato e questo è un forte segno per la Chiesa di Myanmar e specialmente per la diocesi di Loikaw e dello Stato di Kayah, che nell’ultimo mezzo secolo ha conosciuto un incremento straordinario di battezzati e di catecumeni. Il Myanmar è uno Stato federale e Kayah è lo stato dei cariani (karen), l’etnia evangelizzata dai missionari del Pime che sono in Birmania dal 1867. Oggi, su circa 300.000 abitanti, i cattolici battezzati sono 80.000, circa il 25% della popolazione in gran parte animista (il culto degli spiriti), ma anche appartenenti a varie Chiese e sette protestanti.

In tutta la Birmania, su 53 milioni di abitanti, i cattolici sono circa 500.000, meno dell’1%. Quale il segreto di questo movimento di conversioni a Cristo fra le tribù? Lo spiega la storia delle missioni in Birmania, che hanno avuto un glorioso passato (1721-1830) di cui furono protagonisti i Barnabiti italiani, inventori e stampatori dell’“Alphabetum Barmanum” e avevano convertito alcuni membri della famiglia reale dell’Impero birmano che si estendeva anche all’attuale Thailandia. La missione moderna inizia nel 1834 con i Missionari di Parigi, che si fermano all’etnia dominante del paese, i birmani, di religione buddista. Ma i birmani sono circa il 60% degli abitanti, gli altri appartengono e numerose etnie tribali di religione animista.

Quando il Pime entra in Birmania nel 1867 all’inizio della colonizzazione inglese, vista l’impossibilità di convertire i buddisti, i missionari attraversano il fiume Sittang ed entrano nelle regioni tribali, contro il parere del governatore inglese che dice: “Se passate il fiume, noi inglesi non possiamo più proteggervi”. Il capo missione, padre Eugenio Biffi, risponde: “Ma noi siamo protetti da Gesù Cristo”. Così nasce la Chiesa del Myanmar, anche oggi formata in gran parte dalle popolazioni primitive che allora vivevano ancora in un tempo preistorico. Attraverso le scuole e l’assistenza sanitaria delle missioni cristiane (anche protestanti), oggi i tribali hanno acquisito una buona promozione sociale e una forte identità delle loro etnie e culture.

I missionari del Pime hanno evangelizzato la Birmania Orientale fondandovi una arcidiocesi e cinque diocesi (su 16), che complessivamente hanno poco meno della metà dei cattolici del paese; e hanno portato nel paese le due principali congregazioni femminili: le Suore della Riparazione (presenti dal 1895) e le Suore di Maria Bambina (dal 1912). Importante anche il metodo missionario: non aspettare in città i tribali che volevano convertirsi (come facevano i missionari protestanti), ma mettere missionari residenti sul posto nei punti più importanti di quei vasti territori; e poi visitare i villaggi, fermarsi a mangiare e dormire, vivere con la gente più umile, promuovere il loro sviluppo umano anche attraverso il Vangelo, insomma donare veramente la vita per il popolo, che infatti rispondeva bene. Nei primi50 anni della missione in Birmania, l’età media in cui morivano i missionari italiani era sui 35 anni, morivano denutriti e di stenti perché non avevano soldi per acquistare cibo sostanzioso. Quando il Beato padre Paolo Manna visita la prefettura apostolica di Kengtung (1928), dice a mons. Bonetta: “Se ti muore ancora un missionario sotto i trent’anni, non ti mando più nessuno”. Il povero Bonetta, anche lui strapelato, visitando i missionari quando ne trovava uno troppo magro, lo mandava per un mese nella casa episcopale “perché là potrai mangiare meglio”. E il Beato Clemente Vismara, che allevava galline e anitre, quando veniva a trovarlo un confratello gli dava da bere due uova sbattute con un po’ di zucchero, come ricostituente; una volta, un suo fratello gli manda un scatola di dolci italiani e lui ringrazia ma scrive: “Non mandarmene più, è meglio che io dimentichi che esistono queste dolcezze”.

Ho scritto la storia del Pime in Birmania (“Missione Birmania”, Emi 2007) e leggendo le lettere dei missionari, spesso mi sono commosso fino alle lacrime, quando raccontano eroismi oggi per noi impensabili come fatti ordinari della loro vita, avendo anche visitato più volte quelle montagne e foreste ai confini con Laos, Cina e Thailandia. Le conversioni a Loikaw e nelle Birmania orientale vengono dai cinque martiri del Pime e dai tanti martiri fra i preti, i catechisti e i laici indigeni, ma anche da questo metodo di fare missione, vivere fra il popolo. Papa Francesco non lo conosce, altrimenti l’avrebbe citato nella sua “Evangelii Gaudium”, dove insiste molto sulla povertà della Chiesa e dei pastori del gregge di Cristo.

Piero Gheddo

 

L'islam condanni la violenza sull'uomo

Negli ultimi tempi sono troppe le notizie che riportano con forza alla ribalta il terrorismo, l’estremismo di radice islamica, ma scivolano come acqua sulla pietra, senza suscitare dibattiti, proposte, prese di posizione, incontri, dialogo con i fratelli musulmani in Italia. Pare quasi che discutere dell’islam, come si fa del cristianesimo, sia uno dei tanti tabù che il “politicamente corretto” ha imposto all’informazione e alla cultura italiana. Non si può parlare male dell’islam, si dice, perché è una grande religione praticata da un miliardo e 300 milioni di fedeli, in più di trenta stati a maggioranza islamica. Sono convinto anch’io di questa affermazione che ho sostenuto spesso. Ma di fronte a questa serie di notizie non solo negative, ma tragiche, che esprimono una crudeltà e una ferocia disumane e la mancanza assoluta della misericordia e del perdono, vedo che molti ormai, tacitamente, si convincono di questo: l’islam stesso è una religione imbevuta di violenza.

Non so se è vero, spero e prego di no, questo è comunque un pericolo grave anche per la nostra amata Patria. Non è più possibile tacere, non possiamo più far finta di niente. Ecco cosa dicono le cronache quotidiane: crocifissione di cristiani in piazza a Maalula, l’antico villaggio cristiano della Siria, dove si parla ancora l’aramaico; in Sudan una donna musulmana condannata a 100 frustate e all’impiccagione per aver sposato un cristiano; 200 e più studentesse rapite da Boko Aram in un villaggio cristiano in Nigeria e vendute come schiave del sesso; il progresso militare dell’islam violento in Niger, Nord Nigeria, Ciad, Repubblica Centroafricana; da due anni e mezzo la Siria è distrutta dalla guerra civile fra opposte fazioni dell’islam; la guerra civile sta esplodendo anche in Libia, dopo il massacro del dittatore Gheddafi due anni e mezzo fa; l’Egitto è tornato alla dittatura militare, dopo la breve esperienza democratica che aveva mandato al potere i Fratelli musulmani; i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente stanno riversando ogni giorno sull’Italia migliaia di profughi disperati, che nessuno è in grado di fermare; in Brunei, il paese più ricco del mondo per il petrolio, il Sultano ha annunziato che torneranno gradualmente alla Sharia, la legge islamica applicata integralmente; in Turchia, il presidente “islamico moderato” Erdogan sta riorientando il paese verso un’islam sempre meno democratico.

L’elenco potrebbe continuare. Nessuno si interroga: dove sta la radice di queste violenze e crudeltà che sembrano caratterizzare i popoli che praticano l‘islam? Nel colonialismo europeo e americano? Un certo “terzomondismo” datato ancora lo sostiene. Domenica scorsa 18 maggio, in Tv un “esperto” italiano ha detto che il sequestro delle 200 e più studentesse in Nigeria è colpa anche dell’Occidente, perchè la Nigeria galleggia sul petrolio, ma le ricchezze che questo “oro nero” produce finiscono allo 0,7% dei nigeriani e il popolo rimane nella miseria, che è la radice del terrorismo! Affermazione a cui nessuno crede, ma bisogna dirla per stare nel “politicamente corretto” di cui stampa e Tv sono protagoniste e vittime. Capisco che la paura dell’arroganza integralista e del terrorismo di radice islamica ci condizionano pesantemente, ma non è un buon motivo per tacere quando si tratta di difendere l’uomo e i suoi diritti.

Benedetto XVI, che parlava con sincerità, nella famosa conferenza all’Università di Ratisbona (13 settembre 2006) ha detto che l’islam, per entrare nel mondo moderno, deve “confrontarsi con la violenza sull’uomo per Dio, che non esiste, non può esistere”. Il 19 marzo 2009, lo stesso Benedetto XVI, incontrando nella Nunziatura di Yaoundé 22 rappresentanti dell’islam, che rappresenta il 20% della popolazione camerunese, ha detto: Le religioni debbono collaborare per “rendere manifesto il vasto potenziale della ragione umana, che è essa stessa un dono di Dio… Ciò che è ‘ragionevole’ va ben oltre ciò che la matematica può calcolare, la logica può dedurre e gli esperimenti scientifici possono dimostrare”. Il “ragionevole”, ha spiegato il Papa, “include anche la bontà e l’intrinseca attrattiva di un vivere onesto e secondo l’etica”. Questa visione della religione, ha aggiunto, “rifiuta tutte le forme di violenza e di totalitarismo: non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione. In realtà, religione e ragione si sostengono a vicenda, dal momento che la religione è purificata e strutturata dalla ragione e il pieno potenziale della ragione viene liberato mediante la rivelazione e la fede”. Il Pontefice ha concluso il suo discorso auspicando che “l’entusiastica cooperazione tra musulmani, cattolici ed altri cristiani in Camerun sia per le altre Nazioni africane un faro luminoso sul potenziale enorme di un impegno interreligioso per la pace, la giustizia e il bene comune”.

E’ anche l’augurio che ogni uomo di buona volontà esprime oggi e che si può realizzare anche entrando davvero in dialogo con i musulmani di casa nostra (non solo personale, ma di enti culturali e altre associazioni), senza tabù e ipocrisie, interrogando i musulmani su questo tema, disposti ad accettare i valori dell’islam e della tradizione islamica, che sono tanti e di cui anche noi cristiani abbiamo bisogno.

Piero Gheddo

 

 

L'avventura di scrivere l'enciclica missionaria

Nel settembre 1989, mentre ero a Mondo e Missione a Milano, squilla il telefono: «Sono il segretario del Papa. Guardi la sua agenda: lei è libero il 3 ottobre prossimo?». «Sì, sono libero, perchè?». «Il Papa la invita a un incontro con lui e a pranzo, per discutere della nuova enciclica missionaria che ha programmato».

Così è nata la mia collaborazione alla “Redemptoris Missio”. Abitavo nella casa generalizia degli Oblati di Maria Immacolata (OMI) col superiore generale padre Marcello Zago. Avevo diversi schemi dell’enciclica e le note preparate da una commissione che aveva interrogato Conferenze episcopali, facoltà teologiche, istituti missionari, altri enti interessati; e alcune pagine di Giovanni Paolo II su cosa intendeva dire.

Così, dal 3 ottobre al 7 dicembre 1989 ho lavorato 12-13-14 ore al giorno alla macchina da scrivere, senza leggere giornali o vedere la Tv. Un lavoro faticoso ma appassionante, una corsa contro il tempo interrotta solo dalla preghiera e da una passeggiata alla sera dopo cena nel parco con padre Zago. Quando finivo di scrivere un capitolo, Zago lo portava in Segreteria di Stato e al Papa; alcuni giorni dopo ricevevo le osservazioni del Papa, scritte a matita o con la biro.

Ci mettevo tanta passione e impegno che il lavoro non mi pesava affatto, anzi quel servizio diretto al Papa e alla missione alle genti mi esaltava: non sono mai riuscito ad andare in missione per fare il giornalista e finalmente il Signore mi ricompensava. Abbiamo poi convocato padre Domenico Colombo del Pime, specialista di teologia missionaria ed esperto di ecumenismo e di dialogo con le religioni non cristiane: ha dato un contributo notevole.

Consegnata al Papa la prima stesura dell’enciclica il 7 dicembre 1989, sono stato richiamato a Roma un mese per la seconda stesura (marzo 1990) e una ventina di giorni per la terza (luglio 1990): il primo e il secondo testo mandati alle persone ed enti consultati, che mandavano le loro osservazioni, il Papa poi dava direttive per procedere alla seconda e terza stesura del documento. La Redemptoris Missio porta la data del 7 dicembre 1990, XXV dell’ Ad Gentes, ma presentata il 22 gennaio 1991, per dare tempo alle traduzioni e stampa in varie lingue.

Il mio lavoro è stato molto modesto: trascrivere i concetti e le indicazioni del Papa in uno stile facile, immediato e, come mi ha detto Giovanni Paolo II, «giornalistico». Sono rimasti alcuni slogan spesso citati: «La fede si rafforza donandola» (n. 2); «La missione è un problema di fede» (n. 11); «Dio sta preparando una nuova primavera del Vangelo» (n. 86); «Il vero missionario è il santo» (n. 90).

Qualcuno mi ha chiesto: scrivendo l’enciclica, non ci hai messo dentro qualcosa che volevi metterci? Assolutamente no, l’enciclica è di Giovanni e di nessun altro; ma Marcello Zago, Domenico Colombo e io, un certo influsso l’abbiamo avuto, specie nel modo di impostare i problemi e le soluzioni (il Papa aveva un approccio più dottrinale, noi più pragmatico); e qualche volta anche nel proporre di introdurre temi che gli schemi precedenti avevano trattato in tono minore o sottinteso, e il Papa poi conveniva. Ad esempio, nel Capitolo VI su «I responsabili e gli operatori della pastorale missionaria», i numeri 65 e 66 su «Missionari e Istituti Ad Gentes» sono stati proposti da noi e accettati dal Papa. Nello schema precedente i missionari ad gentes erano inglobati fra i religiosi o fra il clero diocesano in missione. Ho ricordato che la Commissione missionaria al Vaticano II ha distinto bene la ventina di Istituti non religiosi e senza altro scopo che le missioni ai non cristiani. Il Capitolo IV dell’Ad Gentes («I missionari») riafferma la «vocazione speciale» alle missioni estere, mettendo in risalto la specificità degli istituti esclusivamente missionari, che era contestata dai religiosi.

Questa esperienza di impegno con la Santa Sede mi ha lasciato ammirato del lavoro che si svolge per anni attorno ad un’enciclica. Poi il documento è opera del Papa perchè decide lui quel che lui vuol dire e come lo vuol dire. Però con la mediazione e il consiglio di molti. È un fatto notevole, di cui credo pochi hanno notizia. Il che indica che l’organizzazione creata per le encicliche, attraverso la Segreteria di Stato e le Nunziature, è incredibilmente attenta e precisa.

 

“La missione alle genti è ancora agli inizi” (R.M. 30)

 

La Redemptoris Missio è stata giudicata l’enciclica più rappresentativa del pontificato di Giovanni Paolo II, che con i suoi viaggi, fino agli estremi confini del mondo, dava plasticamente l’idea di essere il Pontefice della Chiesa cattolica, cioè universale, missionaria. Diversi ne hanno lodato lo stile semplice e immediato. Il card. Godfried Daneels di Bruxelles ha scritto che è «il programma di lavoro per il prossimo millennio». Il cardinal JosephTomko, prefetto di Propaganda Fide, aveva ottenuto un’enciclica per il XXV dell’Ad gentes, l’unico fra i 16 documenti del Vaticano II aggiornato con un’enciclica. L’idea ricorrente a quel tempo era che un’enciclica per le missioni era troppo: non è più il momento di porre in risalto il valore specifico della missione alle genti, poichè tutta la Chiesa è missionaria e tutti i popoli hanno bisogno di missione.

Anche nell’opinione pubblica occidentale (e cattolica) l’enciclica ha avuto uno scarso impatto. Giovanni Paolo II l’ha firmata il 7 dicembre 1990, ma l’enciclica è stata presentata alla stampa il 22 gennaio 1991, quando infuriava la prima “Guerra del Golfo” fra Stati Uniti e Iraq, il conflitto occupava le prime pagine dei giornali e delle Tv. Secondo i primi affrettati commenti, non diceva nulla di nuovo rispetto all’Ad Gentes. Ricordo che anche parecchio tempo dopo, riviste teologiche cattoliche scrivevano che era una rilettura del Decreto conciliare.

E non è vero. Il card. Joseph Tomko, in una cena con me e padre Colombo, diceva che Giovanni Paolo II aveva scelto di scrivere l’enciclica “per chiarire la confusione teologica sorta intorno alla missione alle genti, al dialogo con le religioni non cristiane e al rapporto fra l’annunzio di Cristo e lo sviluppo dell’uomo e dei popoli”. Infatti la Redemptoris Missio sviluppa questi e altri punti, riportando la missione al suo valore primario, annunziare la salvezza in Cristo a tutti i popoli, con tutte le conseguenze positive per l’uomo e la storia umana che ne discendono. Impossibile sintetizzare l’enciclica, un libretto di 82 pagine, in poche battute.

Invito a rileggerla per capire come il Papa polacco andava contro corrente lanciando un messaggio rivoluzionario per le antiche Chiese d’Europa e del Nord America, valido anche oggi. Il fatto che il Papa abbia voluto un’enciclica specifica sul primo annunzio del Vangelo ai non cristiani, è un segno di come aveva a cuore il tema missionario. Nell’enciclica dice: «Proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo, mi ha convinto ancor più dell’urgenza di tale attività (missionaria)» (n. 1); e aggiunge diverse volte con varie espressioni questi concetti: «Vogliamo nuovamente confermare che il mandato di evangelizzare tutte le genti costituisce la missione essenziale della Chiesa» (n. 14); «La missione ad gentes… (è) un’attività primaria della Chiesa, essenziale e mai conclusa» (n. 31); «L’attività missionaria rappresenta ancor oggi la massima sfida per la Chiesa… La missione alle genti è ancora agli inizi» (n. 40).

 

Quali le novità della Redemptoris Missio

 

Ecco alcune novità della R.M. rispetto all’Ad Gentes e alla Evangelii Nuntiandi:

 

1) Gesù Cristo unico Salvatore. Risponde a quei teologi che in vari modi esprimono l’idea che Gesù è una delle vie che conduce a Dio. La missione comunica alle genti la salvezza in Cristo, la fede e l’amore a Cristo, unico Salvatore dell’uomo, perché “Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini… Gli uomini quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito” (R.M. 5). L’enciclica riafferma la centralità di Cristo nella missione alle genti, non esistono altre vie per andare a Dio, secondo la concezione indù, che paragona le religioni a fiumi che confluiscono tutti nel mare dell’Assoluto, teoria assunta in qualche modo anche da una tendenza teologica del nostro tempo.

2) Il Regno di Dio. Gesù è venuto ad annunziare il Regno di Dio, che dà il senso messianico del cristianesimo, si realizzerà nella vita eterna del Paradiso. E’ un Regno escatologico, che “esiste già e non ancora”. La missione della Chiesa annunzia il Regno di Dio e lavora per la sua progressiva realizzazione nella vita dei popoli. Questo dice il Concilio e la R. M. nota l’errore di separare il Regno da Cristo e dalla Chiesa. I “valori del Regno” (amore, giustizia, pace, fraternità) sono accettati da tutti, ma Cristo fa problema, è la “pietra d’inciampo” che fa difficoltà. L’enciclica dice: “Se si distacca il Regno da Gesù, non si ha più il Regno di Dio da lui rivelato, ma si finisce per distorcere il senso del Regno che rischia di trasformarsi in un obiettivo puramente umano e ideologico” (RM 17). I contenuti del Regno sono la fede, la vita nuova in Cristo, l’amore, il perdono, ecc.; che, con la grazia di Dio, trasformano la società: sono la rivoluzione portata da Cristo, basata sull’amore.

Nel tempo della R.M., la “Teologia della liberazione” vedeva la liberazione dei popoli in una dimensione sostanzialmente politico-sociale-economica, sposando la teoria marxista del sottosviluppo e dello sviluppo. Non pochi teologi della liberazione e “comunità di base” erano impegnati in campo politico, appoggiavano la Cuba di Fidel Castro e i regimi del “socialismo reale”, le “guerriglie di liberazione”, ecc.

 

3) Lo Spirito Santo protagonista della missione. Se è lo Spirito che fa la missione, il missionario deve pregare molto per essere obbediente alla voce dello Spirito Santo. La missione non è del missionario, ma dello Spirito che guida e illumina la Chiesa. Bisogna obbedire alla Chiesa, non costruire comunità e gruppi paralleli. Inoltre, lo Spirito Santo dà una dimensione di ottimismo e di speranza. Il missionario non deve mai scoraggiarsi quando non vede i frutti del suo lavoro,. Se semina bene, lo Spirito porterà a compimento la sua opera e farà fruttificare e suoi sacrifici, il suo martirio.

4) Dov’è la missione alle genti? E’ anche qui in Italia? Tre criteri per giudicare:

a) Criterio territoriale-geografico, cioè i paesi e i popoli non cristiani, che “anche se non molto preciso e sempre provvisorio, vale sempre” (n. 37). Soprattutto il Papa mette tre volte l’accento sulla missione ad Gentes in Asia, dove i cristiani, tutti assieme, raggiungono a male pena il 3% degli asiatici (il 62% dell’umanità!).

b) Fenomeni sociali nuovi da evangelizzare: le metropoli “Il futuro delle giovani nazioni si sta formando nelle città” (n. 37/b), gli emigrati, i rifugiati politici, gli extra-comunitari, i giovani che sono la maggioranza della popolazione nei paesi poveri.

c) Gli “aeropaghi” moderni, mass media, cultura e scienza, enti ed organismi internazionali (Onu), pace e sviluppo, diritti dell’uomo e della donna, giustizia sociale, i giovani, la cultura moderna creata dalla comunicazione, nuove tecniche e nuovi modi di comunicare un messaggio, ecc. Campi immensi!

5) Per la prima volta la R. M. parla in modo articolato del dialogo con le altre religioni, mentre l’Ad Gentes vi accenna in modo generico e la Evangelii Nuntiandi non lo nomina nemmeno; d’altra parte, come dimenticare gli incontri con le altre religi0ni a partire da quello di Assisi nel 1986? E come dimenticare quando nel febbraio 1986, visitando l’India, si inginocchiò dinanzi alla tomba e mausoleo di Gandhi e vi rimase per 4-5 minuti e poi affermò: “Gandhi mi ha insegnato molto”?

L’enciclica destina tre paragrafi a questo tema (nn. 55-57) e altri tre alle culture dei popoli e a come incarnare il Vangelo in esse (52-54).

6) La R.M. è l’enciclica che ha gestito il passaggio “dalle missioni estere alla Chiesa locale”, valorizzando le forze locali anche per la missione alle genti. La Chiesa universale, senza che ce ne accorgiamo, sta cambiando proprio per influsso delle giovani Chiese. Fra i giovani battezzati, l’entusiasmo della fede è il motore della vita cristiana che sta maturando. Il Papa è stato geniale quando ha scritto (R.M. 2) che vuole impegnare “le Chiese particolari, specie quelle giovani, a mandare e ricevere missionari” (n. 2); e ha dato piena fiducia alle giovani Chiese stimolandole con queste parole: “Siete voi oggi la speranza di questa nostra Chiesa che ha duemila anni; essendo giovani nella fede, dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo… e sarete anche fermento di spirito missionario per le Chiese più antiche” (R.M., 91).

7) La R.M. lega strettamente l’annunzio di Cristo all’umanizzazione. Nei numeri 58 e 59 Giovanni Paolo II sviluppa questo concetto: con la missione alle genti la Chiesa aiuta i popoli a svilupparsi, certo anche con gli aiuti economici e materiali, con le opere sanitarie e di educazione, ma soprattutto annunziando Cristo, perché “lo sviluppo dell’uomo viene da Dio e dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra missione evangelica e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione” (n. 59). E aggiunge che “il contributo della Chiesa e della sua opera evangelizzatrice per lo sviluppo dei popoli riguarda non soltanto il sud del mondo, per combatterli la miseria materiale e il sottosviluppo, ma anche il nord, che è esposto alla miseria morale e spirituale causata dal super-sviluppo”.

Questo messaggio è fondamentale per capire i meccanismi dello sviluppo di un popolo (n. 58): ”Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi”. Queste parole sono rivoluzionarie per capire lo sviluppo e il sottosviluppo dei popoli, che non è solo o quasi solo di soldi, di macchine, di tecniche, di commerci, ma di formazione col Vangelo, che rende l’uomo più uomo e lo sviluppa in tutti i sensi.

Piero Gheddo

 

San Giovanni Paolo II, il centravanti della missione

Così mi diceva padre Schiavone, un missionario domenicano toscano, che nel 1982 era in Pakistan da una quarantina d’anni. L’ho incontrato a Faisalabad e mi raccontava la visita che il Papa aveva fatto l’anno precedente a Karachi, allora capitale del Pakistan, e dell’entusiasmo che aveva suscitato nello stadio cittadino pieno di giovani musulmani ad applaudirlo. Diceva: “Noi missionari che siamo in questo paese da decine d’anni, tollerati e a volte perseguitati, non avevamo mai nemmeno immaginato di poter essere testimoni di una scena simile: una folla di musulmani che applaudiva il nostro Papa! Abbiamo pianto di gioia”. E concludeva dicendo: “Noi missionari abbiamo trovato il nostro centravanti!”.

Nell’ottobre 1978 entra in scena il secondo Santo Pontefice, Giovanni Paolo II, che veniva dalla Polonia, una Chiesa del tutto diversa da quelle dell’Europa occidentale, Il Sessantotto l’aveva vissuto col popolo polacco come uno stimolo per la liberazione dal comunismo, l’opposto da quanto avveniva in Italia, dove esistevano addirittura i “Cristiani per il Socialismo”. Infatti, fin dall’inizio, grazie anche alla carica vitale dei suoi 58 anni, dimostra una forza e un coraggio che spiazza tutti.

L’esempio più eclatante è quello di cui sono stato testimone a Puebla in Messico nel gennaio 1978, quando ha aperto l’Assemblea del Celam (dei vescovi latino-americani). Il documento di preparazione era impostato sul tema “Vedere, Giudicare, Agire”, che portava attenzione ai temi economico- politico-sociali: vedere la situazione dei popoli d’America Latina, giudicare di chi è la colpa, poi agire per liberare i popoli da ogni oppressione. Il Papa, nel discorso iniziale dice che lo schema di preparazione va cambiato: “Per liberare i popoli latino-americani, ripartiamo da Cristo”.

Riaffermava chiaramente che la missione della Chiesa è di natura religiosa, portare la salvezza in Cristo, liberando l’uomo prima dal peccato personale e poi cambiando la società oppressiva attraverso l’azione e la testimonianza dei credenti in Cristo. Era una forte critica alla prima “Teologia della Liberazione” che politicizzava l’azione sociale della Chiesa e aveva diviso le Chiese e i credenti d’America Latina. Ma il Papa polacco non negava affatto l’aspetto positivo di quel movimento teologico; la Parola di Dio è strumento di liberazione dell’uomo da ogni male, il peccato personale e sociale. E’ stata l’impostazione di fondo dei molti viaggi nei paesi non cristiani: “I miei viaggi in America Latina, in Asia ed in Africa – ha scritto nel messaggio per la giornata missionaria del 1981 – hanno una finalità eminentemente missionaria. Ho voluto annunziare io stesso il Vangelo, facendomi in qualche modo catechista itinerante e incoraggiare tutti coloro che sono al suo servizio”. Giovanni Paolo II era profondamente innamorato di Gesù Cristo, di cui parlava come una persona viva che egli aveva incontrato e di cui si era innamorato. Diceva: “Tu sei veramente uomo nella misura in cui ti lasci penetrare, coinvolgere, illuminare e cambiare dall’amore di Cristo”.

Il Presidente americano Jimmy Carter, ricevendolo alla Casa Bianca nel 1979, gli diceva: “Lei ci ha costretti a riesaminare noi stessi. Ci ha ricordato il valore della vita umana e che la forza spirituale è la risorsa più vitale delle persone e delle nazioni”. E aggiungeva: “L’aver cura degli altri ci rende più forti e ci dà coraggio, mentre la cieca corsa dietro fini egoistici – avere di più anzichè essere di più – ci lascia vuoti, pessimisti, solitari, timorosi”. Il “New York Times” scriveva: “Quest’uomo ha un potere carismatico sconosciuto a tutti gli altri capi del mondo. E’ come se Cristo fosse tornato fra noi”. E’ il più bell’elogio che si possa fare del successore di Pietro.

Giovanni Paolo II viaggiava per dare un messaggio, oltre che di fede e di conversione a Cristo, di fraternità e di solidarietà a livello universale; per portare alla ribalta tutti i popoli e tutte le sofferenze e le ingiustizie del mondo. Questa la vera attenzione all’uomo: non una semplice parola consolatoria o di protesta, ma la forza e il carisma di farsi carico di tutti i problemi dell’uomo, dando ad essi risonanza universale. Quando il Papa parlava ai “favelados” di Rio de Janeiro, ai lebbrosi di Marituba in Amazzonia, agli indios di Oaxaca in Messico o ai pescatori di Baguio nelle Filippine; quando condannava con forza ogni violazione dei diritti dell’uomo davanti a dittatori come Marcos (Filippine), Pinochet (Cile), Stroessner (Paraguay), Mobutu (Zaire), Fidel Castro (a Cuba), i Sandinisti (in Nicaragua); quando parlava del valore della cultura africana (in Benin) e dello “sviluppo dal volto umano” (in Gabon), egli incideva fortemente sulle coscienze dei popoli, ben al di là di quanti stavano ad ascoltarlo in quel momento. Quante volte un popolo sofferente e umiliato (penso alla Guinea Equatoriale appena uscita dalla spaventosa dittatura di Macias Nguema) ha ricevuto dalla visita del Papa il provvidenziale stimolo a riprendere con coraggio la via della riconciliazione e della ricostruzione.

In Messico Giovanni Paolo II ha preso solennemente le difese degli indios. A Oaxaca un indio gli dice: “Santità, noi viviamo peggio delle vacche e dei porci. Abbiamo perso le nostre terre, noi che eravamo liberi, ora siamo schiavi”. Giovanni Paolo II si stringe la testa fra le mani e rispondendo dice: “Il Papa sta con queste masse di indios e di contadini, abbandonate ad un indegno livello di vita, a volte sfruttate duramente. Ancora una volta gridiamo forte: rispettate l’uomo! Egli è l’immagine di Dio! Evangelizzate perchè questo diventi realtà, affinchè il Signore trasformi i cuori ed umanizzi i sistemi politici ed economici, partendo dall’impegno responsabile dell’uomo”. Il massimo quotidiano messicano, “Excelsior”, esponente del laicismo della massoneria messicana, che si era opposto alla visita del Papa, commentava: “Dopo cinque secoli di oppressione dei nostri indios e contadini, doveva venire il Papa da Roma a dirci queste cose. Ci ha fatto vergognare di appartenere alle classi dirigenti messicane”.

Piero Gheddo

 

 

Il Sessantotto e la crisi della Missio ad Gentes

Il Concilio Vaticano II aveva suscitato tanti entusiasmi e speranze, secondo quanto diceva San Giovanni XXIII: “Il Concilio sarà una nuova Pentecoste per la Chiesa”. La storia, com’è noto, è poi andata in senso diverso. Quando finisce il Vaticano II (7 dicembre 1965), Paolo VI pubblica, col Motu proprio “Ecclesiae Sanctae” (6 agosto 1966), le norme per applicare le decisioni conciliari alla vita quotidiana dei fedeli e di diocesi, parrocchie, istituti religiosi. Ma già nascevano convegni teologici, riviste specializzate (ad esempio “Concilium”) e pubblicistica ecclesiale che iniziavano la “fuga in avanti” (o indietro?) non spiegando e invitando ad applicare i documenti del Concilio, ma ipotizzando cosa volevano realmente dire i Padri conciliari. Si scriveva che “lo spirito del Concilio” superava ampiamente i testi conciliari, troppo timidi e incompleti, per colpa soprattutto delle mitica “Curia romana”. Sorgevano “profeti” che annunziavano prossimo il “Concilio Vaticano III”, che avrebbe dovuto completare il Vaticano II, ipotizzando forme nuove di vita cristiana e sacerdotale.

Nell’autunno 1967, inizia in Italia e in Occidente il “Sessantotto”, un miscuglio di grandi ideali (la pace e la giustizia nel mondo), di utopie spesso assurde (l’uguaglianza assoluta fra gli uomini e fra uomo e donna, il disarmo totale) e di comportamenti spesso violenti, che manifestavano la profonda insoddisfazione per la nostra società occidentale. Era una protesta generalizzata di giovani, specialmente studenti, contro la società in cui vivevano, bloccata dai “poteri forti” e dai detentori del potere, i “baroni” delle cattedre, i “padroni” delle industrie e tutte le autorità. Lo spirito sessantottino si è infiltrato anche nella Chiesa cattolica. A molti sembrava un movimento provvidenziale per il bene della politica, della società e della Chiesa.

Nascevano comunità di credenti, con i loro sacerdoti, che vivevano “secondo lo spirito del Concilio” ma non obbedivano al vescovo ed erano motivo di divisione e di scandalo, amplificato dai mass media. Diminuiva la pratica religiosa, non pochi sacerdoti abbandonavano il sacerdozio, per sperimentare “un modo nuovo di essere prete”. Erano tempi di grande confusione, dubbi, incertezze: iniziava il periodo di crisi della fede e della vita cristiana di cui siamo ancor oggi spettatori addolorati.

Una certa teologia disincarnata dalla realtà minava le fondamenta dell’ideale missionario, come inteso dal Vaticano II. Si proclamavano come verità proposte che avevano qualcosa di autentico, ma diventavano, assolutizzandole, nefaste per la missione alle genti. Ad esempio:

– Le giovani Chiese debbono annunziare Cristo ai loro popoli, i missionari sono superflui; nasceva una campagna di stampa per il “moratorium” delle missioni in Africa (ritirare tutti i missionari stranieri), per lasciar libere le Chiese locali.

– I non cristiani sono anche in Italia, la missione alle genti è qui da noi.

– Manchiamo di sacerdoti in Italia, perché voi missionari andate a portare Cristo in altri continenti, quando lo stiamo perdendo noi italiani?

– Non è importante che i popoli si convertano a Cristo, purchè prendano il messaggio di amore e di pace del Vangelo.

– Ogni religione ha i suoi valori e tutte portano a Dio, che senso ha il “proselitismo” missionario in popoli di altre religione?

– Basta conversioni. Facciamo che il cristiano sia un miglior cristiano, il

musulmano un miglior musulmano, un buddhista un miglior buddhista…

 

Il Papa martire del 1900: Paolo VI

 

Paolo VI era il Papa del Concilio, aveva portato avanti con grande saggezza e chiuso bene, con voti quasi unanimi dei 2.500 Padre conciliari, un evento straordinario che apriva orizzonti nuovi alla Chiesa. Uomo colto, mite, umile, che aveva capito i tempi moderni, comunicava in modo comprensibile a tutti (si leggano le sue encicliche!) e con la sua prima enciclica “Ecclesiae Sanctae” (1964) indicava il dialogo col mondo (dare e ricevere) come metodo di annunzio del Vangelo nei tempi moderni. Eppure, all’inizio degli anni settanta, dopo le contestazioni violente e sprezzanti (da parte di cattolici) seguite alla “Humanae Vitae” (1968), che l’avevano ferito nel vivo, di fronte al marasma di quei tempi era intimidito, si sentiva mancare le forze per reagire e riportare il gregge di Cristo a vivere secondo gli orientamenti dati dal Vaticano II. E anche la Chiesa italiana, dialogante e divisa, non aiutava certo Paolo VI. Era orientata verso “il senso religioso”, mentre la società e la cultura italiana erano arate, seminate e devastate dai prepotenti e spesso violenti metodi e ideologie sessantottini. Il messianismo della rivolta studentesca sembrava dare vigore ai fermenti post-conciliari, che interpretavano il Concilio come una rottura con la Tradizione ecclesiale e una rivoluzione totale della Chiesa e della vita cristiana.

Tanto più che non pochi intellettuali e teologi, associazioni e gruppi ecclesiali, seguivano la travolgente onda culturale che portava verso il laicismo, il relativismo, l’individualismo (i “diritti individuali” ma non i “doveri”), la lettura “scientifica” della società (cioè il marxismo). Nessuno più osava dire forte e chiaro che un “mondo nuovo” è possibile, ma solo a partire da Cristo. Paolo VI lo diceva, lo ripeteva, lo proclamava ad alta voce (si vedano i numeri 26, 28, 31 della Octogesima adveniens, 1971 sul socialismo), ma era ascoltato solo dai semplici credenti e da coloro che, nelle mischie dei “talk show”, erano definiti “papalini” in senso negativo.

La crisi dell’ideale missionario nell’Occidente cristiano è nata nella crisi di fede che squassava la Chiesa intera. Ha preso tutti alla sprovvista e ha diviso le forze missionarie (istituti missionari, riviste, animazione missionaria, ecc.). Un esempio significativo (ne ricordo tanti!). Nell’estate 1968, come già diverse volte in precedenza, ho partecipato alla Settimana di Studi missionari a Lovanio (“Liberté des Jeunes Eglises”), organizzata dall’indimenticabile amico gesuita padre Joseph Masson, docente di Missiologia della Gregoriana. Diverse voci non di missionari sul campo, ma di studiosi, teologi, missiologi mi ferivano, perchè esprimevano forti dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti; molto meglio, si diceva, lasciare che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità e si organizzino secondo le loro idee e culture. Ho protestato contro questa ipotesi perché avevo seguito dal di dentro il Vaticano II e testimoniavo che la totalità dei vescovi delle missioni si erano espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari. Anzi, con l’indipendenza dei loro paesi, sentivano la necessità di avere più forti legami con la sede di Pietro e le Chiese cattoliche antiche. E’ solo un esempio della mentalità che si era infiltrata e diffusa nella Chiesa in quel tempo post-conciliare.

La crisi della “missio ad gentes”, e quindi dell’animazione missionaria (e delle riviste e libri missionari), si è manifestata anche nella chiusura delle tre “Settimane di studi missionari” che si tenevano a Milano dal 1960 (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos (1970) e a Lovanio (1975), che venivano da una lunga tradizione (a Lovanio dagli anni venti), per i forti contrasti e divisioni fra i teologi e gli specialisti delle missioni.

Piero Gheddo

 

S. Giovanni XXIII e la missione alle genti

     Il 27 aprile 2014, fatto unico in duemila anni di storia, Papa Francesco ha proclamato Santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Idea geniale che esprime plasticamente quello che più unisce i due Vescovi di Roma così diversi tra loro: il Concilio Vaticano II (1962-1965), che il Papa bergamasco ha convocato e iniziato e il Papa polacco l’ha riportato con forza alla ribalta della Chiesa, in tempi di crisi della fede e della vita cristiana. Alla cerimonia era presente Benedetto XVI, mancavano i due Servi di Dio Pio XII e Paolo VI, speriamo vengano anch’essi beatificati assieme.

     Ho conosciuto bene e da vicino i due nuovi Santi, ambedue hanno promosso e rinnovato la “missione alle genti”, indicandola come fine primario della Chiesa: non hanno ceduto al pessimismo che portava i fedeli a chiudersi in difesa; anzi hanno lanciato la missione fino ai confini della terra come rimedio alla crisi della fede nel popolo cristiano. Li amo e li ricordo proprio in quest’ottica. Il Papa di Sotto il Monte donò la sua casa natale al Pime, oggi meta di tanti pellegrinaggi, per costruirvi accanto un seminario missionario e ne benedisse la prima pietra, il 3 marzo 1963 in Vaticano; un pesante macigno,  che avevo portato da Milano a Roma in una Topolino d’anteguerra da 70 km all’ora (l’Autostrada del Sole arrivava a Piacenza). Una cerimonia intima fra il Papa e una ventina di missionari. Giovanni XXIII parlava in bergamasco e diceva: “Se fate in fretta a costruire, vengo io a inaugurare il seminario”. E poi aggiungeva che ai suoi tempi nel seminario di Bergamo si leggevano le riviste missionarie e diversi chierici erano entrati nel Pime. “Io stesso – aggiungeva – ero innamorato delle missioni e ho chiesto al mio vescovo di poter entrare nel vostro istituto. Lui mi rispose di continuare gli studi teologici in seminario per essere ordinato sacerdote diocesano, poi potevo andare con i missionari. Però, quando mi ordinò sacerdote, mi nominò suo segretario particolare e ho seguito la santa obbedienza della volontà di Dio”.

     Negli anni venti, come direttore delle Pontificie Opere missionarie, mons. Roncalli aveva stretti rapporti col Beato Padre Paolo Manna, che definiva “il Cristoforo Colombo dell’animazione missionaria”. Il 3 marzo 1958, il Patriarca di Venezia card. Angelo Roncalli venne a Milano per portare al Pime le spoglie del nostro Fondatore (nel 1850), il Servo di Dio mons. Angelo Ramazzotti, suo predecessore a Venezia, oggi tumulate nella chiesa di San Francesco Saverio. Roncalli diceva che avendo studiato la vita dei Patriarchi veneziani: “Si è fatta profonda e schietta in me la convinzione che davvero a mons. Ramazzoti il titolo di Santo gli convenga e di Santo da Altare”. Ed esortava il Pime ad introdurre la sua Causa di beatificazione, cosa che, essendo il nostro un istituto non religioso ma di clero secolare fondato dalle diocesi lombarde, non aveva mai pensato di fare. In quei giorni del card. Roncalli a Milano c’è un episodio curioso. Era venuto a Milano il 2 marzo per mezzogiorno. Nel pomeriggio chiama me e padre Mauro Mezzadonna nel suo ufficio e ci dice: “Voi siete preti giovani e giornalisti, vi leggo il discorso che farò domani quando saranno presenti tutti i vescovi lombardi, ditemi cosa vi pare”. E ci legge il discorso, gli dico di scrivere frasi più brevi come si usa oggi. La sua semplicità era commovente. Il giorno dopo, prima di ripartire per Venezia, mi consegna una lettera al superiore, nella quale lodava la rivista del Pime “che leggevo da giovane e ancor oggi leggo con piacere”.

      Un segno di questa sua vicinanza al Pime è quando, nel settembre 1962, mi nominò uno dei “periti” del Concilio per il Decreto Ad Gentes e il direttore dell’Osservatore Romano, Raimondo Manzini, mi chiamò come redattore delle pagine dedicate al “Concilio”, col compito di seguire il tema missionario e intervistare i vescovi delle missioni. Ma prima del Concilio va ricordata l’enciclica “Princeps Pastorum” (28 novembre 1959), dedicata al clero e ai laici delle missioni. Le altre encicliche missionarie erano appelli dei Papi al mondo cattolico a favore del mondo non cristiano. Papa Giovanni, pur non tacendo questo aspetto,  rivolge la sua attenzione ai giovani cristiani, rendendoli protagonisti della missione alle genti nei loro paesi. Passaggio fondamentale, perché ha dato importanza massima ai catechisti, all’Azione cattolica e altre associazioni di formazione laicale.

     Nell’omelia dell’incoronazione a Pontefice romano ( 4 novembre 1958), Giovanni XXIII  affermava che la qualità più importante del Papa è lo zelo apostolico verso le pecorelle che non sono nell’ovile di Cristo. E aggiungeva: “Ecco il problema missionario in tutta la sua vastità e bellezza. Questa è la sollecitudine del Pontificato romano, la prima, anche se non la sola”. La convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano II il 15 gennaio 1959, ha spalancato porte e finestre dell’ovile di Cristo sulla missione universale. I frutti dell’apostolato missionario erano ben visibili anche nelle lunghe  life dei vescovi nella Basilica Vaticana. I prelati  dalle “missioni” erano 800 su 2.500 e Giovanni XXIII proponeva al Concilio tre scopi:

1)    il rinnovamento interno della Chiesa (“aggiornamento”),

2)    la riunione di tutti i cristiani con iniziative ecumeniche,

3)    l’annunzio di Cristo al mondo non cristiano.

     Nel volume “Missione senza se e senza ma” (Emi 2013) spiego le difficoltà incontrate dall’Ad Gentes, riscritto sette volte, ma poi approvato quasi all’unanimità il 7 dicembre 1962: 5 voti contrari su 2.394. Il Concilio aveva decretato numerosi e provvidenziali passi in avanti per la “Missio ad gentes”, recependo le esperienze e tendenze che venivano dal Sud del mondo. Ecco un breve elenco che fa capire quanto il Vaticano II ha cambiato la Chiesa:

     1) Secondo la Lumen Gentium, la missione alle genti non è più un’appendice della Chiesa: come comando di Cristo è il compito primario dei credenti in Cristo. 

     2) La Nostra Aetate capovolge il giudizio sulle religioni non cristiane: non più nemiche di Cristo, ma preparazione a Cristo.

     3) Il Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa: la missione è una proposta di libertà. Protagonista della missione è lo Spirito Santo, non spetta a noi “convertire le anime”, ma allo Spirito.

     4) La Sacrosantum  Concilium sulla Liturgia introduce l’uso delle lingue locali nella Messa e ammette altri riti e forme di preghiera, oltre a quelli latini.

      5) La Gaudium et Spes esalta la povertà e coinvolge la Chiesa per il rispetto dei diritti umani e la pace del mondo, collaborando con tutte le forze positive per l’uomo.

      6) Il Christus Dominus decreta la collegialità dei vescovi col Papa, non più monarca assoluto, ma centro della Chiesa, con strumenti di consultazione.    

      7) Il Decreto Inter mirifica (sui mezzi di comunicazione sociale), dove la Chiesa riconosceva in giornali, radio e Tv strumenti preziosi per trasmettere l’annunzio di Cristo. Prima era più comune condannare che apprezzare) e mi ha convinto della bontà di quanto mi chiedevano i superiori del Pime, quando chiedevo di partire per l’ India dove ero stato destinato: “La tua missione è questa”.

     8) E poi, naturalmente, il Decreto Ad Gentes, che presentava un’altra immagine delle missioni ai non cristiani: dal missionario fondatore e protagonista al missionario a servizio delle giovani Chiese e tanti altri aspetti. E la prima enciclica di Paolo VI “Ecclesiae Sanctae” (1964), che presentava la missione come un dlalogo (dare e ricevere) con i non cristiani e i non credenti.

     Il Concilio è stato, per noi giovani di quel tempo, una meravigliosa esperienza di fede e di missione universale, aveva suscitato grandi speranze in tutti i credenti, ma specialmente nel mondo missionario.  Il Papa di Sotto il Monte aveva detto: “Il Concilio sarà una nuova Pentecoste per la Chiesa”. Pareva quasi che il mondo intero fosse pronto a ricevere l’annunzio di Gesù Cristo  e mi veniva spesso in mente lo slogan col quale all’inizio del 1900 si era concluso il primo Congresso mondiale delle Chiese e società missionarie protestanti: “Convertire il mondo a Cristo entro il 2000”. A me la meta pareva plausibile, dato il volto trasparente e accogliente della Chiesa.

                                                                            Piero Gheddo

Isidoro Ngei Ko Lat, il primo Beato birmano – Mario Vergara, 19° martire del Pime

Il pomeriggio del sabato 24 maggio 2014, nella Cattedrale di Aversa (Caserta) verranno beatificati il padre Mario Vergara e il suo catechista Isidoro Ngei Ko Lat, martirizzati all’alba del 25 maggio 1950 a Shadaw nella Birmania orientale (Myanmar). Padre Vergara è il 19° missionario del Pime morto martire e il quinto  che la Chiesa eleva alla gloria degli altari. In un tempo di gravi difficoltà per l’Istituto missionario, per la forte diminuzione delle vocazioni sacerdotali e laicali, il Signore ci concede questo nuovo Beato, anche lui testimone della tradizione di santità e di dedizione totale alla missione fino ai confini della terra, che caratterizza la storia del Pime.

     La cerimonia della beatificazione sarà preceduta da un convegno storico il 15 maggio al pomeriggio a Frattamaggiore presso il cineteatro De Rosa; il 22 maggio sera veglia di preghiera a Frattaminore presso la Parrocchia di san Simeone, presieduta dal Superiore Generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca. Il sabato 24 maggio alle 17,30 nella Cattedrale di Aversa il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione dei Santi, presiederà la cerimonia della beatificazione di Mario Vergara e di Isidoro Ngei Ko Lat; il 25 maggio alle 18 Messa di ringraziamento nella basilica di San Sossio in Frattamaggiore, presieduta dal vescovo di Aversa mons. Angelo Spinillo. Infine, domenica 1 giugno nella casa del Pime a Ducenta (Caserta) si celebra il 69° congressino missionario; se qualcuno desidera ospitalità presso la comunità di Ducenta lo faccia sapere entro il 18 maggio.

 

Il catechista Isidoro Ngei Ko Lat è il primo birmano che è beatificato. Non sono molte le notizie riguardanti questo attivo collaboratore di padre Vergara, ma le lettere di padre Mario sono sufficienti per farci un’idea di quest’umile, ma splendida figura di apostolo laico: una vita donata, a servizio del Vangelo e dei fratelli, coronata dal martirio. Battezzato dal padre Domenico Pedrotti il 7 settembre 1918 a Taw Pon Athet dov’era nato, Isidoro appartiene a una famiglia di agricoltori, già convertita al cattolicesimo dal Beato padre Paolo Manna. Perde i genitori ancora adolescente e va a vivere con un fratellino presso una zia. Nel corso dell’Inchiesta diocesana nella Curia di Loikaw, una sua cugina, che viveva nello stesso villaggio, testimonia che sin da piccolo Isidoro frequentava i missionari e andava spesso con loro. Sorge così in lui il desiderio di diventare sacerdote ed entra nel seminario minore di Toungoo. Antichi compagni di seminario testimoniano sul suo zelo e la sua serietà. È un giovane semplice, onesto e umile. Rivela una squisita sensibilità religiosa e una spiccata attitudine allo studio.

     Ma a causa della salute cagionevole – soffre di asma bronchiale – è costretto a rientrare in famiglia. Non può realizzare il suo sogno di diventare sacerdote, ma rimane in lui un grande desiderio di fare qualcosa per il Signore. Così decide di non sposarsi. Non è ancora catechista, ma è sempre pronto ad aiutare il catechista del villaggio. Nel suo villaggio di Dorokhò apre una scuola privata gratuita, in cui insegna ai bambini il birmano e l’inglese, impartisce lezioni di catechismo, musica e canzoni sacre. È in buoni rapporti con la gente e tutti gli vogliono bene.

Il primo incontro con padre Vergara, che era sempre a caccia di catechisti, avviene a Leikthò. È il 1948. Isidoro accoglie subito con gioia l’invito a svolgere il servizio di catechista a Shadaw. Rimane al fianco del missionario frattese fino al momento del martirio. Isidoro era anche interprete di padre Galastri che ancora non conosceva bene la lingua locale. La popolazione di Shadaw era composta da contadini analfabeti, la cui maggioranza era stata evangelizzata dai battisti, ostili ai cattolici. Isidoro, pur muovendosi tra mille difficoltà, collabora attivamente con padre Vergara nell’opera di elevazione culturale, sociale e religiosa di quella gente.

Già prima del 24 maggio 1950 si era registrata, in diverse circostanze, un’azione intimidatoria contro i missionari cattolici da parte di una fazione fanatica di ribelli battisti. Erano bande armate che facevano capo sul piano militare al comandante Richmond e sul piano politico-religioso al capodistretto Tiré. Anche i catechisti, agendo in stretto contatto con i missionari Vergara e Galastri, diventano bersaglio dell’intolleranza della soldataglia ribelle. È proprio a causa di uno di questi catechisti, Giacomo Còlei,  è incarcerato e si determina la vicenda che porterà al martirio di Isidoro e Vergara. Ambedue infatti, temendo per la vita di Còlei, decidono coraggiosamente di rischiare andando a incontrare il capodistretto per indurlo a liberare il prigioniero. Ma era probabilmente una trappola architettata per sopprimere gli apostoli del Vangelo. Questi, infatti, non trovano Tiré, ma devono vedersela con il comandante Richmond, in combutta con il capodistretto e partecipe dell’odio contro i missionari. Il resto della vicenda lo racconto più avanti per il martirio di padre Vergara.

I vescovi della Chiesa del Myanmar hanno definito la beatificazione del padre Vergara e del suo catechista «un grande incoraggiamento per l’intera comunità cattolica del Myanmar a vivere una fede più in conformità con il Vangelo e a testimoniarla in maniera coraggiosa ed eroica, sull’esempio del catechista Isidoro che non ha esitato a offrire la sua stessa vita per il Vangelo insieme con padre Vergara».

      Padre Mario Vergara era nato a Frattamaggiore (Napoli), diocesi di Aversa, il 18 novembre 1910. Ordinato sacerdote nel Pime il 28 agosto 1934, a fine settembre parte per la Birmania, destinato alla diocesi di Toungoo (vedi il Blog del 15 dicembre 2013), Nel 1935 gli è affidato il distretto di Citaciò sulle montagne e foreste dei Sokù, una delle tribù cariane. Attraversa tempi durissimi fra l’altro una grande carestia causata dalla moltiplicazione abnorme dei topi. Durante la II guerra mondiale, nel 1941 padre Vergara è internato, con tutti i missionari italiani, nei campi di concentramento inglesi in India. Tornerà in Birmania solo nel 1946 fortemente indebolito nel fisico e rischia la vita dopo l’asportazione di un rene.

     Si offre generosamente al vescovo di Toungoo, mons. Alfredo Lanfranconi, per l’apertura di un nuovo distretto tra i Cariani rossi a est di Loikaw, verso il fiume Salween, con numerosi villaggi da evangelizzare. Privo di mezzi, osteggiato dai protestanti battisti, studia la lingua locale, si sobbarca a ogni genere di sacrifici, coprendo lunghe distanze a piedi, amando e curando tutti, cattolici, catecumeni, pagani. Dal 1948 è coadiuvato da un giovane confratello, padre Pietro Galastri, di Partina (Arezzo), che costruisce gli edifici utili alla missione: scuola, chiesa, orfanotrofio e dispensario. In seguito all’indipendenza dall’Inghilterra (1948), scoppiano disordini e la guerra civile tra i governativi e i ribelli cariani.

     La guerriglia era sostenuta dai protestanti battisti, presenti tra  cariani da prima dei cattolici e avevano formato l’élite della tribù. I cariani volevano l’indipendenza dal governo di Rangoon formato dai birmani, il popolo buddista maggioritario in Birmania. Padre Vergara condanna la guerra e prende la difesa del popolo oppresso da una guerra che portava distruzioni e morti, senza alcuna possibilità di ottenere l’indipendenza e il riconoscimento internazionale. Attira l’odio dei ribelli per i soi interventi di pacificazione.

     Il 24 maggio 1950 padre Vergara si reca al centro di Shadaw insieme al maestro catechista Isidoro per convincere il capodistretto Tire a liberare un altro catechista cattolico che era stato arrestato. Si trova invece di fronte il capo dei ribelli Richmond che, dopo di averlo sottoposto a un duro interrogatorio, ordina l’arresto del missionario e di Isidoro. Dopo un penoso tragitto notturno nella foresta, ambedue sono uccisi sulle rive del fiume Salween, all’alba del 25 maggio 1950, con fucilate udite dal villaggio vicino. I loro corpi, chiusi in sacchi, sono gettati nel fiume Salween e mai più ritrovati. Padre Pietro Galastri, catturato mentre pregava con gli orfanelli nella cappella della missione, dopo un giorno di sequestro è anche lui ucciso dai ribelli e gettato nel grande fiume. Anche padre Galastri, non meno generoso ed eroico del confratello, merita di essere essere beatificato.

                                                                              Piero Gheddo